Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – Attraversare la soglia

Dawn DeDeaux (1952, New Orleans), Dance Around the Gold Moon (for James Baldwin), 2014-2016, disegno digitale su tre pannelli di metallo accostati. Arsenale, 61ª Biennale Venezia

Quale sensazione mi è rimasta impressa dopo aver visitato la Biennale?

L’attraversare una soglia: stupore, incontro, condivisione, bellezza. Frequenti risonanze emotive con i messaggi visivi percepiti.

Occorre sintonizzarsi sui ‘toni minori’ ( In Minor keys), con umiltà e curiosità, ed essere disposti ad ascoltare e ad accogliere la moltitudine di sollecitazioni visive e sensoriali allestite nella mostra.

Annalee Davis (1963, Barbados), Be Soft, 2024, (part.), ricamo su un elemento di merletto a tombolo antico di 100 anni. Padiglione Centrale, 61ª Biennale Venezia

‘Essere leggeri’ è il vissuto che ci accompagna lungo il percorso del Padiglione Centrale, dove l’appagamento estetico e le emozioni percepite, ci riportano ad un primitivo ed immediato rapporto con le opere esposte; il che non significa vivere un’esperienza superficiale, perché i lavori selezionati sono ‘finestre’ e ‘porte’ che si aprono sulla stratificazione di storie, culture, memorie, di diversi mondi, popolazioni e geografie.

Annalee Davis, artista dell’isola caraibica Barbados, presente con le sue opere sia ai Giardini (un particolare nella foto sopra) che all’Arsenale, dice: “Forse la bellezza può agire come antidoto al caos coloniale di ieri e alla violenza contemporanea, ma non per addolcirli. Per aprire una forma di attenzione più lenta ed esigente

Si coglie un dialogo profondo tra le opere esposte, come immaginato dalla curatrice, Koyo Kouoh, purtroppo mancata improvvisamente l’anno scorso; le sue parole illuminano in merito alle scelte da lei compiute:

In Minor Keys si presenta come una partitura collettiva, composta insieme ad artisti che hanno costruito universi dell’immaginazione; artisti che operano ai confini della forma; artisti le cui pratiche nutrono la società; artisti straordinariamente generosi e ospitali verso la vita”.

L’immagine iniziale, opera dell’artista di New Orleans, Dan DeDeaux, scelta tra le numerose possibili, pone una riflessione carica di significato politico e sociale, che rimbalza con frequenza tra i lavori esposti, perché illustra questa citazione del poeta James Baldwin (1972) : “C’è una ragione, dopotutto, se esistono persone che desiderano colonizzare la luna, e altre che danzano al suo cospetto come davanti ad un’antica amica“.

Il tema delle “colonizzazioni” e dei diversi tipi di violenza subite dalle popolazioni indigene genera percorsi di resistenza, incarnati nelle installazioni artistiche, frutto di lavori generati collettivamente, volti a rimarginare lacerazioni e ferite, dando voce a procedimenti e culture resi invisibili dalla storia.

Non è un caso se troviamo ad accoglierci all’ingresso dei due percorsi, ai Giardini e all’Arsenale, Issa Samb (1945-2017), artista senegalese che ha trasformato la corte della sua casa a Dakar, in un luogo di incontro di creazione artistica e attività politica comunitaria; fonda il collettivo Agit’Art , gruppo multidisciplinare volto a promuovere un’arte dal basso.

Nel Padiglione Centrale sono allestiti oggetti, disegni, appunti, dipinti, che ricostruiscono il “cortile” della sua casa, ed un video che lo riprende in un momento del suo operare alla ricerca dello “spazio liminale”, la soglia, dove i vivi incontrano i morti:

Issa Samb (1945, Dakar – 2017, Dakar), opera grafica e dipinto. Padiglione Centrale, 61ª Biennale Venezia

All’ingresso dell’Arsenale, come un grande totem, un suo dipinto illustra una poesia di Refaat Al-Areer, If I Must Die (Se devo morire), poeta di Gaza, lanciandoci un’ancora nel presente, per non dimenticare, e, contemporaneamente, disegnando una nota di speranza.

“Se devo morire, tu devi vivere, raccontare la mia storia, vendere le mie cose, comprare un pezzo di stoffa, e dei fili, (fallo bianco, con una lunga coda), così che un bambino, da qualche parte a Gaza, mentre guarda il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in fiamme, e non ha salutato nessuno, nemmeno la sua carne, nemmeno se stesso, veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto, volare, e pensi per un attimo che un angelo stia riportando l’amore. Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.” (Refaat al-Areer)

L’omaggio reso ad Issa Samb da parte di Koyo, è emblematico dell’idea di “arte” che la curatrice ha voluto lasciare in eredità in questa mostra, resa tangibile dai suoi collaboratori, che l’hanno portata a termine.

Due immagini della grande figura di donna, di origine sudafricana, campeggiano intorno alla Biennale: all’interno del Padiglione Centrale ai Giardini, nell’allestimento dell’artista Maria Magdalena Campos-Pons e, lungo la Fondamenta della Tana, nel murales di Derrick Adams, omaggio a Koyo per aver portato alla luce voci e visioni della comunità nera.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba-vive a Nashville), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, (part.), 2026. Giardini, 61ª Biennale Venezia. – Derrick Adams (1970, USA), Heavy is the Head That Wears the Crown, 2026. Fondamenta della Tana, Venezia

Non è stato facile individuare percorsi tematici all’interno della mostra, tuttavia credo di poter individuare tre “figure” che ricorrono e rimandano al ricco immaginario narrato dalle opere visive:

  • “la casa”: nucleo reale o sognato come immagine della propria identità, quasi sempre ormai nomade, precaria, persa nei percorsi di diaspora propri di moltissimi artisti; lo spazio dell’abitare come luogo dell’incontro e della cura, del dialogo e dell’accoglienza, del “fare” anche in comunità;
  • “il fiore”: simbolo dello sbocciare della vita, della natura, di alberi, di giardini; creatura che nasce dalle terre, argille e sabbie (presenti in quantità); dall’altro, simbolo di un ambiente violato, vittima della crisi climatica come delle trasformazioni antropiche, dell’inquinamento, o dei conflitti bellici;
  • “il cerchio”: è una forma visiva, che ricorre negli allestimenti e nei lavori artistici e ci riporta ad una dimensione più interiore e spirituale, volta alla meditazione; ma anche diventa coreografia di un rito, di un gesto conviviale che ci permette di riconoscerci come comunità.

(testo di Ivetta Galli, foto di Ivetta Galli e Aldo Mazzolini)

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