Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: TERRA – ACQUA – FANGO – ARGILLA

Esterno del Padiglione della Germania, Thresholds, Giardini – Yael Bartana (Israele, 1970), Farewell, 2024, Padiglione Germania, 60ª Biennale di Venezia

Di terra, accumulata, se ne incontra molta, tra gli interventi artistici della Biennale.

E, come di terra, c’è anche tanta acqua.

Elementi basilari del nostro pianeta, impastati, possono dare forma ai pensieri ed alle immagini degli artisti; d’altra parte nei miti dall’argilla nasce la creazione di esseri viventi e di nuovi mondi.

Si respira l’urgenza di ricostruire, di ricreare, a partire dalle più essenziali risorse disponibili, ambienti desiderabili, accoglienti e inclusivi, in una ricerca di relazioni sostenibili e soddisfacenti tra gli esseri viventi e il pianeta.

Urgenza che nasce dal vissuto delle tragedie contemporanee, sottese alle esperienze svelate dagli artisti, come motivo di stimolo e di speranza per la ricreazione di un mondo in profonda crisi.

Il Padiglione della Germania ne è una felice sintesi: dalle frana di macerie terrose che blocca l’ingresso, alla congelata ricostruzione, all’interno, di un alloggio anni settanta completamente sommerso dalle ceneri terrose e velenose dell’amianto, simbolo del tramonto del progresso, alla ricerca di soluzioni di fondazione di nuovi mondi nello spazio intergalattico, narrata da video suggestivi, in cui si rigenera una visione di armonia tra le specie viventi. Danze rituali e ritmi coinvolgenti sulla parete concava interna magnetizzano l’attenzione: nostalgia di riti collettivi e appaganti, di movimenti cadenzati dalla musica e dai canti, di gesti che ci facciano riconoscere come comunità?

E’ questo un ‘leit motif’ che riemerge con prepotenza in moltissime altre opere.

John Akomfrah (Ghana, 1957), Listening all night to the rain, 2024, Padiglione della Gran Bretagna, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’acqua è la protagonista dei meravigliosi video che rivestono le pareti del Padiglione della Gran Bretagna. Affidato a John Akomfrah, artista che con magia crea preziosi quadri in movimento, densi di racconti e di significati.

Attraverso i mari e i fiumi passano le storie di popoli in cammino, documentate con foto d’archivio anche drammatiche, oppure create dall’artista stesso con estrema sapienza.

John Akomfrah (Ghana, 1957), Listening all night to the rain, 2024, Padiglione della Gran Bretagna, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’acqua come deposito di materiali e oggetti persi nel tempo, luogo in cui si stratificano testimonianze del passato, oppure che diventa ‘sentinella’ delle trasformazioni ambientali e dell’inquinamento.

Se le immagini poetiche di John Akomfrah che ci scorrono davanti agli occhi sono frutto di una ricerca sul passato, la storia, la cultura e la contemporaneità, l’immersione nei mari che ci accolgono nel Padiglione francese ci proiettano dal presente in un futuro fiabesco, a volte ironico e giocoso, a volte inquietante,

Julien Creuzet (Parigi, 1986), ‘Attila cataracte ta source aux pieds des pitons verts finira dans la grande mer gouffre bleu nous nous noyâmes dans les larmes marées de la lune’ , 2024, Padiglione della Francia, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’artista franco-caraibico, Julien Creuzet, partendo dal suo immaginario infantile, ci porta tra le acque e nella terra delle sue radici, la Martinica; attorno ad un verso poetico del poeta Glissant, nato in Martinica e vissuto in Francia, Julien allestisce uno spazio immersivo in cui fonde mirabilmente scultura, musica, poesia e cinema: immagini di fondali marini, correnti d’acqua e cascate alimentano le nostre percezioni, stimolano la nostra immaginazione e fanno riemergere memorie collettive.

Julien Creuzet (Parigi, 1986), ‘Attila cataracte ta source aux pieds des pitons verts finira dans la grande mer gouffre bleu nous nous noyâmes dans les larmes marées de la lune’ , 2024, frames da video, Padiglione della Francia, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’artista lavora sull’immagine della confluenza dei corsi d’acqua come metafora delle poetiche di relazioni, come luogo dello scambio con l’altro, immagine di uno spazio utopico molto potente, in cui abitano esseri viventi anche frutto di metamorfosi di varie specie, un luogo del tutto inclusivo e accogliente.

Mark Salvatus (Filippine, 1980), Waiting just behind the courtain of the age, 2024, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Torniamo alle immagini di terra, molte, tra cui questi particolari dell’installazione dell’artista filippino Mark Salvatus, dove un accumulo di terra, in verità in vetroresina, dà vita al suono di strumenti musicali delle bande e dei musicisti del monte Banahaw delle Filippine.

La scelta del luogo è emblematica, ‘Il monte mi ha sempre affascinato, anche perché è un luogo storico ed è stato uno dei primi spazi in cui Pule, assieme alla popolazione locale, iniziò ad organizzare una rivolta contro il dominio spagnolo.

(da https://www.artuu.it/padiglione-filippine-il-monte-banahaw-arriva-a-venezia/ )

Il progetto che l’artista filippino propone ruota infatti attorno alla propria origine, alla cultura del proprio popolo, alle tradizioni, tra cui l’espressione musicale, riannodando i motivi storici che lo hanno visto protagonista di momenti di resistenza contro i colonizzatori.

Manal Al Dowayan (Arabia Saudita, 1973), Shifting Sands: a Battle Song, 2024, Padiglione dell’Arabia Saudita, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Sabbie mutevoli: una canzone di battaglia’ è il titolo del Padiglione dell’Arabia Saudita, allestito dall’artista Manal Al Dowayan: il potente e coinvolgente messaggio femminista, veicolato sia da un tessuto sonoro di voci e canti di giovani ragazze che inonda l’ambiente, sia dalle eleganti calligrafie arabe, attraverso cui si impongono parole del patrimonio di liberazione delle donne, giunge chiaro.

La scrittura e i grafismi che rivestono i ‘grappoli di lame di cristallo delle rose del deserto’ ci interrogano sulle contraddizioni tra le politiche di governo del paese rispetto ai diritti umani, committente dell’opera, e la radicale rivendicazione degli stessi, da parte dell’artista che lo rappresenta.

Anna Maiolino (Italia, 1942), Anno 1942, Mapas mentals,2973-1999 e Terra Modelata, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Anna Maiolino è stata premiata con il Leone d’oro alla carriera e la sua esperienza ripercorre i temi salienti di questa mostra: emigrata dalla Calabria in Brasile, ha vissuto e lavorato tenacemente come artista in America Latina. La forma dell’Italia del 1942, suo anno di nascita, ritagliata dal bruno cenere del fuoco, rimanda ai bombardamenti subiti, e restituisce una figura sofferta della propria identità.

L’artista dagli anni ottanta si dedica a modellare la terra, l’argilla, recuperando la gestualità nella creazione artistica a partire dagli elementi naturali più essenziali. Lo spazio da lei allestito in una stanza all’Arsenale è trasformato in un’architettura abitata e arredata dalla proliferazione di forme in terracotta che rimandano alla ciclicità e continuità della vita, al suo continuo rinnovarsi, in continua trasformazione ed evoluzione.

Maria Madeira (Timor Leste 1969), Kiss and don’t tell, 2024, parte del video, Padiglione di Timor Leste, 60ª Biennale di Venezia

Con argilla rossa, dalla terra di Timor Leste, spalmata sul tessuto tradizionale teso alle pareti e accumulata a terra, Maria Madeira rievoca le violenze subite dalle donne nel suo paese, costrette dagli uomini a baciare col rossetto le pareti e a sottomettersi a loro.

Il canto dolente da lei interpretato, ‘Cara Madre Terra’, e i gesti dell’artista volti a riscattare il sacrificio delle vittime del patriarcato, restituiscono un’esperienza emotiva e poetica intensa, trasfigurata nei delicati colori che avvolgono la stanza del Padiglione.

Maria Madeira (Timor Leste 1969), Kiss and don’t tell, 2024, Padiglione di Timor Leste, 60ª Biennale di Venezia

Con la terra argillosa, con gocce di vernice e noce di betel, Maria Madeira dipinge un ambiente carico di note di dolore e di desiderio di resilienza, in cui si respira la memoria e la storia dei suoi racconti.

Joshua Serafin (Filippine, 1995), Void, 2022, frames da video, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dal fango, in riva ad una pozzanghera, prende vita e corpo una persona, un mito di creazione primordiale che si ripete, lentamente, in un contesto notturno e fortemente contaminato dalla materia argillosa. Nel video di Joshua Serafin, la figura che si anima è una divinità non binaria, emblema di una utopia queer come modello di superamento dei pregiudizi di una cultura patriarcale, radicata nella tradizione filippina, ma non solo; l’opera diviene, a mio parere, una visione pregnante della rivoluzione in atto, a livello planetario, relativamente ai concetti di genere e di identità, motivo che, abbiamo visto, emerge in molte opere, in particolare di giovani artisti.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: CAPANNA – ‘SAFE SPACE’

L’archetipo della capanna, luogo primario di rifugio, spazio sicuro per il viandante, è una figura necessaria nell’immaginario delle persone, in particolari nomadi o alla ricerca di un luogo accogliente; questa ‘figura’ ricorre, non a caso, in molti degli interventi artistici dell’esposizione ‘stranierǝ ovunque’.

Frequentemente è una ricostruzione fisica, carica di rimandi simbolici e culturali, di un luogo al centro del nostro peregrinare, o della memoria, ma può essere anche uno ‘safe-space’ evocato come urgente, in particolare dallǝ giovanǝ artistǝ che, ‘stranierǝ’ rispetto ad un mondo rigidamente binario od omobitransfobico, cercano un ambiente domestico a cui appartenere e in cui ‘sentirsi a casa’,

Nil Yalter (Il Cairo, 1938), Topak Ev, 1973, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nel salone circolare, all’ingresso del padiglione ai Giardini, Nil Yalter, artista turca nata al Cairo, ricostruisce una Topak Ev, una tipica tenda della comunità nomade Bektik dell’Anatolia Centrale, struttura rivestita di feltro e decorata con pelli di pecora, lavorate con scritte e inserti di altri materiali tessili.

I Bektik della steppa anatolica dicono che la tenda rotonda sia ‘una casa delle donne’ “: la scelta da parte dell’artista di riproporre quest’opera, una tenda che veniva costruita dalle future spose, porta l’attenzione sulle ricerche artistiche esplorate da Nil Yalter: le tematiche di genere e la liberazione sessuale femminile intrecciate ai temi della migrazione. Le pareti avvolgenti della sala riportano l’installazione ‘Exile is a Hard Job‘, una narrazione del tema dell’esilio testimoniata dal punto di vista femminile.

A Nil Yalter è stato riconosciuto il Leone d’oro alla carriera per il proprio significativo percorso artistico in relazione al tema della Biennale di Adriano Pedrosa,

Mataaho Collective (Nuova Zelanda, 2012), Takapau, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’ingresso delle Corderie dell’Arsenale si viene accolti da un’ installazione architettonica, come una grande culla, realizzata da un collettivo di donne maori. Il complesso intreccio di nastri bicromi propone, in grande scala, la tecnica per la realizzazione del ‘takapau’, una stuoia tessuta finemente e utilizzata per la cerimonia del parto.

La nascita, come rito di passaggio dal buio alla luce, viene evocata dal disegno della tessitura, bianco e grigio, e dai diversi giochi di luce e ombra che le trame riflettono nello spazio; uno spazio in cui si percepisce il benessere di una tenda protettiva e accogliente,

Al Collettivo Maori Mataaho è stato riconosciuto il Leono d’Oro assegnato al miglior artista partecipante.

Kiluanji Kia Henda (Angola, 1979), A Espiral do Medo, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’iniziale piacevole effetto decorativo, dato dai diversi disegni delle ringhiere metalliche e dai loro riflessi, segue una sensazione di esclusione dalla ‘Spirale della paura’, una gabbia allestita per difesa da un pericolo imminente.

L’artista angolano Kiluanji Kia Henda ha raccolto questi pezzi di griglie dalla sua terra creando una struttura precaria, uno spazio incerto, denunciando il prevalere di una funzione di chiusura e, conseguentemente di rifiuto dello ‘straniero’, perdendo così, la dimora, qualsiasi riferimento all’accoglienza.

Daniel Otero Torres (Colombia, 1985), Lluvia, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Lo scheletro di una palafitta, posticcia, che regge recipienti e materiali di scarto, riciclati, immersa in una vasca d’acqua, ricostruisce un’abitazione della comunità Emberà, edificate lungo le rive del fiume Atrato, in Colombia. Il modello proposto da Daniel Otero Torres, racconta la difficoltà, di queste comunità emarginate, nel sopravvivere ai problemi di precarietà abitativa e di carenza di acqua potabile; infatti, pur disponendo la zona di molta acqua, la gran quantità di inquinamento dovuto all’estrazione dell’oro, ne pregiudica la potabilità.

L’ingegnoso sistema di purificazione del ciclo dell’acqua, ricostruito qui simbolicamente, vuole essere una denuncia delle gravi conseguenze sull’abitare dei processi di privatizzazione della natura.

Antonio Jose Guzman (Panama, 1971) & Iva Jankovic (Serbia, 1979), Orbital Mechanics, from the Electric Dub Station series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tutti noi da bambini abbiamo costruito una capanna/tenda con lenzuola e panni vari per gioco, per creare un nostro spazio sicuro, per sentirci protetti e cullati. Non so perché ma percorrere questa grande tenda/architettura che si incontra all’Arsenale, costruita con raffinate tele tinte con l’indaco, dentro cui si diffonde un ‘tessuto’ sonoro dato dall’intreccio di ritmi senegalesi e timbri elettronici, ha fatto riemergere pezzetti di memoria dei miei giochi infantili.

Il complesso lavoro di Antonio Jose Guzman e Iva Jankovic scava nella storia coloniale e dello schiavismo africano, utilizzando il colore indaco, di origine vegetale, proprio dei tessuti sacri, come simbolo della migrazione nelle Americhe; infatti, gli schiavi africani portarono e diffusero la coltivazione di questa pianta nelle terre in cui furono deportati.

Per realizzare i tessuti dell’installazione gli artisti hanno utilizzato tecniche di tintura antichissime e i disegni scelti creano trame geometriche molto suggestive; tra i segni tessuti emblematici sono le ritmiche tracce di sequenze di DNA, impronta di un ricco patrimonio umano di esistenze dato dall’ intreccio di etnie conseguenti alle migrazioni.

Charmaine Poh (Singapore, 1990), Kin, (tre frames dal video: https://www.youtube.com/watch?v=63_zcy6J9QM ) 2022, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Safe-space’ è anche quello cercato dalle giovani persone queer, ‘estranee’ troppo spesso all’interno della propria casa e della propria famiglia, in una cultura eteronormata, cultura che impedisce di vivere un sereno percorso di autoaffermazione, coerente alla propria identità di genere e al proprio orientamento sessuale.

L’occhio curioso del giovane volto è lo sguardo profondo della giovane artista del Singapore, Charmaine Poh che, nei video presentati all’Arsenale, narra con estrema poesia e delicatezza, momenti di vita desiderati ed immaginati da tre giovani queer, in un contesto domestico, accogliente e sicuro.

Kin, an imaginary safe space for queer life in Singapore, è una creazione suggestiva che mette in luce le complesse tematiche vissute dalle persone queer, la cui invisibilità inizia ad essere scalfita dalle giovani generazioni; in questa Biennale, Adriano Pedrosa dà voce a molte esperienze di artisti della galassia LGBT+, persone che per la loro condizione di minoranza hanno spesso vissuto come “straniere” nel proprio stesso mondo.

Elmear Walshe (Irlanda, 1992), Romantic Ireland, 2024, Padiglione dell’Irlanda, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista queer irlandese Elmear Walshe, nell’installazione multidisciplinare all’Arsenale, intreccia storie della propria terra legate al tema dell’abitare, sia da un punto di vista storico/politico che personale; in Romantic Ireland allestisce video con performers, mascherati con terra argillosa, risorsa prima per le costruzioni delle case storiche, sulle note di un’opera che narra un episodio di sfratto, ‘attori’ che si muovono tra muri in argilla di un’abitazione in rovina.

L’episodio di sfratto di un anziano che si vede costretto a lasciare tutto quello che per lui era la vita, è motivo di riflessione sulla disparità di potere nella gestione delle terre, eredità di rapporti ‘coloniali’ tra proprietari e abitanti.

Rapporti di potere che impediscono la fruizione di uno spazio sicuro, come dovrebbe essere considerata la propria casa. Emblematica a riguardo è la stesura/copertura della propria pelle con la terra cruda, estremo bisogno di dare al corpo un tessuto protettivo sicuro, un rifugio abitativo.

Moufouli Bello (Benin, 1987), Ashe, 2024, Padiglione del Benin, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Ashe‘ è il titolo del grande guscio che si erge al centro dell’interessante Padiglione del Benin, ‘Everything precious is fragile’: è una capanna realizzata con taniche di plastica sovrapposte, sulle cui facce interne si modellano maschere dalle fattezze umane.

L’artista del Benin, Moufouli Bello, celebra in quest’opera la saggezza del suo popolo, mettendo in luce le voci storicamente marginalizzate. Il nome ‘Ashe‘ significa ‘Così sia‘, ma anche potere ed energia e la scelta vuole sottolineare il valore spirituale attribuito allo spazio emisferico, “come fosse un convento”, dice l’artista stesso.

Le maschere evocano il popolo del Benin, le persone deportate come schiavi, le donne di ieri e di oggi, un passato ed un presente che si impone come storia per ricostruire un futuro: all’interno, basta alzare la testa e si vede la volta celeste, luogo abitato dagli antenati, lì nascosti per vegliare sul mondo. E il le sonorità indigene che si diffondono nella capanna austera trasmettono l’intensità e l’emozione di un rito sacro.

Sergey Maslov (Samara 1952, 2002), Baikonur 2, Padiglione del Kazakistan, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Kazakistan, collocato nel Museo Navale, viene elaborata con installazioni l’utopia di una terra promessa, narrata da sempre dai miti kazaki, sogno necessario per fuggire dalle apocalissi terrene di una terra soggetta a continue dominazioni e devastazioni ecologiche. Attraverso visioni futuristiche, tra le opere esposte, quella di Sergey Maslov, artista non più vivente, mette al centro la ‘yurta’, una tenda dei popoli nomadi, nella ricerca di una relazione tra umanità e cosmo, combinando la tenda con astronavi spaziali, sognando una coabitazione tra popoli diversi e molto distanti tra loro.

La tenda della tradizione nomade diviene modello di un profondo desiderio di armonia e di pace.

Toyin Ojih Odutola (Nigeria, 1985), Ilé Oriaku (Casa dell’abbondanza), 2024, Padiglione della Nigera, 60ª Biennale di Venezia

E’ valsa la pena perdersi tra le calli di Venezia per arrivare al Padiglione della Nigeria, un insieme di decisamente interessante di voci di artisti africani, molti residenti altrove, come Toyin Ojih Odutola, artista ora residente negli Stati Uniti.

La sala allestita con i dipinti di Toyin Ojih Odutola, è stata concepita come la ricreazione della sala quadrangolare delle ‘Mbari House’ nigeriane, case rituali del sud-est della Nigeria, distrutte in seguito alla guerra civile degli anni Sessanta/Settanta, eredità della violenza coloniale e postcoloniale.

La casa era luogo in cui si celebravano riti propiziatori per placare le divinità, in particolare Ala, la dea della terra; la casa era adornata da statue scolpite nel fango o dipinte alle pareti, ora del tutto perse. Nelle notti di luna piena, si raccontava, gli spiriti inquieti si esibivano in performance che raccontavano storie dell’immaginario nigeriano.

L’artista parte dalla memoria storica, dal folklore e dalla mitologia della sua terra per recuperare, dalla forza della tradizione, la potenza creativa che può essere motore di rigenerazione per la Nigeria postcoloniale. Quindi la ‘Mbari House’, rivisitata, può divenire luogo di incontro e dialogo tra persone che, liberando la propria capacità progettuale, possono attraverso l’arte ricostruire un senso di comunità.

Le parti di figure, prevalentemente femminili e di colore, dipinte dall’artista nigeriana sono quasi scolpite con il colore, steso con decisione e grande sapienza per superfici luminose e contrapposte. Corpi che si intrecciano con l’architettura e la natura come frammenti colorati di un immaginario ricco di scorci inconsueti; l’artista definisce le sue figure come vulnerabili, ma dignitose, forti e, nello stesso tempo, fragili. Si respira il desiderio di far parte di un ambiente domestico/sacro sicuro.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: FILI – TRAME – MAPPE – MONDI

Juliette Zelime alias Jadez (Seychelles, 1984), Pala, Padiglione della Repubblica delle Seychelles, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili che disegnano traiettorie di collegamento, reti di percorsi, fili che costruiscono mappe e che si aggrovigliano in labirinti; fili che inseguono il fluire del tempo delle persone in viaggio, che si intrecciano in nodi più o meno stabili; fili che a volte si spezzano e a volte si ricongiungono.

Numerose sono le opere, provenienti da diversi luoghi del mondo, disegnate con fili su tessuti; l’impatto visivo e la densità di significati che riescono a narrare sono sorprendenti.

Vlatka Horvat (Croazia, 1974), By the Means at Hand, Padiglione della Croazia, 60ª Biennale di Venezia

Questo umile lavoro esposto nel Padiglione della Croazia, un gioiellino perso tra le calli veneziane, condensa molti significati, tanto da essere scelto, da me, per aprire questa ‘maratona tematica’ tra sedi della Biennale e Padiglioni,

L’immagine illustra il progetto dell’artista croata Vlatka Horvat, cioè una raccolta e uno scambio di opere, tra artisti che vivono in una condizione di diaspora in diversi paesi, che vengono spedite in viaggio attraverso corrieri e mezzi improvvisati, con l’obiettivo di costruire legami di fiducia, di solidarietà e di sostegno reciproco,

Nello stesso tempo il disegno può evocare il significato della parola della tradizione giapponese, ‘musubi’, secondo cui la vita, lo scorrere del tempo, i rapporti e i ‘legami’ tra le persone sono come un intreccio di fili invisibili, figura ricorrente nell’immaginario di molti artisti nomadi e pone l’attenzione su di una tecnica utilizzata in molti lavori della Biennale, non a caso, in relazione al tema di fondo proposto dal curatore e alle vite ‘diasporiche’ dei protagonisti.

Percorrendo l’Arsenale si incontrano interventi artistici coerenti a queste tematiche, ‘mappe’ di mondi fissate nel tessuto, spesso realizzate con pratiche di lavoro collettivo, particolarmente suggestive per lo sguardo colorato di voglia di riscatto, in una prospettiva di dialogo, di pace e di costruzione di un’appartenenza, ovunque si sia.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), The Mapping Journey Project, 2008-11 e Sea Drift, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Le rotte migratorie che dall’Africa si dirigono verso le isole Canarie, restituite con un ricamo di filo luminoso su di un lino naturale blu profondo, assieme a otto silografie ‘Constellations series‘, disegnate da Bouchra Kalili, completano il progetto dell’artista illustrato su otto schermi di una grande videoinstallazione all’Arsenale, in cui vengono narrate e segnate le vie percorse dagli stessi migranti, dall’Africa e dall’Asia. Migranti in viaggio, erranti, come i pianeti, tra le stelle.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), Constellations Series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La trasfigurazione poetica delle tracce dei viaggi delle persone che fuggono dalla propria terra, affrontano esperienze di pericolo e profonda sofferenza alla ricerca di una vita più desiderabile, diviene quasi una necessità per reinventare alternative alla disperazione; le linee ricamate e le linee ideali delle costellazioni tracciano un paesaggio sognato, senza confini e senza barriere geopolitiche.

Dana Avartani (Palestina, 1985), Vieni, lascia che guarisca le tue ferite, lascia che ripari le tue ossa rotte, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dana Avartani, artista palestinese-saudita, ha lacerato le lunghe pezze di seta stese nel salone dell’Arsenale, poi le ha rammendate, rattoppandone i buchi, con fili dello stesso colore, ottenuto da tinte naturali tratte da spezie orientali, erbe utilizzate anche per guarire, con un gesto di cura; cura delle ferite causate della violenza della guerra e dalle occupazioni devastanti della sua terra natale.

Dana Avartani utilizza il filo e il cucito in un gesto rituale che ‘delicatamente urla’ un messaggio di pace, in questi giorni particolarmente necessario anche per la distruzione dei territori della Palestina e non solo.

Shalom Kufakwatenzi (Zimbabwe, 1995), Under the Sea, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli spazi dell’Arsenale si incontra la giovane artista dello Zimbabwe, Shalom Kufakwatenzi, che predilige la realizzazione di opere tessili con le quali dipinge suggestivi quadri di ‘paesaggio’; la lavorazione con fili di lana, tela di juta, spago, lenza da pesca, materiali malleabili e trasformabili, le permette di sperimentare un processo di creazione affine alla fluidità della propria identità di genere, non binaria.

L’artista crea mondi fantastici, mappe di un mondo fiabesco, contemporaneamente affascinanti, per le forme e le tinte vivaci, come inquietanti, per le pieghe scure e profonde che le delimitano; inquietudine che vuole essere denuncia del proprio senso di estraneità, rispetto agli stereotipi di genere, così come ‘allarme’ rispetto le tematiche ambientali e sociali.

Claudia Alarcόn & Silӓr (Argentina, 1989), Ottobre e Donne, una volta stelle, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista della comunità indigena argentina Wichi, Claudia Alarcόn, ha recuperato la tecnica della tessitura tradizionale, che utilizza il filato ottenuto dalla pianta locale del ‘chaguar’, per valorizzare la memoria collettiva e la creatività del proprio popolo.

In questo progetto ha coinvolto alcune donne tessitrici, creando il gruppo ‘Silӓr‘, per la realizzazione collettiva di delicati e preziosi arazzi, alcuni ora esposti all’Arsenale, attuando una pratica che permette di comunicare sogni, intuizioni, pensieri e trasmettere i racconti degli anziani, un modo per costruire tra generazioni un proficuo dialogo ‘non verbale’.

Güneş Terkol (Turchia, 1981), A song to the world (part.) 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Il particolare dell’opera dell’artista turca Güneş Terkol è tratto dall’arazzo/striscione, lavoro di cucito e di patchwork di stoffe, che è stato realizzato assieme a due collettivi di donne di Venezia, impegnate sulle tematiche femministe e di genere.

La pratica di Güneş Terkol, oltre a coinvolgere direttamente le donne e le loro storie nella tessitura delle opere, prevede momenti di performance, in cui gli striscioni vengono portati per le vie della città in cui sono stati realizzati; in questo caso, per le calli di Venezia, fino ad arrivare all’Arsenale, dove ora è esposto. Come in altre esperienze incontrate nel percorso, l’opera prende vita grazie ad una rete di persone che si raccontano e la costruiscono collettivamente, conferendo alla stessa una forte valenza sociale e politica oltreché artistica.

Bordadoras de Isla Negra (Cile 1967-80), Untitled, 1972, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Arpilleristas, artiste cilene ignote, Untitled, anni Ottanta, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Questi vivaci lavori tessili, che provengono dal Cile, esposti all’Arsenale, sono stati realizzati da gruppi di donne in due momenti diversi della storia politica del Paese: le Bordadoras hanno ricamato con fili di lana di colori brillanti, con tecniche tramandate dalle donne anziane, paesaggi e abitanti di una zona costiera del Cile, negli anni del governo popolare di Allende; le Arpilleristas hanno cucito stoffe colorate e tele di juta, dando rilievo alle superfici con interventi ad uncinetto, durante la dittatura di Pinochet.

Il linguaggio artistico delle opere riflette un’estetica caratteristica dei popoli indigeni, affine ad uno sguardo infantile, linguaggio che nel Novecento spesso è stato rielaborato dalle avanguardie artistiche occidentali.

Mentre il paesaggio di Isla Negra si dipana in un racconto vivace, che procede dal mare alle Ande, celebrando una vita serena ed impegnata in varie attività quotidiane in cui il popolo è protagonista, i tessuti delle Arpilleristas, pur restituendo un simile contesto culturale, divengono manifesti della resistenza delle donne cilene all’oppressione della cultura patriarcale e alla dittatura di Pinochet. Infatti le donne, attraverso alcuni inserti tra le immagini ricamate, lanciavano messaggi di critica al governo e richiesta di aiuto per il proprio sostentamento, al punto che molte furono perseguitate per questa attività.

WangShui (USA, 1986), Weak Pearl, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili e reti possono essere tessuti anche utilizzando tecnologie più avanzate, come nell’installazione immersiva e sonora all’Arsenale dell’artista americano WangShui.

La rete è data da una membrana intrecciata di punti luce LED cangianti, in movimento grazie a una complessa tecnologia che sfrutta l’intelligenza artificiale, con sensori che si attivano in presenza delle persone, proponendo un’esperienza interattiva avvolgente ed emozionante .

Il titolo dell’opera ‘Perla debole’, rivela la fragilità, pur nella complessità della realizzazione, della videoscultura a rete, mutevole, smaterializzata, immersa in un paesaggio sonoro, immagine della ricerca artistica di WangShui; la sua pratica è volta ad indagare i principi di metamorfosi e trasformazione propri della natura biologica, per riflettere anche sulle questioni di identità di genere ed utilizza la tecnologia più avanzata quale medium per comunicare concetti di fluidità e libertà.

Katya Buchatska (Kiev, 1987), Saluti sinceri, 2024, Padiglione dell’Ucraina, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Net making‘ è il titolo scelto dai curatori del Padiglione dell’Ucraina, all’Arsenale; ‘la tessitura’, metafora della costruzione di una rete tra le persone per resistere in un contesto di guerra, è anche possibilità di attivare un’azione collettiva, orizzontale e autogestita per sperimentare processi di unificazione e di dialogo.

All’interno di questo progetto, Katya Buchatska, per realizzare ‘Saluti sinceri’ ha coinvolto 15 artisti che hanno ricamato, con colori vivaci e andamenti liberi e gioiosi, frasi di augurio, da un lato, e tanti cuori stretti tra loro, dall’altro: urgente desiderio di amore e messaggio di pace in un contesto di conflitto molto violento.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli ultimi Padiglioni dell’Arsenale, quello dell’Uzbekistan ci accoglie in un ambiente suggestivo improntato sulle tonalità di un incantevole blu-indaco, colore che pervade lo spazio uzbeko, dalle decorazioni architettoniche, alle cupole delle moschee, ai disegni sulle ceramiche ai costumi femminili o le giacche maschili, e in genere ai tessuti indossati nella quotidianità.

Il Padiglione è stato allestito dalla giovane artista della diaspora uzbeka, Aziza Kadyri, nata a Mosca, cresciuta in Cina, che attualmente si sposta tra Londra e l’Uzbekistan, Aziza Kadyri proietta nelle proprie opere la difficoltà a connettersi con le sue radici e per realizzare il progetto ‘Don’t Miss the Cut’ ha coinvolto un collettivo di donne, con le quali si è confrontata sul tema della memoria, storica e visiva e dell’identità.

La sua ricerca artistica (prima foto) parte dal ‘suzani,’ il ricamo fatto a mano nella tradizione dell’Asia Centrale, miniera di storie, di miti e racconti non scritti, e con l’utilizzo di un programma di intelligenza artificiale, rigenera, nei video accostati, figure e forme del ricco patrimonio della memoria collettiva uzbeka.

Le foto successive sono pezze cucite e ricamate di una coinvolgente scenografia in cui, inconsapevolmente, ci troviamo ad essere attori e spettatori in un gioco spiazzante di riflessi tra osservatori e osservati.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Olga De Amaral (Colombia, 1932), Muro tejido terruño, 1969, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Il percorso tematico prosegue ai Giardini dove, con l’ artista colombiana, Olga De Amaral, oggi novantenne, abbiamo una testimonianza delle radici storiche della ‘Fiber Art’ forma artistica che trova legittimazione nel secolo scorso. L’opera di scultura tessile di Olga De Amaral richiama antiche tecniche di lavorazione dei tessuti inca; il rilievo creato con raggruppamenti e nodi dei fili di lana, intreccia una elegante sequenza ritmica sia per le forme che per le tinte accostate, variazioni delle ricche tonalità naturali della terra. Un inno alla natura e al potenziale creativo del medium!

Kang Seung Lee (Corea, 1978), Untitled (Costellation), 2024, installazione, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

“Il destino del seme della terra è mettere radici tra le stelle”, è il poetico messaggio ricamato con un prezioso filo d’oro da Kang Seung Lee, artista coreano, su di una tela grezza, tra le numerose piccole creazioni che compongono la sua installazione, presentata in una sala dell’edificio ai Giardini.

Fili, tessuti, bottoni, fotografie, piume, spighe di grano, pannelli di legno e molto altro ancora, oggetti colti da una domestica quotidianità, intreccio di sguardi femminili e maschili, costituiscono la materia prima delle raffinate micro-creazioni, parte dell’intervento ‘Costellation‘, volto a rendere omaggio ad alcuni artisti deceduti a causa dell’AIDS.

Un percorso pensato per restituire uno spazio di dignità e di riconoscimento ad alcune figure dell’arte della galassia queer, marginalizzate dalla storia ufficiale e qui pienamente riscattate.

Liz Collins (Usa, 1968), Rainbow Mountains Weather, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Fantasia di un’utopia queer che è appena fuori portata“, è la descrizione che l’artista ci regala dei due grandi arazzi esposti ai Giardini, paesaggi da cui si sprigiona una forte energia coivolgente, segnalandoci quanto sia dirompente e rivoluzionaria, oggi, la tematica sugli orientamenti sessuali e le identità di genere.

Le fiammate dei colori degli arcobaleni tessuti su di un cielo nero, tra astri inquietanti, cercano una propria affermazione in un contesto di conflitti che ancora frenano il pieno riconoscimento di tutte le esistenze,

Kapwani Kiwanga (Canada, 1978), Trinket e Impiraresse 2024, Padiglione del Canada, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

(La prima foto è tratta da https://www.finestresullarte.info/arte-contemporanea/biennale-venezia-padiglione-canada-riflessione-emarginazione-artista-kapwani-kiwanga)

Nel Padiglione del Canada, ai Giardini, il filo diventa il supporto su cui vengono infilate circa 7 milioni di perline di vetro, di vari colori, realizzando leggeri tendaggi che rivestono sia internamente che esternamente l’architettura del padiglione.

Il progetto “Trinket“, gioiello, viene concepita dall’artista franco-canadese Kapwani Kiwanga, di origini della Tanzania, oggi residente a Parigi, la cui biografia è rappresentativa dei complessi percorsi di vita degli artisti selezionati per questa Biennale.

Le perline di vetro, prodotte dagli artigiani a Venezia dal 1400 alla metà del ‘900, sono state esportate in Africa, America e India, come merce barattata con risorse molto più preziose, anche con schiavi, sfruttando l’alto valore attribuito dalle popolazioni extraeuropee a queste piccole sfere di vetro colorato.

L’artista ha portato alla luce questa modalità, tra le tante, di rapina di risorse dei popoli colonizzati, denunciandone il meccanismo attraverso una rielaborazione artistica di grande valore estetico e poetico; il colore cangiante dei drappi alle pareti annulla l’architettura del padiglione, creando uno spazio suggestivo e accogliente.

All’esterno è teso un grande tendaggio realizzato con file di perline blu, “Impiraresse“, definito con il nome delle donne incaricate di infilare le sferette di vetro, omaggio dunque alle artigiane costrette ad eseguire quel lungo lavoro ripetitivo.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), If there is no struggle there is no progress, We wold these truths to be self-evident, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Di perline e fili e nastri colorati è pervaso il Padiglione degli Stati Uniti, ai Giardini, ‘The Space in which to place me’, dove note caleidoscopiche di colori squillanti rivestono le pareti, le sculture, i quadri e i video creati da Jaffrey Gibson, artista statunitense di origini Cherokee.

Emblematico è il titolo della prima scultura a forma di piccolo uccello/papera ‘Senza lotta non c’è progresso‘, per ricordare quanto sia necessario non dare per scontati i diritti acquisiti, ma anche quanto la storia e la resistenza dei propri antenati sia parte integrante del presente e del futuro.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), The obligation of honor of a powerful nation, We want to be free, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Gibson intreccia materiali e linguaggi della tradizione del sud-est statunitense, zona dei suoi antenati Choctaw e Cherokee, con tecniche e forme della cultura artistica contemporanea, (come non pensare ai lavori di Boetti?), inserendo testi significativi tra le trame geometriche dipinte, che evocano motivi decorativi indigeni.

Il profilo dell’indiano nel cammeo, disegnato con perline cucite, come le tende dei popoli indigeni, alternate alla bandiera americana, inserti raffinati di gusto folkloristico, così come la scritta ricamata che cita la legge ‘Indian Citizenship Act‘ del 1924, testo che garantisce i diritti primari alle popolazioni indigene, riportano la nostra attenzione oltre il suggestivo impatto estetico, facendoci recuperare frammenti di storia sottaciuta e confinata ‘nelle riserve’.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), Every boby is sacred, powerful because we’re different, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nei lavori di Gibson si coglie anche una ricerca volta a scardinare gli stereotipi legati alle questioni di genere, tematica a lui cara, in quanto persona omosessuale: l’inserimento in molte opere dei colori dell’arcobaleno, tra le tinte squillanti e psichedeliche, come le scritte nelle due opere sopra riportate, documentano il suo impegno per il riconoscimento delle diverse e possibili identità sessuali.

All’interno del Padiglione si è contagiati dall’energia positiva e dalla gioia che l’artista comunica con il proprio lavoro, invito coinvolgente volto a dare voce e celebrare le comunità di nativi che, pur se emarginate nella storia americana, hanno mantenuto una profonda cultura e dignità. Il coinvolgimento emotivo si accentua avvicinandosi alle ritmiche sonorità del video, alla fine del percorso.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), She never dances alone, 2024, parte del video del Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà (Brasile, 1982), Okarà Assojaba 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà, artista leader indigena del popolo amazzonico dei Tupinambà, popolo per secoli perseguitato e decimato violentemente, nel Padiglione del Brasile ai Giardini volge la propria pratica artistica alla valorizzazione della capacità di resistenza delle comunità indigene impegnate nella ‘rinascita’ delle foreste disboscate.

Recupera come materia prima le reti da pesca locali e le piume di uccelli della foresta, per ricostruire, nell’installazione ‘ Okarà Assojaba‘, l’assemblea degli anziani, in ascolto e dialogo, attorno alla figura leader, che veste il mantello caratteristico della comunità, dal valore rituale e spirituale, mantello realizzato con tecniche di tessitura tradizionali.

Ziel Tupinambà (Brasile, 1994), Cardume, 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Anche Ziel Tupinambà ricostruisce nel Padiglione del Brasile un’installazione che vuole celebrare la vita della popolazione amazzonica, immergendo i simboli della propria cultura e storia in un paesaggio sonoro che mescola, al rumore dei fiumi e ai canti tradizionali, i violenti colpi degli spari d’arma da fuoco.

Sotto ampie ‘volte’ di reti da pesca, che rappresentano le correnti dei fiumi abitate dai pesci, risorsa fondamentale, si affrontano colorate e gioiose maracas e pericolosi proiettili, in racconto visivo carico di significato simbolico per la propria esistenza.

Rashad Alakbarov (Azerbaigian, 1979), I Am Here, 2024, Padiglione dell’Azerbaigian, 60ª Biennale di Venezia

Uscendo dalle sedi della Biennale si trovano Padiglioni che, con opere interessanti. continuano a tessere motivi coerenti al nostro percorso.

Con ritagli di caratteristici tappeti azeri, come copertura di bianchi blocchi labirintici, Rashad Alakbarov compone la scritta ‘I am here‘, immagine catturata da uno specchio convesso collocato nell’angolo alto, tra le pareti di uno spazio claustrofobico.

Siamo nel Padiglione dell’Azerbaigian, dove, tra le varie installazioni, quella di Rashad Alakbarov utilizza frammenti di decorati tappeti tradizionali per comunicare il bisogno di trovare un proprio ‘luogo’, una propria identità; il messaggio viene riflesso nel nostro rispecchiamento, immergendoci in una sensazione di spaesamento e contemporaneamente di piacevole sorpresa.

Guy Woueté (Camerun, 1980), Posséder deposséder, 2024, Padiglione del Camerun, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Camerun, allestito nel Palazzo Donà delle Rose, l’artista Guy Woueté presenta alcuni lavori sui temi della colonizzazione, della migrazione e della diaspora; tra le sue creazioni, il tessuto di tela appeso, lavorato con piccole e regolari pezze cucite come una griglia, come frammenti di terra imprigionati, dalle evocative tinte naturali, viene ricamato da queste frasi:

NON RIESCO A RESPIRARE (in verticale)

SE SIAMO ORGANIZZATI, SE LOTTIAMO, POSSIAMO VINCERE E RESPIRARE

Dalla scritta, appena percettibile, germogliano fili neri, quasi capelli, che cadono aggrovigliandosi, come una cascata di lacrime.

La drammatica forza espressiva di questo lavoro condensa tutta la sofferenza e la determinazione, sia personale che di un popolo, nella ricerca di liberazione dalle gabbie di schiavitù e di dipendenza vissute nei secoli della colonizzazione gabbie che ancora oggi condizionano pesantemente la loro esistenza.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

59ª Biennale: voci dalle minoranze non binary, trans, queer.

Yuki Kihara,  Fonofono o le nuanua: Patches of the rainbow (After Gauguin), 2020. Fotografia tableau, parte del progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Cecilia Alemani ha dichiarato, presentando la sua Biennale lo scorso anno, di volere dare voce alle espressioni marginali e minoritarie nel mondo dell’arte e, dico io, nella vita; una sfida coraggiosa, ma necessaria, se l’obiettivo della sua proposta è fare emergere, dalla moltitudine dell’arte contemporanea, quei germogli di ricerca e percorsi innovativi che colgono temi e urgenze poste dalle giovani generazioni.

Tra i materiali esposti nella Mostra e nei Padiglioni Nazionali ho raccolto alcune opere intorno al tema all’identità di genere, al mondo no binary e queer, trovando molti spunti interessanti, sia tra le proposte di figure artistiche storiche del Novecento, che contemporanee: una presenza discreta, ma che si offre al mondo dell’arte con determinazione, a sottolineare quanto sia necessario conoscere e portare alla luce le unicità della natura umana.

Annodare immagini e messaggi in questo percorso non è stato facile. Ci sono vissuti, un tempo rimossi o sconosciuti, che oggi nelle giovani generazioni prendono forma e corpo; alcuni artisti ne diventano portavoce, protagonisti di una rivoluzione culturale e sociale che si fa travolgente, che va oltre i temi specifici della comunità LGBTAQ+, per abbracciare le voci tutte delle minoranze, in modo intersezionale.

– Claude Cahun (1894-1954), esponente della rivoluzione surrealista.

Tra le artiste che hanno alimentato le ricerche delle avanguardie storiche, emergono figure molto interessanti, le cui storie e identità, non sempre facilmente definibili, raccontano di esistenze non conformi ai generi.

Emblematica è la figura di Claude Cahun, pronome di Lucy Renée Mathilde Schwob, fotografa, scrittrice e performer, protagonista della stagione del Surrealismo in Francia, di origine ebrea e impegnata nella Resistenza Francese.

Claude Cahun (1894-1954), Autoritratto riflesso allo specchio, 1928 ca., fotografia Giardini 59ª Biennale

Claude Cahun (1894-1954), Self portrait, in robe with masks attached, 1928, fotografia Giardini 59ª Biennale

Dalle opere selezionate nel percorso espositivo ho tratto due immagini significative: Autoritratto riflesso allo specchio, scatto fotografico in cui Claude, guardandoci, sembra fuggire dalla propria immagine riflessa, per offrirci quella percepita, non conforme a generi strettamente binari; in Self portrait, in robe with masks attached si traveste da bambola, oggetto/stereotipo di uno sguardo maschile da cui vuole affrancarsi, celando, attraverso il gioco di maschere, il proprio sé.

Claude Cahun si lega sentimentalmente alla sorellastra, Marcel Moore, pronome di Suzanne Malherbe; con lei, rifugiatesi sull’isola di Jersey nel 1938 per fuggire alla persecuzione antisemita, intraprenderà una lotta di resistenza contro i Nazisti, che occuperanno l’isola nel 1940. Sfruttando metodi di provocazione surrealista, diffondono di nascosto sull’isola volantini contro gli occupanti, firmati “soldato senza nome”.

Scoperte e arrestate nel 1944, saranno salvate dalla pena capitale in seguito all’armistizio nel 1945.

Segnalo un omaggio alla “resistenza poetica ” delle due protagoniste: il cortometraggio di Astré Desrives: Héroïnes, (dal titolo di un’opera di Claude Cahun), proiettato al Sicilia Queer Filmfest 2023, anno di produzione dello stesso.

– Sguardi dalle giovani generazioni

Particolarmente interessanti sono due videoinstallazioni; la prima era allestita nel Padiglione della Romania ai Giardini, creata da Adina Pintilie (1980), You are another me. A cathedral of the body, 2022, l’altra, collocata nel percorso espositivo dell’Arsenale, di Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts,

Adina Pintilie (1980), You Are Another Me. A Cathedral of the Body, 2022, frames da videoinstallazione a tre canali – Padiglione della Romania, Giardini, 59ª Biennale

Adina Pintilie, artista rumena, crea uno spazio safe, evocando una cattedrale contemporanea, con proiezioni multicanali, in cui possiamo esplorare il dialogo intimo e poetico vissuto all’interno di convivenze oltre il binarismo di genere: celebrazione del corpo e delle relazioni umane al di là di ogni preconcetto.

Eglé Budvytyté, artista lituana, ha realizzato un video poetico in cui dà forma alle teorie della biologa Lynn Margulis, (teorica dell’endosimbiosi: l’evoluzione è data dall’interazione e cooperazione tra organismi) e della filosofa Octavia Butler (apre al concetto d’identità di genere, svincolato dal sesso assegnato alla nascita).

Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts, 2020, frame da videoinstallazione, Arsenale, 59ª Biennale

Le immagini che scorrono nel video ci conducono in un’ambientazione onirica, dove un gruppo di giovani persone si muovono tra le dune sabbiose e le foreste lituane, incarnando forme e gesti fortemente interconnesse con il mondo vegetale, animale e minerale/geologico.

La colonna sonora, e le parole che accompagnano le sequenze, evocano una profonda nostalgia per uno stato “primordiale” in cui la vita è germogliata da una simbiosi tra organismi di specie differenti; nello stesso tempo, le visioni, carche di poesia, sono create per scardinare i presupposti della cultura antropocentrica, causa delle attuali gravi alterazioni ambientali nel nostro pianeta, alla ricerca di una via d’uscita dalle stesse.

Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts, 2020, frames da videoinstallazione, Arsenale, 59ª Biennale

A questi temi di natura ecologica si intrecciano riflessioni sul corpo e l’identità di genere.

E’ evidente quanto negli ultimi anni sia emerso, in particolare nel mondo giovanile e a livello planetario (la Biennale lo certifica), una nuova consapevolezza rispetto all’ identità sessuale. Ci piaccia, o ci crei disorientamento, il tema sottende un processo rivoluzionario inarrestabile, frutto di nuove acquisizioni teoriche, filosofiche, mediche, scientifiche che appartengono all’ evoluzione del pensiero e della conoscenza in merito alle questioni di genere.

L’immagine che propongo, potente a riguardo, sintetizza le questioni più dibattute e i vissuti più profondi che alcunǝ giovanǝ trans hanno portato alla luce, a volte anche con sofferenza: un corpo che non si riconosce come rappresentativo della propria identità sessuale (da cui la necessità di cancellare il seno) e il complesso tema della maternità/genitorialità che ne deriva.

Eglé Budvytyté (1981), Song from the Compost: Mutating Bodies imploding Starts, 2020, frames da videoinstallazione, Arsenale, 59ª B

La creazione del video di Egle Budvytyté nasce dall’esigenza di cercare nuove vie per costruire relazioni e mondi possibili, all’insegna dell’inclusione e del rispetto, al di là di ogni confine oggi ancora troppo definito e di stabilire una relazione con l’ambiente fondata sulla conoscenza e la collaborazione con tutte le specie viventi.

– Da Samoa, Yuki Kihara, artista Fa’afafine

Dell’universalità delle tematiche di genere è testimonianza il progetto del Padiglione della Nuova Zelanda, Paradise Camp, allestito in Arsenale dall’artista Yuki Kihara.

Yuki Kihara, progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Siamo dall’altra parte del mondo occidentale, su di un’isola “mitica” allo sguardo coloniale, l’isola di Samoa.

Paradise Camp immagina l’utopia Fa’afafine che frantuma l’eteronormatività coloniale per aprire la strada ad una visione del mondo indigena, che sia più inclusiva e sensibile al cambiamento della natura” afferma Yuki Kihara.

La comunità Fa’afafine dell’isola di Samoa annovera persone indigene del “terzo genere”, cioè persone alla nascita uomini che si percepiscono donne, o con identità fluida; nella cultura dell’isola sono sempre state riconosciute parte integrante di tutta la comunità.

Il progetto trae spunto dall’iconografia di Gauguin, che, pur non avendo vissuto sull’isola di Samoa, aveva raccolto materiale fotografico e documenti anche dalla stessa, riproducendo in alcuni ritratti persone del terzo genere.

Yuki Kihara, progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Yuky Kihara elabora, con la tecnica fotografica, “tableau vivantes”, in cui da voce alla storia queer polinesiana, con l’obiettivo di decostruire i concetti di razza, genere, sessualità e geografia propri alla cultura coloniale.

Yuki Kihara, progetto Pardise Camp, Padiglione della Nuova Zelanda, Arsenale, 59ª Biennale

Accanto ai protagonisti, i colori sgargianti, i vestiti e i tessuti della tradizione locale, i paesaggi tropicali di fondo, che hanno subito pesanti devastazioni dallo tsunami nel 2009, sono gli ingredienti del linguaggio artistico di Kihara, volto a provocare una discussione sulle trasformazioni in atto in merito al cambiamento climatico, ai temi di genere e agli effetti delle colonizzazioni.

Testo e foto di Ivetta Galli

59ª Biennale di Venezia: Belgio, Francis Alÿs

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, 2022, still da video nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia
https://www.youtube.com/watch?v=5aU2wube_qc

Dopo un’intensa giornata trascorsa pellegrinando tra la Mostra ai Giardini e i Padiglioni Nazionali, si sperimenta un piacevole tuffo nella leggerezza e nella poesia, entrando nel Padiglione del Belgio, tra voci, urla, canti, balli e giochi di bambini.

Sì, il mondo è abitato anche da loro.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, 2022, still da videoinstallazioni nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

E, ovunque si trovino bambini, al nord, come al sud del pianeta, l’energia che si sprigiona dall’incontro dei piccoli uomini è travolgente: il gioco è prova, impegno, lotta e fatica, poi diventa gioia, emozione, liberazione.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, Congo, 2022, still da videoinstallazione nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

Il gioco è necessario e si fa rito.

Il gioco è serio confronto con la realtà, nello stesso tempo sogno creazione di gesti favolosi, come riuscire a far volare un aquilone.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, Afghanistan, 2022, still da video nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

Francis Alÿs (1959), artista belga e autore del Padiglione, da anni raccoglie video che raccontano i momenti meno ufficiali della storia, la vita e i giochi di tanti bambini di tutto il mondo; lo stesso artista dichiara di essere interessato al gioco come gesto universale, e, attraverso lo sguardo dei suoi piccoli protagonisti, i momenti ludici divengono filtro e metafora di tematiche sociali e politiche complesse, temi di cui l’artista si fa testimone.

Nel Padiglione del Belgio, i video sono accompagnati da piccoli dipinti, raccolti in una saletta, che, come uno ‘storyboard’, sono sintetici ma potenti flash dei contesti sociali e politici documentati.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, 2022, dipinti nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

Ritrovo in questi disegni la struttura narrativa e artistica di Francis Alÿs, il suo stile asciutto, sintetico e denso di significato; con pochi segni e con tinte dalle tonalità smorzate mette a fuoco, come un ‘dietro le quinte’, quello che si agita nei luoghi del mondo narrati.

La mia memoria corre a rievocare i lavori dello stesso artista incontrati in altre esposizioni, opere che si incatenano come anelli e costituiscono un ricco repertorio di continuità con il Padiglione attuale, progetti che mi hanno sempre incantato per la loro forza espressiva.

Francis Alÿs (1959), Don’t Cross The Bridge Before You Get To The River, 2008, video, dipinti e installazione, mostra: La terra inquieta, Fondazione Triennale di Milano, Fondazione N. Trussardi, 2017

Nel lavoro esposto alla Triennale a Milano, nel 2017, Don’t Cross The Bridge Before You Get To The River, Francis Alÿs coinvolge bambini di Tangeri e Tarifa per costruire un ponte ideale tra le sponde del Mediterraneo: sogno di un mondo senza confini, di dialogo gioioso tra i popoli, di solidarietà e freschezza, come solo la spontaneità dei bambini può realizzare, anche attraverso il gioco; il ponte/giocattolo si disegna con barche fatte di ciabatte e vele di tessuto.

Francis Alÿs (1959), Don’t Cross The Bridge Before You Get To The River, 2008, installazione, mostra: La terra inquieta, Fondazione Triennale di Milano, Fondazione N. Trussardi, 2017

Nel raffinato video in bianco e nero del 2015, The Silence of Ani, citato in un mio articolo precedente sull’artista armena Anna Boghiguian, il ruolo dei bambini è quello di ridare vita alle rovine dell’antica città armena di Ani, richiamando con fischietti che imitano il loro canto, gli uccelli, a ripopolare uno spazio distrutto e devastato da guerre e abbandonato, seppur carico di arte, architettura e storia.

E il miracolo, desiderio dei bambini, nell’immaginario, avviene: una colomba si posa su di un frammento di colonna; una colomba, che incarna il desiderio universale di pace, sfida e necessario racconto di un altro mondo possibile.

https://www.youtube.com/watch?v=c47JsX6I1pg

Francis Alÿs (1959), The Silence of Ani, 2015, still da video:

Testo e foto di Ivetta Galli

59ª Biennale di Venezia: Polonia, Malgorzata Mirga-Tas

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – Segno dei gemelli, 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

Colori e forme, come emozionanti fuochi d’artificio, accolgono il visitatore nel Padiglione della Polonia.

Il coinvolgimento dello spazio architettonico, dato dal completo rivestimento delle pareti con installazioni tessili, suggestivi arazzi disegnati con tarsie di tessuti variopinti, reinterpreta il ‘Ciclo dei mesi’, rinascimentale, di Palazzo Schifanoia di Ferrara.

Il complesso impianto iconografico traslato da Ferrara permette a Malgorzata di narrare la storia e la cultura della propria etnia rom, creando una composizione in cui figure, architetture e paesaggio, si susseguono ritmicamente scanditi dal passare dei mesi.

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – Segno dell’ariete, 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

La struttura del racconto si articola in tre registri:

1. in alto, immagini dei viaggi del popolo nomade, Out of Egypt, tratte dall’iconografie delle stampe seicentesche di Jacques Callot, Les bohémiens en marche. Se nei disegni di Callot il vagabondare del popolo rom veniva rappresentato in modo ostile, dando voce alle paure che lo straniero sconosciuto suscitavano tra la gente, Malgorzada capovolge tale interpretazione per superare stereotipi ancora molto diffusi:

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – Segno dell’ariete, part., 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

2. al centro, la rappresentazione ‘Herstories’; decani e segni zodiacali, vengono riletti dall’artista con figure della propria gente, ritratti di donne dal proprio popolo:

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – part., 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

3. la fascia inferiore mette in scena momenti della vita quotidiana del popolo rom, in particolare della sua famiglia e dei suoi amici:

Malgorzata Mirga-Tas (1978), Reincantare il mondo – part., 2022 – installazione tessile
Padiglione della Polonia, 59ª Biennale di Venezia

Il progetto dell’intervento artistico è stato ispirato dal libro di Silvia Federici, ‘Re-incantare il mondo. Femminismo e politica dei “commons” ‘(2019) e dalla proposta di ricostruire una solidale comunità tra persone, fauna, flora e natura, rigenerando il mondo sotto un nuovo incantesimo. Il ruolo principale in questo processo spetta alle donne, definite dall’autrice ‘le meravigliose maghe delle leggende’.

Per la prima volta una donna artista rom viene incaricata di allestire un padiglione alla Biennale di Venezia; questa scelta si allinea coerentemente all’impostazione della curatrice Cecilia Alemani, volta a dar voce nell’esposizione alle culture artistiche marginalizzate.

Testo e foto di Ivetta Galli

59ª Biennale di Venezia: Turchia, Füsun Onur

Füsun Onur (1939), Once upon a time, Dance, 2022 – filo metallico, carta crespa, tulle, palline da ping pong,
Padiglione della Turchia, Arsenale, Venezia

Galleggiano leggeri e fragili, su bianche piattaforme, i protagonisti di questa favola messa in scena da Füsun Onur: cani e gatti si alleano per contrastare il potere agito dagli uomini sull’ambiente, distruggendo gli equilibri naturali e generando effetti devastanti, non ultimo, la pandemia di Covid.

L’artista del Padiglione Turco visualizza la nostra situazione di uomini di fronte alla diffusione del virus utilizzando un linguaggio che coglie in pieno tutta la fragilità e l’incertezza della nostra specie.

Füsun Onur (1939), Once upon a time, 2022 – filo metallico, carta crespa, tulle, palline da ping pong,, filo di rame
Padiglione della Turchia, Arsenale, Venezia

Cani e gatti, come in ogni favola che si rispetti, incarnano le esperienze e i vissuti degli umani, paure, preoccupazioni, ma vivono anche i momenti più emozionanti della vita, la collaborazione per risolvere un problema, momenti di festa, incontri d’amore.

Füsun Onur (1939), Once upon a time, 2022 – filo metallico, carta crespa, tulle, palline da ping pong,, filo di rame
Padiglione della Turchia, Arsenale, Venezia

A loro l’artista sembra affidare il compito di ‘salvare l’umanità’, proponendo un necessario ribaltamento di visione dei rapporti tra le specie viventi, riflessione ricorrente all’interno della Biennale.

Per apprezzare i dettagli di questa estesa messa in scena dobbiamo curvarci, accovacciarci, dialogare con un mondo in miniatura, alla caccia di particolari che la nostra vista, superficiale, spesso non coglie. Füsun ci sfida anche in questo, non solo decostruendo linguaggi più aulici e tradizionali, ma anche costringendoci a ‘farci piccoli’, a metterci allo stesso livello dei suoi protagonisti. Così troviamo una feroce denuncia nei confronti dell’antropocentrismo costruita con poesia e delicatezza, con sensibilità e serenità.

Füsun Onur (1939), Once upon a time, 2022 – filo metallico, carta crespa, tulle, palline da ping pong,, filo di rame
Padiglione della Turchia, Arsenale, Venezia

Accompagna il racconto il tema del viaggio in mare, immaginando i protagonisti partire da Istanbul per arrivare a Venezia, per trovare alleati alla propria impresa. E il racconto si ferma lì, rimane sospeso, in coerenza con l’atmosfera di sogno, così poeticamente allestita.

Testo e foto di Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 7. RIPARTIAMO DAL RITO

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

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RIPARTIAMO DAL RITO

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Il richiamo di un recitativo corale, ritmato da melodie meditative, sottotono, diffuse, mi ha prepotentemente attirato all’interno dell’ intensa installazione dell’artista indiana Shilpa Gupta.

In una sala con luci basse e soffuse, una selva di 100 aste metalliche simili a leggii, al posto di sorreggere spartiti musicali trafiggono con punte affilate bianchi fogli con frammenti di versi di altrettanti poeti; l’artista ha raccolto testimonianze di poeti incarcerati, e a volte condannati a morte, di diverse nazioni, dal VII secolo ad oggi.

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – particolare. Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Una pioggia di microfoni dal soffitto si lega a ciascun poema, dando voce ai versi e alle diverse lingue che li raccontano, seguiti da cori che potenziano e diffondono il messaggio di libertà. Si intrecciano, tra altri, versi di lingua azera, inglese, araba, indi, russa, in una babele sonora carica di suggestione.

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Non so quanto sia condivisa la forte emozione che ho provato, ma sicuramente quest’opera d’arte totale, avvolgente che, via via, diviene narrazione di violente censure, sguardo sulla potenza della parola e riflessione sull’universale bisogno di difendere il diritto alla libertà di espressione, testimonia quanto l’arte sia linguaggio necessario e urgente.

Shilpa Gupta ha orchestrato ‘medium’ differenti attorno alla creazione di un luogo immersivo, all’interno del quale il coinvolgimento delle diverse percezioni sensoriali ci porta a ‘condividere’, camminando lentamente tra le pagine trafitte da leggii appuntiti, le tragiche esperienze di oppressione di libertà: si partecipa così ad un rito collettivo, ad una celebrazione laica di forte impatto emotivo e poetico, in cui il vissuto di appartenenza ad una ‘comunità’ lenisce gli orrori della violenza repressiva e ci rassicura con il calore della vicinanza all’altro.

Pablo Vargas Lugo, Acts of God, frame da video, Padiglione del Messico – Arsenale 58ª Biennale di Venezia

L’artista messicano Pablo Vargas Lugo (Città del Messico, 1968)  propone una interessante e coinvolgente videoinstallazione partendo dalla riflessione sul ruolo della fede e delle religioni nel nostro mondo contemporaneo.

I due video proposti all’Arsenale mettono in scena una lettura del Nuovo Testamento che, seppur ambientata per costumi nell’epoca di Cristo, è decisamente attualizzata, creando sequenze di immagini fortemente evocative per l’insieme di simboli iconici: immagini/frame che spesso si caricano di nuovi significati, da noi colti con uno sguardo calato nell’oggi.

Pablo Vargas Lugo, Acts of God, frame da video, Padiglione del Messico – Arsenale 58ª Biennale di Venezia

La tensione dell’uomo al sacro e il bisogno di ritualità, secondo l’artista, non devono essere sfruttati dal potere politico per incentivare atteggiamenti identitari che portino a “ giustificare posizioni nazionaliste e settarie”.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 6. ARTE, BIOLOGIA E ALGORITMI

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ARTE, BIOLOGIA, LOGARITMI

Anicka Yi (Seul, 1971) – Biologizing the Machine (terra incognita), 2019 – Teche in acrilico, acciaio, limo, batteri, alghe, rilevatori di gas, algoritmo olfattivo, luci infrarosse. Padiglione centrale dei Giardini.

“Si fa con tutto”, titolo di una interessante riflessione sull’arte contemporanea di Angela Vettese, è proprio il primo pensiero che sorge di fronte a questi “quadri astratti” di accattivanti tinte naturali e in trasformazione, che si rivelano essere una originalissima creazione artistica, frutto delle più attuali ricerche scientifiche e tecnologiche. L’artista coreana Anicka Yi ha concepito un’opera mettendo in relazione programmi di intelligenza artificiale, volti a conferire un apparato sensoriale alle macchine, e gli odori emessi da alghe e batteri, al fine di attivare il controllo e la regolazione della proliferazione degli organismi viventi. La ricerca sperimentale, il cui esito in prima istanza è orientato a finalità estetiche, suggerisce interessanti riflessioni sui possibili scenari “post human” che ci attendono.

Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Circular repetition, 2019 -videoinstallazione del Padigiione dell’Azerbaigian
Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Circular repetition, 2019, progetto-installazione del Padigiione dell’Azerbaigian

Orkhan Mammadov, giovane artista azero, a partire da alcuni patterns geometrici caratteristici dell’ornamentazione islamica, progetta una videoinstallazione, sfruttando le potenzialità di algoritmi propri all’intelligenza artificiale; si generano, così, un’infinita moltiplicazione di nuovi modelli decorativi, che si disegnano con la luce, in continua trasformazione, su di una fascia circolare all’interno di uno spazio completamente buio. L’effetto è sorprendente e estremamente gradevole.

Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Muraqqa, 2019, – videoinstallazione del Padigiione dell’Azerbaigian

Dello stesso artista multimediale, nel Padiglione azero è presentata “Muraqqa”, videoinstallazione costruita utilizzando approcci tecnologici/matematici; le immagini in questo secondo lavoro sono tratte dalle miniature islamiche raccolte in un antico libro, Muraqqa, risalente alla dinastia Safavida inizialmente insediatasi in Azerbaijan, poi diffusasi in tutta la Persia, dal XVI al XVIII secolo.  L’intervento di animazione delle miniature è volto a proporre riflessioni sul ruolo delle fake news veicolate dalle immagini, creando una proiezione che rapisce il nostro sguardo per forme, colori e racconti sorprendenti. Orkhan Mammadov sperimenta quanto possa essere ingannevole un’immagine che colpisce per l’efficacia della sua restituzione, impedendo alla nostra riflessione critica di esserne consapevoli. Il racconto narrato con le miniature che dovrebbero farsi documento della storia e cultura dell’epoca safavida, viene distorto con interventi di animazione che ne alterano la veridicità storica.

Christine e Margaret Wertheim (Australia, 1958) – Bleached Reef, 2005-16 – dal progetto: Crochet Coral Reef – gomitoli, perline, feltro, cavi, castini, sabbia, centrini vintage. Arsenale.
Christine e Margaret Wertheim (Australia, 1958) – Bleached Reef, 2005-16 – coralli di cavo elettro-luminescente di Eleanor Kent di San Francisco. Arsenale

Il fantastico mondo biologico delle forme naturali nelle barriere coralline, in pericolo di sopravvivenza, diventa oggetto di studio e creazione artistica delle gemelle Wertheim, fisica, l’una, poetessa e critica letteraria, l’altra. La ricreazione di apparenti frammenti di spazi corallini (l’intreccio di fili con l’uncinetto è protagonista, tra diversi materiali di scarto e cavi elettroluminescenti), disposti nelle ampie vetrine dell’Arsenale, documenta un progetto che coinvolge più discipline. Tra queste, la geometria e la matematica, e le relazioni tra forme biologiche e modelli di spazio iperpolico, come si evince dai disegni sulla lavagna visibili nella foto dell’installazione, studio che sta alla base dell’opera. Le artiste utilizzano la potenzialità del “fare” artistico e della ricerca della “bellezza” come strumenti di denuncia delle imminenti e catastrofiche trasformazioni ambientali ed ecologiche.

Ian Cheng (1984) – Life After BOB: First Tract, 2019 – disegni – Arsenale
Ian Cheng (1984) – BOB (Bag of Belief), 2018-19 – forma di vita artificiale – Padiglione Centrale dei Giardini

Ian Cheng ha sfruttato le potenzialità dell’intelligenza artificiale per programmare, all’interno di un ambiente vivente, una creatura “fantastica”, Bob, la cui vita/evoluzione viene determinata dagli spettatori che decidono, tramite un’app, di dialogare con lui, facendolo evolvere. L’opera d’arte, che qui documento con la foto di parte dei fumetti esposti all’Arsenale sul racconto della genesi dell’intervento artistico e un’immagine dello schermo che attiva il dialogo con i visitatori, appare un’esperienza molto complessa da comprendere, sicuramente da me, non invece da molti visitatori giovani della mostra, che, attivata la app, contribuivano a creare l’opera stessa, in un dialogo giocoso e coinvolgente con la creatura virtuale.

Hito Steyerl (Monaco, 1966) This is the Future, 2019 – installazione all’Arsenale.

Hito Steyerl, artista tedesca, presenta all’Arsenale l’installazione ‘This is the future’, un ambiente costruito con passerelle (simili a quelle veneziane per l’acqua alta) abitate da schermi digitali di diverse dimensioni sui quali si generano in continua trasformazione colorate e sensuali immagini di fiori e natura. Al centro del percorso il visitatore può sostare su alcune panche e ascoltare, di fronte ad un grande schermo sul quale fluttuano belle immagini che evocano una natura potente e rigogliosa, una voce che riflette sul presente e sul futuro, intrecciando valutazioni critiche sull’uso e i pericoli dell’intelligenza artificiale, ma, nello stesso tempo, sfruttandone le potenzialità comunicative.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 5. VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

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VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

Gr Iranna (Sindgi, India, 1970) – Naavu (We Together), 2019 – installazione a parete con Padukas, scarpe di legno indiane – Padiglione dell’India all’Arsenale.
Gr Iranna (Sindgi, India, 1970) – Naavu (We Together), 2019 – particolare dell’installazione a parete con Padukas, scarpe di legno indiane – Padiglione dell’India all’Arsenale.

La metafora del cammino, del procedere lentamente e insieme agli altri, è ricca di allusioni: l’artista indiana, Gr Iranna, dispone in sequenza molteplici scarpe di legno indiane, abitate da oggetti/segni della vita del suo popolo, disegnando sulla parete una marcia corale che rievoca e celebra l’etica di Ghandi, l’esercizio della non-violenza e la disobbedienza civile. La forza visiva dell’installazione si impone anche come modello possibile tra le vie d’uscita in questi tempi complessi.

Laure Prouvost (Francia, 1978) – Deep See Blue Surrounding You/Guarda questo blu profondo che ti circonda, 2019 – frammento della videoinstallazione del Padiglione della Francia.

All’interno del Padiglione della Francia, Laure Prouvost dispone, attorno ad un video di grande valore artistico, una serie di oggetti, materiali e strumenti, creati e utilizzati per realizzare il suo progetto, Deep See Blue Surrounding You. Il lavoro affronta le tematiche più urgenti della nostra quotidianità, da riflessioni sulla natura e l’ambiente inquinato, ai rapporti tra culture e generazioni differenti, alle domande sull’identità; ed è proprio un viaggio, realizzato dalla periferia di Parigi al sud, verso il Mediterraneo per arrivare a Venezia, a divenire il perno di un racconto che si arricchisce di immaginazione, di visioni ideali, di momenti gioiosi, magici e surreali, sprazzi di utopia possibile. Il gruppo, in cammino, è formato prevalentemente da giovani di diversa estrazione sociale e di diverse etnie e anche da una donna anziana: il frammento fissato nel video da me proposto coglie un passaggio simbolico importante del viaggio, l’attraversamento di un ponte, accompagnato da un orecchiabile brano musicale italiano, scelto forse per andare oltre tutti i “nazionalismi” che oggi imprigionano la cultura e i nostri vissuti.

Ryoji Ikeda (Giappone, 1966) – Spectro III, 2019, installazione lampade fluorescenti e pannelli di vetro – Padiglione Centrale dei Giardini.

Il viaggio come metafora dell’esistenza prevede anche attraversamenti poco piacevoli: è fastidioso il passaggio obbligato nel tunnel che, all’inizio del percorso nel Padiglione Centrale dei Giardini, è stato pensato dall’artista giapponese Ryoji Ikeda. Il cammino è disorientato da una luce accecante che annulla la percezione dello spazio ed accompagnato da suoni disturbanti: una dimensione sensoriale inusuale, spiacevole, che da un lato incuriosisce ma al contempo crea spaesamento. Un’esperienza che può evocare i percorsi nel labirinto.

Particolare del Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato – Né altra né questa: la sfida al Labirinto, all’Arsenale.

Un vero e proprio labirinto è stato pensato da Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia, per presentare le opere di tre artisti, Chiara Fumai (Roma 1978 – 2017), Liliana Moro (Milano, 1961), Enrico David (Ancona, 1966); un allestimento geniale, sia per l’esperienza immersiva proposta al visitatore, sollecitato alla scoperta delle opere, sparse in modo suggestivo nei percorsi, e contemporaneamente disorientato nella difficile ricerca della via d’uscita. Progetto caratterizzato da un importante riferimento culturale, “La sfida al labirinto”, testo di Italo Calvino.

Particolare dal Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato, con opere di Enrico David – Né altra né questa: la sfida al Labirinto all’Arsenale.
Particolare 2 dal Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato – Né altra né questa: la sfida al Labirinto all’Arsenale.

Rimando ad un altro approfondimento l’intrigante indagine sulle opere dei tre artisti selezionati dal curatore; mi limito a proporre alcune immagini del Padiglione Italia che ritengo suggestive. Ho colto comunque un profondo senso di malinconia, che cercherò di esplorare meglio, ma credo in parte suggerito dalla presenza di una giovane e valida artista che ha scelto di togliersi la vita, un’esperienza che ci porta tra le maglie più oscure del labirinto fino a confrontarci con la morte.

A volte dal labirinto non si riesce ad uscire: si trova un muro.

Teresa Margolles (Messico, 1963) – Muro Ciudad Juarez, 2019 – installazione Padiglione Centrale dei Giardini

Di muri ce ne sono tanti. Percorrendo la Biennale se ne incontrano alcuni che, dalle utopie e dai sogni, ci riportano prepotentemente alla realtà. Il muro con filo spinato ricostruito da Teresa Margolles con i veri blocchi di cemento portati a Venezia dalla città messicana di confine, documenta in modo diretto e tragico, attraverso i fori delle pallottole rimasti, la morte di quattro giovani donne, in un contesto in cui la violenza perpetrata dai narcotrafficanti è di cocente attualità.

John Akomfrah (Ghana, 1957) – The Elephant in the Room – Four Nocturnes, 2019 – dalla videoinstallazione a tre canali nel Padiglione del Ghana, Arsenale

Una parete invalicabile appare in un’inquadratura del video dell’artista di origine africana John Akomfrah che, come in altre occasioni, allestisce nel Padiglione del Ghana una videoproiezione di immagini potentissime. E’ solo un frame, ma contiene il mondo e documenta il “cuore” della storia contemporanea.

Rula Halawani (Gerusalemme, 1964) – dalla serie: The Wall 2005, fotografia – Arsenale

Immerse in un’atmosfera cupa, senza via d’uscita, sono le immagini dell’artista palestinese Rula Halawani, che sa utilizzare la fotografia per raccontare una condizione, che da decenni vive il suo popolo, di controllo ossessivo e privazione di libertà. Il muro qui appare tra luci e ombre, superficie che sembra proiettarci gli incubi reali e comunque le ansie ed insicurezze che caratterizzano la quotidianità degli insediamenti confinanti.

Natascha Suder Happelmann (Tehran, 1967) – Gardens 2019, installazione, Padiglione della Germania.

Nel Padiglione Tedesco, l’artista Natascha Suder Happelmann (nome derivato dalle variazioni che gli errori di trascrizione hanno generato) ha voluto realizzare una parete di cemento imponente, tipo una diga di contenimento, che separa lo spazio del padiglione in due parti. I temi che affronta l’artista, tramite la collaborazione di altri creativi, rimandano alle questioni delle migrazioni e dell’identità. L’imponente muro può alludere anche alla storia recente della Germania e si carica quindi di molti significati; d’impatto anche lo scarto tra il titolo dell’opera, Gardens, e la sua forma, insieme di massi di roccia sparsi ai piedi della vertiginosa parete, tra cui scorre un rivolo d’acqua; la natura è totalmente assente.

La “parabola del figliol prodigo”, narrata nel Vangelo di Luca e dipinta da Rembrandt nel celebre quadro conservato a San Pietroburgo, è il perno attorno cui l’artista-regista Alexander Sokurov, con la collaborazione dell’artista teatrale Alexander Shishkin-Hokusai, ha costruito l’articolata installazione nel Padiglione Russo.

Il figliol prodigo, in viaggio, sperpera le ricchezze del padre e ci porta in terribili scenari di guerra e di violenza, proiettati in uno spazio quasi infernale per gli effetti di luci nel buio e per gli angoscianti rumori; l’umanità sembra sulla soglia dell’apocalisse se non fosse che dall’ombra prendono forma due figure, il padre anziano e il figlio che, inizialmente lontane e perse, si ritrovano successivamente in un abbraccio dolente, liberatorio e di riappacificazione, epilogo non scontato di un possibile ritorno e di un sincero perdono.

Alexander Sokurov (Russia, 1951) – Lc. 15:11-32 – Padiglione della Russia.

Il riferimento alla parabola evangelica del figliol prodigo è spunto per una riflessione profondamente laica sull’urgenza del recupero di atteggiamenti di compassione e di amore, di rispetto per l’umanità intera.

Ivetta Galli