Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “FIORE E DINTORNI”

Hala Schoukair (1957, Libano), Untitled, 2026, acrilico su tela – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’affascinante opera di Hala Schoukair, che ho scelto come icona del percorso, rende visibile l’intricata rete dei fili che connettono fiori, alberi, giardini e terreni, dipingendo un incantevole paesaggio naturale come una trama intrecciata, solcata da punti luminosi. I dipinti di paesaggio dell’artista nascono dalla memoria di momenti sereni vissuti nella propria infanzia in Libano, desiderio profondo di richiesta di pace e armonia per una terra martoriata oggi dalla violenza.

Non si può rimanere indifferenti di fronte alla quantità di forme vegetali rappresentate in questa Biennale: fiori dipinti, ricamati, fotografati e scolpiti, oppure veri, una esplosione di energia che si ramifica anche in opere che disegnano alberi e giardini, o penetra con apparati radicali nei vari tipi di terreno, che genera e supporta la vita vegetale, fatto di terra, sabbia, argilla e minerali. Una complessa rete di elementi all’interno dei quali l’habitat naturale diventa protagonista, nel suo splendore, ma anche nella sua fragilità e vulnerabilità.

Se il linguaggio dell’arte prefigura il mondo contemporaneo e coglie con specifica sensibilità le questioni più impellenti del prossimo futuro, non c’è dubbio che la drammatica crisi climatica di questo momento venga percepita e narrata in tutta la sua portata, come tra le più urgenti. Fiori, alberi, giardini, terreni della crosta geologica sono le “sentinelle” attorno cui gli artisti costruiscono racconti che dall’incantamento gioioso passano alla denuncia desolata, lasciando trasparire la nostalgia disperata di un equilibrio ambientale possibile e l’urgenza di una presa di posizione per invertire la deriva.

INNO AI FIORI

Una veloce carrellata di immagini, colte nei percorsi della Mostra, rende evidente il desiderio di conferire al “fiore” significati complessi e stratificati, espressioni di culture e storie del mondo, enfatizzati spesso dalle dimensioni ingigantite dei soggetti rappresentati.

Nel Padiglione della Gran Bretagna, di cui abbiamo già parlato nel percorso “Home“, colpisce la precisione dei dettagli nel grande dipinto che simula un erbario e si tinge di toni velati di malinconia, memoria di un’assenza, riflettendo un sentimento che, Lubaina Himid, artista pioniera del Black British Art Movement, fa trasparire, tra gli altri, nei lavori esposti.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

Passiamo dalle linee delicate ed essenziali dell’opera di Lubaina Himid ai suggestivi ed imponenti boccioli di fiori di magnolia, in dimensioni spiazzanti e giocose di magrittiana evocazione, di Maria Magdalena Campos-Pons, artista di origine cubana; riprenderemo la lettura del significato della grande installazione, nel Padiglione Centrale dei Giardini, nel percorso “Cerchio“, figura intorno a cui è costruita l’opera; qui mi soffermo sulla magnolia, fiore dipinto anche tra i rami della propria pianta, nei pannelli di fondo, tra le figure di Koyo Kouoh, prima donna africana a curare una Biennale, e Toni Morrison, prima donna nera a vincere il premio Nobel per la letteratura.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026, dipinti e sculture in resina e vetro – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Nella cultura del sud degli Stati Uniti, la magnolia, albero di antichissima origine e resistente nel tempo, rappresenta la forza interiore, la perseveranza insieme all’eleganza e alla grazia, Tra le donne nere è anche simbolo di solidarietà ed accoglienza.

Si cammina con piacere, girando attorno a queste sculture, incuriositi dalla bellezza dei colori, delle forme e dalla morbida “pelle” delle magnolie in resina e vetro.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, (part.), 2026, dipinti e sculture in resina e vetro – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

All’Arsenale troviamo un grande progetto a due mani, delle artiste Raijni Perera (1981, Colombia, vive in Canada) e Marigold Santos (1985, Manila, vive in Canada), “Efflorecence/The Way We Wake“, in cui, tra sculture modellate con argilla e altri materiali, si impone questo fiore immaginario, robusto, aperto, ma portatore di una certa fatica nel crescere. Riflette lo sguardo di un’identità personale in costante adattamento alle condizioni del migrare e alle difficoltà ambientali, determinato ad accogliere i cambiamenti.

Raijni Perera (1981, Colombia) e Marigold Santos (1985, Manila), Efflorecence/The Way We Wake, 2026, argilla e altri materiali – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Stupore e meraviglia suscitano i grandi e luminosi fiori sospesi al soffitto, tra un ricco fogliame, accompagnati da un fondo musicale, nel Padiglione dell’India.

Ranjani Shettar (1977, India), Under the Same Sky, 2026, tessuto di cotone lavorato a mano – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande installazione, realizzata dall’artista indiana Ranjani Shettar, invita a muoversi sotto la nuvola di fiori, tra la musica, guardando dal basso questo cielo di forme libere e leggere. L’arista stessa dichiara di voler lasciare un’impronta di gioia e di speranza a chi lo osserva e lo vive. Ogni pezzo dell’insieme (74 parti) è stato realizzato con tessuto di cotone cucito a mano e intelaiato, con l’intenzione di sfidare la gravità e realizzare una visione quasi sognata, di leggerezza.

Ranjani Shettar (1977, India), Under the Same Sky, (part.), 2026, tessuto di cotone lavorato a mano – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Il pensiero corre alle opere tessili di Annalae Davis, esposte ai Giardini, in particolare al grande “centrino”, in cui, all’interno di una forma di fiore, fra foglie ricamate, con l’ago, è scritto: “Be Soft“:

Annalea Davis (1963, Barbados), Be Soft, 2026, tessuto ricamato – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Della stessa artista dei Caraibi, alla quale è dedicato un ampio spazio nella Mostra all’Arsenale, è presente una interessante installazione che presento più avanti, nel paragrafo “Giardini“.

Riprendendo il percorso all’Arsenale, il Padiglione della Cina propone nello spazio aperto “Symbiosis“, una struttura architettonica con pareti a specchio, all’interno della quale si intravvede un fitto bosco di girasoli in bronzo, creato dall’artista Xu Jiang.

Xu Jiang (1955, Cina), Symbiosis, 2026, bronzo, pareti a specchio, Padiglione della Cina, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Siamo attratti dal gioco di riflessi che rapiscono la nostra immagine e ci portano vicino alla piantagione di fiori, diventando parte del gioco percettivo. Ci accorgiamo così che gli alti steli di bronzo sono intrecciati, quasi danzassero, e sorreggono fiori sia di girasole che fiori di loto. L’artista ha infatti concepito un’arca della convivenza, dove il fiore di loto, figlio del fango e dell’acqua, è simbolo dell’antica e delicata anima orientale, mentre il girasole, alla ricerca del calore solare, incarna l’energia occidentale. L’intreccio tra gli steli è un auspicio al dialogo e al reciproco ascolto.

Dialogo tra oriente ed occidente è realizzato anche dal progetto dell’artista pakistana Mahwish Chishty, residente oggi negli Stati Uniti, “Tanka Tales: Thread as archive”. Sono esposti in Palazzo Mora. evento collaterale alla Biennale, tessuti ricamati realizzati con donne pakistane, rielaborando motivi di pittura e miniatura indiana e motivi decorativi pakistani, tra cui questa elegante cascata di racemi floreali; nel progetto, realizzato in collaborazione con l’Università americana del Maryland, si evidenzia come i testi e i disegni ricamati costituiscano una narrazione collettiva che connette passato e presente, rendendo attuale e valorizzando un patrimonio rimasto nel tempo marginale.

Mahwish Chishty (1980, Pakistan), Tanka Tales: Thread as archive, 2026, ricamo su tela – Palazzo Mora, 61ª Biennale di Venezia

Ci sono poi lavori artistici creati con fiori veri, come nel Padiglione del Canada, dove l’artista iraniano-canadese Abbas Akhavan ricostruisce una “serra” per far germogliare le ninfee giganti Victoria Cruziana, una specie importata dal Sudamerica a Londra nel 1851, in occasione dell’Esposizione Universale, come ‘trofeo’ coloniale, da cui il nome del fiore in onore proprio della regina Vittoria.

Abbas Akhavan (1977, Teheran), Entre chien et loup, installazione – Padiglione del Canada, 61ª Biennale di Venezia

L’artista arriva in Canada, in fuga dalla guerra, a 13 anni, ed il suo vissuto di esperienza personale lascia evidenti richiami nell’opera che è generata da indagini sulla storia coloniale dei paesi Europei, per ricostruirne le dinamiche economiche e culturali, e per riportare l’attenzione sulle impellenti tematiche ambientali della nostra epoca.

Lo spazio del Padiglione viene modulato da effetti di luce particolari, rosacei, anche in riferimento al momento del crepuscolo (significato del titolo), adombrando atmosfere sospese, e visioni indeterminate, come evoca il passaggio dalla luce al buio. I fiori delle ninfee fioriscono tra le grandi foglie sulla superficie dell’acqua e raccontano quanto sia importante per l’artista esplorare il mondo vegetale, le storie dei giardini e le modalità di addomesticamento degli stessi. Lungo l’apertura della Biennale si assisterà ad una lenta trasformazione/crescita delle piante delle ninfee, accompagnandone lo sviluppo vegetativo. Accanto alla ricerca botanica e storica, la forma artistica che il progetto si dà vuole essere un modello positivo per il futuro: l’installazione diventa uno spazio di ‘riverenza, sacralità, contemplazione’ rappresentando la realizzazione di un’utopia di vita sulla terra.

Anche l’artista indonesiano-brasiliano Dian Lie, lavora con componenti naturali quali fiori, semi in germinazione, piante, spore di funghi e terra, sperimentando la trasformazione degli elementi nel tempo. All’Arsenale troviamo la grande installazione “Temple of Passages“, creata con monumentali ghirlande di fiori.

Dian Lie (1988, Brasile), Temple of Passages (2026), fiori e corde, sedia – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

All’origine l’installazione era composta da turgidi fiori bianchi e gialli, intrecciati in festose ghirlande, profumati, che, col passare del tempo sono appassiti, decomposizione che ha trasformato anche la percezione olfattiva; una sedia, l’attesa, evoca il tempo che passa, e suggerisce la contemplazione del processo di metamorfosi cui la natura è soggetta. Decomposizione, putrefazione, Dian Lie guarda a questo processo come ad un naturale evento di transizione, che trascende la consueta lettura binaria vita-morte, cogliendo il valore potenziale trasformativo insito nella continuità dell’evoluzione. In questo senso, il lutto viene svuotato della sua portata dolorosa, in funzione della fiducia in una nuova creazione. La ricerca artistica di Dian Lie, che mette in discussione le ‘opposizioni binarie’, parte anche dal un suo vissuto personale, il percepire un’identità che trascende il binarismo maschio-femmina.

ALBERI

L’albero può essere una figura prepotentemente simbolica: in alcuni lavori diviene soggetto di denuncia per la devastazione che la violenza della guerra può generare, in altri evoca le trasformazioni che il clima sta agendo sulla natura; in altri ancora l’albero assurge a simbolo di resistenza e ricostruzione di un mondo di pace; oppure, ibridandosi con diverse specie viventi, diventa segno della visione di un futuro di un felice equilibrio ecologico sulla terra.

L’artista canadese Bonnie Devine riveste una parete dell’Arsenale con una serie di dipinti dai colori accesi, saturi e magnetici: “Land in War“, in cui documenta la morte della natura in seguito a tre battaglie coloniali intraprese per conquistare nuovi territori. Da una foresta ridotta a fantasmi di tronchi, in sequenza dipinge brani di paesaggio dove l’assenza di vegetazione diventa l’annullamento della vita

Bonnie Devine (1952, Toronto), Land in War, (part.), 2024-2025, olio su tela – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Bonnie Devine (1952, Toronto), Land in War, 2024-2025, olio su tela – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Nell’opera “Stories from the Shield: Radiation and Radiance“, con numerosi piccoli disegni, la stessa artista documenta la distruzione della natura per l’estrazione dell’uranio, nella terra dei popoli indigeni Anishinaabe, della regione dei grandi laghi in Canada, sua terra d’origine.

Bonnie Devine (1952, Canada), Stories from the Shield: Radiation and Radiance, 1999, dipinti – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Bonnie Devine (1952, Canada), Stories from the Shield: Radiation and Radiance, (part.), 1999, dipinti – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Con un intervento apparentemente ‘giocoso’, nel Padiglione Centrale ai Giardini, l’artista palestinese Vera Tamari riflette intorno all’albero di ulivo, che è simbolo della sua terra; seppur in un contesto di drammatico conflitto, per elaborare il trauma della perdita, modella tante piccole, fragili e colorate forme della pianta, disponendole ai piedi di una grande immagine di ulivo monumentale, suggerendo l’idea di tanti piccoli ex-voto dedicati ad una figura sacra.

Vera Tamari (1944, Gerusalemme), Tale of a Tree, 2002, ulivi in argilla su plexiglass e fotografia – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Vera Tamari (1944, Gerusalemme), Tale of a Tree, 2002, (part.), ulivi in argilla su plexiglass – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’opera è stata creata in seguito alla distruzione degli alberi palestinesi durante l’incursione israeliana a Ramallah, nel 2002, quale segno e desiderio di resistenza e ricostruzione, silenziosa protesta che fonda la propria fiducia nella forza di sopravvivenza dell’albero di ulivo.

All’Arsenale, una curiosa installazione che vuole evocare un albero di banano, “Tribute to Tshibola & Upemba“, di Léonard Pongo, ci attrae per l’originalità e la ricchezza dei giochi di luce e riflessi degli elementi che la compongono.

Léonard Pongo (1988, Belgio), Tribute to Tshibola & Upemba, 2026, installazione e tecnica mista – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista, che oggi vive in Belgio, parte dalla fotografia d’ambienti naturali del Congo, sua terra d’origine; dopo averle elaborate con tecniche artistiche, le trasferisce su superfici specchianti (circa 45 elementi sospesi a simulare una cascata di foglie) e costruisce un albero di banano, “totem”, omaggio alla propria famiglia d’origine. L’albero di banano, nella cultura congolese, è simbolo di radicamento e rinascita: Léonard Pongo rievoca così le proprie radici, ma l’effetto di sospensione che l’opera genera, narra la consapevolezza di un’identità nomade nella quale si riconosce.

La figura ibrida della ‘persona-albero’ ritorna nell’immaginario odierno dall’arte antica e, anche in questa Biennale, compare per narrare la contemporaneità. Mi ha colpito a riguardo la forza espressiva della scultura in bronzo “Amalgam (seated)” di Nike Cave, artista afroamericano, che all’Arsenale porta un ampio progetto artistico articolato in sette “stazioni”.

Nike Cave ( 1959, Chicago), Amalgam (Seated), 2026, bronzo – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La persona seduta, dalla pelle ruvida e segnata dalla fatica, vive un processo di metamorfosi nella ramificazione del busto; tra i rami sono scolpiti anche uccelli che arricchiscono la folta “chioma”, comunicando contemporaneamente sia una sensazione di peso, che grava sulle spalle, che di leggerezza, dalle fronde che si elevano, abitate da volatili. Nike Cave porta nella sua arte riflessioni sul dolore che generano le ferite di un trauma, segnato dalle esperienze di violenza cui il corpo nero è stato ed è frequentemente esposto; tuttavia, proprio la vulnerabilità e la consapevolezza della propria condizione possono aprire uno spazio di riflessione, di ascolto e di relazione con la comunità degli uomini.

GIARDINI

Il “giardino creolo” è per Koyo Kouoh un perfetto modello di biodiversità vegetale, uno spazio che narra la sopravvivenza e la resistenza degli schiavi nelle piantagioni, un manifesto del dialogo tra le diversità, antitesi delle monoculture coloniali (e odierne), modello valido per l’oggi. Nella costruzione della Biennale è uno dei cardini fondamentali, tema che ha stimolato progetti artistici molto coinvolgenti, divenendo metafora per possibili mondi del futuro.

I “giardini creoli” erano piccoli appezzamenti, rubati di nascosto, sui pendii collinari dagli schiavi delle piantagioni, in cui si coltivavano molte specie di vegetali differenti per poter continuare a vivere, in autosufficienza.

Tra i Padiglioni nazionali che hanno scelto percorsi a partire da questa sollecitazione, Il Padiglione della Santa Sede si distingue per l’originalità della proposta artistica.

Giardino mistico dei Carmelitano Scalzi, 2026, installazione multisensoriale – Padiglione della Santa Sede, 61ª Biennale di Venezia

Il Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, all’interno dell’omonimo monastero, vicino alla stazione di Venezia, è un luogo dove i monaci coltivano erbe officinali, fiori e piante da frutto, che ospita una ricca biodiversità ed è uno spazio anche per la meditazione. Il progetto, coordinato dai curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickes, prevede l’attraversamento dell’area, accompagnati, singolarmente, da cuffie che trasmettono brani musicali di artisti ispirati dalla monaca medievale benedettina tedesca, Ildegarda di Bingen (1098-1179), scrittrice, teologa e musicista, per la quale il suono è uno strumento per comprendere il creato. Il progetto è titolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima” e ci conduce in un’immersione totale nell’ambiente, tra suoni, voci e musica che cambiano in relazione ai tipi di piante che si incontrano, e catturano i segnali biologici ed ambientali delle specie vegetali. Il progetto è stato ideato dal gruppo di artisti/musicisti Soundwalk Collective. Un’esperienza di ascolto e contemplazione, di sintonizzazione sulle ‘tonalità minori’ evocate da Koyo, per vivere un momento di riflessione interiore e di gioia per la bellezza esperita.

Giardino mistico dei Carmelitano Scalzi, 2026, installazione multisensoriale -Padiglione della Santa Sede, 61ª Biennale di Venezia

Tornando all’interno dell’Arsenale, l’artista Theo Eshetu, nel cui DNA si incrociano cultura etiope ed europea, allestisce “Garden of the Broken Hearted“, un grande albero di ulivo che ruota lentamente, illuminato da immagini di video che si proiettano sul fondo, accompagnate da una colonna sonora delicata.

Theo Eshetu (1958, Londra), Garden of the Broken Hearted, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista ci invita a seguire la rotazione della pianta, suggerendoci l’ingresso in un giardino ove ritrovare un senso di umanità, evocando la possibilità di sostare sotto il grande ulivo, insieme ad altre persone; nell’immaginario di Theo Eshetu il giardino può divenire un luogo di incontro, dialogo e di guarigione e darci l’energia necessaria per orientarci nel futuro.

Sempre all’Arsenale, Annalae Davis costruisce un’avvolgente installazione, “In Let This Be My Cathedral“, utilizzando piante coltivate nel giardino della sua casa, nelle Barbados, giardino che ripropone il modello creolo descritto.

Annalea Davis ( 1963, Barbados), In Let This Be My Cathedral, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande parete erbario protegge un uccello in via di estinzione, un chiurlo eschimese, adagiato sul tavolo centrale, ma la presenza dell’erbario stesso evoca l’esigenza di conservare essenze vegetali minacciate: una sorta di altare che tinge la composizione di toni spirituali; l’opera è concepita per sollecitare attenzione intorno al problema dell’estinzione delle specie viventi, proponendo azioni di attivismo sociale ed etico per l’ambiente, per andare oltre la disperazione per la perdita.

Ancora un giardino, ma dipinto con uno sguardo orientale, da un’artista pakistana, che per formarsi ha dovuto lottare contro rigidi pregiudizi di genere: Wardha Shabbir. L’artista è riuscita ad affermarsi e ad imporsi con tenacia, grazie alle sue capacità creative, realizzando piccoli capolavori grafici.

Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, (part,), 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

La propria cultura visiva la porta a rielaborare le miniature e i disegni dei tessuti/tappeti dell’oriente, specializzandosi sulla rappresentazione di giardini; giardini che si sviluppano come rotuli o percorsi a nastro, seguendo l’idea di un viaggio reale e simbolico, di movimenti migratori. La ricca pittura lenticolare porta a scoprire, con sguardo attento, segni e particolari di grande bellezza nel paesaggio immaginato.

Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, (part.,) 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Tra la natura rigogliosa, ricorre l’immagine di grandi fiori aperti, con petali/tentacoli che si diramano all’esterno, evocando le braccia della dea indù Kali Mata, simbolo della capacità femminile di affrontare e gestire tante situazioni, contemporaneamente. Un inno gioioso alle potenzialità delle donne nel costruire nuovi mondi.

Un giardino dell’Eden, reimmaginato, ci accoglie nella magnetica installazione di Wangechi Mutu, artista keniota, “The End, Where All Began, Eden“.

Wangechi Mutu (1972, Kenia), The End, Where All Began, Eden, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Attingendo ai miti e alle storie della creazione del suo popolo, reinterpretati con uno sguardo eco-femminista, l’artista propone uno spazio in cui condensa simboli e significati volti a prefigurare un ‘giardino’ ideale, un Eden modellato dalla presenza e dall’azione potente della figura femminile, presente nelle forme morbide del suo corpo al centro.

ARGILLE, SABBIE, SALE, MINERALI

Un altro elemento naturale frequente nelle installazioni della Biennale, di ogni parte del mondo, è la presenza, reale o ricostruita, di terra, sabbia, argilla, sale; un richiamo radicale al suolo e alla crosta geologica che regge la vita sul pianeta, materia prima fondamentale anche per la creazione artistica. Esigenza di ritorno all’origine, all’essenza, per ricominciare.

Una scelta che ho trovato fortemente simbolica per il richiamo ‘globale’ al tema della cura e della ricostruzione della nostra “terra”.

Una sequenza di foto di Padiglioni Nazionali documentano questa riflessione:

Maria Sosa (1985, Messico) Noé Martinez (1986, Messico), Actos invisibiles para sostener el universo, 2026, installazione, sale e argilla – Padiglione del Messico, 61ª Biennale di Venezia

Gli artisti messicani Maria Sosa e Noé Martinez, nel Padiglione del Messico, immergono vasi in argilla ornitomorfi (riprendendo una forma antica delle culture mesoamericane per vasi rituali), nel sale, disegnando, con il nastro di sale che li contiene, la forma di “virgula”, il simbolo mesoamericano della “parola”: una sintesi visiva della potenzialità della memoria, della comunicazione e della ricca cultura precoloniale, per recuperare una visione di efficace integrazione tra cultura e natura.

L’attraversamento di questo spazio, a tratti labirintico, quasi un rituale, è segnato dalla presenza di materiali organici, che, nel tempo, si trasformano, metafora della vulnerabilità dell’esistenza: il sale assorbe umidità, acquista lucentezza ed erode lentamente la terracotta dei vasi; il tutto è accompagnato da un sottofondo sonoro con video e performences, che favoriscono la contemplazione e la riflessione.

Matias Duville (1974, Argentina), Monitor Yin Yang, 2026, sale e carbone – Padiglione dell’Argentina, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Anche Matias Duville, artista argentino, crea uno spazio immersivo, ove suono, video ci seguono nel cammino, su di un suolo fatto da resti di sale e disegno di una mappa cartografica di polvere di carbone; gli elementi residuali di mari e foreste ci fanno percepire un paesaggio apocalittico, e contemporaneamente cogliere la potenzialità di un nuovo inizio.

Margaret Whyte (1936, Uruguay), Antifragile, 2026, installazione – Padiglione dell’Uruguay, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Margaret Whyte, artista uruguaiana, accumula detriti di terre e pietre con resti di prodotti industriali, con intenzione affine al lavoro precedente. Dalla distruzione, dalle macerie, sistemi disordinati e instabili, si può trovare una modalità di riutilizzo dell’insieme ‘ antifragile’, scoprendone la forza e la potenzialità.

Haitham Al Busafi, Zinah, (Ornamento), 2026, installazione, sabbia e altri materiali – Padiglione dell’Oman, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione dell’Oman si entra, camminando sulla sabbia del paese stesso, accompagnati al tintinnare delle decorazioni metalliche per cavalli appese a cascata dall’alto, in leggero movimento. Haitham Al Busafi, invita ad un’esperienza immersiva, in cui cogliere il profondo legame tra uomo, natura e cavalli, valorizzando il patrimonio culturale del Paese.

Zi Kakhramonova (2001, Uzbekistan), Salt City, 2026, installazione, sale, tecniche varie – Padiglione dell’Uzbekistan, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La giovane artista uzbeka, Zi Kakhramonova, partecipa con “Salt City” al progetto del Padiglione della propria nazione, che denuncia il prosciugamento del Lago Aral attraverso lavori artistici frutto di un ricco immaginario ecologico. Le isole di sale entro cui Zi allestisce oggetti e tessuti della tradizione uzbeka, alcuni in forma di bozzolo, richiamano l’idea di una possibile rinascita dell’ambiente, a partire dalla memoria e dalla ricerca di nuovi equilibri naturali.

Alfredo Jaar (1956, Cile), The End of The World, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Dalle distese luminose di sale e sabbia, al ventre infuocato della terra: Alfredo Jarr ci conduce all’interno di una ‘cappella ipogea’ dedicata ai minerali più rari, terre rare, rame, cobalto, stagno, litio, nichel, manganese, cotan, germanio e platino, che dispone, a strati, in un piccolo cubo illuminato, sull’altare di fronte all’ingresso del lungo vano colorato di rosso. Entrando nello spazio claustrofobico dell’installazione, la percezione dei toni luminosi rossastri e degli odori diffusi, come in una grotta profonda tra la terra umida e pungente, ci respinge e crea un forte disagio; la potente denuncia, che diventa un vissuto di sofferenza, tocca i temi oggi sempre più impellenti della rapina delle risorse prime per le richieste della crescita tecnologica.

Alexa Kumiro Hatanaka (1988, Toronto), Instability, 2024, linoleografia su washi – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Tracce di un suolo ghiacciato, rilievi e i cumuli che la neve disegna sulla sua coltre nei territori degli Inuit, nel Canada settentrionale, vengono registrati, in modo creativo e poetico, da Alexa Kumiro Hatanaka. L’artista, giapponese/canadese, rilevando le ‘mappe’ naturali che la superficie della neve offre agli abitanti di questa terra per orientarsi da secoli, ne denuncia il probabile dissolvimento a causa del riscaldamento globale. Le linee della cartografia naturale vengono incise su lastre di linoleum e stampate su fogli di carta fatta a mano con una antica tecnica di origine coreana, resistente e traslucida, colorata con tinture naturali (whasi); i fogli di carta vengono poi inamidati e cuciti per realizzare ‘tessuti’ leggeri da appendere come drappi incantevoli, oppure vengono usati per rivestire forme che simulano i rilievi del territorio.

Alexa Kumiro Hatanaka (1988, Toronto), Moveable Immoveable, 2026, linoleografia su washi – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro di Alexa Kumiro Hatanaka esplora le relazioni tra cambiamento climatico e variazioni del nostro equilibrio interiore, basandosi su studi scientifici in merito all’adattamento dell’uomo all’ambiente, traducendo nel linguaggio artistico le correlazioni tra paesaggi della natura e paesaggi interiori. L’ esperienza di persona bipolare e queer è una forte motivazione per la realizzazione di progetti artistici di ricerca particolarmente innovativi e poetici, che coinvolgono anche le comunità indigene delle zone dell’Artico.

Da segnalare la vivace sequenza delle grandi bandiere che accompagnano i visitatori all’ingresso del Padiglione Centrale, che richiamano acqua e forme di pesci : rifacendosi ad una leggenda giapponese intorno alla carpa che nuota controcorrente, Alexa Kumiro Hatanaka celebra i valori della forza, della determinazione e della resistenza.

(Testo e foto di Ivetta Galli)

Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “HOME”

Ricamatrici palestinesi, progetto “Gaza Genocide Tapestry”, opera tessile collettiva, dalla mostra : “GAZA – NO WORDS – SEE THE EXHIBIT” – Palazzo Mora, Venezia, 61ª Biennale

“Home – … s. ingl. … – Propriam. casa, focolare domestico (cioè casa considerata non come edificio, ma come dimora e quindi sede di ricordi e affetti familiari). In alcune locuzioni la parola ha assunto il sign. più ampio di comunità, stato, patria.” (dal Vocabolario Treccani)

Il significato della parola inglese “Home“, contiene un senso antropologico e poetico, figura di un luogo vitale, dove corpi, oggetti, tempi e memorie si intrecciano, e a quest’immagine viene data forma in numerose opere esposte alla Biennale. D’altra parte, l’invito della curatrice a sintonizzarsi sui toni minori, può portare alla riflessione, all’introspezione, a puntare lo sguardo verso l'”interno”, ad indagare il proprio luogo dei vissuti, alle proprie storie.

Intorno a questo percorso ho selezionato i lavori artistici che mi hanno particolarmente colpito; sono interventi presenti nelle sedi dei Giardini e dell’Arsenale, in alcune mostre collaterali e in alcuni padiglioni sparsi tra le calli veneziane.

“HOME” SGRETOLATE, FERITE APERTE IN MEDIO ORIENTE

Inizio con le opere che disegnano la Palestina, seguendo l’invito di apertura della mostra all’Arsenale (vedi: Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys: attraversare la soglia); opere strettamente legate all’attualità geopolitica, di denuncia lacerante del genocidio in atto, portatrici di gesti di resistenza e di volontà di rimarginare le ferite anche attraverso il fare artistico.

A Palazzo Mora, troviamo la mostra “Gaza – no Words – See the Exhibit“, da cui ho tratto un’ immagine significativa per questo percorso.

Sono qui esposte un centinaio di opere tessili, realizzate con la tecnica ‘Tatreez‘ (punto croce proprio della tradizione palestinese) sia da ricamatrici palestinesi che da tessitrici dei campi profughi, come da donne in diaspora. I soggetti sono tratti da foto che documentano la situazione di Gaza, volti e luoghi dei campi profughi e delle case bombardate, le attuali dimore precarie in cui i palestinesi sono costretti a vivere.

Ricamatrici palestinesi, Sleeping in tent in the rain, opera tessile – Palazzo Mora, Venezia, 61ª Biennale

Con il ricamo, una pratica lenta e collettiva di memoria, si fissano anche le immagini degli attuali rifugi di fortuna, creati con materiali di recupero, dopo la cancellazione violenta delle abitazioni. Un’azione collettiva creativa per resistere all’annientamento.

Nel Padiglione Centrale ai Giardini, le opere di Mohammed Joha (1978, Gaza), realizzate con collage di carta, tessuti, cartoncino, penna e colori, si impongono per la profonda forza espressiva e poetica: disegnano immagini della propria terra, delle case di Gaza, territorio che ha dovuto abbandonare nel 2004, come un mosaico di pezze colorate che evocano ricordi, vissuti ed emozioni.

Mohammed Joha (1978, Gaza), serie: No Shelter, 2025, collage – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’uso di diversi materiali riutilizzati sulle tele documenta un disperato tentativo di resistenza creativa, desiderio di frenare la distruzione, ricostruendo a partire dalle macerie. E’ un procedimento artistico che ho ritrovato nelle intenzioni di molti artisti presenti in questa Biennale.

“Ho trascorso gli ultimi trent’anni a cercare le case e i letti in cui si dice che Arafat abbia dormito” (Yasser Arafat, leader dell’OLP, per sfuggire ai continui tentativi di assassinio, doveva cambiare spesso casa).

Walid Raad (1967, Libano), dalla serie: Far From Quietting, 1967-2026, pittura su legno – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro meticoloso di Walid è emblematico della decennale condizione di vita precaria e costantemente in pericolo nella terra del popolo palestinese.

“HOME”, DALLA MEMORIA E DALLA STORIA DI CULTURA AFRICANA

Il riferimento alla “Home” diviene motivo di elaborazione artistica per un buon gruppo di artisti d’origine africana, alcuni dei quali, in diaspora, risiedono altrove nel mondo; viene spontaneo andare col pensiero ai percorsi della precedente Biennale di Adriano Pedrosa, “STRANIER3 OVUNQUE“, e vivere la mostra attuale come uno sguardo di continuità e approfondimento.

La figura dell’abitazione, unità che costruisce villaggi immaginari sull’acqua, dove le architetture si piegano in forme di specie viventi, è il soggetto di una serie di dipinti di Werewere Liking, vulcanica artista multidisciplinare originaria del Camerun, esposti all’Arsenale, attorno ad un suo poema, “D’Ascendance Panafricaine“.

Werewere Liking (1950, Camerun, vive in Costa d’Avorio), serie di dipinti esposti all’Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Molti artisti di origine africana abitano in diaspora in varie parti della Terra; tra questi Lubiana Himid (1954, Zanzibar), che oggi vive in Gran Bretagna, nazione che ha incaricato l’artista di allestire il proprio padiglione.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

All’ingresso si impone questo grande dipinto, un invito ad iniziare il percorso, pensato come spazio domestico; la casa è luogo in cui si migra, (torre che avvolge, imprigiona?); impilati a lato, modellini giocosi e fantastici di casette create dal desiderio di appartenenza. Confliggono sentimenti di attrazione e spaesamento.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

Lubaina esplora con grande abilità cromatica e compositiva, intorno allo spazio abitativo, il vissuto di sradicamento delle persone migranti ma anche la loro tenacia nell’impegno e nel lavoro, documentando il reale contributo alla crescita economica e culturale dei paesi che li ospitano.

Memoria della propria infanzia, vissuta nella Carolina del Sud, sono le case dipinte, o costruite come piccole sculture, di Beverly Buchanan (1940, USA – 2025), artista afroamericana, collocata dalla curatrice accanto alla figura di Issa Samb, all’inizio del percorso nel Padiglione Centrale, in quanto personalità per lei determinanti come modelli di artista.

Beverly Buchanan (1940, USA – 2015), In the Garden, the Artist at Home, 1993, pastello e olio su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

“Casa significa ciò che ho stabilito e dove mi trovo, ovunque sia. E significa la Carolina del Sud, dove sono cresciuta”, dichiara l’artista; la sua ricerca esplora le architetture vernacolari, luoghi che custodiscono storie personali e collettive, racconti di schiavitù e colonialismo.

Beverly utilizza dei dipinti un segno grafico deciso, potente e colori saturi, che si impongono con sicurezza; nel realizzare la serie delle “Shacks“, assembla materiali di recupero con l’intenzione di evocare la resistenza della comunità afroamericana negli spazi quotidiani.

Beverly Buchanan (1940, USA, 2015), Shacks, materiali di recupero – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Baracche precarie, sospese alla parete, come sradicate dalla terra, che rimandano a storie di schiavitù sono anche quelle di Roberto Diago, artista afrocubano, protagonista del Padiglione di Cuba con il progetto “Hombres libres“. Nella sua installazione è significativo il riferimento ai “Cimarrones”, schiavi africani fuggiaschi dalle piantagioni coloniali dell’impero spagnolo, in cerca di libertà.

Roberto Diago (1971, Cuba), “Hombres libres”, installazione nel Padiglione di Cuba – 61ª Biennale di Venezia

L’artista elabora, nel progetto per la Biennale, l’eredità della schiavitù, le cicatrici che sono sedimentate nella memoria, per non dimenticare, facendo sì che dal dolore possa attivarsi una pratica continua di ricerca di riscatto e di libertà.

“HOME” COME CULLA ACCOGLIENTE

Il concetto di “Home” si materializza anche nella figura dell’amaca, che si impone, grandiosa intrecciata con filati tinti di indaco, nel Padiglione di Panama, allestito da una coppia di artisti, Antonio José Guzman (nato a Panama vive tra Amsterdam e Dakar) e Iva Jankovic (serba-tedesca, vive ad Amsterdam).

A.J. Guzman (1971, Panama) e I. Jankovic (1979, Yugoslavia), Tropical Hyperstition, 2026, intreccio a mano con tessuto tinto con l’indaco – Padiglione di Panama, 61ª Biennale di Venezia

“In questa installazione, un’enorme amaca intrecciata incarna il rifugio, il supporto, e il senso della casa. Concentra memorie sovrapposte: indigene, afro-caraibiche e panamensi” (dal comunicato del Padiglione).

Riferendosi alla storia del Canale di Panama, per la cui realizzazione migliaia di indigeni sono stati sradicati dai propri villaggi, peraltro cancellati dalle mappe geografiche, per interesse strategico delle potenze occidentali, gli artisti allestiscono un coinvolgente padiglione, attorno al potente simbolo dell'”amaca” e al colore indaco, che la caratterizza.

L’estrazione del prezioso pigmento indaco dalle foglie fermentate della pianta indigofera è legato ai commerci del XVIII secolo ed alle economie di sfruttamento coloniale nei Caraibi, in America ed in India; nella cultura africana, e per gli africani deportati, il blu indaco ha un valore spirituale ed apotropaico, di protezione dagli spiriti maligni.

La monumentale “culla” è circondata da installazioni di tessuti disegnati dall’intreccio di tinte indaco, con rappresentazioni di motivi derivati dalla sequenza del DNA di Guzman (radicato nella cultura senegalese), come da motivi mesoamericani, e simboli ancestrali, quasi una “cartografia tessile”; accanto, stese come teli appesi al sole, grandi e delicate immagini fotografiche rielaborate dei coloni afro-caraibici, chiamati per la costruzione del canale.

A.J. Guzman (1971, Panama) e I. Jankovic (1979, Yugoslavia), Tropical Hyperstition, 2026, tessuti tinti con l’indaco e foto rielaborate – Padiglione di Panama, 61ª Biennale di Venezia

Il pregnante simbolismo dell’amaca torna nell’installazione dell’artista salvadoregno Guadalupe Marvilla (1978, San Salvador, vive a New York) all’Arsenale; per l’artista l’icona dell’amaca porta anche significati di protezione, cura e riparazione.

Marvilla Guadalupe (1978, San Salvador), Amache, 2026, tessuto, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Marvilla Guadalupe giunge in USA come minore non accompagnato, in fuga dalla guerra civile in Salvador, nel 1984. A questa drammatica esperienza di fuga e sradicamento si aggiunge la recente malattia di cancro, vissuti che lo portano a creare opere rivolte a diversi gruppi di rifugiati e malati, pensate come strumento salvifico di cura, guarigione e conforto.

Le grandi cinque amache appese all’Arsenale, tra le trame tessute di colore giallo e indaco, portano scritte frasi di motivi cantati ai bambini per alleviarli dal dolore: rifugi accoglienti, simboli di una casa da cui si è stati sradicati, che testimoniano il desiderio di trovare consolazione, personale e collettiva, attraverso l’arte.

“HOME”, LUOGO PRECARIO, IN MOVIMENTO, SPECCHIO DI IDENTITA’ VARIE

Dall’America Centrale, all’Europa,  all’Asia, il desiderio di ricostruire uno spazio domestico, da cui ci si è dovuti allontanare per sopravvivere, è riproposto da Skarma Sonamtashi (1997, India), artista che allestisce, nel buio del soppalco del Padiglione dell’India, all’Arsenale, il modello di un antico villaggio come fosse aggrappato su di un pendio scosceso.

Skarma Sonamtashi (1997, India), Echi di casa, 2026, cartapesta, cartone, argilla e materiali riciclati – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’agglomerato di case ripropone la forma di un villaggio del Ladak, sua terra natale, con materiali volutamente fragili e precari, per evocare la vulnerabilità del luogo, sia per motivi legati al cambiamento climatico che per l’abbandono in seguito all’ emigrazione dei suoi abitanti. Il lavoro artistico, vuole essere un appello per sollecitare interventi di conservazione e di cura per quei luoghi dell’abitare, per contrastarne l’abbandono.

Sul tema della distanza dalla casa e dagli affetti è incentrato anche il Padiglione delle Filippine, realizzato all’Arsenale da Jon Cuyson, artista e regista della stessa nazione, con un complesso e accattivante allestimento.

“Sea of love“, è un’installazione che propone il vissuto di un marinaio filippino, emblema di un popolo che vive dell’oceano e nell’oceano, e per il quale, come afferma la curatrice Mara Gladstone, “Anche l’acqua è un luogo dove trovare un senso di casa“.

Jon Cuyson (1969, Manila), The W/Hole Horizon, (dettaglio1), 2026, tecnica mista su tela, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Jon Cuyson (1969, Manila), The W/Hole Horizon, (dettaglio2), 2026, tecnica mista su tela, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Accanto alla serie di pannelli che ci portano tra le variegate tinte del mare, punteggiate da oggetti domestici, tra le incrostazioni delle cozze tra grigi scogli e molluschi in parte ammassati per terra, scorrono le immagini dei video, il cui protagonista è Kerel, marinaio queer in viaggio per lavoro.

I racconti dei cortometraggi, intrecciati ai grandi dipinti, suggeriscono relazioni che scardinano le forme tradizionali di parentela: Kerel, persona dall’identità non conforme, viene ripreso mentre parla al telefono con Mutya, la sua compagna transgender, che, rimasta sulla terraferma, si occupa della madre non vedente del marinaio. In questo dialogo a distanza, intimo e affettuoso, si prefigura la possibilità dell’esistenza serena di diversi modelli familiari, fondati sull’amore, la cura e la responsabilità. In coerenza a questa realtà prefigurata, trovo suggestive le parole scritte da Valentina Marrone a proposito di una riflessione sul ritorno a casa di Ulisse, per il film The Odyssey:

“… la casa non è un luogo geografico, ma lo stato d’integrazione di una comunità che ritrova il coraggio della propria responsabilità” (Valentina Marroni, psicologa, da Instagram)

Una scelta di vita coraggiosa e responsabile è quella dell’artista svizzera queer Sandra Knecht (1968, Zurigo) che ricostruisce all’Arsenale una casa di legno, la propria “Heimat“, modello di una struttura mutevole, spazio per sé, la sua compagna, e rifugio anche per animali: una vita in comunità; realizza un modello di radicale integrazione tra la propria esistenza, le creature viventi, l’habitat, e le forze spirituali che lo abitano.

Sandra Knecht (1968, Zurigo), Home is a Foreign Place, 2026 installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’installazione “Home is a Forein Place“, si riferisce al vissuto di possibile estraneità o allo spiazzamento che una “Home” può generare quando agisce un modello di convivenza diverso da quello “tradizionale”, non sempre tollerato, se non emarginato dalla società; esperienza da lei vissuta nelle aree rurali svizzere, che diventa motivo di testimonianza, di attivismo e di resistenza.

La sua esperienza si pone come un esempio di felice inclusione tra le diversità, secondo modalità di approccio queer; un esempio è la parete apiario, integrata esternamente alla propria struttura, che ospita la vita laboriosa delle api, vita, celebrata dall’artista come modello di diligenza e ordine.

Sandra Knecht (1968, Zurigo), Bee House, 2026 installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Per alcuni artisti dalle identità sessuali “di minoranza”, la figura della “Home“, diviene luogo per addensare la propria storia di marginalità, come per Mohammed Z Rahman (1997, Londra), artista inglese-bangladeshi, di famiglia operaia, persona queer.

“Rolling Heart” è una grande struttura aperta in legno di pino che invita ad essere abitata, per essere vissuta scoprendo gli interventi artistici da cui è arredata.

Mohammed Z. Rahman (1997, Londra), Rolling Heart, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il telaio di legno di pino diviene luogo per raccontare le proprie emozioni, i dolori vissuti, il complesso rapporto con gli altri, le lacerazioni politiche e sociali; è anche omaggio a chi si è preso cura delle persone malate di Aids, agli attivisti della comunità LGBTQIA+, che lavorano per attuare una società non discriminante.

I delicati dipinti sulle scatolette di fiammiferi, “Lovers’ Vigil“, soprammobili adagiati con delicatezza e ritmo sulle mensole della struttura, scorrono davanti al nostro sguardo come fotogrammi di un video che evoca il dolore di un cuore spezzato, e pare una riflessione quasi sacra sulla necessità dell’amore, qualsiasi esso sia.

Mohammed Z. Rahman (1997, Londra), Lovers’ Vigil, 2024, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Strutture lignee, pensate come modelli di “casette”, sono pensate anche dall’artista Chiara Camoni (1974, Piacenza), protagonista del Padiglione Italia, all’Arsenale; qui le “casette”, da lei definite, sono armadiature in legno, lavori-contenitori emblematici della sua “formazione” artistica, della sua personale cultura ed identità, come anche racconto della stratificazione collettiva della storia dell’arte.

All’interno delle varie “casette”, proiezione delle sue esperienze di ricerca, dispone alcune opere degli artisti che hanno nutrito la sua creatività.

Chiara Camoni (1974, Piacenza), “Con te, con tutto”, 2026, installazioni – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Queste architetture domestiche arredano il secondo grande spazio del Padiglione, come nuclei o isole, assieme ad altre sue creazioni, quali video, ceramiche, frammenti di piastrelle e tessuti dipinti, installazioni/vetrina della complessa ricerca artistica di Chiara Camoni; a questo secondo spazio si accede dopo aver sperimentato, nella prima ampia sala, un cammino in un “bosco” di figure antropomorfe, persone modellate con terra, ceramica, elementi vegetali e minerali, soggetti figurativi fra i più caratteristici della sua arte suggestiva.

Chiara Camoni (1974, Piacenza), “Con te, con tutto”, 2026, installazioni con materiali vari – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’esperienza proposta dall’artista è quella di simulare la partecipazione ad un rito collettivo, ad una processione ed a momenti di scambio e condivisione, metodo, d’altra parte, attraverso cui nascono e vengono realizzate le sue opere. Le piccole case di legno divengono luoghi fecondi di incontro, dove si incrociano sguardi diversi, dove si rende omaggio alle opere della storia dell’arte che hanno forgiato la sua e la nostra identità.

“HOME” SPAZIO PER UNA PERFORMENCE

Il concetto di “Home“, nel Padiglione del Giappone, si attua con la realizzazione di una vera e propria casa, su due piani, entro cui siamo invitati ad accedere e all’interno della quale agiamo come protagonisti della vita domestica.

Idea geniale che genera profonde riflessioni sul tema della genitorialità e del prendersi cura dei bambini, come atto di speranza e resistenza, in un complicato periodo storico devastato da guerre, da crisi demografiche, da migrazioni, paure ed incertezze. La storia personale dell’artista che l’ha ideato è fortemente legata a tematiche sociali.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’artista queer giapponese El Arakawa-Nash, che oggi vive a Los Angeles con il suo compagno, è diventato padre di due gemelli nel 2024, ricorrendo alla gestazione per altri, esperienza che vuole portare come modello positivo di genitorialità, e non solo per le coppie eterosessuali, in quanto il metodo di procreazione è al centro di un vivace dibattito e, a seconda dei diversi paesi del mondo, sottoposto a diverse normative (in Italia è vietato e definito come “reato universale”).

Il proprio vissuto positivo ed appagante è divenuto lo stimolo per “concepire” una complessa opera immersiva.

All’ingresso del Padiglione puoi scegliere se visitarlo come osservatore o divenire protagonista del percorso; ciò significa che accogli tra le braccia un bambolotto, di 6 Kg., esperienza che immediatamente ti porta a dialogare con lui, attivando sentimenti di affetto, di attenzione e di cura.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Durante il percorso che porta al primo piano della casa, si incontrano vari bambolotti che vivono lo spazio giocando o osservando la gente; è curioso cogliere come le persone dialoghino con loro, restituendo un’anima ai pupazzi, quasi per un’esigenza innata di relazione e affetto, di protezione.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Al piano superiore sono disposti, tra gli altri arredi, alcuni piani per fasciatoi, perché la performance prevede che si cambi il pannolino al bambolotto, gesto di accudimento per eccellenza; aprendo il pannolino si può leggere, con un QR, una poesia scelta per quel “bimbo”. Questa azione estende il gesto di cura da un fatto familiare ad una riflessione collettiva, sottolineandone il valore della responsabilità, ed evocando, con il testo poetico, riflessioni su questioni sociali, come sulla storia, sulla memoria, sulle discriminazioni cui sono sottoposte le minoranze di ogni genere. Nel mio bambolotto recitava così la poesia di un poeta giapponese:

“Metto un foglio trasparente sulla mappa e disegno un’altra mappa col sangue che mi sgorga dal dito

Il sangue si spande e macchia la prima mappa confondendo chi vive credendo nel progresso.

L’uomo fin dalla nascita è aperto verso gli altri non solo a chi è ancora vivo,

ma ancora di più ai morti” (Nakagami Kenji, 02/08/1946 – Wakayama, Giappone)

Il dialogo con il mondo dei morti, qui ricordato, è un altro motivo frequente in questa Biennale, citato come passaggio necessario e sereno nel vissuto dell’esistenza: un altro possibile significato dell’attraversare la soglia, dal mondo terreno a quello dell’aldilà.

“HOME”, RACCONTO ATTRAVERSO INTRECCI, FILI E RICAMI

Le ultime opere, che segnalo, fondano le proprie radici in pratiche artistiche tradizionali, opere ‘scritte’ da gesti silenziosi e pazienti che, di mani in mani, creano intrecci, trame, tessiture; lavori che rimandano a nuclei di “Home“, da cui sono stati generati, luoghi/laboratori del fare. Dall’eredità di pensieri, forme e saperi, gli artisti elaborano linguaggi espressivi contemporanei, con grande sapienza e valore estetico.

Partiamo da una figura affacciata ad una finestra, opera realizzata con la tecnica del collage di pezze di tessuti di seta, cucite con cura poeticamente dall’artista sudafricana Billie Zangewa.

Billie Zangewa (1973, Malawi), Una questione di prospettiva, 2026, collage in seta cucito a mano – Padiglione centrale Giardini, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro è parte di una serie di quadri di vita domestica, esposti al Giardini, un racconto dimesso ma emotivamente intenso ed introspettivo sulla quotidianità, colta tra le mura di casa; l’artista realizza i suoi collage raccogliendo scampoli e resti di tessuti di seta, che poi ricama e cuce, con lavoro meticoloso e prezioso, attenta a valorizzare gli effetti serici e tattili del tessuto, narrando visivamente un “femminismo quotidiano”, come lei stessa ama definire le proprie opere.

Nel Padiglione del Marocco, all’Arsenale, Amina Aguezay, artista multimediale, allestisce un ambiente che evoca un’architettura vernacolare marocchina, rivestendo le superfici con ampie tele di diverse dimensioni che si rifanno alla tecnica ‘Asǝṭṭa‘, termine berbero che definisce la tessitura rituale tradizionale.

Amina Aguezay (1963, Casablanca), Asǝṭṭa (part.1), 2026, tessuti, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Amina lavora da circa vent’anni alla ricerca dei saperi e delle pratiche tradizionali di tessitura in Marocco, confrontandosi e coinvolgendo filatrici, ricamatrici, cestai, maestri artigiani anche nella realizzazione dei suoi progetti. Ci restituisce, in questa installazione, un patrimonio di segni, simboli e figure in raffinate tinte terra naturali che ‘parlano’ intensamente anche alla sensibilità contemporanea.

Amina Aguezay (1963, Casablanca), Asǝṭṭa (part.2), 2026, tessuti, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’intervento nel suo insieme viene vissuto come un ambiente/soglia da attraversare, dove il nostro muoverci tra le pareti tessili ci permette di percepire differenti sensazioni: percorsi dall’esterno all’interno, come trame disegnate che evocano passaggi dal mondo fisico all’aldilà, motivi che ci raccontano la stratificazione di una memoria che può contribuire a costruire nuovi orizzonti.

Il concetto di soglia torna in un’altra coinvolgente installazione all’Arsenale, all’interno di “Geographies of distance: remembering home” del Padiglione dell’India, già citato in questo percorso. Per chi vive lontano, sia per distanza geografica che per generazione, dalla propria terra d’origine, la “Home” è un’ idea, è figura di una mitologia personale, modellazione di un sogno.

Ci accoglie un magico allestimento, quello dell’artista Sumakshi Singh (1980, India), che, col filo bianco ricama monumentali frammenti di arredo, figure della memoria, della casa dei nonni, in India, ora distrutta.

Sumakshi Singh (1980, Delhi), Permanent Address, 2026, Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Sumakshi Singh (1980, Delhi), Permanent Address, part. 2026, Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La porta, ricamata a mano, che apre alla visione dei pezzi di architettura sparsi nello spazio, è una soglia fragile che si fa attraversare con l’immaginazione, è finzione, è forma realizzata con intrecci di filo, ricucita con pazienza infinita, è passaggio nel tempo e nello spazio, tra la memoria e il presente. Cito un suggestivo brano tratto dal catalogo della mostra al PAC di Milano, in cui è stata esposta la porta dell’artista:

“Il pizzo imita l’architettura anche se la smonta: l’elemento che resiste … è quello che viene curato con pazienza. In quest’opera, la fuga è interiore, verso la tranquilla certezza che l’immaginazione, per quanto tenue, sia ciò che tiene aperto il mondo” (dalla Guida alla Mostra “India, di bagliori e fughe” – PAC Milano)

Citazioni della vita domestica e della propria infanzia in Etiopia, evocata da frammenti di tessuti tra spazi di grumose pennellate, si colgono, come brillanti fuochi d’artificio, nelle monumentali tele di Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba), protagonista del Padiglione dell’Etiopia, in Palazzo Bollani.

Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia

L’artista con “Shapes of Silence” sceglie il silenzio come forma espressiva di resistenza contro un’arte che dà più importanza alla parola ed alla costruzione critica piuttosto che lasciare all’immagine la forza di comunicare emozioni e messaggi.

Ed in coerenza a questa intenzione, trovo che i suoi lavori, osservati lentamente e sgranati nei minimi e ricchi particolari, ci raccontino una storia fatta di riferimenti al suo paese, ma anche e soprattutto all’intimità domestica, al calore del nucleo famigliare dato dai ritagli di tessuti accostati a passamanerie, pezzi all’uncinetto, frammenti di centrini, tracce di grafie infantili, rettangoli/finestre aperte su paesaggi astratti di intensi colori; l’artista stesso ricorda che d’ispirazione fondamentale è stato il lavoro di sua madre, meticoloso, lento, creativo e silenzioso, ancor oggi dedito alla produzione di tessuti fatti a mano.

“Crescendo ad Addis Abeba ero circondato dal ritmo del telaio e dalla vita vibrante e ricca di texture dei tessuti tradizionali” (da Niccolò Lucarelli, “Le nostre radici sono energia viva”, Artibune, 01/09/2026 – Artribune.com)

Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia
Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia

Tegene Kunbi ci restituisce un’immagine inconsueta della propria “Home“, che, per la forza espressiva dei segni, fa sì che il ‘silenzio’ delle forme ‘urli’ con gioia la memoria e la storia della propria terra e delle proprie radici. Radici che, come afferma sempre l’artista, “non sono cose statiche, a cui si guarda indietro: sono un’energia viva e in movimento. … L’identità nazionale non è una bandiera o un confine, ma una forma plasmata da storie sovrapposte e intrecciate” (da Niccolò Lucarelli, op. cit.)

(Testo di Ivetta Galli, foto di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Carla Rizzotti)

Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – ATTRAVERSARE LA SOGLIA

Dawn DeDeaux (1952, New Orleans), Dance Around the Gold Moon (for James Baldwin), 2014-2016, disegno digitale su tre pannelli di metallo accostati. Arsenale, 61ª Biennale Venezia

Quale sensazione mi è rimasta impressa dopo aver visitato la Biennale?

L’attraversare una soglia: stupore, incontro, condivisione, bellezza. Frequenti risonanze emotive con i messaggi visivi percepiti.

Occorre sintonizzarsi sui ‘toni minori’ (In Minor keys), con umiltà e curiosità, ed essere disposti ad ascoltare e ad accogliere la moltitudine di sollecitazioni visive e sensoriali allestite nella mostra.

Annalee Davis (1963, Barbados), Be Soft, 2024, (part.), ricamo su un elemento di merletto a tombolo antico di 100 anni. Padiglione Centrale, 61ª Biennale Venezia

‘Essere leggeri’ è il vissuto che ci accompagna lungo il percorso del Padiglione Centrale, dove l’appagamento estetico e le emozioni percepite, ci riportano ad un primitivo ed immediato rapporto con le opere esposte; il che non significa vivere un’esperienza superficiale, perché i lavori selezionati sono ‘finestre’ e ‘porte’ che si aprono sulla stratificazione di storie, culture, memorie, di diversi mondi, popolazioni e geografie.

Annalee Davis, artista dell’isola caraibica Barbados, presente con le sue opere sia ai Giardini (un particolare nella foto sopra) che all’Arsenale, dice: “Forse la bellezza può agire come antidoto al caos coloniale di ieri e alla violenza contemporanea, ma non per addolcirli. Per aprire una forma di attenzione più lenta ed esigente“

Si coglie un dialogo profondo tra le opere esposte, come immaginato dalla curatrice, Koyo Kouoh, purtroppo mancata improvvisamente l’anno scorso; le sue parole illuminano in merito alle scelte da lei compiute:

“In Minor Keys si presenta come una partitura collettiva, composta insieme ad artisti che hanno costruito universi dell’immaginazione; artisti che operano ai confini della forma; artisti le cui pratiche nutrono la società; artisti straordinariamente generosi e ospitali verso la vita”.

L’immagine iniziale, opera dell’artista di New Orleans, Dawn DeDeaux, scelta tra le numerose possibili, pone una riflessione carica di significato politico e sociale, che rimbalza con frequenza tra i lavori esposti, perché illustra questa citazione del poeta James Baldwin (1972) : “C’è una ragione, dopotutto, se esistono persone che desiderano colonizzare la luna, e altre che danzano al suo cospetto come davanti ad un’antica amica“.

Il tema delle “colonizzazioni” e dei diversi tipi di violenza subite dalle popolazioni indigene genera percorsi di resistenza, incarnati nelle installazioni artistiche, frutto di lavori generati collettivamente, volti a rimarginare lacerazioni e ferite, dando voce a procedimenti e culture resi invisibili dalla storia.

Non è un caso se troviamo ad accoglierci all’ingresso dei due percorsi, ai Giardini e all’Arsenale, Issa Samb (1945-2017), artista senegalese che ha trasformato la corte della sua casa a Dakar, in un luogo di incontro di creazione artistica e attività politica comunitaria; fonda il collettivo Agit’Art, gruppo multidisciplinare volto a promuovere un’arte dal basso.

Nel Padiglione Centrale sono allestiti oggetti, disegni, appunti, dipinti, che ricostruiscono il “cortile” della sua casa, ed un video che lo riprende in un momento del suo operare alla ricerca dello “spazio liminale”, la soglia, dove i vivi incontrano i morti:

Issa Samb (1945, Dakar – 2017, Dakar), opera grafica e dipinto. Padiglione Centrale, 61ª Biennale Venezia

All’ingresso dell’Arsenale, come un grande totem, un suo dipinto illustra una poesia di Refaat Al-Areer, If I Must Die (Se devo morire), poeta di Gaza, lanciandoci un’ancora nel presente, per non dimenticare, e, contemporaneamente, disegnando una nota di speranza.

“Se devo morire, tu devi vivere, raccontare la mia storia, vendere le mie cose, comprare un pezzo di stoffa, e dei fili, (fallo bianco, con una lunga coda), così che un bambino, da qualche parte a Gaza, mentre guarda il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in fiamme, e non ha salutato nessuno, nemmeno la sua carne, nemmeno se stesso, veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto, volare, e pensi per un attimo che un angelo stia riportando l’amore. Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.” (Refaat al-Areer)

L’omaggio reso ad Issa Samb da parte di Koyo, è emblematico dell’idea di “arte” che la curatrice ha voluto lasciare in eredità in questa mostra, resa tangibile dai suoi collaboratori, che l’hanno portata a termine.

Due immagini della grande figura di donna, di origine sudafricana, campeggiano intorno alla Biennale: all’interno del Padiglione Centrale ai Giardini, nell’allestimento dell’artista Maria Magdalena Campos-Pons e, lungo la Fondamenta della Tana, nel murales di Derrick Adams, omaggio a Koyo per aver portato alla luce voci e visioni della comunità nera.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba-vive a Nashville), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, (part.), 2026. Giardini, 61ª Biennale Venezia. – Derrick Adams (1970, USA), Heavy is the Head That Wears the Crown, 2026. Fondamenta della Tana, Venezia

Non è stato facile individuare percorsi tematici all’interno della mostra, tuttavia credo di poter individuare tre “figure” che ricorrono e rimandano al ricco immaginario narrato dalle opere visive:

  • “Home“: nucleo reale o sognato di casa come immagine della propria identità, quasi sempre ormai nomade, precaria, persa nei percorsi di diaspora propri di moltissimi artisti; lo spazio dell’abitare come luogo dell’incontro e della cura, del dialogo e dell’accoglienza, del “fare” anche in comunità;
  • “Fiore“: simbolo dello sbocciare della vita, della natura, di alberi, di giardini; creatura che nasce dalle terre, argille e sabbie (presenti in quantità); dall’altro, simbolo di un ambiente violato, vittima della crisi climatica come delle trasformazioni antropiche, dell’inquinamento, o dei conflitti bellici;
  • “Cerchio“: è una forma visiva, che ricorre negli allestimenti e nei lavori artistici e ci riporta ad una dimensione più interiore e spirituale, volta alla meditazione; ma anche diventa coreografia di un rito, di un gesto conviviale che ci permette di riconoscerci come comunità.

(testo e foto di Ivetta Galli)

PUSH THE LIMITS – Fondazione Merz, 2026

Mona Hatoum (Beirut, 1952), Hot Spot (stand), 2018, acciaio inox, neon, gomma. Fondazione Merz, 2025/’26

8 marzo 2026, ultimo giorno di apertura della mostra “Push The Limits” alla Fondazione Merz di Torino.

Un’esperienza intensa e ricca di emozioni, grazie alle 18 artiste che hanno portato in questo percorso lavori recenti e meno, tutti carichi di una potenza espressiva comunque attuale.

L’iconico mappamondo in fiamme, oggi più attuale che mai, purtroppo, di Mona Hatoum, ci accoglie all’ingresso, monito inquietante ma esplicito sulla portata complessa e impegnativa delle riflessioni messe in scena dalle artiste invitate.

Forte è l’impatto che genera il video di Janis Rafa (Atene, 1984), “The fear of Leaving the Animal Forever Forgotten Under the Ground”, 2021, giocato sui toni cupi del verde, ambientato in uno spazio sotterraneo, claustrofobico e labirintico. Una visione da incubo.

Janis Rafa (Atene, 1984), The fear of Leaving the Animal Forever Forgotten Under the Ground, 2021, still da video. Fondazione Merz, 2025/’26

Due cani si aggirano inquieti tra queste pareti senza via d’uscita, trovando resti di rifiuti, qualche piccolo animale morto, soggetti imprigionati in un luogo ai margini della realtà, dove la figura umana pare assente. Il cane è un tema privilegiato nei lavori dell’artista greca, metafora di un’inquietante condizione umana di smarrimento, proiezione di un istinto aggressivo non controllato, agito per difendersi e sopravvivere, immagine del conflitto tra sottomissione e desiderio di rivolta, tra bestialità e umanità.

Al centro della prima sala espositiva un grande paracadute incombe su di un lungo tavolo, imbandito; avvicinandoci, individuiamo quaranta piatti di alluminio (desco militare), specchianti, bicchieri coperti da un pesante pezzo di pietra a forma di pane (rimando alla sepoltura), non ci sono sedie, non c’è ombra di essere umano, l’assenza è protagonista di questa installazione; unico tocco di colore, una macchia di rosso arancio sul paracadute, che si riflette nei piatti: l’artista Katerina Kovaleva costruisce una rappresentazione del “dopo dell’Ultima Cena”, unendo alla sacralità dell’evento una potente denuncia della guerra.

Katerina Kovaleva (Mosca, 1966), Memory table, 2025, vetro, metallo, specchio, granito, acrilico su paracadute. Fondazione Merz, 2025/’26

Un gesto di partecipazione per contribuire al cambiamento sociale viene proposto da Helina Metaferia, artista statunitense, attraverso un’installazione, The Work, iniziata nel 2018, che invita a scrivere su di un foglio cosa mettiamo in atto per “riscrivere” il presente; le risposte confluiscono in un libro, in cartelli di protesta e altre forme di comunicazione, per mettere in relazione persone che non si conoscono, ma perseguono simili obiettivi. Accanto, Headdress, collage che raccoglie la storia delle battaglie per i diritti civili e le più recenti manifestazioni della comunità BIPOC (Black, Indigenous and People of Color, nata dal movimento Black Live Matter).

Helina Metaferia (New York, 1983), Headdress 78, 2025, collage con tecnica mista. Fondazione Merz, 2025/’26

Entrando nell’altro spazio espositivo, superato il muro sonoro di Teresa Margolles (Culiacan, MEX, 1963), Sonidos de la muerte, 2008, in cui si possono ascoltare i rumori d’ambiente registrati nei luoghi di ritrovamento dei resti delle donne vittime di violenza in Messico, due grandi installazioni dialogano tra loro: And Rose, di Monica Bonvicini e Untitled (Tears Fall), di Latifa Echakhch.

Monica Bonvicini (Venezia, 1965), And Rose, (gold, black), 2024, catene in acciaio cromato, moschettoni e anelli

Latifa Echakhch (El Khnansa MA, 1974), Untitled (Tears Fall), 2025, perline di vetro e fili di naylon

Fondazione Merz, 2025/’26

Le due amache sospese, all’inizio evocano momenti di benessere, leggerezza e libertà, subito negati, tuttavia, dalla visione delle pesanti catene, dei ganci ed anelli in rilievo, che si fissano con durezza ed irregolarità alla struttura e rendono inaccessibili i due apparenti “morbidi grembi accoglienti”: disagio, spaesamento, sofferenza, assenza di libertà.

Sul fondo, il velo di lacrime, intenso, doloroso e poetico, invita ad essere contemplato, in silenzio: la fitta caduta delle perline blu da un lato addensa l’emozione e dall’altro sembra sciogliere la tensione che si percepisce, osservandolo.

La trasparenza del muro del pianto e la contemporanea visione delle sue installazioni suggeriscono un dialogo sofferto ma ricco di umanità, grazie al potere curativo del linguaggio artistico.

Alle spalle di questa immagine si apre una stanza interamente coinvolta da un suggestivo intervento artistico di Mirna Bamieh, artista palestinese; al centro, un telaio di legno, disposto ad angolo, ricorda una casa; per terra, su di un pavimento specchiante, barattoli e vasi di vetro sono appoggiati su piccoli “scafi” in ceramica, a forma di tartaruga, imbarcazioni in viaggio; poi, tanto sale, sparso irregolarmente.

Le pareti sono decorate da racemi popolati da limoni, frutti che assumono qua e là connotazioni antropomorfe e ad esse sono fissati disegni che evocano barattoli/contenitori in vetro. Una traccia sonora si diffonde nell’ambiente, avvolgendoci con suoni e parole.

Mirna Bamieh (Gerusalemme, 1983), Sour things: the Pantry, 2024, struttura in legno, 2 video, ceramiche, vetro, sale, disegni, wallpaper, passaggio sonoro. Fondazione Merz, 2025/’26

Mirna Bamieh, in seguito ai primi bombardamenti su Gaza del 2023, lascia la propria casa di Ramallah e in questo lavoro ricostruisce il tragico momento vissuto, mettendo in scena alcuni oggetti/simbolo legati alla dispensa della cucina che si fanno veicolo delle forti emozioni provate, dell’esperienza dello sradicamento dalla propria dimora, del “sapore amaro” della perdita di pezzi di vita, del disperato desiderio di ricostruzione della propria comunità.

“Mentre le case venivano rase al suolo … le strutture che sostengono la vita, pareti, scaffali … stavano andando a pezzi. Prima di andarmene ho svuotato la dispensa di casa mia a Ramallah … I barattoli, un tempo contenitori di continuità, sono diventati dei promemoria di tutto ciò che non poteva essere conservato. La tecnica della conservazione appartiene a coloro che preparano senza sapere quando, o se, il barattolo verrà mai riaperto. In tempi di instabilità il sale è più di un minerale, diventa una forma di fede, un prepararsi al ritorno. Il sale è speranza, il sale è tempo futuro, è un raduno, un ritrovarsi, quando sarà di nuovo possibile aprire un barattolo di conserva.

Questa dispensa è politica. E’ quel che rimane quando l’architettura della vita quotidiana crolla, un gesto di cura messo in bella vista, circondato dal silenzio di ciò che è andato perduto.” (Mirna Bamieh)

Le parole di Mirna accompagnano come un rituale il suo lavoro creativo che, in questo spazio, risuona potente come gesto di resistenza e di amore.

Mirna Bamieh (Gerusalemme, 1983), Sour things: the Pantry, particolari, 2024, struttura in legno, 2 video, ceramiche, vetro, sale, disegni, wallpaper, passaggio sonoro. Fondazione Merz, 2025/’26

Le tartarughe antropomorfe che solcano il mare, per Mirna sono i sopravvissuti, gli immigrati che ritorneranno portando una manciata di sale nei loro contenitori di vetro.

Oggi, di fronte al genocidio perpetrato sul popolo palestinese e di fronte alla distruzione totale di Gaza, queste immagini ci lasciano ammutoliti; quel sapore amaro che emana da Sour Things: the Pantry (Cose amare: la dispensa) diventa sgomento.

“Una frase scritta da una tredicenne di Gaza e condivisa dai social media del Museo Palestinese ‘Sarei libera se fossi un oggetto?’, mi pesava così tanto sul cuore; l’impotenza che vi era inscritta era immensa. Ho realizzato questa serie di disegni per comprenderla. Il mio oggetto di interrogazione era il barattolo, e la frase ripercorre i disegni in diverse combinazioni, cercando di capire se la libertà sia mai raggiungibile”. (Mirna Bamieh)

Mirna Bamieh (Gerusalemme, 1983), Sour things: the Pantry, particolari, 2024, disegni, wallpaper.

Fondazione Merz, 2025/’26

Dallo spazio sotterraneo della Fondazione, le note del video di Fiona Banner aka The Vanity Press ci richiamano con insistenza; e la visione delle immagini non delude.

Fiona Banner aka The Vanity Press (Londra , 1966), Pranayama Organ, 2021, frammento di HD film in digitale
Fondazione Merz, 2025/’26

Due aerei da guerra gonfiabili si ergono con fattezze umane, in uno scenario quasi apocalittico, una spiaggia desolata; inscenano una danza, quasi un rituale di corteggiamento, in cui mascolinità e desiderio di potenza si alternano alla ricerca di relazione e gioco, accompagnati da un ritmo incalzante, fino a depotenziarsi in un finale in cui le forme si sgonfiano e restano abbandonate sulla riva, come grandi balene spiaggiate; qui la musica si fa solenne e contemplativa, riflessione sulla vacuità della violenza e della guerra.

Fiona Banner aka The Vanity Press (Londra , 1966), Pranayama Organ, 2021, frammento di HD film in digitale e Soft Parts: Wing, Fin, Flap, 2022, pouf su misura,
Fondazione Merz, 2025/’26

YUKINORI YANAGI: GIAPPONE, SOLE, ATOMICA, NAZIONI

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Hinomaru – Illumination, 2025, neon, acciaio, acqua, Pirelli Hangar Bicocca 2025

Male non farebbe, a chi oggi ritorna a celebrare il vantaggio del nucleare, civile ma anche militare – “si vis pacem, para bellum” -, un’immersione in questa mostra di Yukinori Yanagi, potente come messaggio di pace e come riflessione sul “posto” che spetta all’umano nell’ecosistema “mondo”.

All’ingresso, ci si trova, nel buio più avvolgente, di fronte ad una catasta apocalittica di macerie di civiltà, sulla quale un occhio gigante agita la pupilla e l’iride, che riflette l’esplosione nucleare di Hiroshima; immagine di una ferita ancora lacerante, che forse solo una persona giapponese può cercare di far riemergere dalla propria memoria storica con tale forza, tentando di ricucire i lembi della violenza subita.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Project God-zilla 2025, The Revenant from “El Mare Pacificum”, 2025, Materiali di recupero, video, suono, Pirelli Hangar Bicocca 2025
Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Project God-zilla 2025, The Revenant from “El Mare Pacificum”, 2025, Materiali di recupero, video, suono, Pirelli Hangar Bicocca 2025

Sparsi tra i relitti, ideogrammi al neon riportano frammenti dell’art. 9 della Costituzione del Giappone, tra cui “…. il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra..…”; la scelta di riprodurre l’articolo con “frasi” spezzate è dovuta alla volontà di far emergere la discussione ancora viva in Giappone sui contenuti dello stesso.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Article 9, 1994, Neon, scatole di plastica, Pirelli Hangar Bicocca 2025

Il percorso di Yukinori, all’interno del proprio immaginario sedimentato, ci porta nei pressi di un container al cui interno, grazie ad un coinvolgente gioco di specchi, si moltiplica all’infinito la figura di Ultraman, supereroe della sua infanzia.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Banzai Container, 2025, Container, compensato, specchi, giochi di plastica, Pirelli Hangar Bicocca 2025

L’artista ricorda quanto da ragazzino fosse attratto dalle immagini di cultura popolare, narrazioni sulle radiazioni nucleari, l’inquinamento, il diritto all’autodifesa; ma nello stesso tempo, oggi, coglie in quel racconto l’insinuarsi di una pericolosa propaganda nazionalista, tingendo l’allestimento dei colori della bandiera giapponese e posizionando tutte le figure in un atteggiamento acritico di profonda “riverenza” verso il potere.

Yukinori rende “visive” le radici del Nazionalismo e del Populismo, problemi oggi diffusi anche in gran parte del mondo.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Banzai Container, 2025, particolare, Container, compensato, specchi, giochi di plastica, Pirelli Hangar Bicocca 2025

A fianco di quest’ opera ci coglie la curiosità di entrare nel vicino container e qui, inaspettatamente, si entra in un labirinto costruito intorno al mito di Icaro: dall’immagine del sole, vicinissimo, ad un immersivo percorso in caduta verso il nulla, ma anche di uscita verso un frammento di luce, un pezzo azzurro del cielo di Milano.

E’ un’esperienza emotiva forte, che crea disorientamento, che suscita sentimenti conflittuali di tensione verso l’abisso e poi verso la libertà.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Icarus Container, 2025, Container, specchi, schermo, video, Pirelli Hangar Bicocca 2025

Alla fine della mostra ci aspetta un’opera di grande suggestione, alla quale ci avviciniamo incuriositi dalla presenza di tantissime bandiere, alla parete, che, via via, ci accorgiamo, sono rovinate da una misteriosa corrosione.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959),The World Flag Ant Farm, 2025, Formiche, sabbia colorata, scatole di plastica, tubi, monitor, Pirelli Hangar Bicocca 2025

Un monitor tra le bandiere cattura l’attenzione e lì ci appaiono alcune formiche che si stanno muovendo tra le bandiere corrodendone l’integrità, indifferenti ed incuranti di limiti e dei confini disegnati: un’idea artistica strabiliante, che ci racconta, in estrema sintesi, riflessioni sul ruolo dell’umanità in rapporto alla natura e gli altri esseri viventi, sulla fragilità e l’inutile oppressione dei confini e dei limiti imposti dal potere, sull’ineluttabilità delle migrazioni e degli spostamenti, temi oggi tra i più scottanti della nostra epoca.

Il tema della bandiera e del suo complesso significato ambivalente è proposto anche nella spettacolare e pirotecnica installazione collocata come preludio a The Word Flog Ant Farm.

Un’esperienza visiva ed immersiva, accompagnata da colonne sonore coinvolgenti, completano la ricca e complessa proposta artistica di Yukinori Yanagi, artista tra i più significativi della scena contemporanea giapponese.

Yukinori Yanagi (Giappone, 1959), Hinomaru – Illumination, 2025, Neon acciaio e acqua, Pirelli Hangar Bicocca 2025

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: TERRA – ACQUA – FANGO – ARGILLA

Esterno del Padiglione della Germania, Thresholds, Giardini – Yael Bartana (Israele, 1970), Farewell, 2024, Padiglione Germania, 60ª Biennale di Venezia

Di terra, accumulata, se ne incontra molta, tra gli interventi artistici della Biennale.

E, come di terra, c’è anche tanta acqua.

Elementi basilari del nostro pianeta, impastati, possono dare forma ai pensieri ed alle immagini degli artisti; d’altra parte nei miti dall’argilla nasce la creazione di esseri viventi e di nuovi mondi.

Si respira l’urgenza di ricostruire, di ricreare, a partire dalle più essenziali risorse disponibili, ambienti desiderabili, accoglienti e inclusivi, in una ricerca di relazioni sostenibili e soddisfacenti tra gli esseri viventi e il pianeta.

Urgenza che nasce dal vissuto delle tragedie contemporanee, sottese alle esperienze svelate dagli artisti, come motivo di stimolo e di speranza per la ricreazione di un mondo in profonda crisi.

Il Padiglione della Germania ne è una felice sintesi: dalle frana di macerie terrose che blocca l’ingresso, alla congelata ricostruzione, all’interno, di un alloggio anni settanta completamente sommerso dalle ceneri terrose e velenose dell’amianto, simbolo del tramonto del progresso, alla ricerca di soluzioni di fondazione di nuovi mondi nello spazio intergalattico, narrata da video suggestivi, in cui si rigenera una visione di armonia tra le specie viventi. Danze rituali e ritmi coinvolgenti sulla parete concava interna magnetizzano l’attenzione: nostalgia di riti collettivi e appaganti, di movimenti cadenzati dalla musica e dai canti, di gesti che ci facciano riconoscere come comunità?

E’ questo un ‘leit motif’ che riemerge con prepotenza in moltissime altre opere.

John Akomfrah (Ghana, 1957), Listening all night to the rain, 2024, Padiglione della Gran Bretagna, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’acqua è la protagonista dei meravigliosi video che rivestono le pareti del Padiglione della Gran Bretagna. Affidato a John Akomfrah, artista che con magia crea preziosi quadri in movimento, densi di racconti e di significati.

Attraverso i mari e i fiumi passano le storie di popoli in cammino, documentate con foto d’archivio anche drammatiche, oppure create dall’artista stesso con estrema sapienza.

John Akomfrah (Ghana, 1957), Listening all night to the rain, 2024, Padiglione della Gran Bretagna, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’acqua come deposito di materiali e oggetti persi nel tempo, luogo in cui si stratificano testimonianze del passato, oppure che diventa ‘sentinella’ delle trasformazioni ambientali e dell’inquinamento.

Se le immagini poetiche di John Akomfrah che ci scorrono davanti agli occhi sono frutto di una ricerca sul passato, la storia, la cultura e la contemporaneità, l’immersione nei mari che ci accolgono nel Padiglione francese ci proiettano dal presente in un futuro fiabesco, a volte ironico e giocoso, a volte inquietante,

Julien Creuzet (Parigi, 1986), ‘Attila cataracte ta source aux pieds des pitons verts finira dans la grande mer gouffre bleu nous nous noyâmes dans les larmes marées de la lune’ , 2024, Padiglione della Francia, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’artista franco-caraibico, Julien Creuzet, partendo dal suo immaginario infantile, ci porta tra le acque e nella terra delle sue radici, la Martinica; attorno ad un verso poetico del poeta Glissant, nato in Martinica e vissuto in Francia, Julien allestisce uno spazio immersivo in cui fonde mirabilmente scultura, musica, poesia e cinema: immagini di fondali marini, correnti d’acqua e cascate alimentano le nostre percezioni, stimolano la nostra immaginazione e fanno riemergere memorie collettive.

Julien Creuzet (Parigi, 1986), ‘Attila cataracte ta source aux pieds des pitons verts finira dans la grande mer gouffre bleu nous nous noyâmes dans les larmes marées de la lune’ , 2024, frames da video, Padiglione della Francia, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’artista lavora sull’immagine della confluenza dei corsi d’acqua come metafora delle poetiche di relazioni, come luogo dello scambio con l’altro, immagine di uno spazio utopico molto potente, in cui abitano esseri viventi anche frutto di metamorfosi di varie specie, un luogo del tutto inclusivo e accogliente.

Mark Salvatus (Filippine, 1980), Waiting just behind the courtain of the age, 2024, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Torniamo alle immagini di terra, molte, tra cui questi particolari dell’installazione dell’artista filippino Mark Salvatus, dove un accumulo di terra, in verità in vetroresina, dà vita al suono di strumenti musicali delle bande e dei musicisti del monte Banahaw delle Filippine.

La scelta del luogo è emblematica, ‘Il monte mi ha sempre affascinato, anche perché è un luogo storico ed è stato uno dei primi spazi in cui Pule, assieme alla popolazione locale, iniziò ad organizzare una rivolta contro il dominio spagnolo.‘

(da https://www.artuu.it/padiglione-filippine-il-monte-banahaw-arriva-a-venezia/ )

Il progetto che l’artista filippino propone ruota infatti attorno alla propria origine, alla cultura del proprio popolo, alle tradizioni, tra cui l’espressione musicale, riannodando i motivi storici che lo hanno visto protagonista di momenti di resistenza contro i colonizzatori.

Manal Al Dowayan (Arabia Saudita, 1973), Shifting Sands: a Battle Song, 2024, Padiglione dell’Arabia Saudita, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Sabbie mutevoli: una canzone di battaglia’ è il titolo del Padiglione dell’Arabia Saudita, allestito dall’artista Manal Al Dowayan: il potente e coinvolgente messaggio femminista, veicolato sia da un tessuto sonoro di voci e canti di giovani ragazze che inonda l’ambiente, sia dalle eleganti calligrafie arabe, attraverso cui si impongono parole del patrimonio di liberazione delle donne, giunge chiaro.

La scrittura e i grafismi che rivestono i ‘grappoli di lame di cristallo delle rose del deserto’ ci interrogano sulle contraddizioni tra le politiche di governo del paese rispetto ai diritti umani, committente dell’opera, e la radicale rivendicazione degli stessi, da parte dell’artista che lo rappresenta.

Anna Maiolino (Italia, 1942), Anno 1942, Mapas mentals,2973-1999 e Terra Modelata, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Anna Maiolino è stata premiata con il Leone d’oro alla carriera e la sua esperienza ripercorre i temi salienti di questa mostra: emigrata dalla Calabria in Brasile, ha vissuto e lavorato tenacemente come artista in America Latina. La forma dell’Italia del 1942, suo anno di nascita, ritagliata dal bruno cenere del fuoco, rimanda ai bombardamenti subiti, e restituisce una figura sofferta della propria identità.

L’artista dagli anni ottanta si dedica a modellare la terra, l’argilla, recuperando la gestualità nella creazione artistica a partire dagli elementi naturali più essenziali. Lo spazio da lei allestito in una stanza all’Arsenale è trasformato in un’architettura abitata e arredata dalla proliferazione di forme in terracotta che rimandano alla ciclicità e continuità della vita, al suo continuo rinnovarsi, in continua trasformazione ed evoluzione.

Maria Madeira (Timor Leste 1969), Kiss and don’t tell, 2024, parte del video, Padiglione di Timor Leste, 60ª Biennale di Venezia

Con argilla rossa, dalla terra di Timor Leste, spalmata sul tessuto tradizionale teso alle pareti e accumulata a terra, Maria Madeira rievoca le violenze subite dalle donne nel suo paese, costrette dagli uomini a baciare col rossetto le pareti e a sottomettersi a loro.

Il canto dolente da lei interpretato, ‘Cara Madre Terra’, e i gesti dell’artista volti a riscattare il sacrificio delle vittime del patriarcato, restituiscono un’esperienza emotiva e poetica intensa, trasfigurata nei delicati colori che avvolgono la stanza del Padiglione.

Maria Madeira (Timor Leste 1969), Kiss and don’t tell, 2024, Padiglione di Timor Leste, 60ª Biennale di Venezia

Con la terra argillosa, con gocce di vernice e noce di betel, Maria Madeira dipinge un ambiente carico di note di dolore e di desiderio di resilienza, in cui si respira la memoria e la storia dei suoi racconti.

Joshua Serafin (Filippine, 1995), Void, 2022, frames da video, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dal fango, in riva ad una pozzanghera, prende vita e corpo una persona, un mito di creazione primordiale che si ripete, lentamente, in un contesto notturno e fortemente contaminato dalla materia argillosa. Nel video di Joshua Serafin, la figura che si anima è una divinità non binaria, emblema di una utopia queer come modello di superamento dei pregiudizi di una cultura patriarcale, radicata nella tradizione filippina, ma non solo; l’opera diviene, a mio parere, una visione pregnante della rivoluzione in atto, a livello planetario, relativamente ai concetti di genere e di identità, motivo che, abbiamo visto, emerge in molte opere, in particolare di giovani artisti.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: CORPI – VOLTI

Alioune Diagne (Dakkar, 1985), Bokk Bounds, 2024, Padiglione del Senegal, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La presenza invasiva di corpi e di volti tra le opere esposte ci porta dentro il cuore pulsante dell’umanità in viaggio, in diaspora, sia rispetto ai luoghi geografici attraversati che in relazione ai propri confini interiori.

Bertina Lopez (Mozambico 1924-2012), Os meninos de Mafalda, 1963, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Lo ‘storico’, oramai, dipinto su legno di Bertina Lopez, artista di origini mozambicane che ha vissuto in Italia, impegnata anche come attivista a Roma nella ricerca di soluzioni per accordi pace per la sua terra, è una dolente ed icastica rappresentazione di figure, volti e corpi, che mescola evocazioni linguistiche d’arte africana e delle avanguardie europee.

Il soggetto di quest’opera apre ad una ricca galleria di preziosi ‘ritratti’, selezionati da Adriano Pedrosa, di donne e uomini del mondo extraeuropeo, del Novecento, frutto di contaminazioni di arti ‘basse’ e ‘alte’, da cui emergono incessanti migrazioni di stili tra popoli di differenti culture.

Teresa Margolles (Messico, 1963), Tela venezuelana, 2019, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Migrazioni che coinvolgono soprattutto ‘corpi’, di cui, a volte, ne rimane solo l’impronta, come un sudario; Teresa Margolles, con questa ‘sindone laica’, esposta come una reliquia, celebra la morte di un giovane migrante venezuelano ucciso sul confine con la Colombia.

Puppies Puppies -Jade Guanaro Kuriki-Olivo, (Dallas, 1989), A sculpture for Trans Women, 2023, Electric Dress (Atsuko Kanaka), 2023, Giardini e Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Puppies Puppies offre un calco in bronzo del proprio corpo, disvelando attraverso l’iconografia del monumento commemorativo, la propria identità sessuale, luogo del sé, in cui i generi convenzionali migrano superando i confini per aprirsi a nuove possibili identità, transgenere e non binarie.

L’artista, all’Arsenale, commemora le vittime queer di un night club di Orlando, Pulse, uccise da un fanatico omobitransfobico nel 2016, riproponendo una scultura dell’artista Atsuko Kanaka, del 1956, il cui corpo si anima grazie a fili di luci intermittenti, che pulsano come il battito del cuore, e si illuminano coi colori dell’arcobaleno della bandiera LGBT+.

Pablo Delano (Portorico, 1954), The Museum of The Old Colony, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Pablo Delano, portoricano, porta ai Giardini un complessa installazione, allestita con oggetti e documenti, anche fotografici, dai quali si evince la lunga storia di sottomissione politica, economica e culturale vissuta dal suo paese, come colonia; tra questo materiale, anche le immagini di ‘corpi’ di adolescenti e bambini, soggetti dell’occhio fotografico dei colonizzatori europei, contribuiscono a ribaltare la lettura storica ufficiale dei conquistatori, restituendo piena consapevolezza e dignità alla popolazione di Portorico.

Gabrielle Goliath (Sud Africa, 1983), Personal Account, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Sullo fondo di una colonna sonora che registra suoni paralinguistici, sospensioni tra le parole di un discorso e lamenti cantati e sussurrati, sfilano attorno a noi corpi vittime di violenza patriarcale: donne, indigeni, persone nere, trans, non binarie.

L’artista Gabrielle Goliarth elabora questo progetto transnazionale, raccogliendo storie accomunate dalla pervasività della cultura patriarcale, razziale e coloniale, facendo emergere dai testimoni strategie di sopravvivenza e riparazione e creando uno spazio di ascolto, dialogo e di riscatto.

Giulia Andreani (Mestre, 1985), Conservative Ghost, 2024 e Le fanciulle laboriose, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Corpi femminili popolano le opere di Giulia Andreani che sceglie di rappresentare alcune figure di donne del primo Novecento, come Emmeline Pankhurst, protagonista del movimento femminista inglese o giovanissime lavoratrici ritratte in fotografie dell’epoca fascista; l’artista immerge le sue rielaborazioni pittoriche ad acrilico nelle tonalità di un grigio, ricco di sfumature, che evoca la memoria, sostenuta dai documenti fotografici, di una storia femminile densa di significati, ma ancora ‘in ombra’.

I dipinti di Giulia Andreani, resi con nitidezza realistica, sottendono una ricca stratificazione di segni: nel dettagliato ritratto di Emmeline, dal suo volto, in una nuvoletta, si disegna un’opera di Medardo Rosso, a lei contemporaneo, il cui tema della maternità mette in gioco riflessioni ancor oggi attuali sul ruolo della figura femminile; dal ritratto di gruppo delle fanciulle che cuciono e ricamano, tutte uniformate per taglio di capelli e abiti, traspare l’ideologia patriarcale e fascista, volta ad annullare le identità delle donne, fin da piccole ingabbiate in ruoli esecutivi.

Nella stessa sala, ai Giardini, su una parete si srotola un lungo lavoro dipinto e ricamato dell’artista inglese Magda Gill (1882-1961), modello tra le donne di un fare artistico autodidatta e dettato da un impulso creativo visionario, alimentato dalla propria condizione di genere e da problemi mentali, figura a cui Giulia Andreani rende omaggio per il suo valore artistico.

Moufouli Bello ( Benin, 1987), Egbe Modjisola, 2024, Padiglione del Benin, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Restituzione di ritratti femminili, a colori intensi e accattivanti, è la proposta da Moufouli Bello, artista del Benin del Padiglione africano, all’Arsenale. Donne contemporanee, ritagliate da ritratti fotografici, rivestite da preziosi tessuti decorati, con tinte sature sui toni del blu, si impongono allo sguardo con tutta la loro bellezza, forza e dignità, riscatto di secoli di oppressione. Tra i dipinti, una evocativa scultura di danza in cerchio di figure femminili, immagine di relazione ed armonia come recupero di tradizioni utili per riaffermare la propria cultura.

Agnes Questionmark (Roma, 1995), Cyber- Teratology Operation, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

In fondo al percorso dell’Arsenale, tra gli spazi più lontani dall’ingresso, si incontra un’installazione di forte impatto, una visione ‘post-human’ e cyber del corpo, realizzata dall’artista Agnes Questionmark.

Sul lettino di una sala operatoria è steso un corpo trans, sia transgenere, che trans-specie, che transumano, ossessivamente controllato da monitor e congegni tecnologici avanzati. L’artista ci porta a riflettere su temi apparentemente futuribili, che investono, nel nostro contemporaneo, le persone trans nei propri percorsi di affermazione, il cui corpo viene ancora molto spesso trattato con sguardo patologizzante dalla società fortemente cisnormata.

Agnes Questionmark rivendica con forza il valore emancipatorio delle esperienze transgenere, e pone la questione del rapporto tra genere e riproduzione, temi ancora tabù, intorno ai quali ci stimola una riflessione.

Sandra Gamarra (Perù, 1972), Pinacoteca Migrante, Maschere meticce, 2024, Padiglione della Spagna, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Quanto sia oggi presente nell’elaborazione artistica il corpo transgender, segno di una profonda rivoluzione in atto nel pensiero e nella conoscenza in merito a queste tematiche, lo testimoniano opere esposte anche nei padiglioni nazionali.

Ai Giardini, nel Padiglione Spagnolo, l’artista di origine peruviana-giapponese Sandra Gamarra, ora residente in Spagna, ha costruito un percorso ‘museale’ alternativo, in cui dà voce a narrazioni storicamente messe a tacere, in particolare relative alle colonie spagnole. Sulle tracce dei musei madrileni, da quelli di Storia Naturale ai capolavori delle principali Pinacoteche, ricostruisce ‘stanze’ tematiche, tra cui la stanza delle Maschere meticce.

I corpi protagonisti prendono forma e volume dallo sfondo dipinto di evocazione classica, rivestiti da reali tessuti indigeni e con maschere lignee rituali, accompagnati da riflessioni vergate a mano sulla tela stessa.

L’approccio intersezionale al tema delle minoranze trova una pregnante espressione in questa frase che accompagna la figura sopra riportata: “Il corpo trans sta all’eterosessualità normativa come la Palestina sta all’Occidente: una colonia la cui estensione e forma si perpetuano solo attraverso la violenza…..Il migrante perde lo stato nazionale, il rifugiato perde la casa, la persona trans perde il corpo. Attraversano tutti il confine contiguo, vivendo negli incroci”

Guerriero Do Divino Amor (Ginevra, 1983), Super Superior Civilisations, Roma Talismano, 2024, Padiglione della Svizzera, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Di estetica pop-camp, nutrita di una provocatoria e traboccante creatività, si presenta il Padiglione della Svizzera, creato dall’artista svizzero brasiliano Guerriero Do Divino Amor; intorno alla performence di Ventura Profana (Salvador, 1993), protagonista per la sua prorompente corporeità, pur in un ologramma, si dipana uno spazio architettonico visionario, in cui si affastellano immagini di Roma, Capitale della Civiltà, con imponenti corpi statuari classici, cariche di tagliente ironia , di opulenza barocca e divertita analisi intorno a questioni di propaganda politica e identità nazionale.

Guerriero Do Divino Amor (Ginevra, 1983), Super Superior Civilisations, Roma Talismano, 2024, Padiglione della Svizzera, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

L’intento dell’artista è quello di indagare i modelli di autorappresentazione delle Nazioni, smascherando le contraddizioni insite nelle ideologie nazionaliste.

Isabel De Obaldia (USA, 1957), Selva, 2024, Padiglione di Panama, 60ª Biennale di Venezia

Appesi, feriti, traumatizzati sono i corpi fragili, modellati in vetro, dall’artista di origini panamense Isabel De Obaldia, installati in un ambiente immersivo che riproduce, per suoni e dipinti alle parteti, una giungla tropicale.

Siamo nel Padiglione di Panama, collocato in uno stretto rio veneziano, non lontano dalla sede dell’Arsenale.

La foresta ricostruita è quella che separa la Colombia dal Panama, ritenuta impraticabile, ma attraversata da un numero sempre maggiore di migranti diretti negli Stati Uniti, nonostante i molti pericoli che incontrano. Isabel De Obaldia ci regala un’opera di forte impatto visivo ed espressivo, comunicando con immediatezza la tragedia e l’orrore vissuto dalle persone in esodo, esperienze che si condensano sulle tracce dei corpi cesellate nel vetro.

Jems Koko Bi (Sinfra, 1966), A man crushed by iron tracks, 2024, Padiglione della Costa d’Avorio, 60ª Biennale di Venezia

Un monumentale corpo nero, schiacciato e spezzato da rotaie in ferro, ci narra la tragedia della schiavitù degli africani deportati in America: è una installazione dell’artista ivoriano Jems Koko Bi, che accoglie i visitatori nel Padiglione della Costa d’Avorio, costruito attorno al malinconico ‘leit motiv’ del blues,

L’artista, che realizza sculture monumentali in legno, dice: “Gli alberi mi danno istruzioni e io le seguo, nel bosco, mi consigliano e io racconto le loro storie”; nel suo lavoro sono pressanti i riferimenti alla storia del proprio paese, alla cultura e divinità dei propri antenati e al tema dell’esilio.

Frames da video all’interno del Padiglione dell’Iran, Palazzo Malipiero, 60ª Biennale di Venezia

Chiudo questo percorso sulla centralità del corpo e dei volti, in alcune rappresentazioni della Biennale, con uno sguardo all’infanzia e alla gioia dei bambini che insieme paiono felici, pur se in un contesto terribile in cui sono vittime, quale quello di Gaza, di cui queste immagini sono la testimonianza. Il Padiglione ha scelto come titolo un verso del poeta Abu Mohammad Mosleh ebn Abdollāh, vissuto nel XIII secolo, “Of one essence is the human race“, un inno all’unità del genere umano, indipendentemente dalle barriere sociali e dalle etichette.

Il video si trova nel Padiglione dell’Iran, fortemente contestato per la politica di repressione dei diritti perpetrata dal regime del paese. Inevitabilmente le questioni politiche si intrecciano a quelle dell’arte contemporanea.

Credo sia corretto evidenziare ed essere consapevoli delle profonde contraddizioni che spesso si palesano tra scelte dei governi e opere degli artisti esposti a rappresentarli, un tema intricato ma che ci sollecita a riflettere e discutere sui valori e il significato dell’arte stessa.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: CAPANNA – ‘SAFE SPACE’

L’archetipo della capanna, luogo primario di rifugio, spazio sicuro per il viandante, è una figura necessaria nell’immaginario delle persone, in particolari nomadi o alla ricerca di un luogo accogliente; questa ‘figura’ ricorre, non a caso, in molti degli interventi artistici dell’esposizione ‘stranierǝ ovunque’.

Frequentemente è una ricostruzione fisica, carica di rimandi simbolici e culturali, di un luogo al centro del nostro peregrinare, o della memoria, ma può essere anche uno ‘safe-space’ evocato come urgente, in particolare dallǝ giovanǝ artistǝ che, ‘stranierǝ’ rispetto ad un mondo rigidamente binario od omobitransfobico, cercano un ambiente domestico a cui appartenere e in cui ‘sentirsi a casa’,

Nil Yalter (Il Cairo, 1938), Topak Ev, 1973, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nel salone circolare, all’ingresso del padiglione ai Giardini, Nil Yalter, artista turca nata al Cairo, ricostruisce una Topak Ev, una tipica tenda della comunità nomade Bektik dell’Anatolia Centrale, struttura rivestita di feltro e decorata con pelli di pecora, lavorate con scritte e inserti di altri materiali tessili.

“I Bektik della steppa anatolica dicono che la tenda rotonda sia ‘una casa delle donne’ “: la scelta da parte dell’artista di riproporre quest’opera, una tenda che veniva costruita dalle future spose, porta l’attenzione sulle ricerche artistiche esplorate da Nil Yalter: le tematiche di genere e la liberazione sessuale femminile intrecciate ai temi della migrazione. Le pareti avvolgenti della sala riportano l’installazione ‘Exile is a Hard Job‘, una narrazione del tema dell’esilio testimoniata dal punto di vista femminile.

A Nil Yalter è stato riconosciuto il Leone d’oro alla carriera per il proprio significativo percorso artistico in relazione al tema della Biennale di Adriano Pedrosa,

Mataaho Collective (Nuova Zelanda, 2012), Takapau, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’ingresso delle Corderie dell’Arsenale si viene accolti da un’ installazione architettonica, come una grande culla, realizzata da un collettivo di donne maori. Il complesso intreccio di nastri bicromi propone, in grande scala, la tecnica per la realizzazione del ‘takapau’, una stuoia tessuta finemente e utilizzata per la cerimonia del parto.

La nascita, come rito di passaggio dal buio alla luce, viene evocata dal disegno della tessitura, bianco e grigio, e dai diversi giochi di luce e ombra che le trame riflettono nello spazio; uno spazio in cui si percepisce il benessere di una tenda protettiva e accogliente,

Al Collettivo Maori Mataaho è stato riconosciuto il Leono d’Oro assegnato al miglior artista partecipante.

Kiluanji Kia Henda (Angola, 1979), A Espiral do Medo, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

All’iniziale piacevole effetto decorativo, dato dai diversi disegni delle ringhiere metalliche e dai loro riflessi, segue una sensazione di esclusione dalla ‘Spirale della paura’, una gabbia allestita per difesa da un pericolo imminente.

L’artista angolano Kiluanji Kia Henda ha raccolto questi pezzi di griglie dalla sua terra creando una struttura precaria, uno spazio incerto, denunciando il prevalere di una funzione di chiusura e, conseguentemente di rifiuto dello ‘straniero’, perdendo così, la dimora, qualsiasi riferimento all’accoglienza.

Daniel Otero Torres (Colombia, 1985), Lluvia, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Lo scheletro di una palafitta, posticcia, che regge recipienti e materiali di scarto, riciclati, immersa in una vasca d’acqua, ricostruisce un’abitazione della comunità Emberà, edificate lungo le rive del fiume Atrato, in Colombia. Il modello proposto da Daniel Otero Torres, racconta la difficoltà, di queste comunità emarginate, nel sopravvivere ai problemi di precarietà abitativa e di carenza di acqua potabile; infatti, pur disponendo la zona di molta acqua, la gran quantità di inquinamento dovuto all’estrazione dell’oro, ne pregiudica la potabilità.

L’ingegnoso sistema di purificazione del ciclo dell’acqua, ricostruito qui simbolicamente, vuole essere una denuncia delle gravi conseguenze sull’abitare dei processi di privatizzazione della natura.

Antonio Jose Guzman (Panama, 1971) & Iva Jankovic (Serbia, 1979), Orbital Mechanics, from the Electric Dub Station series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tutti noi da bambini abbiamo costruito una capanna/tenda con lenzuola e panni vari per gioco, per creare un nostro spazio sicuro, per sentirci protetti e cullati. Non so perché ma percorrere questa grande tenda/architettura che si incontra all’Arsenale, costruita con raffinate tele tinte con l’indaco, dentro cui si diffonde un ‘tessuto’ sonoro dato dall’intreccio di ritmi senegalesi e timbri elettronici, ha fatto riemergere pezzetti di memoria dei miei giochi infantili.

Il complesso lavoro di Antonio Jose Guzman e Iva Jankovic scava nella storia coloniale e dello schiavismo africano, utilizzando il colore indaco, di origine vegetale, proprio dei tessuti sacri, come simbolo della migrazione nelle Americhe; infatti, gli schiavi africani portarono e diffusero la coltivazione di questa pianta nelle terre in cui furono deportati.

Per realizzare i tessuti dell’installazione gli artisti hanno utilizzato tecniche di tintura antichissime e i disegni scelti creano trame geometriche molto suggestive; tra i segni tessuti emblematici sono le ritmiche tracce di sequenze di DNA, impronta di un ricco patrimonio umano di esistenze dato dall’ intreccio di etnie conseguenti alle migrazioni.

Charmaine Poh (Singapore, 1990), Kin, (tre frames dal video: https://www.youtube.com/watch?v=63_zcy6J9QM ) 2022, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Safe-space’ è anche quello cercato dalle giovani persone queer, ‘estranee’ troppo spesso all’interno della propria casa e della propria famiglia, in una cultura eteronormata, cultura che impedisce di vivere un sereno percorso di autoaffermazione, coerente alla propria identità di genere e al proprio orientamento sessuale.

L’occhio curioso del giovane volto è lo sguardo profondo della giovane artista del Singapore, Charmaine Poh che, nei video presentati all’Arsenale, narra con estrema poesia e delicatezza, momenti di vita desiderati ed immaginati da tre giovani queer, in un contesto domestico, accogliente e sicuro.

Kin, an imaginary safe space for queer life in Singapore, è una creazione suggestiva che mette in luce le complesse tematiche vissute dalle persone queer, la cui invisibilità inizia ad essere scalfita dalle giovani generazioni; in questa Biennale, Adriano Pedrosa dà voce a molte esperienze di artisti della galassia LGBT+, persone che per la loro condizione di minoranza hanno spesso vissuto come “straniere” nel proprio stesso mondo.

Elmear Walshe (Irlanda, 1992), Romantic Ireland, 2024, Padiglione dell’Irlanda, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista queer irlandese Elmear Walshe, nell’installazione multidisciplinare all’Arsenale, intreccia storie della propria terra legate al tema dell’abitare, sia da un punto di vista storico/politico che personale; in Romantic Ireland allestisce video con performers, mascherati con terra argillosa, risorsa prima per le costruzioni delle case storiche, sulle note di un’opera che narra un episodio di sfratto, ‘attori’ che si muovono tra muri in argilla di un’abitazione in rovina.

L’episodio di sfratto di un anziano che si vede costretto a lasciare tutto quello che per lui era la vita, è motivo di riflessione sulla disparità di potere nella gestione delle terre, eredità di rapporti ‘coloniali’ tra proprietari e abitanti.

Rapporti di potere che impediscono la fruizione di uno spazio sicuro, come dovrebbe essere considerata la propria casa. Emblematica a riguardo è la stesura/copertura della propria pelle con la terra cruda, estremo bisogno di dare al corpo un tessuto protettivo sicuro, un rifugio abitativo.

Moufouli Bello (Benin, 1987), Ashe, 2024, Padiglione del Benin, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Ashe‘ è il titolo del grande guscio che si erge al centro dell’interessante Padiglione del Benin, ‘Everything precious is fragile’: è una capanna realizzata con taniche di plastica sovrapposte, sulle cui facce interne si modellano maschere dalle fattezze umane.

L’artista del Benin, Moufouli Bello, celebra in quest’opera la saggezza del suo popolo, mettendo in luce le voci storicamente marginalizzate. Il nome ‘Ashe‘ significa ‘Così sia‘, ma anche potere ed energia e la scelta vuole sottolineare il valore spirituale attribuito allo spazio emisferico, “come fosse un convento”, dice l’artista stesso.

Le maschere evocano il popolo del Benin, le persone deportate come schiavi, le donne di ieri e di oggi, un passato ed un presente che si impone come storia per ricostruire un futuro: all’interno, basta alzare la testa e si vede la volta celeste, luogo abitato dagli antenati, lì nascosti per vegliare sul mondo. E il le sonorità indigene che si diffondono nella capanna austera trasmettono l’intensità e l’emozione di un rito sacro.

Sergey Maslov (Samara 1952, 2002), Baikonur 2, Padiglione del Kazakistan, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Kazakistan, collocato nel Museo Navale, viene elaborata con installazioni l’utopia di una terra promessa, narrata da sempre dai miti kazaki, sogno necessario per fuggire dalle apocalissi terrene di una terra soggetta a continue dominazioni e devastazioni ecologiche. Attraverso visioni futuristiche, tra le opere esposte, quella di Sergey Maslov, artista non più vivente, mette al centro la ‘yurta’, una tenda dei popoli nomadi, nella ricerca di una relazione tra umanità e cosmo, combinando la tenda con astronavi spaziali, sognando una coabitazione tra popoli diversi e molto distanti tra loro.

La tenda della tradizione nomade diviene modello di un profondo desiderio di armonia e di pace.

Toyin Ojih Odutola (Nigeria, 1985), Ilé Oriaku (Casa dell’abbondanza), 2024, Padiglione della Nigera, 60ª Biennale di Venezia

E’ valsa la pena perdersi tra le calli di Venezia per arrivare al Padiglione della Nigeria, un insieme di decisamente interessante di voci di artisti africani, molti residenti altrove, come Toyin Ojih Odutola, artista ora residente negli Stati Uniti.

La sala allestita con i dipinti di Toyin Ojih Odutola, è stata concepita come la ricreazione della sala quadrangolare delle ‘Mbari House’ nigeriane, case rituali del sud-est della Nigeria, distrutte in seguito alla guerra civile degli anni Sessanta/Settanta, eredità della violenza coloniale e postcoloniale.

La casa era luogo in cui si celebravano riti propiziatori per placare le divinità, in particolare Ala, la dea della terra; la casa era adornata da statue scolpite nel fango o dipinte alle pareti, ora del tutto perse. Nelle notti di luna piena, si raccontava, gli spiriti inquieti si esibivano in performance che raccontavano storie dell’immaginario nigeriano.

L’artista parte dalla memoria storica, dal folklore e dalla mitologia della sua terra per recuperare, dalla forza della tradizione, la potenza creativa che può essere motore di rigenerazione per la Nigeria postcoloniale. Quindi la ‘Mbari House’, rivisitata, può divenire luogo di incontro e dialogo tra persone che, liberando la propria capacità progettuale, possono attraverso l’arte ricostruire un senso di comunità.

Le parti di figure, prevalentemente femminili e di colore, dipinte dall’artista nigeriana sono quasi scolpite con il colore, steso con decisione e grande sapienza per superfici luminose e contrapposte. Corpi che si intrecciano con l’architettura e la natura come frammenti colorati di un immaginario ricco di scorci inconsueti; l’artista definisce le sue figure come vulnerabili, ma dignitose, forti e, nello stesso tempo, fragili. Si respira il desiderio di far parte di un ambiente domestico/sacro sicuro.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: FILI – TRAME – MAPPE – MONDI

Juliette Zelime alias Jadez (Seychelles, 1984), Pala, Padiglione della Repubblica delle Seychelles, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili che disegnano traiettorie di collegamento, reti di percorsi, fili che costruiscono mappe e che si aggrovigliano in labirinti; fili che inseguono il fluire del tempo delle persone in viaggio, che si intrecciano in nodi più o meno stabili; fili che a volte si spezzano e a volte si ricongiungono.

Numerose sono le opere, provenienti da diversi luoghi del mondo, disegnate con fili su tessuti; l’impatto visivo e la densità di significati che riescono a narrare sono sorprendenti.

Vlatka Horvat (Croazia, 1974), By the Means at Hand, Padiglione della Croazia, 60ª Biennale di Venezia

Questo umile lavoro esposto nel Padiglione della Croazia, un gioiellino perso tra le calli veneziane, condensa molti significati, tanto da essere scelto, da me, per aprire questa ‘maratona tematica’ tra sedi della Biennale e Padiglioni,

L’immagine illustra il progetto dell’artista croata Vlatka Horvat, cioè una raccolta e uno scambio di opere, tra artisti che vivono in una condizione di diaspora in diversi paesi, che vengono spedite in viaggio attraverso corrieri e mezzi improvvisati, con l’obiettivo di costruire legami di fiducia, di solidarietà e di sostegno reciproco,

Nello stesso tempo il disegno può evocare il significato della parola della tradizione giapponese, ‘musubi’, secondo cui la vita, lo scorrere del tempo, i rapporti e i ‘legami’ tra le persone sono come un intreccio di fili invisibili, figura ricorrente nell’immaginario di molti artisti nomadi e pone l’attenzione su di una tecnica utilizzata in molti lavori della Biennale, non a caso, in relazione al tema di fondo proposto dal curatore e alle vite ‘diasporiche’ dei protagonisti.

Percorrendo l’Arsenale si incontrano interventi artistici coerenti a queste tematiche, ‘mappe’ di mondi fissate nel tessuto, spesso realizzate con pratiche di lavoro collettivo, particolarmente suggestive per lo sguardo colorato di voglia di riscatto, in una prospettiva di dialogo, di pace e di costruzione di un’appartenenza, ovunque si sia.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), The Mapping Journey Project, 2008-11 e Sea Drift, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Le rotte migratorie che dall’Africa si dirigono verso le isole Canarie, restituite con un ricamo di filo luminoso su di un lino naturale blu profondo, assieme a otto silografie ‘Constellations series‘, disegnate da Bouchra Kalili, completano il progetto dell’artista illustrato su otto schermi di una grande videoinstallazione all’Arsenale, in cui vengono narrate e segnate le vie percorse dagli stessi migranti, dall’Africa e dall’Asia. Migranti in viaggio, erranti, come i pianeti, tra le stelle.

Bouchra Khalili (Casablanca, 1975), Constellations Series, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La trasfigurazione poetica delle tracce dei viaggi delle persone che fuggono dalla propria terra, affrontano esperienze di pericolo e profonda sofferenza alla ricerca di una vita più desiderabile, diviene quasi una necessità per reinventare alternative alla disperazione; le linee ricamate e le linee ideali delle costellazioni tracciano un paesaggio sognato, senza confini e senza barriere geopolitiche.

Dana Avartani (Palestina, 1985), Vieni, lascia che guarisca le tue ferite, lascia che ripari le tue ossa rotte, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dana Avartani, artista palestinese-saudita, ha lacerato le lunghe pezze di seta stese nel salone dell’Arsenale, poi le ha rammendate, rattoppandone i buchi, con fili dello stesso colore, ottenuto da tinte naturali tratte da spezie orientali, erbe utilizzate anche per guarire, con un gesto di cura; cura delle ferite causate della violenza della guerra e dalle occupazioni devastanti della sua terra natale.

Dana Avartani utilizza il filo e il cucito in un gesto rituale che ‘delicatamente urla’ un messaggio di pace, in questi giorni particolarmente necessario anche per la distruzione dei territori della Palestina e non solo.

Shalom Kufakwatenzi (Zimbabwe, 1995), Under the Sea, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli spazi dell’Arsenale si incontra la giovane artista dello Zimbabwe, Shalom Kufakwatenzi, che predilige la realizzazione di opere tessili con le quali dipinge suggestivi quadri di ‘paesaggio’; la lavorazione con fili di lana, tela di juta, spago, lenza da pesca, materiali malleabili e trasformabili, le permette di sperimentare un processo di creazione affine alla fluidità della propria identità di genere, non binaria.

L’artista crea mondi fantastici, mappe di un mondo fiabesco, contemporaneamente affascinanti, per le forme e le tinte vivaci, come inquietanti, per le pieghe scure e profonde che le delimitano; inquietudine che vuole essere denuncia del proprio senso di estraneità, rispetto agli stereotipi di genere, così come ‘allarme’ rispetto le tematiche ambientali e sociali.

Claudia Alarcόn & Silӓr (Argentina, 1989), Ottobre e Donne, una volta stelle, 2023, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

La giovane artista della comunità indigena argentina Wichi, Claudia Alarcόn, ha recuperato la tecnica della tessitura tradizionale, che utilizza il filato ottenuto dalla pianta locale del ‘chaguar’, per valorizzare la memoria collettiva e la creatività del proprio popolo.

In questo progetto ha coinvolto alcune donne tessitrici, creando il gruppo ‘Silӓr‘, per la realizzazione collettiva di delicati e preziosi arazzi, alcuni ora esposti all’Arsenale, attuando una pratica che permette di comunicare sogni, intuizioni, pensieri e trasmettere i racconti degli anziani, un modo per costruire tra generazioni un proficuo dialogo ‘non verbale’.

Güneş Terkol (Turchia, 1981), A song to the world (part.) 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Il particolare dell’opera dell’artista turca Güneş Terkol è tratto dall’arazzo/striscione, lavoro di cucito e di patchwork di stoffe, che è stato realizzato assieme a due collettivi di donne di Venezia, impegnate sulle tematiche femministe e di genere.

La pratica di Güneş Terkol, oltre a coinvolgere direttamente le donne e le loro storie nella tessitura delle opere, prevede momenti di performance, in cui gli striscioni vengono portati per le vie della città in cui sono stati realizzati; in questo caso, per le calli di Venezia, fino ad arrivare all’Arsenale, dove ora è esposto. Come in altre esperienze incontrate nel percorso, l’opera prende vita grazie ad una rete di persone che si raccontano e la costruiscono collettivamente, conferendo alla stessa una forte valenza sociale e politica oltreché artistica.

Bordadoras de Isla Negra (Cile 1967-80), Untitled, 1972, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Arpilleristas, artiste cilene ignote, Untitled, anni Ottanta, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Questi vivaci lavori tessili, che provengono dal Cile, esposti all’Arsenale, sono stati realizzati da gruppi di donne in due momenti diversi della storia politica del Paese: le Bordadoras hanno ricamato con fili di lana di colori brillanti, con tecniche tramandate dalle donne anziane, paesaggi e abitanti di una zona costiera del Cile, negli anni del governo popolare di Allende; le Arpilleristas hanno cucito stoffe colorate e tele di juta, dando rilievo alle superfici con interventi ad uncinetto, durante la dittatura di Pinochet.

Il linguaggio artistico delle opere riflette un’estetica caratteristica dei popoli indigeni, affine ad uno sguardo infantile, linguaggio che nel Novecento spesso è stato rielaborato dalle avanguardie artistiche occidentali.

Mentre il paesaggio di Isla Negra si dipana in un racconto vivace, che procede dal mare alle Ande, celebrando una vita serena ed impegnata in varie attività quotidiane in cui il popolo è protagonista, i tessuti delle Arpilleristas, pur restituendo un simile contesto culturale, divengono manifesti della resistenza delle donne cilene all’oppressione della cultura patriarcale e alla dittatura di Pinochet. Infatti le donne, attraverso alcuni inserti tra le immagini ricamate, lanciavano messaggi di critica al governo e richiesta di aiuto per il proprio sostentamento, al punto che molte furono perseguitate per questa attività.

WangShui (USA, 1986), Weak Pearl, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Fili e reti possono essere tessuti anche utilizzando tecnologie più avanzate, come nell’installazione immersiva e sonora all’Arsenale dell’artista americano WangShui.

La rete è data da una membrana intrecciata di punti luce LED cangianti, in movimento grazie a una complessa tecnologia che sfrutta l’intelligenza artificiale, con sensori che si attivano in presenza delle persone, proponendo un’esperienza interattiva avvolgente ed emozionante .

Il titolo dell’opera ‘Perla debole’, rivela la fragilità, pur nella complessità della realizzazione, della videoscultura a rete, mutevole, smaterializzata, immersa in un paesaggio sonoro, immagine della ricerca artistica di WangShui; la sua pratica è volta ad indagare i principi di metamorfosi e trasformazione propri della natura biologica, per riflettere anche sulle questioni di identità di genere ed utilizza la tecnologia più avanzata quale medium per comunicare concetti di fluidità e libertà.

Katya Buchatska (Kiev, 1987), Saluti sinceri, 2024, Padiglione dell’Ucraina, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

‘Net making‘ è il titolo scelto dai curatori del Padiglione dell’Ucraina, all’Arsenale; ‘la tessitura’, metafora della costruzione di una rete tra le persone per resistere in un contesto di guerra, è anche possibilità di attivare un’azione collettiva, orizzontale e autogestita per sperimentare processi di unificazione e di dialogo.

All’interno di questo progetto, Katya Buchatska, per realizzare ‘Saluti sinceri’ ha coinvolto 15 artisti che hanno ricamato, con colori vivaci e andamenti liberi e gioiosi, frasi di augurio, da un lato, e tanti cuori stretti tra loro, dall’altro: urgente desiderio di amore e messaggio di pace in un contesto di conflitto molto violento.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Tra gli ultimi Padiglioni dell’Arsenale, quello dell’Uzbekistan ci accoglie in un ambiente suggestivo improntato sulle tonalità di un incantevole blu-indaco, colore che pervade lo spazio uzbeko, dalle decorazioni architettoniche, alle cupole delle moschee, ai disegni sulle ceramiche ai costumi femminili o le giacche maschili, e in genere ai tessuti indossati nella quotidianità.

Il Padiglione è stato allestito dalla giovane artista della diaspora uzbeka, Aziza Kadyri, nata a Mosca, cresciuta in Cina, che attualmente si sposta tra Londra e l’Uzbekistan, Aziza Kadyri proietta nelle proprie opere la difficoltà a connettersi con le sue radici e per realizzare il progetto ‘Don’t Miss the Cut’ ha coinvolto un collettivo di donne, con le quali si è confrontata sul tema della memoria, storica e visiva e dell’identità.

La sua ricerca artistica (prima foto) parte dal ‘suzani,’ il ricamo fatto a mano nella tradizione dell’Asia Centrale, miniera di storie, di miti e racconti non scritti, e con l’utilizzo di un programma di intelligenza artificiale, rigenera, nei video accostati, figure e forme del ricco patrimonio della memoria collettiva uzbeka.

Le foto successive sono pezze cucite e ricamate di una coinvolgente scenografia in cui, inconsapevolmente, ci troviamo ad essere attori e spettatori in un gioco spiazzante di riflessi tra osservatori e osservati.

Aziza Kadyri (Mosca, 1994), Don’t Miss the Cue, 2024, Padiglione dell’Uzbekistan, 60ª Biennale di Venezia

Olga De Amaral (Colombia, 1932), Muro tejido terruño, 1969, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Il percorso tematico prosegue ai Giardini dove, con l’ artista colombiana, Olga De Amaral, oggi novantenne, abbiamo una testimonianza delle radici storiche della ‘Fiber Art’ forma artistica che trova legittimazione nel secolo scorso. L’opera di scultura tessile di Olga De Amaral richiama antiche tecniche di lavorazione dei tessuti inca; il rilievo creato con raggruppamenti e nodi dei fili di lana, intreccia una elegante sequenza ritmica sia per le forme che per le tinte accostate, variazioni delle ricche tonalità naturali della terra. Un inno alla natura e al potenziale creativo del medium!

Kang Seung Lee (Corea, 1978), Untitled (Costellation), 2024, installazione, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

“Il destino del seme della terra è mettere radici tra le stelle”, è il poetico messaggio ricamato con un prezioso filo d’oro da Kang Seung Lee, artista coreano, su di una tela grezza, tra le numerose piccole creazioni che compongono la sua installazione, presentata in una sala dell’edificio ai Giardini.

Fili, tessuti, bottoni, fotografie, piume, spighe di grano, pannelli di legno e molto altro ancora, oggetti colti da una domestica quotidianità, intreccio di sguardi femminili e maschili, costituiscono la materia prima delle raffinate micro-creazioni, parte dell’intervento ‘Costellation‘, volto a rendere omaggio ad alcuni artisti deceduti a causa dell’AIDS.

Un percorso pensato per restituire uno spazio di dignità e di riconoscimento ad alcune figure dell’arte della galassia queer, marginalizzate dalla storia ufficiale e qui pienamente riscattate.

Liz Collins (Usa, 1968), Rainbow Mountains Weather, 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

“Fantasia di un’utopia queer che è appena fuori portata“, è la descrizione che l’artista ci regala dei due grandi arazzi esposti ai Giardini, paesaggi da cui si sprigiona una forte energia coivolgente, segnalandoci quanto sia dirompente e rivoluzionaria, oggi, la tematica sugli orientamenti sessuali e le identità di genere.

Le fiammate dei colori degli arcobaleni tessuti su di un cielo nero, tra astri inquietanti, cercano una propria affermazione in un contesto di conflitti che ancora frenano il pieno riconoscimento di tutte le esistenze,

Kapwani Kiwanga (Canada, 1978), Trinket e Impiraresse 2024, Padiglione del Canada, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

(La prima foto è tratta da https://www.finestresullarte.info/arte-contemporanea/biennale-venezia-padiglione-canada-riflessione-emarginazione-artista-kapwani-kiwanga)

Nel Padiglione del Canada, ai Giardini, il filo diventa il supporto su cui vengono infilate circa 7 milioni di perline di vetro, di vari colori, realizzando leggeri tendaggi che rivestono sia internamente che esternamente l’architettura del padiglione.

Il progetto “Trinket“, gioiello, viene concepita dall’artista franco-canadese Kapwani Kiwanga, di origini della Tanzania, oggi residente a Parigi, la cui biografia è rappresentativa dei complessi percorsi di vita degli artisti selezionati per questa Biennale.

Le perline di vetro, prodotte dagli artigiani a Venezia dal 1400 alla metà del ‘900, sono state esportate in Africa, America e India, come merce barattata con risorse molto più preziose, anche con schiavi, sfruttando l’alto valore attribuito dalle popolazioni extraeuropee a queste piccole sfere di vetro colorato.

L’artista ha portato alla luce questa modalità, tra le tante, di rapina di risorse dei popoli colonizzati, denunciandone il meccanismo attraverso una rielaborazione artistica di grande valore estetico e poetico; il colore cangiante dei drappi alle pareti annulla l’architettura del padiglione, creando uno spazio suggestivo e accogliente.

All’esterno è teso un grande tendaggio realizzato con file di perline blu, “Impiraresse“, definito con il nome delle donne incaricate di infilare le sferette di vetro, omaggio dunque alle artigiane costrette ad eseguire quel lungo lavoro ripetitivo.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), If there is no struggle there is no progress, We wold these truths to be self-evident, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Di perline e fili e nastri colorati è pervaso il Padiglione degli Stati Uniti, ai Giardini, ‘The Space in which to place me’, dove note caleidoscopiche di colori squillanti rivestono le pareti, le sculture, i quadri e i video creati da Jaffrey Gibson, artista statunitense di origini Cherokee.

Emblematico è il titolo della prima scultura a forma di piccolo uccello/papera ‘Senza lotta non c’è progresso‘, per ricordare quanto sia necessario non dare per scontati i diritti acquisiti, ma anche quanto la storia e la resistenza dei propri antenati sia parte integrante del presente e del futuro.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), The obligation of honor of a powerful nation, We want to be free, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Gibson intreccia materiali e linguaggi della tradizione del sud-est statunitense, zona dei suoi antenati Choctaw e Cherokee, con tecniche e forme della cultura artistica contemporanea, (come non pensare ai lavori di Boetti?), inserendo testi significativi tra le trame geometriche dipinte, che evocano motivi decorativi indigeni.

Il profilo dell’indiano nel cammeo, disegnato con perline cucite, come le tende dei popoli indigeni, alternate alla bandiera americana, inserti raffinati di gusto folkloristico, così come la scritta ricamata che cita la legge ‘Indian Citizenship Act‘ del 1924, testo che garantisce i diritti primari alle popolazioni indigene, riportano la nostra attenzione oltre il suggestivo impatto estetico, facendoci recuperare frammenti di storia sottaciuta e confinata ‘nelle riserve’.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), Every boby is sacred, powerful because we’re different, 2024, Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Nei lavori di Gibson si coglie anche una ricerca volta a scardinare gli stereotipi legati alle questioni di genere, tematica a lui cara, in quanto persona omosessuale: l’inserimento in molte opere dei colori dell’arcobaleno, tra le tinte squillanti e psichedeliche, come le scritte nelle due opere sopra riportate, documentano il suo impegno per il riconoscimento delle diverse e possibili identità sessuali.

All’interno del Padiglione si è contagiati dall’energia positiva e dalla gioia che l’artista comunica con il proprio lavoro, invito coinvolgente volto a dare voce e celebrare le comunità di nativi che, pur se emarginate nella storia americana, hanno mantenuto una profonda cultura e dignità. Il coinvolgimento emotivo si accentua avvicinandosi alle ritmiche sonorità del video, alla fine del percorso.

Jaffrey Gibson (USA, 1972), She never dances alone, 2024, parte del video del Padiglione degli Stati Uniti, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà (Brasile, 1982), Okarà Assojaba 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Glicéria Tupinambà, artista leader indigena del popolo amazzonico dei Tupinambà, popolo per secoli perseguitato e decimato violentemente, nel Padiglione del Brasile ai Giardini volge la propria pratica artistica alla valorizzazione della capacità di resistenza delle comunità indigene impegnate nella ‘rinascita’ delle foreste disboscate.

Recupera come materia prima le reti da pesca locali e le piume di uccelli della foresta, per ricostruire, nell’installazione ‘ Okarà Assojaba‘, l’assemblea degli anziani, in ascolto e dialogo, attorno alla figura leader, che veste il mantello caratteristico della comunità, dal valore rituale e spirituale, mantello realizzato con tecniche di tessitura tradizionali.

Ziel Tupinambà (Brasile, 1994), Cardume, 2024, Padiglione del Brasile, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Anche Ziel Tupinambà ricostruisce nel Padiglione del Brasile un’installazione che vuole celebrare la vita della popolazione amazzonica, immergendo i simboli della propria cultura e storia in un paesaggio sonoro che mescola, al rumore dei fiumi e ai canti tradizionali, i violenti colpi degli spari d’arma da fuoco.

Sotto ampie ‘volte’ di reti da pesca, che rappresentano le correnti dei fiumi abitate dai pesci, risorsa fondamentale, si affrontano colorate e gioiose maracas e pericolosi proiettili, in racconto visivo carico di significato simbolico per la propria esistenza.

Rashad Alakbarov (Azerbaigian, 1979), I Am Here, 2024, Padiglione dell’Azerbaigian, 60ª Biennale di Venezia

Uscendo dalle sedi della Biennale si trovano Padiglioni che, con opere interessanti. continuano a tessere motivi coerenti al nostro percorso.

Con ritagli di caratteristici tappeti azeri, come copertura di bianchi blocchi labirintici, Rashad Alakbarov compone la scritta ‘I am here‘, immagine catturata da uno specchio convesso collocato nell’angolo alto, tra le pareti di uno spazio claustrofobico.

Siamo nel Padiglione dell’Azerbaigian, dove, tra le varie installazioni, quella di Rashad Alakbarov utilizza frammenti di decorati tappeti tradizionali per comunicare il bisogno di trovare un proprio ‘luogo’, una propria identità; il messaggio viene riflesso nel nostro rispecchiamento, immergendoci in una sensazione di spaesamento e contemporaneamente di piacevole sorpresa.

Guy Woueté (Camerun, 1980), Posséder deposséder, 2024, Padiglione del Camerun, 60ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione del Camerun, allestito nel Palazzo Donà delle Rose, l’artista Guy Woueté presenta alcuni lavori sui temi della colonizzazione, della migrazione e della diaspora; tra le sue creazioni, il tessuto di tela appeso, lavorato con piccole e regolari pezze cucite come una griglia, come frammenti di terra imprigionati, dalle evocative tinte naturali, viene ricamato da queste frasi:

NON RIESCO A RESPIRARE (in verticale)

SE SIAMO ORGANIZZATI, SE LOTTIAMO, POSSIAMO VINCERE E RESPIRARE

Dalla scritta, appena percettibile, germogliano fili neri, quasi capelli, che cadono aggrovigliandosi, come una cascata di lacrime.

La drammatica forza espressiva di questo lavoro condensa tutta la sofferenza e la determinazione, sia personale che di un popolo, nella ricerca di liberazione dalle gabbie di schiavitù e di dipendenza vissute nei secoli della colonizzazione gabbie che ancora oggi condizionano pesantemente la loro esistenza.

(Testo di Ivetta Galli, foto e video, dove non specificato, di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)

Dalla 60ª Biennale d’Arte di Venezia: INTRODUZIONE

Claire Fontaine, Foreigners Everywhere, 2024, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

“… noi siamo coesi, ci contagiamo a vicenda. Le nostre azioni sono le gomme che cancellano i confini, e riscriviamo il presente con il nostro affetto. Siamo il futuro…. Forse, e dico forse, il futuro appartiene ai meticci, ai bastardi” (Saif ur Relman Raia, Hijra (trad. Frocio), Fandango Libri, 2024)

Le parole di Saif, giovane autore pakistano, tratta dal suo racconto autobiografico, può essere una delle chiavi di lettura di “FOREIGNERS EVERYWHERE”, 60ª Biennale di Venezia, in cui lo sguardo del curatore, Adriano Pedrosa, ci offre le forme, i segni, le voci, i rumori e i colori dell’”altro”, dello straniero, ovunque esso sia, anche quello che abita dentro di noi.

Le prospettive e i punti di vista spesso inconsueti, come le tecniche di rappresentazione proprie delle culture marginali, intrecciate ai medium contemporanei, sollecitano l’esplorazione di mondi ed esperienze poco conosciuti, che possiamo comprendere ed apprezzare con uno sguardo ‘innocente’, integrando e superando i nostri schemi di interpretazione “occidentalicentrici”.

Dobbiamo farci prendere per mano dall’astronauta nomade di Shonibare che, all’ingresso delle Corderie dell’Arsenale, carico di un pesante ‘ kit’ per la sopravvivenza alle crisi ecologiche ed umanitarie e coperto da una tuta di tessuto africano, si dirige all’interno tra gli spazi creati dagli artisti alla ricerca di nuovi mondi possibili.

Yinka Shonibare (Londra, 1962), Refugee Astronaut, Arsenale, 60ª Biennale di Venezia

Dalle periferie del pianeta arrivano immagini affascinanti di mondi reinventati, luoghi di vita gioiosa, desiderata, costruiti sulle macerie di una storia di oppressione e di dipendenza coloniale. Sono disegni di luoghi in cui si intreccia l’ambiente naturale e la vita delle persone, la narrazione dei miti, con una comune passione per il segno deciso, la semplificazione delle figure e delle forme e l’uso di tinte vivaci, squillanti, stese con campiture piatte, in prospettive ribaltate, mondi rappresentati con varie tecniche artistiche, dipinti su muro, quadri su tela e anche ‘arazzi’, con fili intrecciati di origine animale o vegetale e pezze di stoffe cucite.

MAHKU (Artisti Brasiliani Huni Kuin, dal 2013), Storia di Kapewë pukeni.(Ponte alligatore), 2024, Giardini, 60ª Biennale di Venezia

Tracciare percorsi di lettura all’interno della complessa visione dell’arte della contemporaneità, nutrita di storia e di antropologia, è un’impresa che mi ha coinvolto con passione; sono curiosa di cogliere le visioni articolate, ma nello stesso tempo comuni o parallele, raccontate dagli artisti dell’oggi, da qualsiasi luogo, origine e cultura provengano, alla ricerca di quel minimo-comune-denominatore che ci riconosce come umanità in viaggio sul pianeta terra nel 2024.

Dalle sedi della Biennale, Giardini e Arsenale, e dai Padiglioni diffusi nella città , mi sembra di poter cogliere alcune figure e forme che si ripropongono frequentemente, immagini sedimentate in un immaginario collettivo contemporaneo, segni/sogni carichi di senso, che prefigurano possibili e creative vie di uscita dalle tragedie dell’oggi.

Riassumo queste sollecitazioni in quattro categorie, definite dalle seguenti parole-chiave, anche se frequentemente tali figure ‘migrano’ tra di loro:

  1. FILI – TRAME – MAPPE – MONDI
  2. CAPANNA – ‘SAFE-SPACE’
  3. CORPI – VOLTI
  4. ACQUA – TERRA – FANGO – ARGILLA

(Testo di Ivetta Galli, foto di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Flavio Mazzolini)