Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: CORPI – VOLTI

Alioune Diagne (Dakkar, 1985), Bokk Bounds, 2024, Padiglione del Senegal, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La presenza invasiva di corpi e di volti tra le opere esposte ci porta dentro il cuore pulsante dell’umanità in viaggio, in diaspora, sia rispetto ai luoghi geografici attraversati che in relazione ai propri confini interiori.

Bertina Lopez (Mozambico 1924-2012), Os meninos de Mafalda, 1963, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Lo ‘storico’, oramai, dipinto su legno di Bertina Lopez, artista di origini mozambicane che ha vissuto in Italia, impegnata anche come attivista a Roma nella ricerca di soluzioni per accordi pace per la sua terra, è una dolente ed icastica rappresentazione di figure, volti e corpi, che mescola evocazioni linguistiche d’arte africana e delle avanguardie europee.

Il soggetto di quest’opera apre ad una ricca galleria di preziosi ‘ritratti’, selezionati da Adriano Pedrosa, di donne e uomini del mondo extraeuropeo, del Novecento, frutto di contaminazioni di arti ‘basse’ e ‘alte’, da cui emergono incessanti migrazioni di stili tra popoli di differenti culture.

Teresa Margolles (Messico, 1963), Tela venezuelana, 2019, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Migrazioni che coinvolgono soprattutto ‘corpi’, di cui, a volte, ne rimane solo l’impronta, come un sudario; Teresa Margolles, con questa ‘sindone laica’, esposta come una reliquia, celebra la morte di un giovane migrante venezuelano ucciso sul confine con la Colombia.

Puppies Puppies -Jade Guanaro Kuriki-Olivo, (Dallas, 1989), A sculpture for Trans Women, 2023, Electric Dress (Atsuko Kanaka), 2023, Giardini e Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Puppies Puppies offre un calco in bronzo del proprio corpo, disvelando attraverso l’iconografia del monumento commemorativo, la propria identità sessuale, luogo del sé, in cui i generi convenzionali migrano superando i confini per aprirsi a nuove possibili identità, transgenere e non binarie.

L’artista, all’Arsenale, commemora le vittime queer di un night club di Orlando, Pulse, uccise da un fanatico omobitransfobico nel 2016, riproponendo una scultura dell’artista Atsuko Kanaka, del 1956, il cui corpo si anima grazie a fili di luci intermittenti, che pulsano come il battito del cuore, e si illuminano coi colori dell’arcobaleno della bandiera LGBT+.

Pablo Delano (Portorico, 1954), The Museum of The Old Colony, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Pablo Delano, portoricano, porta ai Giardini un complessa installazione, allestita con oggetti e documenti, anche fotografici, dai quali si evince la lunga storia di sottomissione politica, economica e culturale vissuta dal suo paese, come colonia; tra questo materiale, anche le immagini di ‘corpi’ di adolescenti e bambini, soggetti dell’occhio fotografico dei colonizzatori europei, contribuiscono a ribaltare la lettura storica ufficiale dei conquistatori, restituendo piena consapevolezza e dignità alla popolazione di Portorico.

Gabrielle Goliath (Sud Africa, 1983), Personal Account, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Sullo fondo di una colonna sonora che registra suoni paralinguistici, sospensioni tra le parole di un discorso e lamenti cantati e sussurrati, sfilano attorno a noi corpi vittime di violenza patriarcale: donne, indigeni, persone nere, trans, non binarie.

L’artista Gabrielle Goliarth elabora questo progetto transnazionale, raccogliendo storie accomunate dalla pervasività della cultura patriarcale, razziale e coloniale, facendo emergere dai testimoni strategie di sopravvivenza e riparazione e creando uno spazio di ascolto, dialogo e di riscatto.

Giulia Andreani (Mestre, 1985), Conservative Ghost, 2024 e Le fanciulle laboriose, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Corpi femminili popolano le opere di Giulia Andreani che sceglie di rappresentare alcune figure di donne del primo Novecento, come Emmeline Pankhurst, protagonista del movimento femminista inglese o giovanissime lavoratrici ritratte in fotografie dell’epoca fascista; l’artista immerge le sue rielaborazioni pittoriche ad acrilico nelle tonalità di un grigio, ricco di sfumature, che evoca la memoria, sostenuta dai documenti fotografici, di una storia femminile densa di significati, ma ancora ‘in ombra’.

I dipinti di Giulia Andreani, resi con nitidezza realistica, sottendono una ricca stratificazione di segni: nel dettagliato ritratto di Emmeline, dal suo volto, in una nuvoletta, si disegna un’opera di Medardo Rosso, a lei contemporaneo, il cui tema della maternità mette in gioco riflessioni ancor oggi attuali sul ruolo della figura femminile; dal ritratto di gruppo delle fanciulle che cuciono e ricamano, tutte uniformate per taglio di capelli e abiti, traspare l’ideologia patriarcale e fascista, volta ad annullare le identità delle donne, fin da piccole ingabbiate in ruoli esecutivi.

Nella stessa sala, ai Giardini, su una parete si srotola un lungo lavoro dipinto e ricamato dell’artista inglese Magda Gill (1882-1961), modello tra le donne di un fare artistico autodidatta e dettato da un impulso creativo visionario, alimentato dalla propria condizione di genere e da problemi mentali, figura a cui Giulia Andreani rende omaggio per il suo valore artistico.

Moufouli Bello ( Benin, 1987), Egbe Modjisola, 2024, Padiglione del Benin, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Restituzione di ritratti femminili, a colori intensi e accattivanti, è la proposta da Moufouli Bello, artista del Benin del Padiglione africano, all’Arsenale. Donne contemporanee, ritagliate da ritratti fotografici, rivestite da preziosi tessuti decorati, con tinte sature sui toni del blu, si impongono allo sguardo con tutta la loro bellezza, forza e dignità, riscatto di secoli di oppressione. Tra i dipinti, una evocativa scultura di danza in cerchio di figure femminili, immagine di relazione ed armonia come recupero di tradizioni utili per riaffermare la propria cultura.

Agnes Questionmark (Roma, 1995), Cyber- Teratology Operation, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

In fondo al percorso dell’Arsenale, tra gli spazi più lontani dall’ingresso, si incontra un’installazione di forte impatto, una visione ‘post-human’ e cyber del corpo, realizzata dall’artista Agnes Questionmark.

Sul lettino di una sala operatoria è steso un corpo trans, sia transgenere, che trans-specie, che transumano, ossessivamente controllato da monitor e congegni tecnologici avanzati. L’artista ci porta a riflettere su temi apparentemente futuribili, che investono, nel nostro contemporaneo, le persone trans nei propri percorsi di affermazione, il cui corpo viene ancora molto spesso trattato con sguardo patologizzante dalla società fortemente cisnormata.

Agnes Questionmark rivendica con forza il valore emancipatorio delle esperienze transgenere, e pone la questione del rapporto tra genere e riproduzione, temi ancora tabù, intorno ai quali ci stimola una riflessione.

Sandra Gamarra (Perù, 1972), Pinacoteca Migrante, Maschere meticce, 2024, Padiglione della Spagna, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Quanto sia oggi presente nell’elaborazione artistica il corpo transgender, segno di una profonda rivoluzione in atto nel pensiero e nella conoscenza in merito a queste tematiche, lo testimoniano opere esposte anche nei padiglioni nazionali.

Ai Giardini, nel Padiglione Spagnolo, l’artista di origine peruviana-giapponese Sandra Gamarra, ora residente in Spagna, ha costruito un percorso ‘museale’ alternativo, in cui dà voce a narrazioni storicamente messe a tacere, in particolare relative alle colonie spagnole. Sulle tracce dei musei madrileni, da quelli di Storia Naturale ai capolavori delle principali Pinacoteche, ricostruisce ‘stanze’ tematiche, tra cui la stanza delle Maschere meticce.

I corpi protagonisti prendono forma e volume dallo sfondo dipinto di evocazione classica, rivestiti da reali tessuti indigeni e con maschere lignee rituali, accompagnati da riflessioni vergate a mano sulla tela stessa.

L’approccio intersezionale al tema delle minoranze trova una pregnante espressione in questa frase che accompagna la figura sopra riportata: “Il corpo trans sta all’eterosessualità normativa come la Palestina sta all’Occidente: una colonia la cui estensione e forma si perpetuano solo attraverso la violenza…..Il migrante perde lo stato nazionale, il rifugiato perde la casa, la persona trans perde il corpo. Attraversano tutti il confine contiguo, vivendo negli incroci”

Guerriero Do Divino Amor (Ginevra, 1983), Super Superior Civilisations, Roma Talismano, 2024, Padiglione della Svizzera, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Di estetica pop-camp, nutrita di una provocatoria e traboccante creatività, si presenta il Padiglione della Svizzera, creato dall’artista svizzero brasiliano Guerriero Do Divino Amor; intorno alla performence di Ventura Profana (Salvador, 1993), protagonista per la sua prorompente corporeità, pur in un ologramma, si dipana uno spazio architettonico visionario, in cui si affastellano immagini di Roma, Capitale della Civiltà, con imponenti corpi statuari classici, cariche di tagliente ironia , di opulenza barocca e divertita analisi intorno a questioni di propaganda politica e identità nazionale.

Guerriero Do Divino Amor (Ginevra, 1983), Super Superior Civilisations, Roma Talismano, 2024, Padiglione della Svizzera, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’intento dell’artista è quello di indagare i modelli di autorappresentazione delle Nazioni, smascherando le contraddizioni insite nelle ideologie nazionaliste.

Isabel De Obaldia (USA, 1957), Selva, 2024, Padiglione di Panama, 60ª Biennale di Venezia

Appesi, feriti, traumatizzati sono i corpi fragili, modellati in vetro, dall’artista di origini panamense Isabel De Obaldia, installati in un ambiente immersivo che riproduce, per suoni e dipinti alle parteti, una giungla tropicale.

Siamo nel Padiglione di Panama, collocato in uno stretto rio veneziano, non lontano dalla sede dell’Arsenale.

La foresta ricostruita è quella che separa la Colombia dal Panama, ritenuta impraticabile, ma attraversata da un numero sempre maggiore di migranti diretti negli Stati Uniti, nonostante i molti pericoli che incontrano. Isabel De Obaldia ci regala un’opera di forte impatto visivo ed espressivo, comunicando con immediatezza la tragedia e l’orrore vissuto dalle persone in esodo, esperienze che si condensano sulle tracce dei corpi cesellate nel vetro.

Jems Koko Bi (Sinfra, 1966), A man crushed by iron tracks, 2024, Padiglione della Costa d’Avorio, 60ª Biennale di Venezia

Un monumentale corpo nero, schiacciato e spezzato da rotaie in ferro, ci narra la tragedia della schiavitù degli africani deportati in America: è una installazione dell’artista ivoriano Jems Koko Bi, che accoglie i visitatori nel Padiglione della Costa d’Avorio, costruito attorno al malinconico ‘leit motiv’ del blues,

L’artista, che realizza sculture monumentali in legno, dice: “Gli alberi mi danno istruzioni e io le seguo, nel bosco, mi consigliano e io racconto le loro storie”; nel suo lavoro sono pressanti i riferimenti alla storia del proprio paese, alla cultura e divinità dei propri antenati e al tema dell’esilio.

Frames da video all’interno del Padiglione dell’Iran, Palazzo Malipiero, 60ª Biennale di Venezia

Chiudo questo percorso sulla centralità del corpo e dei volti, in alcune rappresentazioni della Biennale, con uno sguardo all’infanzia e alla gioia dei bambini che insieme paiono felici, pur se in un contesto terribile in cui sono vittime, quale quello di Gaza, di cui queste immagini sono la testimonianza. Il Padiglione ha scelto come titolo un verso del poeta Abu Mohammad Mosleh ebn Abdollāh, vissuto nel XIII secolo, “Of one essence is the human race“, un inno all’unità del genere umano, indipendentemente dalle barriere sociali e dalle etichette.

Il video si trova nel Padiglione dell’Iran, fortemente contestato per la politica di repressione dei diritti perpetrata dal regime del paese. Inevitabilmente le questioni politiche si intrecciano a quelle dell’arte contemporanea.

Credo sia corretto evidenziare ed essere consapevoli delle profonde contraddizioni che spesso si palesano tra scelte dei governi e opere degli artisti esposti a rappresentarli, un tema intricato ma che ci sollecita a riflettere e discutere sui valori e il significato dell’arte stessa.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

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