Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: CAPANNA – ‘SAFE SPACE’

L’archetipo della capanna, luogo primario di rifugio, spazio sicuro per il viandante, è una figura necessaria nell’immaginario delle persone, in particolari nomadi o alla ricerca di un luogo accogliente; questa ‘figura’ ricorre, non a caso, in molti degli interventi artistici dell’esposizione ‘stranierǝ ovunque’.

Frequentemente è una ricostruzione fisica, carica di rimandi simbolici e culturali, di un luogo al centro del nostro peregrinare, o della memoria, ma può essere anche uno ‘safe-space’ evocato come urgente, in particolare dallǝ giovanǝ artistǝ che, ‘stranierǝ’ rispetto ad un mondo rigidamente binario od omobitransfobico, cercano un ambiente domestico a cui appartenere e in cui ‘sentirsi a casa’,

Nil Yalter (Il Cairo, 1938), Topak Ev, 1973, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nel salone circolare, all’ingresso del padiglione ai Giardini, Nil Yalter, artista turca nata al Cairo, ricostruisce una Topak Ev, una tipica tenda della comunità nomade Bektik dell’Anatolia Centrale, struttura rivestita di feltro e decorata con pelli di pecora, lavorate con scritte e inserti di altri materiali tessili.

I Bektik della steppa anatolica dicono che la tenda rotonda sia ‘una casa delle donne’ “: la scelta da parte dell’artista di riproporre quest’opera, una tenda che veniva costruita dalle future spose, porta l’attenzione sulle ricerche artistiche esplorate da Nil Yalter: le tematiche di genere e la liberazione sessuale femminile intrecciate ai temi della migrazione. Le pareti avvolgenti della sala riportano l’installazione ‘Exile is a Hard Job‘, una narrazione del tema dell’esilio testimoniata dal punto di vista femminile.

A Nil Yalter è stato riconosciuto il Leone d’oro alla carriera per il proprio significativo percorso artistico in relazione al tema della Biennale di Adriano Pedrosa,

Mataaho Collective (Nuova Zelanda, 2012), Takapau, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’ingresso delle Corderie dell’Arsenale si viene accolti da un’ installazione architettonica, come una grande culla, realizzata da un collettivo di donne maori. Il complesso intreccio di nastri bicromi propone, in grande scala, la tecnica per la realizzazione del ‘takapau’, una stuoia tessuta finemente e utilizzata per la cerimonia del parto.

La nascita, come rito di passaggio dal buio alla luce, viene evocata dal disegno della tessitura, bianco e grigio, e dai diversi giochi di luce e ombra che le trame riflettono nello spazio; uno spazio in cui si percepisce il benessere di una tenda protettiva e accogliente,

Al Collettivo Maori Mataaho è stato riconosciuto il Leono d’Oro assegnato al miglior artista partecipante.

Kiluanji Kia Henda (Angola, 1979), A Espiral do Medo, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’iniziale piacevole effetto decorativo, dato dai diversi disegni delle ringhiere metalliche e dai loro riflessi, segue una sensazione di esclusione dalla ‘Spirale della paura’, una gabbia allestita per difesa da un pericolo imminente.

L’artista angolano Kiluanji Kia Henda ha raccolto questi pezzi di griglie dalla sua terra creando una struttura precaria, uno spazio incerto, denunciando il prevalere di una funzione di chiusura e, conseguentemente di rifiuto dello ‘straniero’, perdendo così, la dimora, qualsiasi riferimento all’accoglienza.

Daniel Otero Torres (Colombia, 1985), Lluvia, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Lo scheletro di una palafitta, posticcia, che regge recipienti e materiali di scarto, riciclati, immersa in una vasca d’acqua, ricostruisce un’abitazione della comunità Emberà, edificate lungo le rive del fiume Atrato, in Colombia. Il modello proposto da Daniel Otero Torres, racconta la difficoltà, di queste comunità emarginate, nel sopravvivere ai problemi di precarietà abitativa e di carenza di acqua potabile; infatti, pur disponendo la zona di molta acqua, la gran quantità di inquinamento dovuto all’estrazione dell’oro, ne pregiudica la potabilità.

L’ingegnoso sistema di purificazione del ciclo dell’acqua, ricostruito qui simbolicamente, vuole essere una denuncia delle gravi conseguenze sull’abitare dei processi di privatizzazione della natura.

Antonio Jose Guzman (Panama, 1971) & Iva Jankovic (Serbia, 1979), Orbital Mechanics, from the Electric Dub Station series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tutti noi da bambini abbiamo costruito una capanna/tenda con lenzuola e panni vari per gioco, per creare un nostro spazio sicuro, per sentirci protetti e cullati. Non so perché ma percorrere questa grande tenda/architettura che si incontra all’Arsenale, costruita con raffinate tele tinte con l’indaco, dentro cui si diffonde un ‘tessuto’ sonoro dato dall’intreccio di ritmi senegalesi e timbri elettronici, ha fatto riemergere pezzetti di memoria dei miei giochi infantili.

Il complesso lavoro di Antonio Jose Guzman e Iva Jankovic scava nella storia coloniale e dello schiavismo africano, utilizzando il colore indaco, di origine vegetale, proprio dei tessuti sacri, come simbolo della migrazione nelle Americhe; infatti, gli schiavi africani portarono e diffusero la coltivazione di questa pianta nelle terre in cui furono deportati.

Per realizzare i tessuti dell’installazione gli artisti hanno utilizzato tecniche di tintura antichissime e i disegni scelti creano trame geometriche molto suggestive; tra i segni tessuti emblematici sono le ritmiche tracce di sequenze di DNA, impronta di un ricco patrimonio umano di esistenze dato dall’ intreccio di etnie conseguenti alle migrazioni.

Charmaine Poh (Singapore, 1990), Kin, (tre frames dal video: https://www.youtube.com/watch?v=63_zcy6J9QM ) 2022, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Safe-space’ è anche quello cercato dalle giovani persone queer, ‘estranee’ troppo spesso all’interno della propria casa e della propria famiglia, in una cultura eteronormata, cultura che impedisce di vivere un sereno percorso di autoaffermazione, coerente alla propria identità di genere e al proprio orientamento sessuale.

L’occhio curioso del giovane volto è lo sguardo profondo della giovane artista del Singapore, Charmaine Poh che, nei video presentati all’Arsenale, narra con estrema poesia e delicatezza, momenti di vita desiderati ed immaginati da tre giovani queer, in un contesto domestico, accogliente e sicuro.

Kin, an imaginary safe space for queer life in Singapore, è una creazione suggestiva che mette in luce le complesse tematiche vissute dalle persone queer, la cui invisibilità inizia ad essere scalfita dalle giovani generazioni; in questa Biennale, Adriano Pedrosa dà voce a molte esperienze di artisti della galassia LGBT+, persone che per la loro condizione di minoranza hanno spesso vissuto come “straniere” nel proprio stesso mondo.

Elmear Walshe (Irlanda, 1992), Romantic Ireland, 2024, Padiglione dell’Irlanda, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista queer irlandese Elmear Walshe, nell’installazione multidisciplinare all’Arsenale, intreccia storie della propria terra legate al tema dell’abitare, sia da un punto di vista storico/politico che personale; in Romantic Ireland allestisce video con performers, mascherati con terra argillosa, risorsa prima per le costruzioni delle case storiche, sulle note di un’opera che narra un episodio di sfratto, ‘attori’ che si muovono tra muri in argilla di un’abitazione in rovina.

L’episodio di sfratto di un anziano che si vede costretto a lasciare tutto quello che per lui era la vita, è motivo di riflessione sulla disparità di potere nella gestione delle terre, eredità di rapporti ‘coloniali’ tra proprietari e abitanti.

Rapporti di potere che impediscono la fruizione di uno spazio sicuro, come dovrebbe essere considerata la propria casa. Emblematica a riguardo è la stesura/copertura della propria pelle con la terra cruda, estremo bisogno di dare al corpo un tessuto protettivo sicuro, un rifugio abitativo.

Moufouli Bello (Benin, 1987), Ashe, 2024, Padiglione del Benin, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Ashe‘ è il titolo del grande guscio che si erge al centro dell’interessante Padiglione del Benin, ‘Everything precious is fragile’: è una capanna realizzata con taniche di plastica sovrapposte, sulle cui facce interne si modellano maschere dalle fattezze umane.

L’artista del Benin, Moufouli Bello, celebra in quest’opera la saggezza del suo popolo, mettendo in luce le voci storicamente marginalizzate. Il nome ‘Ashe‘ significa ‘Così sia‘, ma anche potere ed energia e la scelta vuole sottolineare il valore spirituale attribuito allo spazio emisferico, “come fosse un convento”, dice l’artista stesso.

Le maschere evocano il popolo del Benin, le persone deportate come schiavi, le donne di ieri e di oggi, un passato ed un presente che si impone come storia per ricostruire un futuro: all’interno, basta alzare la testa e si vede la volta celeste, luogo abitato dagli antenati, lì nascosti per vegliare sul mondo. E il le sonorità indigene che si diffondono nella capanna austera trasmettono l’intensità e l’emozione di un rito sacro.

Sergey Maslov (Samara 1952, 2002), Baikonur 2, Padiglione del Kazakistan, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Kazakistan, collocato nel Museo Navale, viene elaborata con installazioni l’utopia di una terra promessa, narrata da sempre dai miti kazaki, sogno necessario per fuggire dalle apocalissi terrene di una terra soggetta a continue dominazioni e devastazioni ecologiche. Attraverso visioni futuristiche, tra le opere esposte, quella di Sergey Maslov, artista non più vivente, mette al centro la ‘yurta’, una tenda dei popoli nomadi, nella ricerca di una relazione tra umanità e cosmo, combinando la tenda con astronavi spaziali, sognando una coabitazione tra popoli diversi e molto distanti tra loro.

La tenda della tradizione nomade diviene modello di un profondo desiderio di armonia e di pace.

Toyin Ojih Odutola (Nigeria, 1985), Ilé Oriaku (Casa dell’abbondanza), 2024, Padiglione della Nigera, 60ª Biennale di Venezia

E’ valsa la pena perdersi tra le calli di Venezia per arrivare al Padiglione della Nigeria, un insieme di decisamente interessante di voci di artisti africani, molti residenti altrove, come Toyin Ojih Odutola, artista ora residente negli Stati Uniti.

La sala allestita con i dipinti di Toyin Ojih Odutola, è stata concepita come la ricreazione della sala quadrangolare delle ‘Mbari House’ nigeriane, case rituali del sud-est della Nigeria, distrutte in seguito alla guerra civile degli anni Sessanta/Settanta, eredità della violenza coloniale e postcoloniale.

La casa era luogo in cui si celebravano riti propiziatori per placare le divinità, in particolare Ala, la dea della terra; la casa era adornata da statue scolpite nel fango o dipinte alle pareti, ora del tutto perse. Nelle notti di luna piena, si raccontava, gli spiriti inquieti si esibivano in performance che raccontavano storie dell’immaginario nigeriano.

L’artista parte dalla memoria storica, dal folklore e dalla mitologia della sua terra per recuperare, dalla forza della tradizione, la potenza creativa che può essere motore di rigenerazione per la Nigeria postcoloniale. Quindi la ‘Mbari House’, rivisitata, può divenire luogo di incontro e dialogo tra persone che, liberando la propria capacità progettuale, possono attraverso l’arte ricostruire un senso di comunità.

Le parti di figure, prevalentemente femminili e di colore, dipinte dall’artista nigeriana sono quasi scolpite con il colore, steso con decisione e grande sapienza per superfici luminose e contrapposte. Corpi che si intrecciano con l’architettura e la natura come frammenti colorati di un immaginario ricco di scorci inconsueti; l’artista definisce le sue figure come vulnerabili, ma dignitose, forti e, nello stesso tempo, fragili. Si respira il desiderio di far parte di un ambiente domestico/sacro sicuro.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: FILI – TRAME – MAPPE – MONDI

Juliette Zelime alias Jadez (Seychelles, 1984), Pala, Padiglione della Repubblica delle Seychelles, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili che disegnano traiettorie di collegamento, reti di percorsi, fili che costruiscono mappe e che si aggrovigliano in labirinti; fili che inseguono il fluire del tempo delle persone in viaggio, che si intrecciano in nodi più o meno stabili; fili che a volte si spezzano e a volte si ricongiungono.

Numerose sono le opere, provenienti da diversi luoghi del mondo, disegnate con fili su tessuti; l’impatto visivo e la densità di significati che riescono a narrare sono sorprendenti.

Vlatka Horvat (Croazia, 1974), By the Means at Hand, Padiglione della Croazia, 60ª Biennale di Venezia

Questo umile lavoro esposto nel Padiglione della Croazia, un gioiellino perso tra le calli veneziane, condensa molti significati, tanto da essere scelto, da me, per aprire questa ‘maratona tematica’ tra sedi della Biennale e Padiglioni,

L’immagine illustra il progetto dell’artista croata Vlatka Horvat, cioè una raccolta e uno scambio di opere, tra artisti che vivono in una condizione di diaspora in diversi paesi, che vengono spedite in viaggio attraverso corrieri e mezzi improvvisati, con l’obiettivo di costruire legami di fiducia, di solidarietà e di sostegno reciproco,

Nello stesso tempo il disegno può evocare il significato della parola della tradizione giapponese, ‘musubi’, secondo cui la vita, lo scorrere del tempo, i rapporti e i ‘legami’ tra le persone sono come un intreccio di fili invisibili, figura ricorrente nell’immaginario di molti artisti nomadi e pone l’attenzione su di una tecnica utilizzata in molti lavori della Biennale, non a caso, in relazione al tema di fondo proposto dal curatore e alle vite ‘diasporiche’ dei protagonisti.

Percorrendo l’Arsenale si incontrano interventi artistici coerenti a queste tematiche, ‘mappe’ di mondi fissate nel tessuto, spesso realizzate con pratiche di lavoro collettivo, particolarmente suggestive per lo sguardo colorato di voglia di riscatto, in una prospettiva di dialogo, di pace e di costruzione di un’appartenenza, ovunque si sia.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), The Mapping Journey Project, 2008-11 e Sea Drift, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Le rotte migratorie che dall’Africa si dirigono verso le isole Canarie, restituite con un ricamo di filo luminoso su di un lino naturale blu profondo, assieme a otto silografie ‘Constellations series‘, disegnate da Bouchra Kalili, completano il progetto dell’artista illustrato su otto schermi di una grande videoinstallazione all’Arsenale, in cui vengono narrate e segnate le vie percorse dagli stessi migranti, dall’Africa e dall’Asia. Migranti in viaggio, erranti, come i pianeti, tra le stelle.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), Constellations Series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La trasfigurazione poetica delle tracce dei viaggi delle persone che fuggono dalla propria terra, affrontano esperienze di pericolo e profonda sofferenza alla ricerca di una vita più desiderabile, diviene quasi una necessità per reinventare alternative alla disperazione; le linee ricamate e le linee ideali delle costellazioni tracciano un paesaggio sognato, senza confini e senza barriere geopolitiche.

Dana Avartani (Palestina, 1985), Vieni, lascia che guarisca le tue ferite, lascia che ripari le tue ossa rotte, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dana Avartani, artista palestinese-saudita, ha lacerato le lunghe pezze di seta stese nel salone dell’Arsenale, poi le ha rammendate, rattoppandone i buchi, con fili dello stesso colore, ottenuto da tinte naturali tratte da spezie orientali, erbe utilizzate anche per guarire, con un gesto di cura; cura delle ferite causate della violenza della guerra e dalle occupazioni devastanti della sua terra natale.

Dana Avartani utilizza il filo e il cucito in un gesto rituale che ‘delicatamente urla’ un messaggio di pace, in questi giorni particolarmente necessario anche per la distruzione dei territori della Palestina e non solo.

Shalom Kufakwatenzi (Zimbabwe, 1995), Under the Sea, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli spazi dell’Arsenale si incontra la giovane artista dello Zimbabwe, Shalom Kufakwatenzi, che predilige la realizzazione di opere tessili con le quali dipinge suggestivi quadri di ‘paesaggio’; la lavorazione con fili di lana, tela di juta, spago, lenza da pesca, materiali malleabili e trasformabili, le permette di sperimentare un processo di creazione affine alla fluidità della propria identità di genere, non binaria.

L’artista crea mondi fantastici, mappe di un mondo fiabesco, contemporaneamente affascinanti, per le forme e le tinte vivaci, come inquietanti, per le pieghe scure e profonde che le delimitano; inquietudine che vuole essere denuncia del proprio senso di estraneità, rispetto agli stereotipi di genere, così come ‘allarme’ rispetto le tematiche ambientali e sociali.

Claudia Alarcόn & Silӓr (Argentina, 1989), Ottobre e Donne, una volta stelle, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista della comunità indigena argentina Wichi, Claudia Alarcόn, ha recuperato la tecnica della tessitura tradizionale, che utilizza il filato ottenuto dalla pianta locale del ‘chaguar’, per valorizzare la memoria collettiva e la creatività del proprio popolo.

In questo progetto ha coinvolto alcune donne tessitrici, creando il gruppo ‘Silӓr‘, per la realizzazione collettiva di delicati e preziosi arazzi, alcuni ora esposti all’Arsenale, attuando una pratica che permette di comunicare sogni, intuizioni, pensieri e trasmettere i racconti degli anziani, un modo per costruire tra generazioni un proficuo dialogo ‘non verbale’.

Güneş Terkol (Turchia, 1981), A song to the world (part.) 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Il particolare dell’opera dell’artista turca Güneş Terkol è tratto dall’arazzo/striscione, lavoro di cucito e di patchwork di stoffe, che è stato realizzato assieme a due collettivi di donne di Venezia, impegnate sulle tematiche femministe e di genere.

La pratica di Güneş Terkol, oltre a coinvolgere direttamente le donne e le loro storie nella tessitura delle opere, prevede momenti di performance, in cui gli striscioni vengono portati per le vie della città in cui sono stati realizzati; in questo caso, per le calli di Venezia, fino ad arrivare all’Arsenale, dove ora è esposto. Come in altre esperienze incontrate nel percorso, l’opera prende vita grazie ad una rete di persone che si raccontano e la costruiscono collettivamente, conferendo alla stessa una forte valenza sociale e politica oltreché artistica.

Bordadoras de Isla Negra (Cile 1967-80), Untitled, 1972, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Arpilleristas, artiste cilene ignote, Untitled, anni Ottanta, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Questi vivaci lavori tessili, che provengono dal Cile, esposti all’Arsenale, sono stati realizzati da gruppi di donne in due momenti diversi della storia politica del Paese: le Bordadoras hanno ricamato con fili di lana di colori brillanti, con tecniche tramandate dalle donne anziane, paesaggi e abitanti di una zona costiera del Cile, negli anni del governo popolare di Allende; le Arpilleristas hanno cucito stoffe colorate e tele di juta, dando rilievo alle superfici con interventi ad uncinetto, durante la dittatura di Pinochet.

Il linguaggio artistico delle opere riflette un’estetica caratteristica dei popoli indigeni, affine ad uno sguardo infantile, linguaggio che nel Novecento spesso è stato rielaborato dalle avanguardie artistiche occidentali.

Mentre il paesaggio di Isla Negra si dipana in un racconto vivace, che procede dal mare alle Ande, celebrando una vita serena ed impegnata in varie attività quotidiane in cui il popolo è protagonista, i tessuti delle Arpilleristas, pur restituendo un simile contesto culturale, divengono manifesti della resistenza delle donne cilene all’oppressione della cultura patriarcale e alla dittatura di Pinochet. Infatti le donne, attraverso alcuni inserti tra le immagini ricamate, lanciavano messaggi di critica al governo e richiesta di aiuto per il proprio sostentamento, al punto che molte furono perseguitate per questa attività.

WangShui (USA, 1986), Weak Pearl, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili e reti possono essere tessuti anche utilizzando tecnologie più avanzate, come nell’installazione immersiva e sonora all’Arsenale dell’artista americano WangShui.

La rete è data da una membrana intrecciata di punti luce LED cangianti, in movimento grazie a una complessa tecnologia che sfrutta l’intelligenza artificiale, con sensori che si attivano in presenza delle persone, proponendo un’esperienza interattiva avvolgente ed emozionante .

Il titolo dell’opera ‘Perla debole’, rivela la fragilità, pur nella complessità della realizzazione, della videoscultura a rete, mutevole, smaterializzata, immersa in un paesaggio sonoro, immagine della ricerca artistica di WangShui; la sua pratica è volta ad indagare i principi di metamorfosi e trasformazione propri della natura biologica, per riflettere anche sulle questioni di identità di genere ed utilizza la tecnologia più avanzata quale medium per comunicare concetti di fluidità e libertà.

Katya Buchatska (Kiev, 1987), Saluti sinceri, 2024, Padiglione dell’Ucraina, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Net making‘ è il titolo scelto dai curatori del Padiglione dell’Ucraina, all’Arsenale; ‘la tessitura’, metafora della costruzione di una rete tra le persone per resistere in un contesto di guerra, è anche possibilità di attivare un’azione collettiva, orizzontale e autogestita per sperimentare processi di unificazione e di dialogo.

All’interno di questo progetto, Katya Buchatska, per realizzare ‘Saluti sinceri’ ha coinvolto 15 artisti che hanno ricamato, con colori vivaci e andamenti liberi e gioiosi, frasi di augurio, da un lato, e tanti cuori stretti tra loro, dall’altro: urgente desiderio di amore e messaggio di pace in un contesto di conflitto molto violento.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli ultimi Padiglioni dell’Arsenale, quello dell’Uzbekistan ci accoglie in un ambiente suggestivo improntato sulle tonalità di un incantevole blu-indaco, colore che pervade lo spazio uzbeko, dalle decorazioni architettoniche, alle cupole delle moschee, ai disegni sulle ceramiche ai costumi femminili o le giacche maschili, e in genere ai tessuti indossati nella quotidianità.

Il Padiglione è stato allestito dalla giovane artista della diaspora uzbeka, Aziza Kadyri, nata a Mosca, cresciuta in Cina, che attualmente si sposta tra Londra e l’Uzbekistan, Aziza Kadyri proietta nelle proprie opere la difficoltà a connettersi con le sue radici e per realizzare il progetto ‘Don’t Miss the Cut’ ha coinvolto un collettivo di donne, con le quali si è confrontata sul tema della memoria, storica e visiva e dell’identità.

La sua ricerca artistica (prima foto) parte dal ‘suzani,’ il ricamo fatto a mano nella tradizione dell’Asia Centrale, miniera di storie, di miti e racconti non scritti, e con l’utilizzo di un programma di intelligenza artificiale, rigenera, nei video accostati, figure e forme del ricco patrimonio della memoria collettiva uzbeka.

Le foto successive sono pezze cucite e ricamate di una coinvolgente scenografia in cui, inconsapevolmente, ci troviamo ad essere attori e spettatori in un gioco spiazzante di riflessi tra osservatori e osservati.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Olga De Amaral (Colombia, 1932), Muro tejido terruño, 1969, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Il percorso tematico prosegue ai Giardini dove, con l’ artista colombiana, Olga De Amaral, oggi novantenne, abbiamo una testimonianza delle radici storiche della ‘Fiber Art’ forma artistica che trova legittimazione nel secolo scorso. L’opera di scultura tessile di Olga De Amaral richiama antiche tecniche di lavorazione dei tessuti inca; il rilievo creato con raggruppamenti e nodi dei fili di lana, intreccia una elegante sequenza ritmica sia per le forme che per le tinte accostate, variazioni delle ricche tonalità naturali della terra. Un inno alla natura e al potenziale creativo del medium!

Kang Seung Lee (Corea, 1978), Untitled (Costellation), 2024, installazione, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

“Il destino del seme della terra è mettere radici tra le stelle”, è il poetico messaggio ricamato con un prezioso filo d’oro da Kang Seung Lee, artista coreano, su di una tela grezza, tra le numerose piccole creazioni che compongono la sua installazione, presentata in una sala dell’edificio ai Giardini.

Fili, tessuti, bottoni, fotografie, piume, spighe di grano, pannelli di legno e molto altro ancora, oggetti colti da una domestica quotidianità, intreccio di sguardi femminili e maschili, costituiscono la materia prima delle raffinate micro-creazioni, parte dell’intervento ‘Costellation‘, volto a rendere omaggio ad alcuni artisti deceduti a causa dell’AIDS.

Un percorso pensato per restituire uno spazio di dignità e di riconoscimento ad alcune figure dell’arte della galassia queer, marginalizzate dalla storia ufficiale e qui pienamente riscattate.

Liz Collins (Usa, 1968), Rainbow Mountains Weather, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Fantasia di un’utopia queer che è appena fuori portata“, è la descrizione che l’artista ci regala dei due grandi arazzi esposti ai Giardini, paesaggi da cui si sprigiona una forte energia coivolgente, segnalandoci quanto sia dirompente e rivoluzionaria, oggi, la tematica sugli orientamenti sessuali e le identità di genere.

Le fiammate dei colori degli arcobaleni tessuti su di un cielo nero, tra astri inquietanti, cercano una propria affermazione in un contesto di conflitti che ancora frenano il pieno riconoscimento di tutte le esistenze,

Kapwani Kiwanga (Canada, 1978), Trinket e Impiraresse 2024, Padiglione del Canada, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

(La prima foto è tratta da https://www.finestresullarte.info/arte-contemporanea/biennale-venezia-padiglione-canada-riflessione-emarginazione-artista-kapwani-kiwanga)

Nel Padiglione del Canada, ai Giardini, il filo diventa il supporto su cui vengono infilate circa 7 milioni di perline di vetro, di vari colori, realizzando leggeri tendaggi che rivestono sia internamente che esternamente l’architettura del padiglione.

Il progetto “Trinket“, gioiello, viene concepita dall’artista franco-canadese Kapwani Kiwanga, di origini della Tanzania, oggi residente a Parigi, la cui biografia è rappresentativa dei complessi percorsi di vita degli artisti selezionati per questa Biennale.

Le perline di vetro, prodotte dagli artigiani a Venezia dal 1400 alla metà del ‘900, sono state esportate in Africa, America e India, come merce barattata con risorse molto più preziose, anche con schiavi, sfruttando l’alto valore attribuito dalle popolazioni extraeuropee a queste piccole sfere di vetro colorato.

L’artista ha portato alla luce questa modalità, tra le tante, di rapina di risorse dei popoli colonizzati, denunciandone il meccanismo attraverso una rielaborazione artistica di grande valore estetico e poetico; il colore cangiante dei drappi alle pareti annulla l’architettura del padiglione, creando uno spazio suggestivo e accogliente.

All’esterno è teso un grande tendaggio realizzato con file di perline blu, “Impiraresse“, definito con il nome delle donne incaricate di infilare le sferette di vetro, omaggio dunque alle artigiane costrette ad eseguire quel lungo lavoro ripetitivo.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), If there is no struggle there is no progress, We wold these truths to be self-evident, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Di perline e fili e nastri colorati è pervaso il Padiglione degli Stati Uniti, ai Giardini, ‘The Space in which to place me’, dove note caleidoscopiche di colori squillanti rivestono le pareti, le sculture, i quadri e i video creati da Jaffrey Gibson, artista statunitense di origini Cherokee.

Emblematico è il titolo della prima scultura a forma di piccolo uccello/papera ‘Senza lotta non c’è progresso‘, per ricordare quanto sia necessario non dare per scontati i diritti acquisiti, ma anche quanto la storia e la resistenza dei propri antenati sia parte integrante del presente e del futuro.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), The obligation of honor of a powerful nation, We want to be free, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Gibson intreccia materiali e linguaggi della tradizione del sud-est statunitense, zona dei suoi antenati Choctaw e Cherokee, con tecniche e forme della cultura artistica contemporanea, (come non pensare ai lavori di Boetti?), inserendo testi significativi tra le trame geometriche dipinte, che evocano motivi decorativi indigeni.

Il profilo dell’indiano nel cammeo, disegnato con perline cucite, come le tende dei popoli indigeni, alternate alla bandiera americana, inserti raffinati di gusto folkloristico, così come la scritta ricamata che cita la legge ‘Indian Citizenship Act‘ del 1924, testo che garantisce i diritti primari alle popolazioni indigene, riportano la nostra attenzione oltre il suggestivo impatto estetico, facendoci recuperare frammenti di storia sottaciuta e confinata ‘nelle riserve’.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), Every boby is sacred, powerful because we’re different, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nei lavori di Gibson si coglie anche una ricerca volta a scardinare gli stereotipi legati alle questioni di genere, tematica a lui cara, in quanto persona omosessuale: l’inserimento in molte opere dei colori dell’arcobaleno, tra le tinte squillanti e psichedeliche, come le scritte nelle due opere sopra riportate, documentano il suo impegno per il riconoscimento delle diverse e possibili identità sessuali.

All’interno del Padiglione si è contagiati dall’energia positiva e dalla gioia che l’artista comunica con il proprio lavoro, invito coinvolgente volto a dare voce e celebrare le comunità di nativi che, pur se emarginate nella storia americana, hanno mantenuto una profonda cultura e dignità. Il coinvolgimento emotivo si accentua avvicinandosi alle ritmiche sonorità del video, alla fine del percorso.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), She never dances alone, 2024, parte del video del Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà (Brasile, 1982), Okarà Assojaba 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà, artista leader indigena del popolo amazzonico dei Tupinambà, popolo per secoli perseguitato e decimato violentemente, nel Padiglione del Brasile ai Giardini volge la propria pratica artistica alla valorizzazione della capacità di resistenza delle comunità indigene impegnate nella ‘rinascita’ delle foreste disboscate.

Recupera come materia prima le reti da pesca locali e le piume di uccelli della foresta, per ricostruire, nell’installazione ‘ Okarà Assojaba‘, l’assemblea degli anziani, in ascolto e dialogo, attorno alla figura leader, che veste il mantello caratteristico della comunità, dal valore rituale e spirituale, mantello realizzato con tecniche di tessitura tradizionali.

Ziel Tupinambà (Brasile, 1994), Cardume, 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Anche Ziel Tupinambà ricostruisce nel Padiglione del Brasile un’installazione che vuole celebrare la vita della popolazione amazzonica, immergendo i simboli della propria cultura e storia in un paesaggio sonoro che mescola, al rumore dei fiumi e ai canti tradizionali, i violenti colpi degli spari d’arma da fuoco.

Sotto ampie ‘volte’ di reti da pesca, che rappresentano le correnti dei fiumi abitate dai pesci, risorsa fondamentale, si affrontano colorate e gioiose maracas e pericolosi proiettili, in racconto visivo carico di significato simbolico per la propria esistenza.

Rashad Alakbarov (Azerbaigian, 1979), I Am Here, 2024, Padiglione dell’Azerbaigian, 60ª Biennale di Venezia

Uscendo dalle sedi della Biennale si trovano Padiglioni che, con opere interessanti. continuano a tessere motivi coerenti al nostro percorso.

Con ritagli di caratteristici tappeti azeri, come copertura di bianchi blocchi labirintici, Rashad Alakbarov compone la scritta ‘I am here‘, immagine catturata da uno specchio convesso collocato nell’angolo alto, tra le pareti di uno spazio claustrofobico.

Siamo nel Padiglione dell’Azerbaigian, dove, tra le varie installazioni, quella di Rashad Alakbarov utilizza frammenti di decorati tappeti tradizionali per comunicare il bisogno di trovare un proprio ‘luogo’, una propria identità; il messaggio viene riflesso nel nostro rispecchiamento, immergendoci in una sensazione di spaesamento e contemporaneamente di piacevole sorpresa.

Guy Woueté (Camerun, 1980), Posséder deposséder, 2024, Padiglione del Camerun, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Camerun, allestito nel Palazzo Donà delle Rose, l’artista Guy Woueté presenta alcuni lavori sui temi della colonizzazione, della migrazione e della diaspora; tra le sue creazioni, il tessuto di tela appeso, lavorato con piccole e regolari pezze cucite come una griglia, come frammenti di terra imprigionati, dalle evocative tinte naturali, viene ricamato da queste frasi:

NON RIESCO A RESPIRARE (in verticale)

SE SIAMO ORGANIZZATI, SE LOTTIAMO, POSSIAMO VINCERE E RESPIRARE

Dalla scritta, appena percettibile, germogliano fili neri, quasi capelli, che cadono aggrovigliandosi, come una cascata di lacrime.

La drammatica forza espressiva di questo lavoro condensa tutta la sofferenza e la determinazione, sia personale che di un popolo, nella ricerca di liberazione dalle gabbie di schiavitù e di dipendenza vissute nei secoli della colonizzazione gabbie che ancora oggi condizionano pesantemente la loro esistenza.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

59ª Biennale: voci dalle minoranze non binary, trans, queer.

Yuki Kihara,  Fonofono o le nuanua: Patches of the rainbow (After Gauguin), 2020. Fotografia tableau, parte del progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Cecilia Alemani ha dichiarato, presentando la sua Biennale lo scorso anno, di volere dare voce alle espressioni marginali e minoritarie nel mondo dell’arte e, dico io, nella vita; una sfida coraggiosa, ma necessaria, se l’obiettivo della sua proposta è fare emergere, dalla moltitudine dell’arte contemporanea, quei germogli di ricerca e percorsi innovativi che colgono temi e urgenze poste dalle giovani generazioni.

Tra i materiali esposti nella Mostra e nei Padiglioni Nazionali ho raccolto alcune opere intorno al tema all’identità di genere, al mondo no binary e queer, trovando molti spunti interessanti, sia tra le proposte di figure artistiche storiche del Novecento, che contemporanee: una presenza discreta, ma che si offre al mondo dell’arte con determinazione, a sottolineare quanto sia necessario conoscere e portare alla luce le unicità della natura umana.

Annodare immagini e messaggi in questo percorso non è stato facile. Ci sono vissuti, un tempo rimossi o sconosciuti, che oggi nelle giovani generazioni prendono forma e corpo; alcuni artisti ne diventano portavoce, protagonisti di una rivoluzione culturale e sociale che si fa travolgente, che va oltre i temi specifici della comunità LGBTAQ+, per abbracciare le voci tutte delle minoranze, in modo intersezionale.

– Claude Cahun (1894-1954), esponente della rivoluzione surrealista.

Tra le artiste che hanno alimentato le ricerche delle avanguardie storiche, emergono figure molto interessanti, le cui storie e identità, non sempre facilmente definibili, raccontano di esistenze non conformi ai generi.

Emblematica è la figura di Claude Cahun, pronome di Lucy Renée Mathilde Schwob, fotografa, scrittrice e performer, protagonista della stagione del Surrealismo in Francia, di origine ebrea e impegnata nella Resistenza Francese.

Claude Cahun (1894-1954), Autoritratto riflesso allo specchio, 1928 ca., fotografia Giardini 59ª Biennale

Claude Cahun (1894-1954), Self portrait, in robe with masks attached, 1928, fotografia Giardini 59ª Biennale

Dalle opere selezionate nel percorso espositivo ho tratto due immagini significative: Autoritratto riflesso allo specchio, scatto fotografico in cui Claude, guardandoci, sembra fuggire dalla propria immagine riflessa, per offrirci quella percepita, non conforme a generi strettamente binari; in Self portrait, in robe with masks attached si traveste da bambola, oggetto/stereotipo di uno sguardo maschile da cui vuole affrancarsi, celando, attraverso il gioco di maschere, il proprio sé.

Claude Cahun si lega sentimentalmente alla sorellastra, Marcel Moore, pronome di Suzanne Malherbe; con lei, rifugiatesi sull’isola di Jersey nel 1938 per fuggire alla persecuzione antisemita, intraprenderà una lotta di resistenza contro i Nazisti, che occuperanno l’isola nel 1940. Sfruttando metodi di provocazione surrealista, diffondono di nascosto sull’isola volantini contro gli occupanti, firmati “soldato senza nome”.

Scoperte e arrestate nel 1944, saranno salvate dalla pena capitale in seguito all’armistizio nel 1945.

Segnalo un omaggio alla “resistenza poetica ” delle due protagoniste: il cortometraggio di Astré Desrives: Héroïnes, (dal titolo di un’opera di Claude Cahun), proiettato al Sicilia Queer Filmfest 2023, anno di produzione dello stesso.

– Sguardi dalle giovani generazioni

Particolarmente interessanti sono due videoinstallazioni; la prima era allestita nel Padiglione della Romania ai Giardini, creata da Adina Pintilie (1980), You are another me. A cathedral of the body, 2022, l’altra, collocata nel percorso espositivo dell’Arsenale, di Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts,

Adina Pintilie (1980), You Are Another Me. A Cathedral of the Body, 2022, frames da videoinstallazione a tre canali – Padiglione della Romania, Giardini, 59ª Biennale

Adina Pintilie, artista rumena, crea uno spazio safe, evocando una cattedrale contemporanea, con proiezioni multicanali, in cui possiamo esplorare il dialogo intimo e poetico vissuto all’interno di convivenze oltre il binarismo di genere: celebrazione del corpo e delle relazioni umane al di là di ogni preconcetto.

Eglé Budvytyté, artista lituana, ha realizzato un video poetico in cui dà forma alle teorie della biologa Lynn Margulis, (teorica dell’endosimbiosi: l’evoluzione è data dall’interazione e cooperazione tra organismi) e della filosofa Octavia Butler (apre al concetto d’identità di genere, svincolato dal sesso assegnato alla nascita).

Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts, 2020, frame da videoinstallazione, Arsenale, 59ª Biennale

Le immagini che scorrono nel video ci conducono in un’ambientazione onirica, dove un gruppo di giovani persone si muovono tra le dune sabbiose e le foreste lituane, incarnando forme e gesti fortemente interconnesse con il mondo vegetale, animale e minerale/geologico.

La colonna sonora, e le parole che accompagnano le sequenze, evocano una profonda nostalgia per uno stato “primordiale” in cui la vita è germogliata da una simbiosi tra organismi di specie differenti; nello stesso tempo, le visioni, carche di poesia, sono create per scardinare i presupposti della cultura antropocentrica, causa delle attuali gravi alterazioni ambientali nel nostro pianeta, alla ricerca di una via d’uscita dalle stesse.

Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts, 2020, frames da videoinstallazione, Arsenale, 59ª Biennale

A questi temi di natura ecologica si intrecciano riflessioni sul corpo e l’identità di genere.

E’ evidente quanto negli ultimi anni sia emerso, in particolare nel mondo giovanile e a livello planetario (la Biennale lo certifica), una nuova consapevolezza rispetto all’ identità sessuale. Ci piaccia, o ci crei disorientamento, il tema sottende un processo rivoluzionario inarrestabile, frutto di nuove acquisizioni teoriche, filosofiche, mediche, scientifiche che appartengono all’ evoluzione del pensiero e della conoscenza in merito alle questioni di genere.

L’immagine che propongo, potente a riguardo, sintetizza le questioni più dibattute e i vissuti più profondi che alcunǝ giovanǝ trans hanno portato alla luce, a volte anche con sofferenza: un corpo che non si riconosce come rappresentativo della propria identità sessuale (da cui la necessità di cancellare il seno) e il complesso tema della maternità/genitorialità che ne deriva.

Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts, 2020, frames da videoinstallazione, Arsenale, 59ª B

La creazione del video di Egle Budvytyté nasce dall’esigenza di cercare nuove vie per costruire relazioni e mondi possibili, all’insegna dell’inclusione e del rispetto, al di là di ogni confine oggi ancora troppo definito e di stabilire una relazione con l’ambiente fondata sulla conoscenza e la collaborazione con tutte le specie viventi.

– Da Samoa, Yuki Kihara, artista Fa’afafine

Dell’universalità delle tematiche di genere è testimonianza il progetto del Padiglione della Nuova Zelanda, Paradise Camp, allestito in Arsenale dall’artista Yuki Kihara.

Yuki Kihara, progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Siamo dall’altra parte del mondo occidentale, su di un’isola “mitica” allo sguardo coloniale, l’isola di Samoa.

Paradise Camp immagina l’utopia Fa’afafine che frantuma l’eteronormatività coloniale per aprire la strada ad una visione del mondo indigena, che sia più inclusiva e sensibile al cambiamento della natura” afferma Yuki Kihara.

La comunità Fa’afafine dell’isola di Samoa annovera persone indigene del “terzo genere”, cioè persone alla nascita uomini che si percepiscono donne, o con identità fluida; nella cultura dell’isola sono sempre state riconosciute parte integrante di tutta la comunità.

Il progetto trae spunto dall’iconografia di Gauguin, che, pur non avendo vissuto sull’isola di Samoa, aveva raccolto materiale fotografico e documenti anche dalla stessa, riproducendo in alcuni ritratti persone del terzo genere.

Yuki Kihara, progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Yuky Kihara elabora, con la tecnica fotografica, “tableau vivantes”, in cui da voce alla storia queer polinesiana, con l’obiettivo di decostruire i concetti di razza, genere, sessualità e geografia propri alla cultura coloniale.

Yuki Kihara, progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Accanto ai protagonisti, i colori sgargianti, i vestiti e i tessuti della tradizione locale, i paesaggi tropicali di fondo, che hanno subito pesanti devastazioni dallo tsunami nel 2009, sono gli ingredienti del linguaggio artistico di Kihara, volto a provocare una discussione sulle trasformazioni in atto in merito al cambiamento climatico, ai temi di genere e agli effetti delle colonizzazioni.

Testo e foto di Ivetta Galli

59ª Biennale di Venezia: Stati Uniti, Simone Leigh

Simone Leigh (1967), Sfinge, 2022, Bronzo, Padiglione deli Stati Uniti, 59ª Biennale di Venezia

Girando tra i Padiglioni Nazionali ai Giardini, colpisce l’allestimento realizzato da Simone Leigh per quello degli Stati Uniti: una capanna, sul modello del Padiglione del Congo, costruito per l’Esposizione Coloniale a Parigi nel 1931, che qui si fa dimora del complesso mondo creativo dell’artista afroamericana, vincitrice del Leone d’oro.

Simone Leigh (1967), Sovereignty, 2022, Padiglione deli Stati Uniti, 59ª Biennale di Venezia e Postcard del ‘Pavillon des transports’, mostra del Congo Belga alla Esposizione Coloniale di Parigi del 1931

Entriamo nel progetto artistico di Simone, volto a decostruire e ribaltare l’immaginario che lo sguardo colonialista ha fissato in fotografie storiche, per valorizzare con orgoglio la dignità della cultura afroamericana, riscrivendo così, con l’arte, frammenti di storia e di memoria ignorati dalla narrazione ufficiale.

Nella prima sala del Padiglione Statunitense incontriamo l’installazione ‘L’ultimo indumento’: la figura china della lavandaia, riflessa in un suggestivo gioco di specchi d’acqua, rielabora l’immagine di una delle cartoline che il governo coloniale britannico aveva diffuso per propagandare lo stereotipo delle donne della Giamaica, persone pulite, disciplinate, obbedienti, al fine di incentivare il turismo sulle isole coloniali.

Simone Leigh (1967), Last Garment, 2022, Bronzo, Padiglione deli Stati Uniti, 59ª Biennale di Venezia e Postcard di C.H. Graves, Mammy’s Last Garment, Jamaica, 1879

Proseguendo nella Rotonda del Padiglione, un’affusolata, essenziale ed imponente figura di forma femminile, Sentinel, si contamina simbolicamente con la forma dei ‘bastoni di potere’ africani, utilizzati nei riti di fertilità, portatori di sapienza divina.

Il motivo iconografico che potenzia questo significato simbolico è la grande forma concava al posto della testa, che, come un’antenna parabolica, celebra le capacità ricettive e intuitive della donna.

Simone Leigh (1967), Sentinel, 2022, Bronzo, Padiglione deli Stati Uniti, 59ª Biennale di Venezia

La forma concava/convessa associata al capo del corpo femminile, è fortemente evocativa: Simone la propone anche all’esterno del Padiglione, dove ci accoglie ‘Satellite‘ una figura di donna/capanna, architettonica e totemica, creata sia sul modello dei D’mba, maschera a spalla a forma di busto femminile della Guinea, che sulla suggestione dell’idolo femminile visibile nella foto riportata.

Simone Leigh (1967), Satellite, 2022, esterno del Padiglione deli Stati Uniti, 59ª Biennale di Venezia e

Postcard, M. E: Chevrier, Guinée, idole femelle des Bagasforés, 1907 ca.

‘Satellite’ si erge su quattro pilastri arcuati, che creano uno spazio architettonico integrato al corpo femminile, realizzando la struttura di un volume simile ad una capanna.

Questa iconografia, di donna/dimora, matura dall’interesse dell’artista per l’architettura vernacolare africana e le pure forme geometriche delle capanne, assumendo un insieme di significati fortemente coerenti alla sua ricerca.

Ancora una volta questo modello sovverte uno stereotipo radicato in tutte le culture patriarcali, quello dell’Angelo del focolare: Simone Leigh plasma forme scultoree che celebrano con orgoglio la soggettività femminile nera, coerentemente con il suo impegno di attivista in ambito politico in difesa dei diritti civili per tutte le minoranze.

All’ingresso dell’Arsenale, l’imponente Brick House, scultura per la quale ha vinto il Leone d’Oro in questa Mostra, si erge al centro di un’ampia sala in forma monumentale e allo stesso tempo essenziale, figura carica di evocazioni emotive e culturali, potente messaggio della sua poetica.

Simone Leigh (1967), Brick House, Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

L’opera, realizzata nel 2019 per il parco sopraelevato High Line a New York, viene qui riproposta come apertura del percorso della Biennale all’Arsenale, simbolo carico di temi e forme evocative che costituiscono il nucleo fondamentale della mostra, pensata da Cecilia Alemani.

Una forma stabile e sicura, che riprende modelli di capanne del popolo Musgum del Camerun, si fa corpo, abito, contenitore di uno spazio che può accogliere, può curare, può proteggere, può generare, ma solo se la donna sceglie di farlo, nella sua completa autodeterminazione.

Simone Leigh (1967), Brick House, Arsenale, 59ª Biennale di Venezia e Abitazioni/capanne del popolo Musgum del Camerun

Pochi ma significativi simboli completano il capo della donna nera: lunghe trecce che terminano con conchiglie di ciprea, richiamo alla fertilità, volto con caratteristiche etniche sottolineate ma senza occhi; la scultura non è ritratto, ma icona archetipa di femminilità, dove lo sguardo, senza fermarsi sulla superficie, deve indagare i livelli più profondi della sua essenza e umanità.

Testo e foto di Ivetta Galli

59ª Biennale di Venezia: Polonia, Malgorzata Mirga-Tas

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – Segno dei gemelli, 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

Colori e forme, come emozionanti fuochi d’artificio, accolgono il visitatore nel Padiglione della Polonia.

Il coinvolgimento dello spazio architettonico, dato dal completo rivestimento delle pareti con installazioni tessili, suggestivi arazzi disegnati con tarsie di tessuti variopinti, reinterpreta il ‘Ciclo dei mesi’, rinascimentale, di Palazzo Schifanoia di Ferrara.

Il complesso impianto iconografico traslato da Ferrara permette a Malgorzata di narrare la storia e la cultura della propria etnia rom, creando una composizione in cui figure, architetture e paesaggio, si susseguono ritmicamente scanditi dal passare dei mesi.

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – Segno dell’ariete, 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

La struttura del racconto si articola in tre registri:

1. in alto, immagini dei viaggi del popolo nomade, Out of Egypt, tratte dall’iconografie delle stampe seicentesche di Jacques Callot, Les bohémiens en marche. Se nei disegni di Callot il vagabondare del popolo rom veniva rappresentato in modo ostile, dando voce alle paure che lo straniero sconosciuto suscitavano tra la gente, Malgorzada capovolge tale interpretazione per superare stereotipi ancora molto diffusi:

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – Segno dell’ariete, part., 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

2. al centro, la rappresentazione ‘Herstories’; decani e segni zodiacali, vengono riletti dall’artista con figure della propria gente, ritratti di donne dal proprio popolo:

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – part., 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

3. la fascia inferiore mette in scena momenti della vita quotidiana del popolo rom, in particolare della sua famiglia e dei suoi amici:

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – part., 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

Il progetto dell’intervento artistico è stato ispirato dal libro di Silvia Federici, ‘Re-incantare il mondo. Femminismo e politica dei “commons” ‘(2019) e dalla proposta di ricostruire una solidale comunità tra persone, fauna, flora e natura, rigenerando il mondo sotto un nuovo incantesimo. Il ruolo principale in questo processo spetta alle donne, definite dall’autrice ‘le meravigliose maghe delle leggende’.

Per la prima volta una donna artista rom viene incaricata di allestire un padiglione alla Biennale di Venezia; questa scelta si allinea coerentemente all’impostazione della curatrice Cecilia Alemani, volta a dar voce nell’esposizione alle culture artistiche marginalizzate.

Testo e foto di Ivetta Galli

CHEN ZHEN, ‘Short-circuits’. Le forme del pensiero

Opening of Closed Center, 1997, particolare dei ‘Pots de riz’

Finalmente si può tornare ad esplorare lo spazio dell’immaginario e della creatività degli artisti!

E l’Hangar Bicocca ci regala un affascinante viaggio nell’arte di Chen Zhen, artista cinese nato a Shangai nel 1955 e morto per malattia prematuramente nel 2000 a Parigi.

Le grandi installazioni che si incontrano durante il percorso della mostra aprono flash ‘illuminanti’ sulle tematiche della seconda metà del Novecento.

L’artista rielabora la propria esperienza plasmando forme pregne di simboli create con oggetti e materiali attinti dagli elementi che il pensiero taoista utilizza per descrivere l’ambiente che ci circonda, legno, fuoco, terra, metallo e acqua, e base della medicina tradizionale cinese, integrando le sue radici orientali alla cultura occidentale.

Le chemin/Le Radeau de l’écriture, 1991, particolare
Le chemin/Le Radeau de l’écriture, 1991

Mettiamoci in cammino dall’opera ‘Le chemin/Le Radeau de l’ecriture’, del 1991, seguendo un itinerario cronologico delle opere esposte, che non corrisponde alla collocazione delle stesse nello spazio espositivo.

Traversine ferroviarie in disuso, sulle quali l’artista incide il proprio nome, evocano il viaggio, memoria del proprio emigrare a Parigi, nel 1986; le travi di legno poggiano su giornali e libri deteriorati dall’uso e mescolati ai frammenti di roccia alla base. Natura, cultura, tecnologia si compattano in questa piattaforma alla deriva, motivi comuni alle culture dell’est e dell’ovest, facendoci percepire la vertigine della velocità delle trasformazioni in atto, sull’onda della globalizzazione.

Simile riflessione si coglie in ‘Le Rite suspendu/moullié’, opera dello stesso anno, concepita come riflessione sui medium del fare arte.

Chen Zhen ingabbia cornici di legno e strumenti tradizionali dell’operare artistico in teche di vetro e metallo, annegandoli in acqua, qua e là tinta di rosso. Il ‘rosso’ è forse l’unico colore che l’artista utilizza: memoria ‘visiva’ del suo vissuto infantili della lettura imposta del Libretto Rosso di Mao? Al centro delle quattro teche un gruppo di una decina di cilindri trattati in modo simile: contenitori di rotoli di antiche pergamene dipinte, preziosi documenti della storia della pittura cinese.

Chen Zhen, ora a Parigi, si apre ad un fare artistico contemporaneo sollecitato dalla rivoluzione dadaista facendo propri i linguaggi dei movimenti della seconda metà del Novecento: New-Dada, Nouveau Réalisme e Arte Povera.

In ‘Round Table’, del 1995 lo sguardo poetico di Chen Zhen, nutrito dai propri vissuti personali, si intreccia con i temi politici e sociali della propria epoca.

Round table, 1995

L’essenziale ed ampio tavolo di legno rotondo, luogo del pasto consumato nelle feste e spazio di incontro e di dialogo, qui richiama le ‘tavole rotonde’ delle Nazioni Unite, nazioni incarnate dalle sedie sospese di foggia diversa, attorno al cerchio centrale su cui sono incisi alcuni temi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Round table, 1995 particolare

Diritti dell’Uomo ancora lontani da essere realizzati per tutti, come ci ricorda in ‘The voice of Migrators’, dello stesso anno.

The voice of Migrators, 1995

La forma del globo/mondo che ritorna nell’immaginario artistico di questi anni, simbolo dell’esplosione dei temi della globalizzazione, tinta di vari colori dei lacerti di vestiti intrecciati, emette, da altoparlanti, voci di uomini che raccontano storie di migrazione.

Chen Zhen, figlio di medici, scopre nel 1970 di avere una malattia autoimmune; la ricerca di terapie di guarigione lo induce ad approfondire la medicina tradizionale cinese ed a vivere esperienze di meditazione buddista; patrimonio che si riversa nel suo operare artistico, vissuto anche come cura.

Obsession de longévité, 1995, stanza che racchiude medicamenti della medicina tradizionale cinese

Lavoro suggestivo e ricco di simboli stratificati è l’installazione ‘ Daily Incantations’, del 1996.

Daily incantation, 1996

L’artista costruisce un’orchestra silente con strutture lignee a forma concava a cui sono appesi e allineati una serie di vasi da notte, sul modello di un antico strumento musicale cinese, il Bianzhong; la percussione delle campane di bronzo creava suoni e armonie musicali suggestive per la meditazione.

Bianzhong, from the Tomb of Marquis Yi of Zeng dated 433 BC

Ogni mattina mi recavo a scuola al suono dei vasi da notte che venivano risciacquati…”, racconta Chen Zhen. L’evocazione di questo umile gesto, come colonna sonora di un rito quotidiano, da un lato appare permeata da sottile ironia, dall’altro lato trasforma il vaso di legno in un prezioso scrigno artistico, oggetto di creazione artigianale e cassa di risonanza del ritmo vitale.

Daily incantation, 1996, particolare

Il grande globo che racchiude scarti di ferraglie di oggetti contemporanei legati alla riproduzione del suono elettronico, ripropone quel corto-circuito tra passato e presente, tra antichi e lenti tempi e vorticose mutazioni dell’oggi, generanti un “mondo di scarti”.

Daily incantation, 1996, particolare

Dal lavoro di Chen emerge una forte tensione spirituale, come il desiderio di ritualizzare momenti della quotidianità per ricreare un forte senso di collettività tra gli uomini; la propria esperienza personale/individuale è collegata a quell’energia universale di cui è solo una delle tante espressioni, come principio delle filosofie orientali.

In Crystal Gazing, del 1999, la limpida sfera di cristallo di una semplice ampolla di laboratorio, richiama la nostra attenzione dopo esserci avvicinati a una intrigante forma organica avvolgente, grande goccia d’acqua o utero o frutto, appesa ad una struttura lignea.

Racchiusa da file di sferette di legno, tratte dagli abachi per contare, ma anche palline per pregare dei rosari buddisti, la superficie convessa della sfera/mondo di cristallo, riempita di acqua fisiologica, riflette l’universo attorno capovolto, con le nostre piccole sagome.

Siamo piccole parte di quell’universo collettivo, siamo fragili e bisognosi di cura.

Chen Zhen era attratto dal mondo della medicina, a lui contiguo per i problemi di salute oltre che per motivi familiari; nel fare arte cerca e trova una funzione terapeutica e la grande ‘installazione relazionale’ ‘Jue Chang – Dancing Body – Drumming Mind (The last Song)’, del 2000, è concepita proprio come una summa della sua ricerca ed una proposta di apertura ad una partecipazione collettiva che, tuttavia, oggi, per il Covid 19, non è esperibile.

Jue Chang – Dancing Body – Drumming Mind (The last Song), installazione, 2000

L’artista assembla attorno ad uno spazio centrale sedie e strutture lignee di letti, intelaiati tra loro con uno spago che disegna una regolare maglia intrecciata; tende poi sugli oggetti pelle di vacca, come negli antichi strumenti di percussione, proprio per invitarci a battere ritmicamente insieme, danzando, creando una grande cassa di risonanza del nostro mondo emotivo.

Jue Chang – Dancing Body – Drumming Mind (The last Song), installazione, 2000, particolare
Jue Chang – Dancing Body – Drumming Mind (The last Song), installazione, 2000, particolare

Peccato non poter prendere parte a questo rituale di liberazione e gioia che nasce da una massima buddista per cui battere, colpendo le parti coinvolte in una disputa, viene considerato un modo necessario per risolvere i conflitti.

Il gesto si fa metafora della ricerca di un’armonia universale.

Uno sguardo disincantato ai conflitti violenti del mondo contemporaneo e un racconto del dramma dell’emigrazione/fuga soprattutto dei più giovani dalle proprie terre invivibili prende forma nell’opera ‘Six Roots Enfance/Garcon‘, 2000

Non servono commenti, il messaggio è esplicito per chi vuole capire.

Six Roots Enfance/Garcon’, 2000, installazione, tre particolari

L’ultima sala dell’esposizione, racchiude una riflessione sgomenta/serena sulla morte; ancora un corto circuito che Chen Zhen ci propone come lascito della sua intensa e affascinante ricerca artistica.

Lo stesso titolo, ‘ Jardin lavoir’, ci costringe a fare i conti con il concetto di trasformazione e ciclicità della vita, percezione che viene valorizzata dalla forma letto/fontana.

Undici letti/fontana sono distribuiti nell’ampio spazio cubico della sala; il pellegrinaggio che siamo invitati a percorre da un’opera all’altra, reliquie della nostra storia, ci permette di scoprire forme e colori che circondano la nostra esistenza e, come la nostra esistenza, diventano ‘nature morte’, oggetti che hanno una vita limitata, che nel tempo della storia e nella corrosione lenta determinata dall’acqua e degli elementi naturali, si riscatteranno, forse, in qualcosa d’altro.

Molto altro si può scoprire in questa mostra, di cui ho selezionato solo alcune opere; Chen Zhen si rivela essere un grande artista, interprete della seconda metà del Novecento.

Testo e foto di Ivetta Galli

Il mondo senza tempo di Anna Boghiguian

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Autoritratto, tra le opere dello “Studio d’artista”, allestito alla mostra del Castello di Rivoli (19 settembre 2017 – 9 gennaio 2018), retrospettiva di Anna Boghiguian

Il mondo artistico di Anna Boghiguian esercita un tale magnetismo da stimolare un continuo approfondimento del suo lavoro.

Il mio primo incontro con l’artista è avvenuto durante la visita del Padiglione Armeno della Biennale di Venezia, nel 2015.

Il Padiglione, che raccoglieva diversi protagonisti della diaspora armena, si è meritato il Leone d’oro per il valore dei lavori esposti, sia artistico che di testimonianza della storia del popolo armeno e della memoria del genocidio, subito proprio a cent’anni di distanza.

Entrati nel chiostro del Monastero degli Armeni, alcuni uccelli neri in cartapesta, sospesi tra le volte del portico, accompagnavano all’interno di una stanza spoglia, avvolta in un’atmosfera silenziosa di sobrietà e umiltà; pochi ma intensi “segni” narravano la stratificazione tra storie individuali e memoria collettiva.

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

L’allestimento di Anna Boghiguian, Ani, 2015, comunicava un’emozione profonda:

alcuni mazzi di rose tinte pastello, sagome scure di uccelli, rettangoli di terra ammassata quali sepolture, mensole precarie con quaderni scritti e disegnati dall’artista, ad evocare gli antichi manoscritti miniati medioevali e piccoli quadri in legno eredità delle icone orientali.

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

Le tracce da lei seminate nella stanza ci portavano alla città di Ani, grande e bella città armena nel Medioevo, distrutta dalle invasioni mongole nel XIV secolo.

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Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

Pochi, ma affascinanti, sono i resti di ciò che rimane oggi in quel magico luogo e delle sue architetture; è d’obbligo un collegamento col video The Silence of Ani, di Francis Alӱs, presentato alla Biennale di Istanbul sempre nel 2015, le cui immagini e storie rivelano una profonda consonanza tra i due artisti.

Francis Alys The Silence of Ani 2015 still video
Francis Alӱs, The silence of Ani, 2015, still del video

Anna Boghiguian è nata a Il Cairo nel 1946, e oggi vive in più luoghi, per scelta. La sua arte sa raccontare il dolore del cammino dell’esodo, incarnando un’esperienza che nella nostra realtà sta assumendo dimensioni epocali.

Nei lavori dell’artista esposti alla mostra “La terra Inquieta” (Triennale di Milano, 2017), Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, immagini, parole colori si accavallano inquieti disegnando uno spazio mentale ed emotivo carico di tensione.

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Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

2012-17 Anna Boghiguian c Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

2012-17 Anna Boghiguian a Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

Al Castello di Rivoli è da poco stata inaugurata una retrospettiva con molte opere dell’artista (visitabile fino al 7 gennaio 2018).

La sensazione che si prova, muovendosi tra i suoi lavori, è quella di viaggiare in luoghi tra di loro lontani e in tempi ancora più distanti. Anna Boghiguian si è formata in scienze politiche in Egitto, poi in Canada ha studiato musica e arte; si interessa di letteratura, poesia e filosofia. Gli spunti di riflessione da cui prendono corpo i suoi lavori sono molteplici, anche se ruotano prevalentemente intorno all’uomo e al suo rapporto con la storia e la politica.

All’ingresso della Manica Lunga del castello di Rivoli, tra la serie  dei suoi libri d’artista, troviamo disegnati piccoli capolavori, come l’albero e i frutti di melograno, parte di una serie di più di quattrocento fogli, in parte perduti,  lavorati con gouache, acquarello, pastello, scrittura a mano, collage; spesso tratta i colori ad encausto .

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ZYX – XYZ,  1981 – 1986, Castello di Rivoli

1981 - 1986 ZYX -XYZ libri l Melograno
ZYX – XYZ,  1981 – 1986,  Castello di Rivoli

Il melograno da sempre simbolo della terra armena, è reso con segno fortemente espressionista, carico di suggestioni che rimandano alle sue radici.

Come non ricordare le stupende immagini del film sperimentale “Il colore del melograno” realizzato da Sergei Parajanov, nel 1968, su di un poeta armeno del Settecento?

Così colpisce l’immagine di Everan, antichissima città armena, ai piedi del Monte Ararat:

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ZYX – XYZ,  1981 – 1986,  Everan,  Castello di Rivoli

Dialogano con i quaderni esposti su una lunga mensola, tre grandi disegni appesi alla parete, con vedute di Alessandria d’Egitto, a carboncino e pastelli su carta:

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Alessandria d’Egitto, 2003,  Castello di Rivoli

Nei progetti artistici di Anna Boghiguian molto spazio trovano le riflessioni sulla storia del Novecento, sui grandi conflitti mondiali e le loro origini; in particolare nell’intervento Sinfonia incompiuta del 2011-12, proposto a Documenta a Kassel, allestisce tende militari, oggetti e disegni che ripercorrono le tragedie del “secolo breve”.

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Sinfonia incompiuta, 2011-2012,  Castello di Rivoli

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Sinfonia incompiuta, 2011-2012,  Castello di Rivoli

La sua ricerca continua essere molto attuale, come evidenzia questa pagina manoscritta, parte di un lavoro del 2013, ispirato dalla figura del poeta indiano Tagore:

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Il riallestimento dei “Mercanti del sale”, a Rivoli, opera da lei esposta a Istanbul nel 2015, oltre oltre alle riflessioni sulla storia apre a tematiche che si confrontano con le risorse naturali  e agli equilibri economici e sociali che lo sfruttamento delle stesse determinano.

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I mercanti del sale, 2017,  Castello di Rivoli

“L’opera è composta da grandi vele dipinte appese al soffitto, tramite corde e collage su carta montati su strutture lignee, frammenti di imbarcazione, cumuli di sale e sabbia, fili di lana rossa, che si riferiscono alla figura  di Penelope, e altri vari oggetti” (dal pannello della mostra a Rivoli).

Gli spunti poetici che l’artista ci propone sono come tanti piccoli frammenti di mondo che in trasparenza si ravvivano grazie alla luce. Piccoli quadri che raccontano con passione l’amore per la vita, nonostante tutto.

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I mercanti del sale, 2017,  Castello di Rivoli

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I mercanti del sale, 2017, Castello di Rivoli

Il viaggio tra passato e presente, storie antiche che si fanno attuali, radici che riemergono da lontani paesaggi e racconti si affollano tra le pagine dei diari di Anna Boghiguian, vergate con forza, energia, espressione di una carica vitale e di un vorticoso dinamismo. Diventano colore vivo e dilagante,  forme che si stratificano, collage polimaterici che lasciano piccole ma intense tracce della nostra condizione umana.

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 I mercanti del sale, 2017, Castello di Rivoli

Mi piace lasciare quest’ultimo frammento visivo, che come un’opera d’arte che si rispetti, condensa segni, simboli e una moltitudine di significati, a testimoniare il fascino magnetico dell’arte di Anna Boghiguian.

Ivetta Galli

Appunti sulla 57ª BIENNALE DI VENEZIA curata da Christine Marcel

È un cammino all’interno di uno sguardo prevalentemente femminile; non nel senso di divisione di generi, ma inteso come presenza invisibile di una moderna Atena, dea delle “attività creatrici”, tra cui, soprattutto, la tessitura, ma non solo, che a Venezia diviene un medium pervasivo, ma necessario, per provare a ricucire un mondo che sta implodendo.

Con un lavoro puntiglioso che riflette anche la qualità/virtù della “sapienza” dell’antica dea, Christine Marcel raccoglie esperienze di artisti volte a creare comunità, a ricostruire momenti di socialità e di condivisione, anche attraverso la leggerezza, il gioco, la danza e il “rito”, esprimendo il desiderio di provare a governare la complessità del mondo senza lasciarsi travolgere dalla tragedia del male.

  1. Opere avvolgenti, morbide, tessuti, pelli che rivestono

Il Leone d’oro all’artista tedesco Franz Erhard Walther (1939), qui presente con Wallformation, sintetizza uno tra i principali significati di questa mostra: le installazioni murali, tra pittura e scultura, create con materiali e tessuti intensamente colorati, invitano lo spettatore ad una piacevole immersione fisica e sensoriale.

Martin Cordiano 1975 Buenos Aires e
Sullo sfondo un elemento a parete del progetto di Franz Erhard Walther, Wallformation e in primo piano spazio labirintico metafora di percorsi difficoltosi, creato dall’argentino Martin Cordiano,

L’artista marocchino Achraf Touloub (1986), con le sue “Pelli“,  intreccia tradizione e modernità:

Achraf Touloub 1986 Marocco b.JPG

Katherine Nunez (1992) e Issay Rodriguez (1991), giovani filippine, propongono libri in tessuto, carte lavorate e accessori da ufficio ad uncinetto:

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Katherine Nunez end Issay Rodriguez, In Between the Lines

David Medalla, (1938, Manila), fa creare il lavoro dalle tracce impresse e ricamate dai visitatori della mostra liberamente su di un lungo tessuto sospeso:

David Medalla 1938 Manila a
David Medalla, A stitch in Time

Cogliamo nelle differenti proposte un disperato bisogno di comunicare, di “collegarci”, di tessere relazioni, scambiarsi idee ed esperienze realizzando trame e orditi coloratissimi.

Maestra di questa ricerca è sicuramente Maria Lai, artista sarda recentemente scomparsa, alla quale la curatrice ha consegnato un ruolo fondamentale, “…immagine leggendaria della piccola ‘Jana’- fata benevola del folklore sardo – che tesse e impasta miti e ricordi sepolti nella memoria collettiva” ( dal Catalogo Viva Are Viva, 2017).

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Maria Lai (1921-2013), libro cucito tra quelli esposti, realizzati tra il 1981 e il 2008I

E il libro, metafora del racconto e della comunicazione, della memoria personale e collettiva, nelle varie interpretazione degli artisti, invade gran parte degli spazi della mostra.

Il giovane kosovaro Petrit Halilaj (1986) disegna fogli di libri/abbecedari immergendosi nella propria sofferta infanzia, segnata dalla fuga dalla guerra, trasformando una parete nel ricordo di  un caleidoscopio insieme di segni, calligrafie, grafismi e illustrazioni:

Petrit Halilaj 1986 Kosovo Abetare a.JPG

C’è una costante consapevolezza del dolore dell’esperienza umana che si evince dalla proposta di lavori artistici volti ad esorcizzare il male e riscattare i valori più elementari dell’uomo.

La solitudine e lo sgomento che leggiamo nelle le figure di Firenze Lai (1984, Hong Kong), come le trasparenti e fragili sagome femminili di Kiki Smith (1954), o le impenetrabili e labirintiche tracce disegnate su corpi  da Huguette Caland (1931, Beirut) ci raccontano di lacerazioni profonde e fratture di identità.

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Firenze Lai, Shoulder Pain, 2012

 

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Firenze Lai, Autism, 2013

 

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Kiki Smith, Garland, 2012, inchiostro e collage su carta nepalese

 

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Huguette Caland, Christine, 1995

  1. Risuona costante l’urgenza del rito.

Meraviglioso è il progetto di Maria Lai (1921-2013), Legarsi alla montagna, del 1981, lavoro artistico che ha coinvolto la popolazione del suo paese, Ulassai, per costruire un collettivo Monumento ai Caduti, tramite un nastro azzurro che ha legato il paese alla propria montagna, sulla suggestione di un’antica leggenda del luogo; operazione difficile, ma riuscita, di partecipazione collettiva e attiva.

Un’immagine del video-documento dell’esperienza di Maria Lai e due foto dell’evento di Piero Berengo Gardin:

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Monumentale è la ricostruzione del lavoro artistico-antropologico di Ernesto Neto (1964, Brasile), con la grande tenda che riproduce la “Cupixawa”, luogo di socializzazione, incontri politici e cerimonie spirituali degli indios amazzonici:

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Ernesto Neto, Cupixawa, cotone, poliammide, marmo, sabbia, rafia, legno compensato, cristallo di rocca, ametista, amazzonite, perline di vetro, palle in vinile, pepe, chiodi di garofano, curcuma, zenzero, lavanda, strumenti musicali, candele.

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Ernesto Neto, Cupixawa

Il video di Marcos Avila Forero (1983, Parigi, lavora a Bogotà) presenta il progetto Atrato, in cui ridà vita alla tradizione delle popolazioni afroamericane di suonare percussioni, cantando, nel fiume Atrato, che attraversa la foresta di Choco in Colombia, linguaggio di comunicazione.

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Marcos Avila Forero, fotogramma del video Atrato, 2014

 

Planetary Dance della coreografa americana Anna Halprin (1920, Usa), è un lavoro in cui la danza e il movimento mettono in gioco il corpo in relazione ad eventi e problemi sociali da affrontare comunitariamente:

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Anna Halprin, Planetary Dence, 2003, foto della performence; schemi di studi coreografici

Senso del rito come antidoto all’individualità imperante del nostro tempo e anche “terapia” contro gli integralismi che minacciano la nostra terra.

E il rito coinvolge il corpo, il nostro corpo, che si fa mezzo artistico per costruire un “nuovo umanesimo”, espressione tratta dalla presentazione della curatrice alla propria mostra.

Acuta è l’intuizione di esplorare con grande rispetto le culture del mondo, anche quelle più ancestrali, di entrare nel tessuto più profondo dell’uomo per farne emergere la natura sociale.

Per ricucire le diversità, oltre gli steccati e i confini.

Riti che ricollegano l’uomo alla natura, pur non demonizzando la tecnologia (presente in abbondanza nelle opere), pongono l’urgenza di costruire un nuovo equilibrio tra uomo, natura e cultura. E il richiamo al “Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto, presente sull’Isola di San Giorgio in una mostra collaterale, è un necessario omaggio al grande artista.

Olafur Eliasson (1967, Copenaghen) porta all’interno del salone centrale dei Giardini Green Light – An artistic workshop, creazione collettiva di lampade ecosostenibili, con la partecipazione di giovani rifugiati, studenti, e pubblico. Qui un ‘immagine del lavoro:Olafur Eliasson 1967 Danimarca

  1. Cerchi disegnati, vissuti, realizzati.

La forma simbolica del cerchio che accomuna molte esperienze di azione pubblica e sociale si ritrova in altri progetti artistici.

Il cerchio ricorre nel lavoro della giovane artista Adelita Husni-Bey (1985), del Padiglione Italia.  Un gruppo di ragazzi, seduti in cerchio, discutono tra loro a partire dalle carte dei tarocchi, arcani/pretesto per riflettere sui temi che riguardano la loro vita, il loro futuro; sul pavimento dell’installazione-video linee morbide definite da fili di sferette luminose disegnano forme curve e sinuose guidate da calchi di mani, strumento di disegno/creazione artistica.

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Adelita Husni-Bey, The Reading / La Seduta, 2017

 

E, una lenta danza sul cerchio, con richiami alle “hore” balcaniche, ci viene proposta nel magico e surreale video Gardens di un’altra giovane artista, russa, Sasha Pirogova, (1986), nel Padiglione Russo, quale riflessione tra vita/luce  e morte/oscurità, cercando nell’oscurità il principio della luce.

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P Russia Sasha Pirogova Garden e

Nel Padiglione di Grenada, Jason de Caires Taylor (1974) documenta il proprio lavoro Vicissitudes; alcuni fotogrammi restituiscono la forza espressiva propria al girotondo di calchi di bambini di varie etnie immerso sui fondali marini, installazione mutevole nel tempo, che evoca molti significati:

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Jason deCaires Taylor, Vicissitudes, 2016.  Cemento con PH neutro e alghe coralline vive, 26 figure a grandezza naturale a 5 m di profondità.

 

Ancora, la fiaba nigeriana allestita dall’artista Peju Alatise (1975) in Flying Girs, viene illustrata con  un dinamico movimento rotatorio di giovani donne alate, tra voli di farfalle e rondini:

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  1. Sfera, forma della fragilità/sacralità del mondo.

Siamo come palloncini colorati che galleggiano incerti, legati da un filo invisibile, ma cullati dal mare; possiamo scoppiare, colpiti, ma subito un altro palloncino coloratissimo è pronto a rinascere; Balloons in The Sea di Hale Tenger (1960, artista turca), è un’installazione multimediale poetica e profonda).

The 57th International Art Exhibition_La Biennale di Venezia

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Hale Tenger, Ballons in The Sea, 2011, installazione video a sette canali con sonoro

Sfere di pietra con trame marmoree come pianeti caduti dal cielo a terra ci inquietano parlandoci con improbabili sussurri di Alicja Kwade (1979, polacca):

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Sferoidali sono i gomitoli enormi e coloratissimi che tappezzano la parete di fondo dell’Arsenale, nella Scalata al di là dei terreni cromatici allestiti dall’americana Sheila Hicks (1934):

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Quasi sferici sono i 77 deliziosi e quasi immateriali berretti di lana marocchini appoggiati sul pavimento, illuminati all’interno da una fonte di luce calda, dell’artista marocchina Younès Rahmoun.(1975); l’installazione, Taqiya Nur, è una meditazione sacra sul significato della luce, quale verità, da svelare.

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Sferico è anche il sole nei 44 tramonti filmati da Charles Atlas (1949 Usa): una magnetica videoinstallazione accompagnata da suoni suggestivi e da un cronometro che misura con un conto alla rovescia il tempo del tramonto e, dopo il buio assoluto, una tenera drag quinn che racconta di sé e della politica americana.

Charles Atlas 1949 Usa m

Emisferiche e convesse sono le numerose gocce di ceramica dorata, depositate a terra su lastre si metallo nero, sparse nell’ampio salone dell’Arsenale, dell’artista cinese Liu Jianhua (1962), una ricerca intorno agli opposti, materiale liquido/solido, opaco/lucido, luce/ombra, che ha rimandi alla filosofia buddista.

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Massicce e giocosamente minacciose sono le meteore colorate sospese nel Padiglione della Gran Bretagna, allestite dall’artista inglese Phyllida Barlow (1944):

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5. Gettati nel mondo

Molti  Padiglioni Nazionali premono tutt’attorno gettandoci con forza  nel mondo e nei problemi urgenti della contemporaneità.

Forte è l’odore di muffa che ci perseguita nel Padiglione Israeliano:  odore di materia che si decompone,  lento e inesorabile deterioramento che rende quasi insopportabile la permanenza all’interno dello spazio; siamo tuttavia catturati dal meraviglioso paesaggio che la muffa disegna sulle pareti, attratti dalla bellezza della forma e del colore. Gal Weinstein, con Sun Stand Still tenta di “bloccare” il tempo, recuperando dal degrado la possibilità di un riscatto:

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è p-israele-e.jpg

Simile sensazione di forte odore di putrefazione e  di costrizione faticosa e si vive percorrendo la galleria post-umana creata da Roberto Cuoghi nel Padiglione Italia: Imago Christi è un lavoro complesso, difficile, intrigante, che nasce da una sollecitazione, radicata nella nostra terra, tratta dal titolo Il mondo magico, di Ernesto De Martino. E’ il desiderio di “eternare” l’uomo, con l’atto creativo di modellare la forma di un corpo-Cristo, corpo che nel percorso si deteriora, si corrode decomponendosi e, nonostante il tentativo estremo di bloccarne l’integrità con la mummificazione, si ritrova frantumato per parti, braccia, testa gambe, appeso alla parete come reliquia, frammenti fissati in un disperato tentativo di conservazione della vita.

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Roberto Cuoghi, Imago Christi

Ansia, paura del vuoto, smarrimento si vivono camminando sul pavimento trasparente, sospeso, del Padiglione Tedesco (premiato con il leone d’oro), e su ciò che rimane sotto di noi, detriti, tracce di vita vissuta, a documentare la lunga e intensa performance di Anne Imhof (1978),  purtroppo presente, con i suoi interventi, solo nei giorni dell’inaugurazione:

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Anne Imhof, Padiglione Tedesco

L’angoscia che pervade il nostro mondo minacciato costantemente dalla violenza del terrorismo si rende percepibile nella coinvolgente e fantasmagorica installazione ambientale dell’artista Grisha Bruskin, Theatrum Orbis: un mondo fantastico di forme fisse e in movimento, tutte bianche in ambiente nero, ci racconta il rapporto tra potere e controllo delle masse, tra integralismi  e gesti irrazionali e violenti.

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Grisha Bruskin, Scene Change, 2016-2017

Violente  repressioni e genocidi denunciati nel Padiglione Cileno da una selva di maschere terribili, simulacro di tutte le vittime che sopravvivono nonostante lo Stato abbia tentato di cancellarle dalla memoria; il Werken, messaggero, rappresenta la comunità mapuche sterminata di cui i nomi, in led rossi, scorrono ossessivamente in cerchio sulle pareti dell’ampia sala.

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Bernardo Oyarzun, Werken

Suoni, musica, voci anche sussurrate accompagnano molte installazioni, presenze sonore che ci catturano e leniscono a tratti il senso di disorientamento, se non di forte disagio, che alcuni padiglioni nazionali comunicano.

E’ l’avviso di una  presenza, la necessità di porsi in ascolto, la possibilità di aprire un dialogo. Il Padiglione Turco, così come quello Francese, o il percorso suggestivo nei Giardini all’Arsenale, creato dal giovane  Hassan Khan, lavori molto diversi tra loro per medium e progetto artistico, risultano comunque affini per il significato che ricercano.

Ivetta Galli

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