Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: CAPANNA – ‘SAFE SPACE’

L’archetipo della capanna, luogo primario di rifugio, spazio sicuro per il viandante, è una figura necessaria nell’immaginario delle persone, in particolari nomadi o alla ricerca di un luogo accogliente; questa ‘figura’ ricorre, non a caso, in molti degli interventi artistici dell’esposizione ‘stranierǝ ovunque’.

Frequentemente è una ricostruzione fisica, carica di rimandi simbolici e culturali, di un luogo al centro del nostro peregrinare, o della memoria, ma può essere anche uno ‘safe-space’ evocato come urgente, in particolare dallǝ giovanǝ artistǝ che, ‘stranierǝ’ rispetto ad un mondo rigidamente binario od omobitransfobico, cercano un ambiente domestico a cui appartenere e in cui ‘sentirsi a casa’,

Nil Yalter (Il Cairo, 1938), Topak Ev, 1973, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nel salone circolare, all’ingresso del padiglione ai Giardini, Nil Yalter, artista turca nata al Cairo, ricostruisce una Topak Ev, una tipica tenda della comunità nomade Bektik dell’Anatolia Centrale, struttura rivestita di feltro e decorata con pelli di pecora, lavorate con scritte e inserti di altri materiali tessili.

I Bektik della steppa anatolica dicono che la tenda rotonda sia ‘una casa delle donne’ “: la scelta da parte dell’artista di riproporre quest’opera, una tenda che veniva costruita dalle future spose, porta l’attenzione sulle ricerche artistiche esplorate da Nil Yalter: le tematiche di genere e la liberazione sessuale femminile intrecciate ai temi della migrazione. Le pareti avvolgenti della sala riportano l’installazione ‘Exile is a Hard Job‘, una narrazione del tema dell’esilio testimoniata dal punto di vista femminile.

A Nil Yalter è stato riconosciuto il Leone d’oro alla carriera per il proprio significativo percorso artistico in relazione al tema della Biennale di Adriano Pedrosa,

Mataaho Collective (Nuova Zelanda, 2012), Takapau, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’ingresso delle Corderie dell’Arsenale si viene accolti da un’ installazione architettonica, come una grande culla, realizzata da un collettivo di donne maori. Il complesso intreccio di nastri bicromi propone, in grande scala, la tecnica per la realizzazione del ‘takapau’, una stuoia tessuta finemente e utilizzata per la cerimonia del parto.

La nascita, come rito di passaggio dal buio alla luce, viene evocata dal disegno della tessitura, bianco e grigio, e dai diversi giochi di luce e ombra che le trame riflettono nello spazio; uno spazio in cui si percepisce il benessere di una tenda protettiva e accogliente,

Al Collettivo Maori Mataaho è stato riconosciuto il Leono d’Oro assegnato al miglior artista partecipante.

Kiluanji Kia Henda (Angola, 1979), A Espiral do Medo, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’iniziale piacevole effetto decorativo, dato dai diversi disegni delle ringhiere metalliche e dai loro riflessi, segue una sensazione di esclusione dalla ‘Spirale della paura’, una gabbia allestita per difesa da un pericolo imminente.

L’artista angolano Kiluanji Kia Henda ha raccolto questi pezzi di griglie dalla sua terra creando una struttura precaria, uno spazio incerto, denunciando il prevalere di una funzione di chiusura e, conseguentemente di rifiuto dello ‘straniero’, perdendo così, la dimora, qualsiasi riferimento all’accoglienza.

Daniel Otero Torres (Colombia, 1985), Lluvia, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Lo scheletro di una palafitta, posticcia, che regge recipienti e materiali di scarto, riciclati, immersa in una vasca d’acqua, ricostruisce un’abitazione della comunità Emberà, edificate lungo le rive del fiume Atrato, in Colombia. Il modello proposto da Daniel Otero Torres, racconta la difficoltà, di queste comunità emarginate, nel sopravvivere ai problemi di precarietà abitativa e di carenza di acqua potabile; infatti, pur disponendo la zona di molta acqua, la gran quantità di inquinamento dovuto all’estrazione dell’oro, ne pregiudica la potabilità.

L’ingegnoso sistema di purificazione del ciclo dell’acqua, ricostruito qui simbolicamente, vuole essere una denuncia delle gravi conseguenze sull’abitare dei processi di privatizzazione della natura.

Antonio Jose Guzman (Panama, 1971) & Iva Jankovic (Serbia, 1979), Orbital Mechanics, from the Electric Dub Station series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tutti noi da bambini abbiamo costruito una capanna/tenda con lenzuola e panni vari per gioco, per creare un nostro spazio sicuro, per sentirci protetti e cullati. Non so perché ma percorrere questa grande tenda/architettura che si incontra all’Arsenale, costruita con raffinate tele tinte con l’indaco, dentro cui si diffonde un ‘tessuto’ sonoro dato dall’intreccio di ritmi senegalesi e timbri elettronici, ha fatto riemergere pezzetti di memoria dei miei giochi infantili.

Il complesso lavoro di Antonio Jose Guzman e Iva Jankovic scava nella storia coloniale e dello schiavismo africano, utilizzando il colore indaco, di origine vegetale, proprio dei tessuti sacri, come simbolo della migrazione nelle Americhe; infatti, gli schiavi africani portarono e diffusero la coltivazione di questa pianta nelle terre in cui furono deportati.

Per realizzare i tessuti dell’installazione gli artisti hanno utilizzato tecniche di tintura antichissime e i disegni scelti creano trame geometriche molto suggestive; tra i segni tessuti emblematici sono le ritmiche tracce di sequenze di DNA, impronta di un ricco patrimonio umano di esistenze dato dall’ intreccio di etnie conseguenti alle migrazioni.

Charmaine Poh (Singapore, 1990), Kin, (tre frames dal video: https://www.youtube.com/watch?v=63_zcy6J9QM ) 2022, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Safe-space’ è anche quello cercato dalle giovani persone queer, ‘estranee’ troppo spesso all’interno della propria casa e della propria famiglia, in una cultura eteronormata, cultura che impedisce di vivere un sereno percorso di autoaffermazione, coerente alla propria identità di genere e al proprio orientamento sessuale.

L’occhio curioso del giovane volto è lo sguardo profondo della giovane artista del Singapore, Charmaine Poh che, nei video presentati all’Arsenale, narra con estrema poesia e delicatezza, momenti di vita desiderati ed immaginati da tre giovani queer, in un contesto domestico, accogliente e sicuro.

Kin, an imaginary safe space for queer life in Singapore, è una creazione suggestiva che mette in luce le complesse tematiche vissute dalle persone queer, la cui invisibilità inizia ad essere scalfita dalle giovani generazioni; in questa Biennale, Adriano Pedrosa dà voce a molte esperienze di artisti della galassia LGBT+, persone che per la loro condizione di minoranza hanno spesso vissuto come “straniere” nel proprio stesso mondo.

Elmear Walshe (Irlanda, 1992), Romantic Ireland, 2024, Padiglione dell’Irlanda, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista queer irlandese Elmear Walshe, nell’installazione multidisciplinare all’Arsenale, intreccia storie della propria terra legate al tema dell’abitare, sia da un punto di vista storico/politico che personale; in Romantic Ireland allestisce video con performers, mascherati con terra argillosa, risorsa prima per le costruzioni delle case storiche, sulle note di un’opera che narra un episodio di sfratto, ‘attori’ che si muovono tra muri in argilla di un’abitazione in rovina.

L’episodio di sfratto di un anziano che si vede costretto a lasciare tutto quello che per lui era la vita, è motivo di riflessione sulla disparità di potere nella gestione delle terre, eredità di rapporti ‘coloniali’ tra proprietari e abitanti.

Rapporti di potere che impediscono la fruizione di uno spazio sicuro, come dovrebbe essere considerata la propria casa. Emblematica a riguardo è la stesura/copertura della propria pelle con la terra cruda, estremo bisogno di dare al corpo un tessuto protettivo sicuro, un rifugio abitativo.

Moufouli Bello (Benin, 1987), Ashe, 2024, Padiglione del Benin, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Ashe‘ è il titolo del grande guscio che si erge al centro dell’interessante Padiglione del Benin, ‘Everything precious is fragile’: è una capanna realizzata con taniche di plastica sovrapposte, sulle cui facce interne si modellano maschere dalle fattezze umane.

L’artista del Benin, Moufouli Bello, celebra in quest’opera la saggezza del suo popolo, mettendo in luce le voci storicamente marginalizzate. Il nome ‘Ashe‘ significa ‘Così sia‘, ma anche potere ed energia e la scelta vuole sottolineare il valore spirituale attribuito allo spazio emisferico, “come fosse un convento”, dice l’artista stesso.

Le maschere evocano il popolo del Benin, le persone deportate come schiavi, le donne di ieri e di oggi, un passato ed un presente che si impone come storia per ricostruire un futuro: all’interno, basta alzare la testa e si vede la volta celeste, luogo abitato dagli antenati, lì nascosti per vegliare sul mondo. E il le sonorità indigene che si diffondono nella capanna austera trasmettono l’intensità e l’emozione di un rito sacro.

Sergey Maslov (Samara 1952, 2002), Baikonur 2, Padiglione del Kazakistan, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Kazakistan, collocato nel Museo Navale, viene elaborata con installazioni l’utopia di una terra promessa, narrata da sempre dai miti kazaki, sogno necessario per fuggire dalle apocalissi terrene di una terra soggetta a continue dominazioni e devastazioni ecologiche. Attraverso visioni futuristiche, tra le opere esposte, quella di Sergey Maslov, artista non più vivente, mette al centro la ‘yurta’, una tenda dei popoli nomadi, nella ricerca di una relazione tra umanità e cosmo, combinando la tenda con astronavi spaziali, sognando una coabitazione tra popoli diversi e molto distanti tra loro.

La tenda della tradizione nomade diviene modello di un profondo desiderio di armonia e di pace.

Toyin Ojih Odutola (Nigeria, 1985), Ilé Oriaku (Casa dell’abbondanza), 2024, Padiglione della Nigera, 60ª Biennale di Venezia

E’ valsa la pena perdersi tra le calli di Venezia per arrivare al Padiglione della Nigeria, un insieme di decisamente interessante di voci di artisti africani, molti residenti altrove, come Toyin Ojih Odutola, artista ora residente negli Stati Uniti.

La sala allestita con i dipinti di Toyin Ojih Odutola, è stata concepita come la ricreazione della sala quadrangolare delle ‘Mbari House’ nigeriane, case rituali del sud-est della Nigeria, distrutte in seguito alla guerra civile degli anni Sessanta/Settanta, eredità della violenza coloniale e postcoloniale.

La casa era luogo in cui si celebravano riti propiziatori per placare le divinità, in particolare Ala, la dea della terra; la casa era adornata da statue scolpite nel fango o dipinte alle pareti, ora del tutto perse. Nelle notti di luna piena, si raccontava, gli spiriti inquieti si esibivano in performance che raccontavano storie dell’immaginario nigeriano.

L’artista parte dalla memoria storica, dal folklore e dalla mitologia della sua terra per recuperare, dalla forza della tradizione, la potenza creativa che può essere motore di rigenerazione per la Nigeria postcoloniale. Quindi la ‘Mbari House’, rivisitata, può divenire luogo di incontro e dialogo tra persone che, liberando la propria capacità progettuale, possono attraverso l’arte ricostruire un senso di comunità.

Le parti di figure, prevalentemente femminili e di colore, dipinte dall’artista nigeriana sono quasi scolpite con il colore, steso con decisione e grande sapienza per superfici luminose e contrapposte. Corpi che si intrecciano con l’architettura e la natura come frammenti colorati di un immaginario ricco di scorci inconsueti; l’artista definisce le sue figure come vulnerabili, ma dignitose, forti e, nello stesso tempo, fragili. Si respira il desiderio di far parte di un ambiente domestico/sacro sicuro.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: FILI – TRAME – MAPPE – MONDI

Juliette Zelime alias Jadez (Seychelles, 1984), Pala, Padiglione della Repubblica delle Seychelles, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili che disegnano traiettorie di collegamento, reti di percorsi, fili che costruiscono mappe e che si aggrovigliano in labirinti; fili che inseguono il fluire del tempo delle persone in viaggio, che si intrecciano in nodi più o meno stabili; fili che a volte si spezzano e a volte si ricongiungono.

Numerose sono le opere, provenienti da diversi luoghi del mondo, disegnate con fili su tessuti; l’impatto visivo e la densità di significati che riescono a narrare sono sorprendenti.

Vlatka Horvat (Croazia, 1974), By the Means at Hand, Padiglione della Croazia, 60ª Biennale di Venezia

Questo umile lavoro esposto nel Padiglione della Croazia, un gioiellino perso tra le calli veneziane, condensa molti significati, tanto da essere scelto, da me, per aprire questa ‘maratona tematica’ tra sedi della Biennale e Padiglioni,

L’immagine illustra il progetto dell’artista croata Vlatka Horvat, cioè una raccolta e uno scambio di opere, tra artisti che vivono in una condizione di diaspora in diversi paesi, che vengono spedite in viaggio attraverso corrieri e mezzi improvvisati, con l’obiettivo di costruire legami di fiducia, di solidarietà e di sostegno reciproco,

Nello stesso tempo il disegno può evocare il significato della parola della tradizione giapponese, ‘musubi’, secondo cui la vita, lo scorrere del tempo, i rapporti e i ‘legami’ tra le persone sono come un intreccio di fili invisibili, figura ricorrente nell’immaginario di molti artisti nomadi e pone l’attenzione su di una tecnica utilizzata in molti lavori della Biennale, non a caso, in relazione al tema di fondo proposto dal curatore e alle vite ‘diasporiche’ dei protagonisti.

Percorrendo l’Arsenale si incontrano interventi artistici coerenti a queste tematiche, ‘mappe’ di mondi fissate nel tessuto, spesso realizzate con pratiche di lavoro collettivo, particolarmente suggestive per lo sguardo colorato di voglia di riscatto, in una prospettiva di dialogo, di pace e di costruzione di un’appartenenza, ovunque si sia.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), The Mapping Journey Project, 2008-11 e Sea Drift, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Le rotte migratorie che dall’Africa si dirigono verso le isole Canarie, restituite con un ricamo di filo luminoso su di un lino naturale blu profondo, assieme a otto silografie ‘Constellations series‘, disegnate da Bouchra Kalili, completano il progetto dell’artista illustrato su otto schermi di una grande videoinstallazione all’Arsenale, in cui vengono narrate e segnate le vie percorse dagli stessi migranti, dall’Africa e dall’Asia. Migranti in viaggio, erranti, come i pianeti, tra le stelle.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), Constellations Series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La trasfigurazione poetica delle tracce dei viaggi delle persone che fuggono dalla propria terra, affrontano esperienze di pericolo e profonda sofferenza alla ricerca di una vita più desiderabile, diviene quasi una necessità per reinventare alternative alla disperazione; le linee ricamate e le linee ideali delle costellazioni tracciano un paesaggio sognato, senza confini e senza barriere geopolitiche.

Dana Avartani (Palestina, 1985), Vieni, lascia che guarisca le tue ferite, lascia che ripari le tue ossa rotte, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dana Avartani, artista palestinese-saudita, ha lacerato le lunghe pezze di seta stese nel salone dell’Arsenale, poi le ha rammendate, rattoppandone i buchi, con fili dello stesso colore, ottenuto da tinte naturali tratte da spezie orientali, erbe utilizzate anche per guarire, con un gesto di cura; cura delle ferite causate della violenza della guerra e dalle occupazioni devastanti della sua terra natale.

Dana Avartani utilizza il filo e il cucito in un gesto rituale che ‘delicatamente urla’ un messaggio di pace, in questi giorni particolarmente necessario anche per la distruzione dei territori della Palestina e non solo.

Shalom Kufakwatenzi (Zimbabwe, 1995), Under the Sea, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli spazi dell’Arsenale si incontra la giovane artista dello Zimbabwe, Shalom Kufakwatenzi, che predilige la realizzazione di opere tessili con le quali dipinge suggestivi quadri di ‘paesaggio’; la lavorazione con fili di lana, tela di juta, spago, lenza da pesca, materiali malleabili e trasformabili, le permette di sperimentare un processo di creazione affine alla fluidità della propria identità di genere, non binaria.

L’artista crea mondi fantastici, mappe di un mondo fiabesco, contemporaneamente affascinanti, per le forme e le tinte vivaci, come inquietanti, per le pieghe scure e profonde che le delimitano; inquietudine che vuole essere denuncia del proprio senso di estraneità, rispetto agli stereotipi di genere, così come ‘allarme’ rispetto le tematiche ambientali e sociali.

Claudia Alarcόn & Silӓr (Argentina, 1989), Ottobre e Donne, una volta stelle, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista della comunità indigena argentina Wichi, Claudia Alarcόn, ha recuperato la tecnica della tessitura tradizionale, che utilizza il filato ottenuto dalla pianta locale del ‘chaguar’, per valorizzare la memoria collettiva e la creatività del proprio popolo.

In questo progetto ha coinvolto alcune donne tessitrici, creando il gruppo ‘Silӓr‘, per la realizzazione collettiva di delicati e preziosi arazzi, alcuni ora esposti all’Arsenale, attuando una pratica che permette di comunicare sogni, intuizioni, pensieri e trasmettere i racconti degli anziani, un modo per costruire tra generazioni un proficuo dialogo ‘non verbale’.

Güneş Terkol (Turchia, 1981), A song to the world (part.) 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Il particolare dell’opera dell’artista turca Güneş Terkol è tratto dall’arazzo/striscione, lavoro di cucito e di patchwork di stoffe, che è stato realizzato assieme a due collettivi di donne di Venezia, impegnate sulle tematiche femministe e di genere.

La pratica di Güneş Terkol, oltre a coinvolgere direttamente le donne e le loro storie nella tessitura delle opere, prevede momenti di performance, in cui gli striscioni vengono portati per le vie della città in cui sono stati realizzati; in questo caso, per le calli di Venezia, fino ad arrivare all’Arsenale, dove ora è esposto. Come in altre esperienze incontrate nel percorso, l’opera prende vita grazie ad una rete di persone che si raccontano e la costruiscono collettivamente, conferendo alla stessa una forte valenza sociale e politica oltreché artistica.

Bordadoras de Isla Negra (Cile 1967-80), Untitled, 1972, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Arpilleristas, artiste cilene ignote, Untitled, anni Ottanta, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Questi vivaci lavori tessili, che provengono dal Cile, esposti all’Arsenale, sono stati realizzati da gruppi di donne in due momenti diversi della storia politica del Paese: le Bordadoras hanno ricamato con fili di lana di colori brillanti, con tecniche tramandate dalle donne anziane, paesaggi e abitanti di una zona costiera del Cile, negli anni del governo popolare di Allende; le Arpilleristas hanno cucito stoffe colorate e tele di juta, dando rilievo alle superfici con interventi ad uncinetto, durante la dittatura di Pinochet.

Il linguaggio artistico delle opere riflette un’estetica caratteristica dei popoli indigeni, affine ad uno sguardo infantile, linguaggio che nel Novecento spesso è stato rielaborato dalle avanguardie artistiche occidentali.

Mentre il paesaggio di Isla Negra si dipana in un racconto vivace, che procede dal mare alle Ande, celebrando una vita serena ed impegnata in varie attività quotidiane in cui il popolo è protagonista, i tessuti delle Arpilleristas, pur restituendo un simile contesto culturale, divengono manifesti della resistenza delle donne cilene all’oppressione della cultura patriarcale e alla dittatura di Pinochet. Infatti le donne, attraverso alcuni inserti tra le immagini ricamate, lanciavano messaggi di critica al governo e richiesta di aiuto per il proprio sostentamento, al punto che molte furono perseguitate per questa attività.

WangShui (USA, 1986), Weak Pearl, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili e reti possono essere tessuti anche utilizzando tecnologie più avanzate, come nell’installazione immersiva e sonora all’Arsenale dell’artista americano WangShui.

La rete è data da una membrana intrecciata di punti luce LED cangianti, in movimento grazie a una complessa tecnologia che sfrutta l’intelligenza artificiale, con sensori che si attivano in presenza delle persone, proponendo un’esperienza interattiva avvolgente ed emozionante .

Il titolo dell’opera ‘Perla debole’, rivela la fragilità, pur nella complessità della realizzazione, della videoscultura a rete, mutevole, smaterializzata, immersa in un paesaggio sonoro, immagine della ricerca artistica di WangShui; la sua pratica è volta ad indagare i principi di metamorfosi e trasformazione propri della natura biologica, per riflettere anche sulle questioni di identità di genere ed utilizza la tecnologia più avanzata quale medium per comunicare concetti di fluidità e libertà.

Katya Buchatska (Kiev, 1987), Saluti sinceri, 2024, Padiglione dell’Ucraina, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Net making‘ è il titolo scelto dai curatori del Padiglione dell’Ucraina, all’Arsenale; ‘la tessitura’, metafora della costruzione di una rete tra le persone per resistere in un contesto di guerra, è anche possibilità di attivare un’azione collettiva, orizzontale e autogestita per sperimentare processi di unificazione e di dialogo.

All’interno di questo progetto, Katya Buchatska, per realizzare ‘Saluti sinceri’ ha coinvolto 15 artisti che hanno ricamato, con colori vivaci e andamenti liberi e gioiosi, frasi di augurio, da un lato, e tanti cuori stretti tra loro, dall’altro: urgente desiderio di amore e messaggio di pace in un contesto di conflitto molto violento.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli ultimi Padiglioni dell’Arsenale, quello dell’Uzbekistan ci accoglie in un ambiente suggestivo improntato sulle tonalità di un incantevole blu-indaco, colore che pervade lo spazio uzbeko, dalle decorazioni architettoniche, alle cupole delle moschee, ai disegni sulle ceramiche ai costumi femminili o le giacche maschili, e in genere ai tessuti indossati nella quotidianità.

Il Padiglione è stato allestito dalla giovane artista della diaspora uzbeka, Aziza Kadyri, nata a Mosca, cresciuta in Cina, che attualmente si sposta tra Londra e l’Uzbekistan, Aziza Kadyri proietta nelle proprie opere la difficoltà a connettersi con le sue radici e per realizzare il progetto ‘Don’t Miss the Cut’ ha coinvolto un collettivo di donne, con le quali si è confrontata sul tema della memoria, storica e visiva e dell’identità.

La sua ricerca artistica (prima foto) parte dal ‘suzani,’ il ricamo fatto a mano nella tradizione dell’Asia Centrale, miniera di storie, di miti e racconti non scritti, e con l’utilizzo di un programma di intelligenza artificiale, rigenera, nei video accostati, figure e forme del ricco patrimonio della memoria collettiva uzbeka.

Le foto successive sono pezze cucite e ricamate di una coinvolgente scenografia in cui, inconsapevolmente, ci troviamo ad essere attori e spettatori in un gioco spiazzante di riflessi tra osservatori e osservati.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Olga De Amaral (Colombia, 1932), Muro tejido terruño, 1969, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Il percorso tematico prosegue ai Giardini dove, con l’ artista colombiana, Olga De Amaral, oggi novantenne, abbiamo una testimonianza delle radici storiche della ‘Fiber Art’ forma artistica che trova legittimazione nel secolo scorso. L’opera di scultura tessile di Olga De Amaral richiama antiche tecniche di lavorazione dei tessuti inca; il rilievo creato con raggruppamenti e nodi dei fili di lana, intreccia una elegante sequenza ritmica sia per le forme che per le tinte accostate, variazioni delle ricche tonalità naturali della terra. Un inno alla natura e al potenziale creativo del medium!

Kang Seung Lee (Corea, 1978), Untitled (Costellation), 2024, installazione, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

“Il destino del seme della terra è mettere radici tra le stelle”, è il poetico messaggio ricamato con un prezioso filo d’oro da Kang Seung Lee, artista coreano, su di una tela grezza, tra le numerose piccole creazioni che compongono la sua installazione, presentata in una sala dell’edificio ai Giardini.

Fili, tessuti, bottoni, fotografie, piume, spighe di grano, pannelli di legno e molto altro ancora, oggetti colti da una domestica quotidianità, intreccio di sguardi femminili e maschili, costituiscono la materia prima delle raffinate micro-creazioni, parte dell’intervento ‘Costellation‘, volto a rendere omaggio ad alcuni artisti deceduti a causa dell’AIDS.

Un percorso pensato per restituire uno spazio di dignità e di riconoscimento ad alcune figure dell’arte della galassia queer, marginalizzate dalla storia ufficiale e qui pienamente riscattate.

Liz Collins (Usa, 1968), Rainbow Mountains Weather, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Fantasia di un’utopia queer che è appena fuori portata“, è la descrizione che l’artista ci regala dei due grandi arazzi esposti ai Giardini, paesaggi da cui si sprigiona una forte energia coivolgente, segnalandoci quanto sia dirompente e rivoluzionaria, oggi, la tematica sugli orientamenti sessuali e le identità di genere.

Le fiammate dei colori degli arcobaleni tessuti su di un cielo nero, tra astri inquietanti, cercano una propria affermazione in un contesto di conflitti che ancora frenano il pieno riconoscimento di tutte le esistenze,

Kapwani Kiwanga (Canada, 1978), Trinket e Impiraresse 2024, Padiglione del Canada, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

(La prima foto è tratta da https://www.finestresullarte.info/arte-contemporanea/biennale-venezia-padiglione-canada-riflessione-emarginazione-artista-kapwani-kiwanga)

Nel Padiglione del Canada, ai Giardini, il filo diventa il supporto su cui vengono infilate circa 7 milioni di perline di vetro, di vari colori, realizzando leggeri tendaggi che rivestono sia internamente che esternamente l’architettura del padiglione.

Il progetto “Trinket“, gioiello, viene concepita dall’artista franco-canadese Kapwani Kiwanga, di origini della Tanzania, oggi residente a Parigi, la cui biografia è rappresentativa dei complessi percorsi di vita degli artisti selezionati per questa Biennale.

Le perline di vetro, prodotte dagli artigiani a Venezia dal 1400 alla metà del ‘900, sono state esportate in Africa, America e India, come merce barattata con risorse molto più preziose, anche con schiavi, sfruttando l’alto valore attribuito dalle popolazioni extraeuropee a queste piccole sfere di vetro colorato.

L’artista ha portato alla luce questa modalità, tra le tante, di rapina di risorse dei popoli colonizzati, denunciandone il meccanismo attraverso una rielaborazione artistica di grande valore estetico e poetico; il colore cangiante dei drappi alle pareti annulla l’architettura del padiglione, creando uno spazio suggestivo e accogliente.

All’esterno è teso un grande tendaggio realizzato con file di perline blu, “Impiraresse“, definito con il nome delle donne incaricate di infilare le sferette di vetro, omaggio dunque alle artigiane costrette ad eseguire quel lungo lavoro ripetitivo.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), If there is no struggle there is no progress, We wold these truths to be self-evident, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Di perline e fili e nastri colorati è pervaso il Padiglione degli Stati Uniti, ai Giardini, ‘The Space in which to place me’, dove note caleidoscopiche di colori squillanti rivestono le pareti, le sculture, i quadri e i video creati da Jaffrey Gibson, artista statunitense di origini Cherokee.

Emblematico è il titolo della prima scultura a forma di piccolo uccello/papera ‘Senza lotta non c’è progresso‘, per ricordare quanto sia necessario non dare per scontati i diritti acquisiti, ma anche quanto la storia e la resistenza dei propri antenati sia parte integrante del presente e del futuro.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), The obligation of honor of a powerful nation, We want to be free, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Gibson intreccia materiali e linguaggi della tradizione del sud-est statunitense, zona dei suoi antenati Choctaw e Cherokee, con tecniche e forme della cultura artistica contemporanea, (come non pensare ai lavori di Boetti?), inserendo testi significativi tra le trame geometriche dipinte, che evocano motivi decorativi indigeni.

Il profilo dell’indiano nel cammeo, disegnato con perline cucite, come le tende dei popoli indigeni, alternate alla bandiera americana, inserti raffinati di gusto folkloristico, così come la scritta ricamata che cita la legge ‘Indian Citizenship Act‘ del 1924, testo che garantisce i diritti primari alle popolazioni indigene, riportano la nostra attenzione oltre il suggestivo impatto estetico, facendoci recuperare frammenti di storia sottaciuta e confinata ‘nelle riserve’.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), Every boby is sacred, powerful because we’re different, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nei lavori di Gibson si coglie anche una ricerca volta a scardinare gli stereotipi legati alle questioni di genere, tematica a lui cara, in quanto persona omosessuale: l’inserimento in molte opere dei colori dell’arcobaleno, tra le tinte squillanti e psichedeliche, come le scritte nelle due opere sopra riportate, documentano il suo impegno per il riconoscimento delle diverse e possibili identità sessuali.

All’interno del Padiglione si è contagiati dall’energia positiva e dalla gioia che l’artista comunica con il proprio lavoro, invito coinvolgente volto a dare voce e celebrare le comunità di nativi che, pur se emarginate nella storia americana, hanno mantenuto una profonda cultura e dignità. Il coinvolgimento emotivo si accentua avvicinandosi alle ritmiche sonorità del video, alla fine del percorso.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), She never dances alone, 2024, parte del video del Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà (Brasile, 1982), Okarà Assojaba 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà, artista leader indigena del popolo amazzonico dei Tupinambà, popolo per secoli perseguitato e decimato violentemente, nel Padiglione del Brasile ai Giardini volge la propria pratica artistica alla valorizzazione della capacità di resistenza delle comunità indigene impegnate nella ‘rinascita’ delle foreste disboscate.

Recupera come materia prima le reti da pesca locali e le piume di uccelli della foresta, per ricostruire, nell’installazione ‘ Okarà Assojaba‘, l’assemblea degli anziani, in ascolto e dialogo, attorno alla figura leader, che veste il mantello caratteristico della comunità, dal valore rituale e spirituale, mantello realizzato con tecniche di tessitura tradizionali.

Ziel Tupinambà (Brasile, 1994), Cardume, 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Anche Ziel Tupinambà ricostruisce nel Padiglione del Brasile un’installazione che vuole celebrare la vita della popolazione amazzonica, immergendo i simboli della propria cultura e storia in un paesaggio sonoro che mescola, al rumore dei fiumi e ai canti tradizionali, i violenti colpi degli spari d’arma da fuoco.

Sotto ampie ‘volte’ di reti da pesca, che rappresentano le correnti dei fiumi abitate dai pesci, risorsa fondamentale, si affrontano colorate e gioiose maracas e pericolosi proiettili, in racconto visivo carico di significato simbolico per la propria esistenza.

Rashad Alakbarov (Azerbaigian, 1979), I Am Here, 2024, Padiglione dell’Azerbaigian, 60ª Biennale di Venezia

Uscendo dalle sedi della Biennale si trovano Padiglioni che, con opere interessanti. continuano a tessere motivi coerenti al nostro percorso.

Con ritagli di caratteristici tappeti azeri, come copertura di bianchi blocchi labirintici, Rashad Alakbarov compone la scritta ‘I am here‘, immagine catturata da uno specchio convesso collocato nell’angolo alto, tra le pareti di uno spazio claustrofobico.

Siamo nel Padiglione dell’Azerbaigian, dove, tra le varie installazioni, quella di Rashad Alakbarov utilizza frammenti di decorati tappeti tradizionali per comunicare il bisogno di trovare un proprio ‘luogo’, una propria identità; il messaggio viene riflesso nel nostro rispecchiamento, immergendoci in una sensazione di spaesamento e contemporaneamente di piacevole sorpresa.

Guy Woueté (Camerun, 1980), Posséder deposséder, 2024, Padiglione del Camerun, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Camerun, allestito nel Palazzo Donà delle Rose, l’artista Guy Woueté presenta alcuni lavori sui temi della colonizzazione, della migrazione e della diaspora; tra le sue creazioni, il tessuto di tela appeso, lavorato con piccole e regolari pezze cucite come una griglia, come frammenti di terra imprigionati, dalle evocative tinte naturali, viene ricamato da queste frasi:

NON RIESCO A RESPIRARE (in verticale)

SE SIAMO ORGANIZZATI, SE LOTTIAMO, POSSIAMO VINCERE E RESPIRARE

Dalla scritta, appena percettibile, germogliano fili neri, quasi capelli, che cadono aggrovigliandosi, come una cascata di lacrime.

La drammatica forza espressiva di questo lavoro condensa tutta la sofferenza e la determinazione, sia personale che di un popolo, nella ricerca di liberazione dalle gabbie di schiavitù e di dipendenza vissute nei secoli della colonizzazione gabbie che ancora oggi condizionano pesantemente la loro esistenza.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: INTRODUZIONE

Claire Fontaine, Foreigners Everywhere, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

“… noi siamo coesi, ci contagiamo a vicenda. Le nostre azioni sono le gomme che cancellano i confini, e riscriviamo il presente con il nostro affetto. Siamo il futuro…. Forse, e dico forse, il futuro appartiene ai meticci, ai bastardi” (Saif ur Relman Raia, Hijra (trad. Frocio), Fandango Libri, 2024)

Le parole di Saif, giovane autore pakistano, tratta dal suo racconto autobiografico, può essere una delle chiavi di lettura di “FOREIGNERS EVERYWHERE”, 60ª Biennale di Venezia, in cui lo sguardo del curatore, Adriano Pedrosa, ci offre le forme, i segni, le voci, i rumori e i colori dell’”altro”, dello straniero, ovunque esso sia, anche quello che abita dentro di noi.

Le prospettive e i punti di vista spesso inconsueti, come le tecniche di rappresentazione proprie delle culture marginali, intrecciate ai medium contemporanei, sollecitano l’esplorazione di mondi ed esperienze poco conosciuti, che possiamo comprendere ed apprezzare con uno sguardo ‘innocente’, integrando e superando i nostri schemi di interpretazione “occidentalicentrici”.

Dobbiamo farci prendere per mano dall’astronauta nomade di Shonibare che, all’ingresso delle Corderie dell’Arsenale, carico di un pesante ‘ kit’ per la sopravvivenza alle crisi ecologiche ed umanitarie e coperto da una tuta di tessuto africano, si dirige all’interno tra gli spazi creati dagli artisti alla ricerca di nuovi mondi possibili.

Yinka Shonibare (Londra, 1962), Refugee Astronaut, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dalle periferie del pianeta arrivano immagini affascinanti di mondi reinventati, luoghi di vita gioiosa, desiderata, costruiti sulle macerie di una storia di oppressione e di dipendenza coloniale. Sono disegni di luoghi in cui si intreccia l’ambiente naturale e la vita delle persone, la narrazione dei miti, con una comune passione per il segno deciso, la semplificazione delle figure e delle forme e l’uso di tinte vivaci, squillanti, stese con campiture piatte, in prospettive ribaltate, mondi rappresentati con varie tecniche artistiche, dipinti su muro, quadri su tela e anche ‘arazzi’, con fili intrecciati di origine animale o vegetale e pezze di stoffe cucite.

MAHKU (Artisti Brasiliani Huni Kuin, dal 2013), Storia di Kapewë pukeni.(Ponte alligatore), 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Tracciare percorsi di lettura all’interno della complessa visione dell’arte della contemporaneità, nutrita di storia e di antropologia, è un’impresa che mi ha coinvolto con passione; sono curiosa di cogliere le visioni articolate, ma nello stesso tempo comuni o parallele, raccontate dagli artisti dell’oggi, da qualsiasi luogo, origine e cultura provengano, alla ricerca di quel minimo-comune-denominatore che ci riconosce come umanità in viaggio sul pianeta terra nel 2024.

Dalle sedi della Biennale, Giardini e Arsenale, e dai Padiglioni diffusi nella città , mi sembra di poter cogliere alcune figure e forme che si ripropongono frequentemente, immagini sedimentate in un immaginario collettivo contemporaneo, segni/sogni carichi di senso, che prefigurano possibili e creative vie di uscita dalle tragedie dell’oggi.

Riassumo queste sollecitazioni in quattro categorie, definite dalle seguenti parole-chiave, anche se frequentemente tali figure ‘migrano’ tra di loro:

  1. FILI – TRAME – MAPPE – MONDI
  2. CAPANNA – ‘SAFE-SPACE’
  3. CORPI – VOLTI
  4. ACQUA – TERRA – FANGO – ARGILLA

(Testo di Ivetta Galli, foto di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

LE IMMAGINI PER DIRLO: PENSIERI SEDICENNI IN QUARANTENA

In un liceo artistico, una semplice richiesta di didattica a distanza: “Collage e carta da giornale: prendendo spunto dai documenti allegati realizza una figura umana con il collage”, proposta dalla docente di discipline pittoriche, è diventata spunto per scatenare una moltitudine di immagini che, dal corpo, hanno invaso lo spazio dei vissuti del quotidiano, in questo momento di forzato isolamento nelle proprie abitazioni.

La creazione di figure con frammenti di carta diviene veicolo dell’immaginario complesso di adolescenti che esplorano così il loro mondo interiore, e la realtà che li circonda, affamati di risposte.

I lavori realizzati possono essere ricondotti a tre approcci, pur avendo motivi comuni e trasversali di riflessione:

A. IDENTITA’ IN FORMAZIONE

B. VITA E SCIENZA

C. FRAMMENTI D’ARTE NARRANO

A. IDENTITA’ IN FORMAZIONE

A1. PEZZETTI DI IDENTITA’

La riflessione sul corpo diventa strumento per indagare la propria adolescenza e guardare al passaggio verso la maturità, vissuto con preoccupazione e disorientamento.

Due figure richiamano la spensieratezza dell’esser ragazza, la percezione di una sensibilità profonda nel terzo occhio sulla fronte del viso più infantile; poi modelli di donne mature, eleganti, sicure, ma anche distanti ed inquietanti (la donna che ride, dalle quattro braccia); prende forma anche un volto femminile/maschile, che adombra consapevolezze non scontate o stereotipate tra le tante realtà di identità sessuali.

E il cerchio si chiude su una massa di capelli che nasconde il volto e il fumetto: HELP ME!

A2. INQUIETANTI SORRISI

L’imperativo che guida la costruzione del collage è un amaro e ironico richiamo alla responsabilità: stiamo chiusi in casa, con Enzo Miccio (personaggio televisivo).

A destra si esibisce un corpo snello, provocatorio e dinamico, di una cantante rock, disegnato dal ritmo di una musica scatenata; spiazza, in questa figura, il volto, segnato da una enorme bocca sorridente ma con denti irregolari di anziano, una fitta di inquietudine.

Una fitta di inquietudine che pervade i tanti volti dispersi sul fondo, tutti sorridenti, campionario della vasta umanità che ci circonda, e modelli di attività desiderate, oggi da reprimere.

A3. DISORIENTAMENTI

Voglia di trasgredire dalla silhouette capovolta di diavoletto.

Senso di annullamento e di censura nello studio di volti negati, nei “sensi” cancellati, nell’assenza di comunicazione, nello sguardo spaventato volto alle spalle, senza risposta.

A4. ATTERRITA …. cara mamma

Il corpo diventa dimora di un volto sgomento; il vezzoso volto che lo sovrasta ha perso gli occhi, non vuole vedere, ha le labbra cucite, non può parlare; accanto un viso pop, ironico, disorientato; spaesato, di fronte ai colori dell’Italia proiettati su un palazzo storico spaccato al centro da una prospettiva vertiginosa; incredulità e stupore nelle sagome di uomo con grandi orecchini di donna e di donna con abbigliamento maschile e mascherina, attenzione, difesa.

L’icona dell’occhio, col cuore nella pupilla, tra due mani tinte dai colori di una tavolozza, cerca l’amore, la relazione, il contatto, cerca quell’esperienza fisica che ci è negata, oggi.

Sullo sfondo un elenco di brevi poesie, il cui incipit è “….. cara mamma”….

  A5. INTRECCI DI ETA’

Gioco di ‘controscambio’ tra fasi diverse dell’età sui corpi femminili, impaginato con ironia, modalità radicata nell’immaginario dei ragazzi di oggi.

Può essere definita un’espressione dell’estetica contemporanea pop, che si alimenta dalla miriade di immagini simili che popolano i social giovanili, ma che comunque descrive i pensieri che abitano I nostri adolescenti.

Un ‘medium’ che, in questo lavoro, vuole narrare le fasi della vita di una donna, con sguardo divertito, scherzoso, forse scelto per esorcizzare l’inquietudine che in parte traspare dal bel volto della donna matura, sfregiato qua e là da macchie e cancellazioni.

  A6. INTRECCI DI GENERI

È un motivo che troviamo in alcuni lavori: corpi che propongono giochi di travestimento, che possono voler essere provocazione, ironia, volontà di ridicolizzare gli stereotipi di genere.

Indubbiamente, oltre a ciò, l’immagine si accompagna ad una reazione di spaesamento, non riconoscendo un modello di genere ‘legittimato’ dalla nostra cultura: ‘spaesamento’ è uno stato d’animo oggi diffuso di fronte all’emergenza cui siamo costretti.

E forse emerge anche una maggiore consapevolezza in questa generazione sulle tematiche legate ai diversi orientamenti di genere; riflessione che documenta un atteggiamento di accoglienza e di empatia nei confronti delle diverse identità.

A7. IL FUTURO COMINCIA ORA

Sguardo disincantato, sconsolato e nostalgico di un passato che occorre abbandonare e consapevolezza che il futuro si costruisce ora.

A partire dalla costruzione, non ancora definita, della propria immagine (ritagli di corpi sparsi, diversi, maschili e femminili, amati e odiati), necessario rito di passaggio che il silenzio, la solitudine e le urgenze della condizione odierna costringono ad affrontare.

A8. SPICCARE IL VOLO

Sogno ad occhi aperti di felicità, di movimento a passo di danza, desiderio di essere cullati da un’onda di mare estivo; voglia di spiccare un volo in compagnia ad uno stormo di uccelli che guidano leggeri e spensierati il percorso desiderato di libertà.

B. VITA E SCIENZA

B1. NOTIZIE DALL’INTERNO

Un disegno anatomico di un corpo a mezzo busto propone un punto di vista particolare, dall’interno.

Come in una radiografia leggiamo la discesa inesorabile, dalla bocca agli organi vitali, di qualcosa di invisibile, scandita da numeri progressivi.

La ragione e il pensiero sono imbrigliati in un labirinto nero, congelato, pare senza via d’uscita.

Nell’addome, un uomo dal turbante giallo, con un corpicino infantile accartocciato in posizione fetale, si aggrappa desolato al cuore, con una grande mano e si culla.

Ma il n. 4 dov’è?

B2. VITA/MORTE

Desiderio di vita, di energia, corpo che si eleva ed inarca in un movimento di danza, al ritmo della musica, nel caldo dell’estate. Sogno di libertà e felicità.

Un corpo “incarnato” nella figura di un Killer assassino ode la supplica del mondo animale che urla di essere lasciato in pace, in vita: riflessione profonda sull’urgenza di rispettare gli animali, sul significato della scelta vegetariana e anche appello alla riflessione sulle terribili conseguenze che la diffusione di un virus, passato dalle carni di un animale, come il pipistrello, all’uomo, può causare.

C. FRAMMENTI D’ARTE NARRANO

C1. … E TUTTO, QUANDO? E PERCHE’?

Come di fronte allo scorrere di fotogrammi di pellicola cinematografia, a sinistra un film di Alberto Sordi, si accalcano immagini che emergono dalla memoria, da una cultura tutta italiana, dall’esperienza e dall’oggi.

Prepotente è la supplica di aiuto urlata dagli occhi del volto di Laocoonte, come carica di sgomento è la sorpresa dei guardiani del sepolcro, nella centrale Resurrezione di Cristo di Raffaello, sfregiata al centro da una immensa bocca appena sorridente; un frammento di una Madonna Rinascimentale sta serenamente giocando con il Bambino; a sinistra una sforbiciata figura di santa osserva con grandi occhi, tesa, il mondo attorno a sé.

Tutt’intorno volti di uomini e donne qualunque, di ogni età, le cui bocche sono coperte o deformate in sorrisi strazianti: bocche che non riescono a trovare parole possibili.

Un uomo e una donna, abbracciati, su campo giallo si interrogano: … e tutto, quando? E perché?

C2: FIGURE DALL’ARTE, IRONIA E GIOCO

Un tessuto d’immagini ricco di citazioni, di frammenti colti dalla storia dell’arte e assemblati giocando con suggestioni dadaiste.

La condizione contemporanea si intreccia con rimandi colti e fumettistici raccontando un vissuto ambivalente, di percezione del pericolo (lo scheletro Covid nel labirinto di ferro della Tour Eiffel), del bisogno di vincerlo (Batman con la mascherina rapito nella vertigine del cielo barocco di Pietro da Cortona).

Con la desolante scarnificazione scheletrica dialogano due esuberanti nudi sensuali femminili, a loro volta spiazzanti per i volti che esibiscono…. Immagini curiose, figlie dei ‘meme’ che popolano i social, qui rielaborate con riferimenti alti.

Ciliegina sulla torta: la deificazione della carta igienica, con un’operazione tutta pop: dissacrazione della Madonna dell’uovo di Piero della Francesca, legittima, nell’epoca dell’isolamento da coronavirus.

C3. UN MONDO DI AMAZZONI

Volti, di donne, popolano l’immaginario della simpatica testolina in ‘multicolor’ alla Andy Warhol, in un elegante profilo di dama del Quattrocento; volti femminili di varie età, attorno alla ‘Muta’ di Raffaello: muta per caso? Muta per isolamento?

Del corpo si seleziona, nella composizione, la testa; della testa, il volto; i volti ci hanno sopraffatto negli ultimi tempi, bombardati da selfie in ogni dove, dai diversi luoghi frequentati: passato recente, poco distante dall’oggi eppure così lontano dal nostro odierno e isolato e statico vivere quotidiano.

C4. UNA VENERE CONTEMPORANEA

Da un lattiginoso fondo reso tridimensionale e decorativo dalle forme circolari della carta dello scottex emerge una figura femminile che assomma contemporaneamente evocazioni classiche, nel nudo proporzionato del corpo, il racconto di un momento di vita quotidiana, nel pensiero assorto e nel gesto di spontanea raccolta dei capelli, e la resa della sacralità di un’icona per l’essenzialità delle linee e l’evocazione di un fondo dorato, col tempo, perso.

C5. INTORNO A LEONARDO

Celebrazione del genio leonardesco e iniziative a lui dedicate: la pagina di giornale è sfondo per una elegante figura femminile, da magazine di moda, che avanza incontro a noi decisa e sicura.

Ci attraggono il suo portamento, i tacchi a spillo e le gambe snelle, il tubino nero, ma le mani sono nascoste da guanti di frammenti di giornale, e il volto che ci appare tra lunghi capelli biondi è l’autoritratto anziano di Leonardo……

C6. LA DANZA DELLA VITA

Nell’epoca simbolista, a cavallo del ‘900, era frequente trovare quadri di riflessione sulle età della vita.

La danza, come allegoria di un cammino, era la figura ad esempio scelta da Munch per raccontare le tre età della donna.

Un corpo femminile in tutù, con un fisico acerbo, quasi anoressico, anche un po’ trasandato, porta un volto di donna più che matura, sorridente e sicura, il cui collo tradisce la non giovane età.

La donna gioca con il travestimento di bambina, anche per la barchetta di carta sulla testa e la pioggia di coriandoloni che la circonda.

Si cerca un sorriso creando travestimenti paradossali; forse un tentativo di esorcizzare le inquietudini dell’oggi.

C7. ASPETTANDO

Seduta, fuma: il corpo della donna si impone con una femminilità trasandata, la veste rosa e piegata in panneggi arabescati, un trucco forzato e capelli scomposti.

Un segno grafico netto e grottesco che rimanda alle opere di Otto Dix e alle atmosfere dei quadri della Nuova Oggettività del primo dopoguerra.

Avvolta da una poltrona nera la cui forma, quasi organica, evoca un pericoloso essere aggressivo: attende, in allarme.

Siamo tutti noi, in questi giorni, nelle nostre case, in attesa che una soluzione si materializzi; la pagina di giornale prefigura una via d’uscita citando i test per la ricerca degli anticorpi al Covid 19.

C8.  FLORA ALL’EPOCA DEL COVID 19

Una figura umana avanza con determinazione in un rassicurante e intenso campo blu, scrutando l’intorno con grandi occhi all’erta…

Corpo umano, bacheca con parole di pensieri e desideri, di valori, ma anche bisogni, anche una preghiera a “Cristo”.

La figura evoca una “Flora” che avanzando sparge, al posto dei fiori, caratteri tipografici che disegnano la parola SENTIMENTO, testimonianza di stati d’animo odierni sopraffatti da emozioni.

Ivetta Galli

Novara Pride: esistenza, arte e politica

E’ accaduto veramente, il lungo corteo, allegro e coloratissimo, che ha attraversato Novara, sabato 26 maggio 2018:  una corale manifestazione di “arte relazionale”?

Portare a Novara un fiume così dirompente di allegria, di sorrisi, di colori dell’arcobaleno, che sono i colori della luce e quindi della vita, è stato un potente atto creativo che i ragazzi di Novararcobaleno  e di Sermais hanno generato.

Ma ancora più intense e profonde sono state le parole che dal palco sono rimbalzate sulle persone strette tutte attorno.

Voci e testimonianze non urlate, spesso sofferte, di un mondo che ci circonda e ci appartiene,  stanco di doversi nascondere, che rivendica di potere esistere.

Un’umanità che attraversa classi sociali, confini geografici, perimetri ideologici, perché ESISTE.

Negli ultimi decenni molti artisti, che lavorano per esplorare l’uomo e i suoi vissuti, si sono fatti interpreti di questa “rivoluzione civile”, portando alla luce storie ed esperienze per smuovere i pregiudizi e le resistenze che portano a ignorare, se non a emarginare o aggredire, chi non appartiene al mondo eterosessuale.

Yto Barrada, artista nata a Parigi nel 1971, di origine marocchina, tra le significative immagini che documentano la cultura del proprio paese, propone “Rue de la liberté“, 2000, opera che con delicatezza ci racconta di un amore che ancora deve essere nascosto.

Yto Barrada Rue de la liberté 2000

Dal palco del Novara Pride, una toccante testimonianza è stata portata da un giovane africano rifugiato, omosessuale, che con coraggio ha raccontato la propria fuga “sui barconi” del Mediterraneo, difficile e pericolosa ma necessaria, per trovare la possibilità di vivere liberamente e scappare da persecuzioni e morte.

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Questa immagine di una videoistallazione di Isaac Jiulien (Londra, 1969), Western Union: Small Boats, del 2007, riassume in uno scatto quanto possa essere potente il desiderio di fuggire da condizioni di oppressione e violenza, anche per motivi di orientamento sessuale, pur sapendo di dover affrontare molti pericoli attraversando il Mediterraneo.

Come ci ricorda l’artista svedese Runo Lagomarsino (1944) con l’opera esposta a Milano alla mostra “La terra inquieta” nel 2017:

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Stessa scritta che, ad intermittenza, cambiando una lettera, diventa un SOS straziante.

Maria Lai, artista sarda che ha vissuto il Novecento, mancata nel 2013, nel lontano 1965 proponeva il  delicatissimo “Ermafrodito. Il dio distratto“:

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un quadro dipinto con  tessuto e fili di lana su una spessa tela grezza; paura e imbarazzo si colgono tra i residui di volto annegato sotto le ciocche spesse e protettive di capelli.

(La stessa artista è stata una pioniera dell’ “arte relazionale”, con  “Legarsi alla montagna”, ad Ulassai, nel 1981, lavoro artistico che ha coinvolto attivamente gli abitanti del proprio paese. Maria Lai, a cui era stato commissionato un “monumento ai caduti”, si è fatta promotrice di un’azione collettiva, coinvolgendo con un impegnativo e non facile lavoro, la comunità: un lunghissimo nastro azzurro ha collegato e annodato le case del paese alla cima della montagna che lo aveva minacciato con una frana;  si racconta che una bambina si fosse salvata rincorrendo un nastro azzurro. L’artista  ha utilizzato la propria energia e creatività realizzando un “monumento per i vivi”, riuscendo a smuovere diffidenze e chiusure, comportamenti sedimentati dalle abitudini, cambiamenti possibili quando il significato e il valore degli obiettivi proposti risultano convincenti. In questo intravvedo un’analogia tra fare “arte relazionale” e fare il “pride”).

Anche l’arte cosiddetta “tradizionale” si è confrontata con tematiche di genere; come non ricordare il quadro  “Donna barbuta“, del 1630, di Jusepe De Ribera, pittore caravaggesco detto “Lo Spagnoletto”?

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Lo sguardo disincantato con cui l’artista ritrae la figura sorprende per il profondo realismo e la grande sensibilità nel cogliere la fatica e il disorientamento nel vivere la propria condizione.

Tra la moltitudine presente al corteo di Novara Pride  ha trovato posto anche l”‘associazione interssessuali” il cui simbolo è un cerchio viola su fondo giallo:

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Le testimonianze di due giovani persone di questa associazione raccontate dal palco a tratti con esitazione, ma decise nell’affermare la propria identità, forse hanno rappresentato uno dei momenti più intensi della manifestazione.

A Novara è intervenuta anche una portavoce dei diritti dei transessuali, Antonia Monopoli, ricordando con commozione Bruna, vittima di un brutale omicidio proprio nella nostra città nel 2012; e, al doloroso ricordo della violenza, ha affiancato il racconto emozionato dell’esperienza vissuta al funerale per Bruna, nella chiesa di San Francesco, organizzato dall’Associazione Liberazione e Speranza, dove una chiesa gremita si è stretta a lei con grande rispetto, solidarietà e affetto.

Gli scatti rubati nelle strade del Cile dall’artista e fotografa, Paz Errazuriz,  nel 1983, della serie “La mela di Adamo“, documentano, con forte carica di denuncia politica, le numerose storie di emarginazione e repressione delle persone transessuali nel periodo della dittatura fascista di Pinochet.

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Alla Biennale di Venezia del 2017, Charles Atlas (Usa, 1949) ha esposto un sensazionale video composto da 44 tramonti, Kiss the Day Goodbye seguito da Here she is…v1, la cui protagonista è Lady Bunny, famosa drag queen di New York.

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L’artista ha creato una magica metafora della fine del mondo, disegnando nei video il lento spegnersi del sole e dei colori della luce. I colori dell’arcobaleno. Alla fine di tutto, dopo il buio, sopravvive la drag queen, con la sua storia personale raccontata ballando e intrecciata ad una critica analisi politica dell’America contemporanea.

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Guardiamo la foto del palco, alla fine della manifestazione a Novara: un sacco di giovani  felici stipati tra le due drag queen,  madrine simpatiche,  discrete, sensibili oltreché capaci a gestire  quasi due ore di interventi densi di umanità, dolori e sogni

Lo sguardo “internazionalista”  dei giovani organizzatori di Novara Pride, l’apertura alle tematiche della diversità e alla difesa dei diritti civili, e necessariamente il deciso impegno politico (nel senso di partecipazione diretta nelle questioni della cittadinanza che interessano la polis e la vita collettiva), rappresentano forse un piccolo fermento di un nuovo ’68, cinquant’anni dopo?

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Ivetta Galli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Loro 1, Sorrentino e le pecore

Il film di Sorrentino lavora lentamente nell’immaginario, penetrando nel profondo. Certo, solo se ti lasci coinvolgere nel dialogo  visivo, vivi momenti di emozione, di fastidio, di fascino, di disgusto, di commozione, di poesia.

Di fronte allo scorrere delle immagini si aprono diversi livelli di lettura, non sempre immediati, che possono affiorare lentamente nelle ore/giorni successivi. La potenza delle  visioni del regista credo nasca dal saper mescolare iconografie della storia dell’arte a simboli più immediati, a miti e riti della nostra cultura ( e non solo) con storie dell’oggi, troppo vicine a noi per essere guardate con distanza o indifferenza.

Sequenze che intrecciano sguardi sul mondo a racconti del desiderio, del sogno, a pulsioni profonde legate a istinti più viscerali.

L’intrusione di una candida pecora, che entra curiosa e guardinga nell’elegante e tecnologica  villa di Berlusconi in Sardegna, è emblematica; spaesata, non riconosce il proprio ambiente, la campagna sarda, luogo  di una cultura pastorale che ha radici in una storia millenaria, fatta di fatica, lavoro, ma anche di natura spettacolare e incontaminata, violentata dalle costruzioni turistiche.
La pecora non è abituata a climi differenti dal proprio naturale e soccombe al freddo meccanico  del condizionatore.
Muore,  come agnello indifeso, sacrificato.

Figura sacra, l’agnello si ripete nelle rappresentazioni cristiane dei luoghi di culto, di cui la nostra terra è costellata. Sacrificio che avviene nella casa di “LUI” o “DIO”, come lo chiamano “LORO”.

L?inquadratura dell’altra villa che s’affaccia su quella di Berlusconi, dove gli ospiti allineati sulle balconate e su tre livelli, in silenzio, dopo un’orgiastica festa, cercano con sguardo fisso e disperatamente l’uomo dei loro sogni, è tra le più intense del film.

Paradossalmente richiama immagini di immigrati, assiepati lungo i parapetti delle loro imbarcazioni, tesi spasmodicamente a raggiungere la loro meta che via via all’orizzonte si fa possibile. Sguardi  di desiderio, di speranza, di paura.

“LORO” sono tutti  uguali, alla fine, con  corpi nudi esibiti  a forza, carichi di una artificiale e torbida sensualità, scatenata da una pioggia “magrittiana” di pillole colorate e segnate da volti urlanti e devastati, droga per la loro sopravvivenza: si muovono tutti insieme,  come un “gregge di pecore”.

Ivetta Galli

Tra realtà e immaginazione, la vita di Petrit Halilay si fa arte.

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They are Lucky to be Bourgeois Hens, 2008

Una piuma di gallina volteggia lievemente in un acquario, osservata anche da vere galline che razzolano tra terra e detriti nello stretto corridoio, collegato al salone espositivo dell’Hangar Bicocca.

Moderno reliquiario, leggerezza ed eleganza della linea che fluttua.

Sulla parete accanto il segno diventa motivo ritmico colorato, aggrovigliato, gomitolo sfrangiato che galleggia  in uno spazio siderale.

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Untitled (Celebration), 2013

Oltre la parete si spalanca l’ampio volume dello Shed di Pirelli Hangar Bicocca, nel quale Petrit Halilay (1986), giovane artista kosovaro, tra dicembre 2015 e marzo 2016, ha allestito Space Shuttle in the Garden.

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Space Shuttle in the Garden, 3 dicembre 2015 – 13 marzo 2016, Pirelli Hangar Bicocca

L’impatto iniziale non è stato gradevole: l’aspetto di un cantiere aperto, scheletri di case in parte sospese innaturalmente sopra le nostre teste, disorientamento.

Dopo poco sentiamo il canto di un gallo e scorgiamo un grande pollaio abitato da molte galline impegnate ad esplorare il loro spazio inconsueto e attratte  dalla porta aperta verso il giardino. Ci avviciniamo e si delinea la sagoma di un “razzo spaziale” in legno, abitato da altri polli, internamente tutto dipinto di blu.

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They are Lucky to be Bourgeois Hens, 2009

Forte è il desiderio di volare, delle galline, sì, con il loro razzo spaziale, ed è evidente lo slittamento ironico-giocoso operato da Petrit per narrarci i suoi sogni. Da piccolo ha vissuto in un paese del Kosovo, tra gli animali di cascina che sono diventati parte importante della propria storia; a dieci anni circa la sua infanzia è stata violata dalla guerra che ha portato alla distruzione la casa di famiglia, obbligando la stessa alla fuga in campi profughi.

Petrit lascerà il Kosovo per raggiungere Milano e studiare all’Accademia di Brera, formazione artistica che approfondirà a Berlino, esperienze di stimolo alla sua creatività vulcanica generatrice  di quelle piccole meraviglie disperse, e da scoprire, nello spazio dell’Hangar.

L’artista dimostra di muoversi con grande maestria tra medium differenti; si è appropriato delle più efficaci forme espressive d’arte contemporanea: il video che scorre su una parete dello Shed è stato girato sul luogo della propria casa, dove rimangono tracce ormai “archeologiche” dell’abitazione, oggi colonizzate da esili fili di erbe, dai fiori di campo, da una infinità di piccoli insetti ripresi poeticamente mentre ricreano una nuova vita.

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Who does the earth belong to while painting the wind ?!, 2012, still da video

E’ questa commistione tra senso della tragedia e grande voglia di vivere, tra desiderio di radicamento e tensione verso l’altrove, che prende forma e si modella negli oggetti realizzati.

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It is first time dear that you have a human shape (diptych I – earring), 2012

Come le ampie forme che ricreano gli orecchini della madre, da lei sotterrati prima di scappare, all’interno delle cui trame versa vera terra di quel “Luogo” perduto e le cui decorazioni evocano modelli di oreficeria dei popoli medievali che hanno abitato  il cuore dell’Europa.

Ma ancora più in là, nel tempo, il lavoro di Petrit recupera il neolitico attraverso la modellazione in argilla e ottone di “ocarine”, strumenti musicali a fiato preistorici ritrovati vicino alla sua casa natale; strumenti antichi che invitano a momenti di convivialità e di festa anche oggi.

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Si Okarina e Runikut, 2014

Il racconto generoso della propria esperienza più profondamente personale diventa emozione vera di fronte ad alcuni fogli scritti dall’artista stesso, dove una calligrafia incerta, ripete e ci svela di un difficile rapporto col padre dal quale non si sente accettato per il proprio orientamento sessuale, e col quale tuttavia riesce a dialogare, non a parole, ma con i gesti, con il lavoro, con il fare.

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26 Objekte n’ Kumpir, 2009

Con discrezione Petrit apre al proprio vissuto, invitandoci a riflettere su quanta sofferenza ancora possa generare un rifiuto della diversità; nello stesso tempo fa emergere consapevolmente la propria identità, testimoniando una maturazione che è, direi, fenomeno epocale, proprio delle nuove generazioni.

Molti lavori esposti sono stati realizzati, su sua indicazione, dai famigliari; sono oggetti che appartenevano al mondo contadino e alla sua infanzia.

2009 Petrit Halilaj 26 Objekte n'Kumpir d
26 Objekte n’ Kumpir, 2009

La paletta “schiacciamosche” è stata ricostruita, con altri 26 utensili, ed esposta sotto vetro, su lamine di rame, in una struttura in legno avvolta da rami e terriccio: un “nido” in grande scala, apparentemente sospeso, dimora nomade degli uccelli, metafora della sua identificazione.

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26 Objekte n’ Kumpir, 2009

E il collegamento con il Padiglione del Kosovo, allestito alla Biennale di Venezia del 2013, dallo stesso artista, diviene obbligatorio: un grande rifugio precario – nido – costruito con rami e terra impastata, immagine di una terra devastata dalle distruzione di gran parte delle dimore esistenti.

Urgenza di riempire un vuoto. Desiderio di trovare un rifugio.

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Particolare dell’installazione “The hungry to keep you close. I want to find the words to resist but in the end there is a locked sphere. the funny thing is that you’re not here, nothing is”, 2013 Padiglione del Kosovo, Biennale di Venezia 2013

Nel lavoro esposto alla Biennale di Venezia del 2017, dove la giuria gli ha assegnato una menzione speciale, l’artista ha  disseminato l’ampio spazio dell’Arsenale di gigantesche falene realizzate in tessuto kosovaro con l’aiuto della madre, recuperando un sapiente fare creativo femminile.

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Do you realise there is a rainbow even if it’s night?, 2017

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Do you realise there is a rainbow even if it’s night? (pink), 2017

Il bestiario delle sue creazioni è fatto di creature fragili, umili, animali spesso alati che danno voce a tanta parte di umanità che non fa “rumore”, ma che incarna qualità preziose.

Il suo “fare” vulcanico, i variegati medium che Petrit elabora, la poesia e la profondità  delle sue narrazioni testimoniano la possibilità, anche nell’oggi, di poter vivere esperienze artistiche ed estetiche di grande valore.

Ivetta Galli

Il mondo senza tempo di Anna Boghiguian

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Autoritratto, tra le opere dello “Studio d’artista”, allestito alla mostra del Castello di Rivoli (19 settembre 2017 – 9 gennaio 2018), retrospettiva di Anna Boghiguian

Il mondo artistico di Anna Boghiguian esercita un tale magnetismo da stimolare un continuo approfondimento del suo lavoro.

Il mio primo incontro con l’artista è avvenuto durante la visita del Padiglione Armeno della Biennale di Venezia, nel 2015.

Il Padiglione, che raccoglieva diversi protagonisti della diaspora armena, si è meritato il Leone d’oro per il valore dei lavori esposti, sia artistico che di testimonianza della storia del popolo armeno e della memoria del genocidio, subito proprio a cent’anni di distanza.

Entrati nel chiostro del Monastero degli Armeni, alcuni uccelli neri in cartapesta, sospesi tra le volte del portico, accompagnavano all’interno di una stanza spoglia, avvolta in un’atmosfera silenziosa di sobrietà e umiltà; pochi ma intensi “segni” narravano la stratificazione tra storie individuali e memoria collettiva.

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

L’allestimento di Anna Boghiguian, Ani, 2015, comunicava un’emozione profonda:

alcuni mazzi di rose tinte pastello, sagome scure di uccelli, rettangoli di terra ammassata quali sepolture, mensole precarie con quaderni scritti e disegnati dall’artista, ad evocare gli antichi manoscritti miniati medioevali e piccoli quadri in legno eredità delle icone orientali.

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

Le tracce da lei seminate nella stanza ci portavano alla città di Ani, grande e bella città armena nel Medioevo, distrutta dalle invasioni mongole nel XIV secolo.

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

Pochi, ma affascinanti, sono i resti di ciò che rimane oggi in quel magico luogo e delle sue architetture; è d’obbligo un collegamento col video The Silence of Ani, di Francis Alӱs, presentato alla Biennale di Istanbul sempre nel 2015, le cui immagini e storie rivelano una profonda consonanza tra i due artisti.

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Francis Alӱs, The silence of Ani, 2015, still del video

Anna Boghiguian è nata a Il Cairo nel 1946, e oggi vive in più luoghi, per scelta. La sua arte sa raccontare il dolore del cammino dell’esodo, incarnando un’esperienza che nella nostra realtà sta assumendo dimensioni epocali.

Nei lavori dell’artista esposti alla mostra “La terra Inquieta” (Triennale di Milano, 2017), Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, immagini, parole colori si accavallano inquieti disegnando uno spazio mentale ed emotivo carico di tensione.

2012-17 Anna Boghiguian b Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

2012-17 Anna Boghiguian c Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

2012-17 Anna Boghiguian a Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

Al Castello di Rivoli è da poco stata inaugurata una retrospettiva con molte opere dell’artista (visitabile fino al 7 gennaio 2018).

La sensazione che si prova, muovendosi tra i suoi lavori, è quella di viaggiare in luoghi tra di loro lontani e in tempi ancora più distanti. Anna Boghiguian si è formata in scienze politiche in Egitto, poi in Canada ha studiato musica e arte; si interessa di letteratura, poesia e filosofia. Gli spunti di riflessione da cui prendono corpo i suoi lavori sono molteplici, anche se ruotano prevalentemente intorno all’uomo e al suo rapporto con la storia e la politica.

All’ingresso della Manica Lunga del castello di Rivoli, tra la serie  dei suoi libri d’artista, troviamo disegnati piccoli capolavori, come l’albero e i frutti di melograno, parte di una serie di più di quattrocento fogli, in parte perduti,  lavorati con gouache, acquarello, pastello, scrittura a mano, collage; spesso tratta i colori ad encausto .

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ZYX – XYZ,  1981 – 1986, Castello di Rivoli

1981 - 1986 ZYX -XYZ libri l Melograno
ZYX – XYZ,  1981 – 1986,  Castello di Rivoli

Il melograno da sempre simbolo della terra armena, è reso con segno fortemente espressionista, carico di suggestioni che rimandano alle sue radici.

Come non ricordare le stupende immagini del film sperimentale “Il colore del melograno” realizzato da Sergei Parajanov, nel 1968, su di un poeta armeno del Settecento?

Così colpisce l’immagine di Everan, antichissima città armena, ai piedi del Monte Ararat:

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ZYX – XYZ,  1981 – 1986,  Everan,  Castello di Rivoli

Dialogano con i quaderni esposti su una lunga mensola, tre grandi disegni appesi alla parete, con vedute di Alessandria d’Egitto, a carboncino e pastelli su carta:

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Alessandria d’Egitto, 2003,  Castello di Rivoli

Nei progetti artistici di Anna Boghiguian molto spazio trovano le riflessioni sulla storia del Novecento, sui grandi conflitti mondiali e le loro origini; in particolare nell’intervento Sinfonia incompiuta del 2011-12, proposto a Documenta a Kassel, allestisce tende militari, oggetti e disegni che ripercorrono le tragedie del “secolo breve”.

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Sinfonia incompiuta, 2011-2012,  Castello di Rivoli

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Sinfonia incompiuta, 2011-2012,  Castello di Rivoli

La sua ricerca continua essere molto attuale, come evidenzia questa pagina manoscritta, parte di un lavoro del 2013, ispirato dalla figura del poeta indiano Tagore:

2013-14 Tagore Gandhi a

Il riallestimento dei “Mercanti del sale”, a Rivoli, opera da lei esposta a Istanbul nel 2015, oltre oltre alle riflessioni sulla storia apre a tematiche che si confrontano con le risorse naturali  e agli equilibri economici e sociali che lo sfruttamento delle stesse determinano.

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I mercanti del sale, 2017,  Castello di Rivoli

“L’opera è composta da grandi vele dipinte appese al soffitto, tramite corde e collage su carta montati su strutture lignee, frammenti di imbarcazione, cumuli di sale e sabbia, fili di lana rossa, che si riferiscono alla figura  di Penelope, e altri vari oggetti” (dal pannello della mostra a Rivoli).

Gli spunti poetici che l’artista ci propone sono come tanti piccoli frammenti di mondo che in trasparenza si ravvivano grazie alla luce. Piccoli quadri che raccontano con passione l’amore per la vita, nonostante tutto.

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I mercanti del sale, 2017,  Castello di Rivoli

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I mercanti del sale, 2017, Castello di Rivoli

Il viaggio tra passato e presente, storie antiche che si fanno attuali, radici che riemergono da lontani paesaggi e racconti si affollano tra le pagine dei diari di Anna Boghiguian, vergate con forza, energia, espressione di una carica vitale e di un vorticoso dinamismo. Diventano colore vivo e dilagante,  forme che si stratificano, collage polimaterici che lasciano piccole ma intense tracce della nostra condizione umana.

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 I mercanti del sale, 2017, Castello di Rivoli

Mi piace lasciare quest’ultimo frammento visivo, che come un’opera d’arte che si rispetti, condensa segni, simboli e una moltitudine di significati, a testimoniare il fascino magnetico dell’arte di Anna Boghiguian.

Ivetta Galli