PUSH THE LIMITS – Fondazione Merz, 2026

Mona Hatoum (Beirut, 1952), Hot Spot (stand), 2018, acciaio inox, neon, gomma. Fondazione Merz, 2025/’26

8 marzo 2026, ultimo giorno di apertura della mostra “Push The Limits” alla Fondazione Merz di Torino.

Un’esperienza intensa e ricca di emozioni, grazie alle 18 artiste che hanno portato in questo percorso lavori recenti e meno, tutti carichi di una potenza espressiva comunque attuale.

L’iconico mappamondo in fiamme, oggi più attuale che mai, purtroppo, di Mona Hatoum, ci accoglie all’ingresso, monito inquietante ma esplicito sulla portata complessa e impegnativa delle riflessioni messe in scena dalle artiste invitate.

Forte è l’impatto che genera il video di Janis Rafa (Atene, 1984), “The fear of Leaving the Animal Forever Forgotten Under the Ground”, 2021, giocato sui toni cupi del verde, ambientato in uno spazio sotterraneo, claustrofobico e labirintico. Una visione da incubo.

Janis Rafa (Atene, 1984), The fear of Leaving the Animal Forever Forgotten Under the Ground, 2021, still da video. Fondazione Merz, 2025/’26

Due cani si aggirano inquieti tra queste pareti senza via d’uscita, trovando resti di rifiuti, qualche piccolo animale morto, soggetti imprigionati in un luogo ai margini della realtà, dove la figura umana pare assente. Il cane è un tema privilegiato nei lavori dell’artista greca, metafora di un’inquietante condizione umana di smarrimento, proiezione di un istinto aggressivo non controllato, agito per difendersi e sopravvivere, immagine del conflitto tra sottomissione e desiderio di rivolta, tra bestialità e umanità.

Al centro della prima sala espositiva un grande paracadute incombe su di un lungo tavolo, imbandito; avvicinandoci, individuiamo quaranta piatti di alluminio (desco militare), specchianti, bicchieri coperti da un pesante pezzo di pietra a forma di pane (rimando alla sepoltura), non ci sono sedie, non c’è ombra di essere umano, l’assenza è protagonista di questa installazione; unico tocco di colore, una macchia di rosso arancio sul paracadute, che si riflette nei piatti: l’artista Katerina Kovaleva costruisce una rappresentazione del “dopo dell’Ultima Cena”, unendo alla sacralità dell’evento una potente denuncia della guerra.

Katerina Kovaleva (Mosca, 1966), Memory table, 2025, vetro, metallo, specchio, granito, acrilico su paracadute. Fondazione Merz, 2025/’26

Un gesto di partecipazione per contribuire al cambiamento sociale viene proposto da Helina Metaferia, artista statunitense, attraverso un’installazione, The Work, iniziata nel 2018, che invita a scrivere su di un foglio cosa mettiamo in atto per “riscrivere” il presente; le risposte confluiscono in un libro, in cartelli di protesta e altre forme di comunicazione, per mettere in relazione persone che non si conoscono, ma perseguono simili obiettivi. Accanto, Headdress, collage che raccoglie la storia delle battaglie per i diritti civili e le più recenti manifestazioni della comunità BIPOC (Black, Indigenous and People of Color, nata dal movimento Black Live Matter).

Helina Metaferia (New York, 1983), Headdress 78, 2025, collage con tecnica mista. Fondazione Merz, 2025/’26

Entrando nell’altro spazio espositivo, superato il muro sonoro di Teresa Margolles (Culiacan, MEX, 1963), Sonidos de la muerte, 2008, in cui si possono ascoltare i rumori d’ambiente registrati nei luoghi di ritrovamento dei resti delle donne vittime di violenza in Messico, due grandi installazioni dialogano tra loro: And Rose, di Monica Bonvicini e Untitled (Tears Fall), di Latifa Echakhch.

Monica Bonvicini (Venezia, 1965), And Rose, (gold, black), 2024, catene in acciaio cromato, moschettoni e anelli

Latifa Echakhch (El Khnansa MA, 1974), Untitled (Tears Fall), 2025, perline di vetro e fili di naylon

Fondazione Merz, 2025/’26

Le due amache sospese, all’inizio evocano momenti di benessere, leggerezza e libertà, subito negati, tuttavia, dalla visione delle pesanti catene, dei ganci ed anelli in rilievo, che si fissano con durezza ed irregolarità alla struttura e rendono inaccessibili i due apparenti “morbidi grembi accoglienti”: disagio, spaesamento, sofferenza, assenza di libertà.

Sul fondo, il velo di lacrime, intenso, doloroso e poetico, invita ad essere contemplato, in silenzio: la fitta caduta delle perline blu da un lato addensa l’emozione e dall’altro sembra sciogliere la tensione che si percepisce, osservandolo.

La trasparenza del muro del pianto e la contemporanea visione delle sue installazioni suggeriscono un dialogo sofferto ma ricco di umanità, grazie al potere curativo del linguaggio artistico.

Alle spalle di questa immagine si apre una stanza interamente coinvolta da un suggestivo intervento artistico di Mirna Bamieh, artista palestinese; al centro, un telaio di legno, disposto ad angolo, ricorda una casa; per terra, su di un pavimento specchiante, barattoli e vasi di vetro sono appoggiati su piccoli “scafi” in ceramica, a forma di tartaruga, imbarcazioni in viaggio; poi, tanto sale, sparso irregolarmente.

Le pareti sono decorate da racemi popolati da limoni, frutti che assumono qua e là connotazioni antropomorfe e ad esse sono fissati disegni che evocano barattoli/contenitori in vetro. Una traccia sonora si diffonde nell’ambiente, avvolgendoci con suoni e parole.

Mirna Bamieh (Gerusalemme, 1983), Sour things: the Pantry, 2024, struttura in legno, 2 video, ceramiche, vetro, sale, disegni, wallpaper, passaggio sonoro. Fondazione Merz, 2025/’26

Mirna Bamieh, in seguito ai primi bombardamenti su Gaza del 2023, lascia la propria casa di Ramallah e in questo lavoro ricostruisce il tragico momento vissuto, mettendo in scena alcuni oggetti/simbolo legati alla dispensa della cucina che si fanno veicolo delle forti emozioni provate, dell’esperienza dello sradicamento dalla propria dimora, del “sapore amaro” della perdita di pezzi di vita, del disperato desiderio di ricostruzione della propria comunità.

“Mentre le case venivano rase al suolo … le strutture che sostengono la vita, pareti, scaffali … stavano andando a pezzi. Prima di andarmene ho svuotato la dispensa di casa mia a Ramallah … I barattoli, un tempo contenitori di continuità, sono diventati dei promemoria di tutto ciò che non poteva essere conservato. La tecnica della conservazione appartiene a coloro che preparano senza sapere quando, o se, il barattolo verrà mai riaperto. In tempi di instabilità il sale è più di un minerale, diventa una forma di fede, un prepararsi al ritorno. Il sale è speranza, il sale è tempo futuro, è un raduno, un ritrovarsi, quando sarà di nuovo possibile aprire un barattolo di conserva.

Questa dispensa è politica. E’ quel che rimane quando l’architettura della vita quotidiana crolla, un gesto di cura messo in bella vista, circondato dal silenzio di ciò che è andato perduto.” (Mirna Bamieh)

Le parole di Mirna accompagnano come un rituale il suo lavoro creativo che, in questo spazio, risuona potente come gesto di resistenza e di amore.

Mirna Bamieh (Gerusalemme, 1983), Sour things: the Pantry, particolari, 2024, struttura in legno, 2 video, ceramiche, vetro, sale, disegni, wallpaper, passaggio sonoro. Fondazione Merz, 2025/’26

Le tartarughe antropomorfe che solcano il mare, per Mirna sono i sopravvissuti, gli immigrati che ritorneranno portando una manciata di sale nei loro contenitori di vetro.

Oggi, di fronte al genocidio perpetrato sul popolo palestinese e di fronte alla distruzione totale di Gaza, queste immagini ci lasciano ammutoliti; quel sapore amaro che emana da Sour Things: the Pantry (Cose amare: la dispensa) diventa sgomento.

“Una frase scritta da una tredicenne di Gaza e condivisa dai social media del Museo Palestinese ‘Sarei libera se fossi un oggetto?’, mi pesava così tanto sul cuore; l’impotenza che vi era inscritta era immensa. Ho realizzato questa serie di disegni per comprenderla. Il mio oggetto di interrogazione era il barattolo, e la frase ripercorre i disegni in diverse combinazioni, cercando di capire se la libertà sia mai raggiungibile”. (Mirna Bamieh)

Mirna Bamieh (Gerusalemme, 1983), Sour things: the Pantry, particolari, 2024, disegni, wallpaper.

Fondazione Merz, 2025/’26

Dallo spazio sotterraneo della Fondazione, le note del video di Fiona Banner aka The Vanity Press ci richiamano con insistenza; e la visione delle immagini non delude.

Fiona Banner aka The Vanity Press (Londra , 1966), Pranayama Organ, 2021, frammento di HD film in digitale
Fondazione Merz, 2025/’26

Due aerei da guerra gonfiabili si ergono con fattezze umane, in uno scenario quasi apocalittico, una spiaggia desolata; inscenano una danza, quasi un rituale di corteggiamento, in cui mascolinità e desiderio di potenza si alternano alla ricerca di relazione e gioco, accompagnati da un ritmo incalzante, fino a depotenziarsi in un finale in cui le forme si sgonfiano e restano abbandonate sulla riva, come grandi balene spiaggiate; qui la musica si fa solenne e contemplativa, riflessione sulla vacuità della violenza e della guerra.

Fiona Banner aka The Vanity Press (Londra , 1966), Pranayama Organ, 2021, frammento di HD film in digitale e Soft Parts: Wing, Fin, Flap, 2022, pouf su misura,
Fondazione Merz, 2025/’26