UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 2. LA PROVA DELLE ACQUE AMARE

DITE LA VERITA’?

Se il tutto non fosse riscattato dalla poesia visiva e dal valore artistico, l’episodio documenterebbe un assurdo ” rito della verità”, di cui si parla nell’Antico Testamento, a cui una donna sospettata di adulterio veniva sottoposta per dimostrare la propria innocenza.

Il pittore di Castelseprio mette in scena il brano del Vangelo dello Pseudo Matteo che coinvolge nella verifica della verità anche Giuseppe; di Giuseppe si scorge solo il frammento delle gambe dalle ginocchia in giù, coperte da una morbida tunica chiara a fasce, e i piedi nudi in scorcio, valorizzati da una sottile linea d’ombra.

“… Maria fu condotta al Tempio… Giuseppe fu chiamato all’altare e gli fu data l’acqua della bevanda del Signore: il bugiardo che l’avesse gustata, dopo che aveva compiuto sette giri attorno all’altare, riceveva da Dio un qualche segno sulla faccia. Giuseppe, dunque, dopo aver bevuto sicuro, compì i sette giri attorno all’altare, e in lui non apparve alcun segno di peccato…. Maria… si apprestò fiduciosa all’altare del Signore e bevve l’acqua della bevanda, fece sette giri intorno all’altare e in essa non trovò macchia alcuna…” (Pseudo Matteo, 12, 2,3).

Maria, china di fronte al sommo sacerdote, che potrebbe essere Zaccaria, padre di Giovanni Battista, si avvicina umilmente alla brocca da lui sostenuta, con la mano destra tesa al recipiente e l’altra mano velata. E’ l’anziano Zaccaria che colpisce per lo sguardo concentrato, preoccupato, ma anche protettivo nei suoi confronti.

Il contesto architettonico dipinto attorno ai protagonisti, che nell’approfondimento analizzerò anche in merito ad alcune recenti scoperte, confermano il valore artistico del pittore, capace di costruire anche coerenti cornici scenografiche.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

1. LA PROVA DELLE ACQUE AMARE

L’episodio di Castelseprio è una testimonianza oggi molto rara tra quelle conservate; alcuni parallelismi sono riscontrabili coi cicli dipinti delle chiese rupestri in Cappadocia, a partire dal X secolo.

I manufatti più antichi che narrano questo evento spesso si rifanno al testo del Protovangelo di Giacomo. Tra le immagini proposte, alcuni esempi trovati che risultano realizzati sempre in area orientale e bizantina.

2. SOMMO SACERDOTE: ZACCARIA?

Il sommo sacerdote, figura autorevole e anziana, con barba e lunghi capelli bianchi, veste l’abbigliamento tipico della cultura ebraica: abiti liturgici preziosi, con paramenti che ricoprono la veste decorati con gemme ancor oggi in parte rilucenti; particolare è il nastro che ferma i capelli e che in cima regge un oggetto quadrangolare, probabilmente il contenitore in metallo che conteneva la scritta “Santo è il Signore”, proprio dei sommi sacerdoti in Israele.

Il sommo sacerdote, finemente inquadrato nella cultura ebraica, ha un nimbo azzurro, a differenza di Maria che lo porta color giallo/oro, elemento che ne sottolinea la santità e che lo identifica probabilmente con Zaccaria, figura fondamentale nei racconti evangelici dell’Infanzia di Cristo, di cui ritornerò a parlare in merito alle scene mancanti del ciclo di Castelseprio.

L’iconografia di Zaccaria nell’arte altomedievale e medievale si propone spesso con invarianti riconoscibili:

Affresco dal catino absidale di Santa Sofia a Benevento, VIII sec.; mosaico dal Monastero di Hosios Loukas, Grecia, XI sec.; affresco dal Monastero della Santa Croce a Gerusalemme, medievale.

A questo oggetto sacro posto sul capo spesso si associa un turibolo, contenitore per incenso, che Zaccaria tiene in mano, a volte appeso ad una catenella. E’ affascinante notare, anche in questo piccolo esempio, come il nostro maestro di Castelseprio, pur rimanedo ancorato a modelli convenzionali bizantini, riesca a rielaborarli in maniera del tutto originale.

3. LO SPAZIO ARCHITETTONICO DIPINTO

Lo spazio absidale che incornicia la scena riprende elementi architettonici di arredo che rimandano ad edifici paleocristiani legati alla capitale d’Oriente. In particolare i gradoni disegnati ad esedra, con tessuto azzurro e cuscino nella parte alta centrale, ripropone il “syntronon”, struttura semicircolare con trono vescovile al centro, collocata nell’abside di alcune chiese paleocrisiane e bizantine.

Una costruzione che documenta questa struttura può essere rintracciato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Grado, del V sec.:

Abside con syntronon in Santa Maria delle Grazie, Grado (Gorizia) del V secoloav

Ma altri esempi interessanti sono documentati in Sant’Irene e Sant’Eufemia a Costantinopoli, del VI secolo, come nella basilica di Santa Maria Assunta a Torcello, dell’XI secolo.

Un modello importante di Syntronon è disegnato nella miniatura del Codice delle Omelie di Gregorio di Nazianzo, MS. gr. 510, del IX secolo:

MS gr. 510, Parigi, Biblioteca Nazionale

Un’interessante ipotesi in merito a questo elemento di arredo architettonico a Casteseprio viene avanzata da Pietro Brogiolo nello studio pubblicato nel 2014 “Nuove ricerche su sequenza, cronologia e contesto degli affreschi di Santa Maria foris portas di Castelseprio”. a cura di Gian Pietro Brogiolo, Vincenzo Gheroldi, Flavia De Rubeis, John Mitchell.

In seguito ad analisi effettuate sui tre strati di intonaco sovrapposti nell’abside, Brogiolo osserva che nella zona centrale non è presente il secondo strato intermedio, in corrispondenza di una superficie che potrebbe configurarsi come un arredo ligneo simile ad un syntronon, collocato dunque contestualmente al secondo strato di intonaco.

Il terzo ed ultimo strato è quello del ciclo dipinto, per la cui realizzazione potrebbe essere stato rimosso l’arredo ligneo, sul quale il pittore ha steso l’intonaco necessario per il racconto: il syntronon dipinto a cornice della Prova delle acque amare non può essere una “citazione” di quello realmente preesistente?

Certo occorrerebbe approfondire se avesse senso la presenza eventuale di trono vescovile a Castelseprio, o di una struttura che ne imitasse la forma.

Ivetta Galli

UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 1. ANNUNCIAZIONE E VISITAZIONE

Stregata dai dipinti di Castelseprio, quarant’anni fa come adesso, riprendo in mano appunti e documenti allora raccolti attorno a questo affascinante mistero di arte altomedievale e cerco aggiornamenti e nuovi studi.

Importanti recenti tasselli arricchiscono la comprensione degli affreschi; tuttavia, la mancanza di documenti d’archivio, che ne testimonino la committenza, lascia ancor oggi aperta la discussione sulla individuazione dell’epoca di realizzazione degli stessi.

Una sintesi interessante dei principali studi storiografici maturati attorno a questo ciclo pittorico riemerso dal 1944, per merito di Gian Piero Bognetti, viene proposta da Paolo Nobili nella rivista Porphyra dell’aprile 2010, al seguente link: http://www.porphyra.it/supplemento11.pdf. Rimane sempre molto valido il contributo di Maria Andaloro nell’Enciclopedia Treccani, del 1993, al seguente link: https://www.treccani.it/enciclopedia/castelseprio_(Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale).

Con questi appunti vorrei accompagnarvi lungo quel percorso di indagine che più mi attrae, esplorando immagini ed iconografie di simile contenuto, tra alcune testimonianze artistiche sopravvissute nell’Altomedioevo.

Storie, figure e forme che ci parlano di migrazioni, rapporti e intrecci tra oriente e occidente, nella parte di mondo che si affaccia sul Mediterraneo orientale; una storia antica ma, nello stesso tempo, ancora attuale.

Di “Buona Novella” si tratta, citando Fabrizio De André, a suo tempo attratto dai racconti dei Vangeli Apocrifi, tanto da permettergli di creare un album musicale estremamente suggestivo, che trae spunto da racconti evangelici colorati di umanità e sentimenti, calati in una realtà possibile pur se a tratti sconfinante nel “mistero del sacro”.

Presento il ciclo affrontandolo per episodi e tematiche figurative; quindi ho suddiviso la lettura delle diverse iconografie in una prima presentazione divulgativa e una seconda parte di approfondimento disciplinare.

IL RACCONTO COMINCIA…

Il racconto inizia da questa giovane donna, affacciata ad un’apertura alle spalle di Maria, dal suo gesto spontaneo di stupore e meraviglia per ciò che vede: un angelo con grandi ali spiegate che sta parlando con Maria. Probabilmente è una delle cinque vergini che sarebbero restate con Maria nella casa di Giuseppe finché non si fossero sposati, come aveva stabilito il sommo sacerdote, secondo il Vangelo Apocrifo dello Pseudo Matteo.

MS Vat. Gr. 1162, XII sec. – “…Allora Giuseppe prese Maria con altre cinque vergini che dovevano restare con lei nella sua casa. Queste vergini erano: Rebecca, Sefora, Susanna, Abigea e Cael, alle quali fu dato, dal pontefice, seta, giacinto, bisso, scarlatto, porpora e lino… A Maria toccò di prendere la porpora per il velo del Tempio del Signore.” (Vangelo dello Pseudo Matteo)

Maria era andata a prendere l’acqua alla fonte e, mentre attingeva l’acqua, un angelo le si era avvicinato dicendole: “Sei beata, Maria, perché nel tuo utero hai preparato un’abitazione per il Signore. Ecco che dal cielo verrà la luce e abiterà in te e, per mezzo tuo, risplenderà in tutto il mondo”. (Vangelo dello Pseudo Matteo)

Qui nel dipinto è seduta su un morbido cuscino, sulla soglia della sua casa, accanto a lei una brocca, appoggiata a terra, traccia della prima annunciazione; ora Maria alza lo sguardo verso Gabriele che, apparso per la seconda volta, si china verso di lei e la benedice. Gabriele impugna una lunga asta, veste una tunica chiara sulla quale sono disegnate fasce rettangolari di stoffa decorata; un nastro trattiene la riccia capigliatura che incornicia un volto vivace e giovane, dallo sguardo intenso rivolto a Maria.

Maria con l’indice della mano sinistra, che stringe il fuso e la rocca su cui è avvolto il filo di porpora srotolato dai gomitoli della cesta ai suoi piedi, si indica, con un velo di dubbio, proprio io?

Un’istantanea fotografica, un racconto visivo che rende talmente vero ed efficace l’evento miracoloso da proiettarci con forza all’interno del dialogo tra i due protagonisti.

E, come in una sequenza incalzante, di seguito si delinea la scena della Visitazione: Maria è china nell’abbraccio con Elisabetta, che teneramente appoggia la mano sul ventre gravido della cugina; Elisabetta è purtroppo quasi del tutto persa, così come quello che seguiva a chiudere la scena, probabilmente la sua casa; non per questo viene meno la forza della tenerezza e della solidarietà tra donne in attesa.

Il mistero della gestazione di Maria si dissolve in una narrazione carica di umanità; il pittore ha tradotto in una sintesi visiva perfetta i brani dei vangeli apocrifi, il Vangelo dello Pseudo Matteo e il Protovangelo di Giacomo: il racconto delle due apparizioni di Gabriele a Maria, la prima, quando si trova ad attingere l’acqua alla fonte, la seconda, mentre fila la porpora davanti la casa, a cui assiste la giovane donna che vive con lei; infine, l’incontro tra cugine che avviene all’aperto, secondo la tradizione apocrifa e non quella del Vangelo di Luca, in cui l’evento avviene nella casa di Zaccaria, marito di Elisabetta.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

La presenza di segni iconografici raffinati, ci fa presumere che il pittore avesse una ricca cultura figurativa e si muovesse con disinvoltura e familiarità tra i testi evangelici apocrifi e canonici; l’artista, inoltre, padroneggiava un linguaggio immediato, spontaneo, naturalistico, con una declinazione ellenistica che i contemporanei testi figurativi, ad oggi conosciuti, parevano aver abbandonato.

1. Annunciazione alla fonte

La brocca ai piedi di Maria non è lì per caso, ci riporta al momento dell’Annuncio alla fonte.

Indagando alcune testimonianze artistiche di rappresentazioni apocrife dell’evento, troviamo prevalentemente manufatti legati alla cultura costantinopolitana, a testimoniare la diffusione di tali soggetti soprattutto in oriente, ma anche il sarcofago di Adelfia, di origine romana del IV sec, rinvenuto nelle catacombe di Siracusa, a documentare una presenza di tali temi anche in area occidentale.

a. Il  Sarcofago di Adelfia (f.1), conservato a Siracusa, di origine romana, è datato al IV-V secolo: il rilievo che ci interessa è collocato a sinistra del clipeo con la coppia di sposi e presenta tre scene che attingono la propria struttura dai Vangeli Apocrifi, secondo le ultime ipotesi interpretative che condivido.

La sequenza inizia con la fonte, a cui Maria sta attingendo l’acqua, vegliata dalla personificazione della sorgente stessa, con alle spalle l’Angelo Gabriele aptero, che le sta parlando.

Segue la rappresentazione di Maria accompagnata da due giovani ragazze, probabilmente una rara “figura” di Maria che viene sostenuta simmetricamente da due donne mentre riceve la grazia divina. L’iconografia viene individuata da André Grabar (nel testo “Le vie della creazione nell’iconografia cristiana”, Jaca Book, 1988) ed, a riguardo, cita due esempi: gli affreschi in San Clemente ad Ocrida del XIV sec (f.2) e i più antichi affreschi della chiesa dei Santi Gioacchino ed Anna in Cappadocia (f.3).

L’ultima scena del rilievo del Sarcofago vede Maria seduta su un trono, attorniata dalle giovani donne che la riconoscono come Madre Divina (nei mosaici del V sec. in Santa Maria Maggiore a Roma, Maria siede regalmente su un trono, come regina, proprio nell’Annunciazione).

f. 1 – Sarcogago di Adelfia, in marmo, del IV-V secolo, rinvenuto nella chiesa di San Giovanni a Siracusa nel 1872, conservato nel Museo Paolo Orsi a Siracusa
f..2 – particolare del ciclo di affreschi in San Clemente ad Ocrida, XIV secolo, in cui, accanto alle due donne che sorreggono Maria, compare anche la giovane testimone che assiste all’Annunciazione.
f.3 – Affreschi della chiesa dei Santi Gioacchino ed Anna (ricostruzione grafica), risalenti al VII-IX, con scena del concepimento della Vergine, a Kizilcukur (Cappadocia)

b. La coperta di Evangeliario detto “Dittico delle cinque parti” (f.4,5), originaria di Ravenna del V sec. e conservato a Milano testimonia un’altra precoce rappresentazione dell’Annuncio alla fonte, con un disegno speculare rispetto a quello del sarcofago, senza la citazione classica della personificazione della fonte e con angelo alato, superando così la forma aptera, propria dell’inizio della rappresentazione cristiana.

f.4,5 – Valva anteriore del “Dittico delle cinque parti”, copertina di Evangeliario in avorio del V secolo, Milano, Museo del Tesoro del Duomo

c. La miniatura del MS Vat. gr.1162 (f.6), che raccoglie le omelie sulla Vergine di Giacomo di Kokkinobaphos, dipinta da un Maestro di Costantinopoli, nel XII secolo, riporta i due momenti dell’Annunciazione interpretando l’evento con ricchezza e cura grafica dei dettagli iconografici.

f.6 – Miniatura dal MS gr. 1162, con le due Annunciazioni apocrife, XII sec., Città del Vaticano

d. Nel ciclo dei mosaici della Cattedrale di S. Marco a Venezia (f.7), del XII sec., il racconto evangelico inizia con l’Annunciazione alla fonte, così come ad Istanbul, nei mosaici in Kiriye Camii (f.8), del XIV sec., testimonianza di una diffusa rappresentazione degli episodi apocrifi nei cicli musivi all’interno delle chiese bizantine, sicuramente a partire dalla Rinascenza Macedone, ma probabilmente anche prima in epoca preiconoclastica (gli affreschi del VII sec. della Chiesa Rossa di Perustica, oggi in Bulgaria, persi, ma descritti dalle fonti (b) documentano la presenza di cicli apocrifi dipinti anche in questa fase antica, così come abbiamo visto in Cappadocia, la chiesa dei Santi Gioacchino ed Anna).

f. 7,8 – particolari dai mosaici di San Marco a Venezia, del XII sec. e di Kirye Camii, ad Istanbul, del XIV sec.

2. Maria a sinistra, Gabriele a destra

Lo schema compositivo dell’Annunciazione più diffuso nella storia dell’arte vede Maria collocata a destra e Gabriele a sinistra.

A Castelseprio troviamo un ribaltamento nella posizione dei personaggi; inoltre, Maria, con in mano il fuso e la rocca, sta filando la porpora, e questo è un altro rifermento apocrifo (il sommo sacerdote le assegna il compito di realizzare un velo con la porpora per il Tempio del Signore), che tenderà a scomparire dal periodo gotico in poi.

Nella ricerca di modelli a cui la struttura compositiva di Castelseprio può essere confrontata ho trovato testimonianze di manufatti diversi per tecnica di realizzazione, ma che hanno in comune l’ambito di provenienza: Bisanzio e le aree dell’Asia Minore su cui l’influenza della capitale d’oriente era determinante.

Qui di seguito una carrellata di opere rappresentative di differenti tecniche che documentano questa iconografia (fare scorrere le immagini con le frecce).

3. La giovane testimone dell’Annunciazione e Visitazione

La giovane donna testimone dell’Annunciazione dipinta a Castelseprio, appare un elemento presente con più frequenza nelle rappresentazioni successive al X sec.; tuttavia, alcune tracce in epoche precedenti ci documentano che probabilmente fosse un soggetto già parte dei cicli più antichi, a volte anche con il ruolo di “testimone” a chiusura della scena della Visitazione.

D’altra parte, abbiamo già visto che l’Annunciazione e la Visitazione venivano accostate come una scena unitaria, sia nel caso di cicli narrativi sull’infanzia di Cristo che nelle rappresentazioni più dogmatiche (come esempi, la decorazione della conca absidale di Parenzo, del VI sec., o anche la decorazione ad affresco del catino absidale meridionale di Santa Sofia a Benevento dell’VIII sec.).

A proposito degli affreschi di Santa Sofia a Benevento, ben due ancelle assistono spaventate al dialogo tra l’arcangelo e Maria, quasi abbracciate, riverse a terra con una mano alzata come per difendersi dall’irruenza del messaggero divino.

Inoltre, una figura di testimone appare a volte nell’Annunciazione ad Anna, la madre di Maria, documentando quanto tale impaginazione dell’evento abbia una tradizione che affonda in testi figurativi altomedievali, sicuramente di area orientale.

Ho raccolto una carrellata di esempi di questa figura, intrecciando le tre possibili variazioni, frutto di uno stesso modello generativo; ho anche inserito opere successive cronologicamente a Castelseprio, ma realizzate entro il XIV secolo. Ciascuna di queste può aprire interessanti percorsi di ricerca (fare scorrere le immagini con le frecce).

Testo di Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 7. RIPARTIAMO DAL RITO

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

RIPARTIAMO DAL RITO

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Il richiamo di un recitativo corale, ritmato da melodie meditative, sottotono, diffuse, mi ha prepotentemente attirato all’interno dell’ intensa installazione dell’artista indiana Shilpa Gupta.

In una sala con luci basse e soffuse, una selva di 100 aste metalliche simili a leggii, al posto di sorreggere spartiti musicali trafiggono con punte affilate bianchi fogli con frammenti di versi di altrettanti poeti; l’artista ha raccolto testimonianze di poeti incarcerati, e a volte condannati a morte, di diverse nazioni, dal VII secolo ad oggi.

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – particolare. Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Una pioggia di microfoni dal soffitto si lega a ciascun poema, dando voce ai versi e alle diverse lingue che li raccontano, seguiti da cori che potenziano e diffondono il messaggio di libertà. Si intrecciano, tra altri, versi di lingua azera, inglese, araba, indi, russa, in una babele sonora carica di suggestione.

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Non so quanto sia condivisa la forte emozione che ho provato, ma sicuramente quest’opera d’arte totale, avvolgente che, via via, diviene narrazione di violente censure, sguardo sulla potenza della parola e riflessione sull’universale bisogno di difendere il diritto alla libertà di espressione, testimonia quanto l’arte sia linguaggio necessario e urgente.

Shilpa Gupta ha orchestrato ‘medium’ differenti attorno alla creazione di un luogo immersivo, all’interno del quale il coinvolgimento delle diverse percezioni sensoriali ci porta a ‘condividere’, camminando lentamente tra le pagine trafitte da leggii appuntiti, le tragiche esperienze di oppressione di libertà: si partecipa così ad un rito collettivo, ad una celebrazione laica di forte impatto emotivo e poetico, in cui il vissuto di appartenenza ad una ‘comunità’ lenisce gli orrori della violenza repressiva e ci rassicura con il calore della vicinanza all’altro.

Pablo Vargas Lugo, Acts of God, frame da video, Padiglione del Messico – Arsenale 58ª Biennale di Venezia

L’artista messicano Pablo Vargas Lugo (Città del Messico, 1968)  propone una interessante e coinvolgente videoinstallazione partendo dalla riflessione sul ruolo della fede e delle religioni nel nostro mondo contemporaneo.

I due video proposti all’Arsenale mettono in scena una lettura del Nuovo Testamento che, seppur ambientata per costumi nell’epoca di Cristo, è decisamente attualizzata, creando sequenze di immagini fortemente evocative per l’insieme di simboli iconici: immagini/frame che spesso si caricano di nuovi significati, da noi colti con uno sguardo calato nell’oggi.

Pablo Vargas Lugo, Acts of God, frame da video, Padiglione del Messico – Arsenale 58ª Biennale di Venezia

La tensione dell’uomo al sacro e il bisogno di ritualità, secondo l’artista, non devono essere sfruttati dal potere politico per incentivare atteggiamenti identitari che portino a “ giustificare posizioni nazionaliste e settarie”.

Ivetta Galli

‘ANDANDO VIA’: Maria Lai e la memoria di Grazia Deledda

Al Mudec si può visitare fino all’11 ottobre 2020, Andando via, piccola ma intensa mostra nata dall’opera di Maria Lai (Ulassai, 1919-Cardedu, 2013). Omaggio a Grazia Deledda (Nuoro, 1871 – Roma, 1936, scrittrice premio Nobel nel 1926).

Il lavoro di Maria Lai fa germogliare esperienze coinvolgenti di ‘arte relazionale’ dando voce alla creatività femminile.

Maria Lai in un frame del video di presentazione alla mostra

L’operare silenzioso e paziente, volto a scandagliare le pieghe più ancestrali della cultura sarda, cogliendo miti, simboli e tradizioni attorno alla figura della donna, ha portato Maria Lai ad essere riconosciuta quale una delle principali artiste del Novecento, scelta per aprire il Padiglione dello Spazio Comune alla Biennale di Venezia, nel 2017.

Maria Lai, Leggenda del Sardus Pater, libro di tessuto, cucito e ricamato con fili e pezze ritagliate, 1990

Maria disegna con i fili, intrecciando sapientemente trame e orditi, costruendo attorno al telaio molte delle sue creazioni, il cui movimento diviene metafora del respiro e della vita. Seguendo leggende della sua terra, dai ricami delle janas (le ‘fate’ nella tradizione sarda) hanno preso forma le parole, e le parole sono state accostate per creare la poesia.

Scrittura indecifrabile, tessuta dal laboratorio di Siliqua

Il video che ci accoglie nella prima delle due sale della mostra dà voce all’artista e ci conduce nel suo mondo creativo.

Frame dal video della mostra
Frame dal video della mostra

Nella seconda sala è allestita una suggestiva rivisitazione dell’ultima installazione dell’artista, incompiuta, a Nuoro, omaggio a Grazia Deledda.

Sulle tracce di Maria Lai, Giuditta Sireus ha concepito e seguito la realizzazione di un intervento di arte corale, coinvolgendo 25 laboratori tessili sardi, grazie al sostegno della Regione Sarda, di 23 Comuni e partner privati; le diverse tessitrici, seguendo le specificità tecniche e artistiche dei propri luoghi, hanno dato forma ai progetti ed ai disegni che Maria Lai aveva predisposto per il monumento pubblico.

Allestimento della mostra ‘Andando via’, con le figure delle donne protagoniste dei romanzi di Grazia Deledda disegnate da Maria Lai

Gli arazzi creati per rivestire le undici ‘stele’ del momumento citano alcune figure femminili degli scritti di Grazia Deledda, ma anche disegni di caprette, animale in cui Maria Lai amava identificarsi, e ‘scrittura indecifrabile’, insieme di segni di una poesia radicata nella memoria.

Arazzo e capretta dal laboratorio di Atzara

L’allestimento del complesso si presta ad essere itinerante, luogo di celebrazione di un fare arte collettivamente, e anche spazio scenografico per la rappresentazione teatrale dei testi di Grazie Deledda.

Figura di Maria Maddalena, da ‘La Madre’ di Grazia Deledda, arazzo tessuto a Urzulei

Mi piace chiudere questa breve nota citando un frammento (riportato sulla stele qui sopra fotografata) tratto dal romanzo ‘La madre‘, per valorizzare la forza espressiva e l’universalità di quella spessa e segmentata linea di contorrno che dà vita alla protagonista.

“Anche quella notte, dunque, Paulo si disponeva ad uscire. La madre, nella sua camera attigua a quella di lui, lo sentiva muoversi furtivo, aspettando forse, per uscire, ch’ella spegnesse il lume e si coricasse. Ella spense il lume ma non si coricò. Seduta … stringeva una contro l’altra le sue dure mani di serva, ancora umide della risciacquatura delle stoviglie, calcando i pollici uno sull’altro per farsi forza”

Ivetta Galli

#19NIGHTWALK: ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ DI GENERE

frame da: 19Nightwalk https://www.youtube.com/watch?v=9-aNR_3ZbgI

#19Nightwalk, cortometraggio di Małgorzata Szumowska, regista polacca, presentato alla 77° Mostra del Cinema di Venezia, è un piccolo capolavoro: un racconto per immagini, valorizzate da indovinati brani musicali, che in 8 minuti restituisce la profondità dei vissuti, dei conflitti, della solitudine generata dalla percezione del sé, della propria identità di genere, in un contesto sociale formale e sclerotizzato. E, con immagini potenti, la narrazione racconta la possibilità di ‘spogliarsi’ dalle convenzioni di genere imposte e di trovare, nel reciproco rispecchiarsi, autenticità, conforto e serenità.

Il marchio di moda Miu Miu promuove, dal 2011, Women’s Tales, la produzione di 2 cortometraggi all’anno, in cui le registe sono libere di creare una storia utilizzando gli abiti della collezione della casa, estiva ed invernale.

Tra i nuovi mecenati del XXI secolo, le aziende di moda si fanno promotrici di esperienze artistiche che spesso danno voce alle urgenze del nostro tempo.

Nulla di nuovo se pensiamo, ad esempio, al Tabernacolo dei Linaioli di Beato Angelico: l’artista dipinge attorno alla figura della Madonna col Bambino, diversi raffinati tessuti damascati in voga nella Firenze del Quattrocento, quale probabile omaggio ai committenti.

Beato Angelico, Pala del Tabernacolo dei Linaioli, 1433, Firenze, Museo di San Marco

Małgorzata Szumowska usa un linguaggio asciutto, severo, forte di una espressività ricca di sfumature, capace di arrivare alle nostre corde emotive più profonde; la finalità di presentare gli abiti della collezione diviene un accessorio non determinante; prevale l’urgenza di dare luce a quella minoranza di persone che non riconoscendosi nelle aspettative familiari e sociali vivono un percorso di crescita  sofferto per affermare la propria identità e farsi amare.

frame da: 19Nightwalk https://www.youtube.com/watch?v=9-aNR_3ZbgI

Ivetta Galli

LE IMMAGINI PER DIRLO: PENSIERI SEDICENNI IN QUARANTENA

In un liceo artistico, una semplice richiesta di didattica a distanza: “Collage e carta da giornale: prendendo spunto dai documenti allegati realizza una figura umana con il collage”, proposta dalla docente di discipline pittoriche, è diventata spunto per scatenare una moltitudine di immagini che, dal corpo, hanno invaso lo spazio dei vissuti del quotidiano, in questo momento di forzato isolamento nelle proprie abitazioni.

La creazione di figure con frammenti di carta diviene veicolo dell’immaginario complesso di adolescenti che esplorano così il loro mondo interiore, e la realtà che li circonda, affamati di risposte.

I lavori realizzati possono essere ricondotti a tre approcci, pur avendo motivi comuni e trasversali di riflessione:

A. IDENTITA’ IN FORMAZIONE

B. VITA E SCIENZA

C. FRAMMENTI D’ARTE NARRANO

A. IDENTITA’ IN FORMAZIONE

A1. PEZZETTI DI IDENTITA’

La riflessione sul corpo diventa strumento per indagare la propria adolescenza e guardare al passaggio verso la maturità, vissuto con preoccupazione e disorientamento.

Due figure richiamano la spensieratezza dell’esser ragazza, la percezione di una sensibilità profonda nel terzo occhio sulla fronte del viso più infantile; poi modelli di donne mature, eleganti, sicure, ma anche distanti ed inquietanti (la donna che ride, dalle quattro braccia); prende forma anche un volto femminile/maschile, che adombra consapevolezze non scontate o stereotipate tra le tante realtà di identità sessuali.

E il cerchio si chiude su una massa di capelli che nasconde il volto e il fumetto: HELP ME!

A2. INQUIETANTI SORRISI

L’imperativo che guida la costruzione del collage è un amaro e ironico richiamo alla responsabilità: stiamo chiusi in casa, con Enzo Miccio (personaggio televisivo).

A destra si esibisce un corpo snello, provocatorio e dinamico, di una cantante rock, disegnato dal ritmo di una musica scatenata; spiazza, in questa figura, il volto, segnato da una enorme bocca sorridente ma con denti irregolari di anziano, una fitta di inquietudine.

Una fitta di inquietudine che pervade i tanti volti dispersi sul fondo, tutti sorridenti, campionario della vasta umanità che ci circonda, e modelli di attività desiderate, oggi da reprimere.

A3. DISORIENTAMENTI

Voglia di trasgredire dalla silhouette capovolta di diavoletto.

Senso di annullamento e di censura nello studio di volti negati, nei “sensi” cancellati, nell’assenza di comunicazione, nello sguardo spaventato volto alle spalle, senza risposta.

A4. ATTERRITA …. cara mamma

Il corpo diventa dimora di un volto sgomento; il vezzoso volto che lo sovrasta ha perso gli occhi, non vuole vedere, ha le labbra cucite, non può parlare; accanto un viso pop, ironico, disorientato; spaesato, di fronte ai colori dell’Italia proiettati su un palazzo storico spaccato al centro da una prospettiva vertiginosa; incredulità e stupore nelle sagome di uomo con grandi orecchini di donna e di donna con abbigliamento maschile e mascherina, attenzione, difesa.

L’icona dell’occhio, col cuore nella pupilla, tra due mani tinte dai colori di una tavolozza, cerca l’amore, la relazione, il contatto, cerca quell’esperienza fisica che ci è negata, oggi.

Sullo sfondo un elenco di brevi poesie, il cui incipit è “….. cara mamma”….

  A5. INTRECCI DI ETA’

Gioco di ‘controscambio’ tra fasi diverse dell’età sui corpi femminili, impaginato con ironia, modalità radicata nell’immaginario dei ragazzi di oggi.

Può essere definita un’espressione dell’estetica contemporanea pop, che si alimenta dalla miriade di immagini simili che popolano i social giovanili, ma che comunque descrive i pensieri che abitano I nostri adolescenti.

Un ‘medium’ che, in questo lavoro, vuole narrare le fasi della vita di una donna, con sguardo divertito, scherzoso, forse scelto per esorcizzare l’inquietudine che in parte traspare dal bel volto della donna matura, sfregiato qua e là da macchie e cancellazioni.

  A6. INTRECCI DI GENERI

È un motivo che troviamo in alcuni lavori: corpi che propongono giochi di travestimento, che possono voler essere provocazione, ironia, volontà di ridicolizzare gli stereotipi di genere.

Indubbiamente, oltre a ciò, l’immagine si accompagna ad una reazione di spaesamento, non riconoscendo un modello di genere ‘legittimato’ dalla nostra cultura: ‘spaesamento’ è uno stato d’animo oggi diffuso di fronte all’emergenza cui siamo costretti.

E forse emerge anche una maggiore consapevolezza in questa generazione sulle tematiche legate ai diversi orientamenti di genere; riflessione che documenta un atteggiamento di accoglienza e di empatia nei confronti delle diverse identità.

A7. IL FUTURO COMINCIA ORA

Sguardo disincantato, sconsolato e nostalgico di un passato che occorre abbandonare e consapevolezza che il futuro si costruisce ora.

A partire dalla costruzione, non ancora definita, della propria immagine (ritagli di corpi sparsi, diversi, maschili e femminili, amati e odiati), necessario rito di passaggio che il silenzio, la solitudine e le urgenze della condizione odierna costringono ad affrontare.

A8. SPICCARE IL VOLO

Sogno ad occhi aperti di felicità, di movimento a passo di danza, desiderio di essere cullati da un’onda di mare estivo; voglia di spiccare un volo in compagnia ad uno stormo di uccelli che guidano leggeri e spensierati il percorso desiderato di libertà.

B. VITA E SCIENZA

B1. NOTIZIE DALL’INTERNO

Un disegno anatomico di un corpo a mezzo busto propone un punto di vista particolare, dall’interno.

Come in una radiografia leggiamo la discesa inesorabile, dalla bocca agli organi vitali, di qualcosa di invisibile, scandita da numeri progressivi.

La ragione e il pensiero sono imbrigliati in un labirinto nero, congelato, pare senza via d’uscita.

Nell’addome, un uomo dal turbante giallo, con un corpicino infantile accartocciato in posizione fetale, si aggrappa desolato al cuore, con una grande mano e si culla.

Ma il n. 4 dov’è?

B2. VITA/MORTE

Desiderio di vita, di energia, corpo che si eleva ed inarca in un movimento di danza, al ritmo della musica, nel caldo dell’estate. Sogno di libertà e felicità.

Un corpo “incarnato” nella figura di un Killer assassino ode la supplica del mondo animale che urla di essere lasciato in pace, in vita: riflessione profonda sull’urgenza di rispettare gli animali, sul significato della scelta vegetariana e anche appello alla riflessione sulle terribili conseguenze che la diffusione di un virus, passato dalle carni di un animale, come il pipistrello, all’uomo, può causare.

C. FRAMMENTI D’ARTE NARRANO

C1. … E TUTTO, QUANDO? E PERCHE’?

Come di fronte allo scorrere di fotogrammi di pellicola cinematografia, a sinistra un film di Alberto Sordi, si accalcano immagini che emergono dalla memoria, da una cultura tutta italiana, dall’esperienza e dall’oggi.

Prepotente è la supplica di aiuto urlata dagli occhi del volto di Laocoonte, come carica di sgomento è la sorpresa dei guardiani del sepolcro, nella centrale Resurrezione di Cristo di Raffaello, sfregiata al centro da una immensa bocca appena sorridente; un frammento di una Madonna Rinascimentale sta serenamente giocando con il Bambino; a sinistra una sforbiciata figura di santa osserva con grandi occhi, tesa, il mondo attorno a sé.

Tutt’intorno volti di uomini e donne qualunque, di ogni età, le cui bocche sono coperte o deformate in sorrisi strazianti: bocche che non riescono a trovare parole possibili.

Un uomo e una donna, abbracciati, su campo giallo si interrogano: … e tutto, quando? E perché?

C2: FIGURE DALL’ARTE, IRONIA E GIOCO

Un tessuto d’immagini ricco di citazioni, di frammenti colti dalla storia dell’arte e assemblati giocando con suggestioni dadaiste.

La condizione contemporanea si intreccia con rimandi colti e fumettistici raccontando un vissuto ambivalente, di percezione del pericolo (lo scheletro Covid nel labirinto di ferro della Tour Eiffel), del bisogno di vincerlo (Batman con la mascherina rapito nella vertigine del cielo barocco di Pietro da Cortona).

Con la desolante scarnificazione scheletrica dialogano due esuberanti nudi sensuali femminili, a loro volta spiazzanti per i volti che esibiscono…. Immagini curiose, figlie dei ‘meme’ che popolano i social, qui rielaborate con riferimenti alti.

Ciliegina sulla torta: la deificazione della carta igienica, con un’operazione tutta pop: dissacrazione della Madonna dell’uovo di Piero della Francesca, legittima, nell’epoca dell’isolamento da coronavirus.

C3. UN MONDO DI AMAZZONI

Volti, di donne, popolano l’immaginario della simpatica testolina in ‘multicolor’ alla Andy Warhol, in un elegante profilo di dama del Quattrocento; volti femminili di varie età, attorno alla ‘Muta’ di Raffaello: muta per caso? Muta per isolamento?

Del corpo si seleziona, nella composizione, la testa; della testa, il volto; i volti ci hanno sopraffatto negli ultimi tempi, bombardati da selfie in ogni dove, dai diversi luoghi frequentati: passato recente, poco distante dall’oggi eppure così lontano dal nostro odierno e isolato e statico vivere quotidiano.

C4. UNA VENERE CONTEMPORANEA

Da un lattiginoso fondo reso tridimensionale e decorativo dalle forme circolari della carta dello scottex emerge una figura femminile che assomma contemporaneamente evocazioni classiche, nel nudo proporzionato del corpo, il racconto di un momento di vita quotidiana, nel pensiero assorto e nel gesto di spontanea raccolta dei capelli, e la resa della sacralità di un’icona per l’essenzialità delle linee e l’evocazione di un fondo dorato, col tempo, perso.

C5. INTORNO A LEONARDO

Celebrazione del genio leonardesco e iniziative a lui dedicate: la pagina di giornale è sfondo per una elegante figura femminile, da magazine di moda, che avanza incontro a noi decisa e sicura.

Ci attraggono il suo portamento, i tacchi a spillo e le gambe snelle, il tubino nero, ma le mani sono nascoste da guanti di frammenti di giornale, e il volto che ci appare tra lunghi capelli biondi è l’autoritratto anziano di Leonardo……

C6. LA DANZA DELLA VITA

Nell’epoca simbolista, a cavallo del ‘900, era frequente trovare quadri di riflessione sulle età della vita.

La danza, come allegoria di un cammino, era la figura ad esempio scelta da Munch per raccontare le tre età della donna.

Un corpo femminile in tutù, con un fisico acerbo, quasi anoressico, anche un po’ trasandato, porta un volto di donna più che matura, sorridente e sicura, il cui collo tradisce la non giovane età.

La donna gioca con il travestimento di bambina, anche per la barchetta di carta sulla testa e la pioggia di coriandoloni che la circonda.

Si cerca un sorriso creando travestimenti paradossali; forse un tentativo di esorcizzare le inquietudini dell’oggi.

C7. ASPETTANDO

Seduta, fuma: il corpo della donna si impone con una femminilità trasandata, la veste rosa e piegata in panneggi arabescati, un trucco forzato e capelli scomposti.

Un segno grafico netto e grottesco che rimanda alle opere di Otto Dix e alle atmosfere dei quadri della Nuova Oggettività del primo dopoguerra.

Avvolta da una poltrona nera la cui forma, quasi organica, evoca un pericoloso essere aggressivo: attende, in allarme.

Siamo tutti noi, in questi giorni, nelle nostre case, in attesa che una soluzione si materializzi; la pagina di giornale prefigura una via d’uscita citando i test per la ricerca degli anticorpi al Covid 19.

C8.  FLORA ALL’EPOCA DEL COVID 19

Una figura umana avanza con determinazione in un rassicurante e intenso campo blu, scrutando l’intorno con grandi occhi all’erta…

Corpo umano, bacheca con parole di pensieri e desideri, di valori, ma anche bisogni, anche una preghiera a “Cristo”.

La figura evoca una “Flora” che avanzando sparge, al posto dei fiori, caratteri tipografici che disegnano la parola SENTIMENTO, testimonianza di stati d’animo odierni sopraffatti da emozioni.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 6. ARTE, BIOLOGIA E ALGORITMI

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

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ARTE, BIOLOGIA, LOGARITMI

Anicka Yi (Seul, 1971) – Biologizing the Machine (terra incognita), 2019 – Teche in acrilico, acciaio, limo, batteri, alghe, rilevatori di gas, algoritmo olfattivo, luci infrarosse. Padiglione centrale dei Giardini.

“Si fa con tutto”, titolo di una interessante riflessione sull’arte contemporanea di Angela Vettese, è proprio il primo pensiero che sorge di fronte a questi “quadri astratti” di accattivanti tinte naturali e in trasformazione, che si rivelano essere una originalissima creazione artistica, frutto delle più attuali ricerche scientifiche e tecnologiche. L’artista coreana Anicka Yi ha concepito un’opera mettendo in relazione programmi di intelligenza artificiale, volti a conferire un apparato sensoriale alle macchine, e gli odori emessi da alghe e batteri, al fine di attivare il controllo e la regolazione della proliferazione degli organismi viventi. La ricerca sperimentale, il cui esito in prima istanza è orientato a finalità estetiche, suggerisce interessanti riflessioni sui possibili scenari “post human” che ci attendono.

Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Circular repetition, 2019 -videoinstallazione del Padigiione dell’Azerbaigian
Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Circular repetition, 2019, progetto-installazione del Padigiione dell’Azerbaigian

Orkhan Mammadov, giovane artista azero, a partire da alcuni patterns geometrici caratteristici dell’ornamentazione islamica, progetta una videoinstallazione, sfruttando le potenzialità di algoritmi propri all’intelligenza artificiale; si generano, così, un’infinita moltiplicazione di nuovi modelli decorativi, che si disegnano con la luce, in continua trasformazione, su di una fascia circolare all’interno di uno spazio completamente buio. L’effetto è sorprendente e estremamente gradevole.

Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Muraqqa, 2019, – videoinstallazione del Padigiione dell’Azerbaigian

Dello stesso artista multimediale, nel Padiglione azero è presentata “Muraqqa”, videoinstallazione costruita utilizzando approcci tecnologici/matematici; le immagini in questo secondo lavoro sono tratte dalle miniature islamiche raccolte in un antico libro, Muraqqa, risalente alla dinastia Safavida inizialmente insediatasi in Azerbaijan, poi diffusasi in tutta la Persia, dal XVI al XVIII secolo.  L’intervento di animazione delle miniature è volto a proporre riflessioni sul ruolo delle fake news veicolate dalle immagini, creando una proiezione che rapisce il nostro sguardo per forme, colori e racconti sorprendenti. Orkhan Mammadov sperimenta quanto possa essere ingannevole un’immagine che colpisce per l’efficacia della sua restituzione, impedendo alla nostra riflessione critica di esserne consapevoli. Il racconto narrato con le miniature che dovrebbero farsi documento della storia e cultura dell’epoca safavida, viene distorto con interventi di animazione che ne alterano la veridicità storica.

Christine e Margaret Wertheim (Australia, 1958) – Bleached Reef, 2005-16 – dal progetto: Crochet Coral Reef – gomitoli, perline, feltro, cavi, castini, sabbia, centrini vintage. Arsenale.
Christine e Margaret Wertheim (Australia, 1958) – Bleached Reef, 2005-16 – coralli di cavo elettro-luminescente di Eleanor Kent di San Francisco. Arsenale

Il fantastico mondo biologico delle forme naturali nelle barriere coralline, in pericolo di sopravvivenza, diventa oggetto di studio e creazione artistica delle gemelle Wertheim, fisica, l’una, poetessa e critica letteraria, l’altra. La ricreazione di apparenti frammenti di spazi corallini (l’intreccio di fili con l’uncinetto è protagonista, tra diversi materiali di scarto e cavi elettroluminescenti), disposti nelle ampie vetrine dell’Arsenale, documenta un progetto che coinvolge più discipline. Tra queste, la geometria e la matematica, e le relazioni tra forme biologiche e modelli di spazio iperpolico, come si evince dai disegni sulla lavagna visibili nella foto dell’installazione, studio che sta alla base dell’opera. Le artiste utilizzano la potenzialità del “fare” artistico e della ricerca della “bellezza” come strumenti di denuncia delle imminenti e catastrofiche trasformazioni ambientali ed ecologiche.

Ian Cheng (1984) – Life After BOB: First Tract, 2019 – disegni – Arsenale
Ian Cheng (1984) – BOB (Bag of Belief), 2018-19 – forma di vita artificiale – Padiglione Centrale dei Giardini

Ian Cheng ha sfruttato le potenzialità dell’intelligenza artificiale per programmare, all’interno di un ambiente vivente, una creatura “fantastica”, Bob, la cui vita/evoluzione viene determinata dagli spettatori che decidono, tramite un’app, di dialogare con lui, facendolo evolvere. L’opera d’arte, che qui documento con la foto di parte dei fumetti esposti all’Arsenale sul racconto della genesi dell’intervento artistico e un’immagine dello schermo che attiva il dialogo con i visitatori, appare un’esperienza molto complessa da comprendere, sicuramente da me, non invece da molti visitatori giovani della mostra, che, attivata la app, contribuivano a creare l’opera stessa, in un dialogo giocoso e coinvolgente con la creatura virtuale.

Hito Steyerl (Monaco, 1966) This is the Future, 2019 – installazione all’Arsenale.

Hito Steyerl, artista tedesca, presenta all’Arsenale l’installazione ‘This is the future’, un ambiente costruito con passerelle (simili a quelle veneziane per l’acqua alta) abitate da schermi digitali di diverse dimensioni sui quali si generano in continua trasformazione colorate e sensuali immagini di fiori e natura. Al centro del percorso il visitatore può sostare su alcune panche e ascoltare, di fronte ad un grande schermo sul quale fluttuano belle immagini che evocano una natura potente e rigogliosa, una voce che riflette sul presente e sul futuro, intrecciando valutazioni critiche sull’uso e i pericoli dell’intelligenza artificiale, ma, nello stesso tempo, sfruttandone le potenzialità comunicative.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 5. VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

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VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

Gr Iranna (Sindgi, India, 1970) – Naavu (We Together), 2019 – installazione a parete con Padukas, scarpe di legno indiane – Padiglione dell’India all’Arsenale.
Gr Iranna (Sindgi, India, 1970) – Naavu (We Together), 2019 – particolare dell’installazione a parete con Padukas, scarpe di legno indiane – Padiglione dell’India all’Arsenale.

La metafora del cammino, del procedere lentamente e insieme agli altri, è ricca di allusioni: l’artista indiana, Gr Iranna, dispone in sequenza molteplici scarpe di legno indiane, abitate da oggetti/segni della vita del suo popolo, disegnando sulla parete una marcia corale che rievoca e celebra l’etica di Ghandi, l’esercizio della non-violenza e la disobbedienza civile. La forza visiva dell’installazione si impone anche come modello possibile tra le vie d’uscita in questi tempi complessi.

Laure Prouvost (Francia, 1978) – Deep See Blue Surrounding You/Guarda questo blu profondo che ti circonda, 2019 – frammento della videoinstallazione del Padiglione della Francia.

All’interno del Padiglione della Francia, Laure Prouvost dispone, attorno ad un video di grande valore artistico, una serie di oggetti, materiali e strumenti, creati e utilizzati per realizzare il suo progetto, Deep See Blue Surrounding You. Il lavoro affronta le tematiche più urgenti della nostra quotidianità, da riflessioni sulla natura e l’ambiente inquinato, ai rapporti tra culture e generazioni differenti, alle domande sull’identità; ed è proprio un viaggio, realizzato dalla periferia di Parigi al sud, verso il Mediterraneo per arrivare a Venezia, a divenire il perno di un racconto che si arricchisce di immaginazione, di visioni ideali, di momenti gioiosi, magici e surreali, sprazzi di utopia possibile. Il gruppo, in cammino, è formato prevalentemente da giovani di diversa estrazione sociale e di diverse etnie e anche da una donna anziana: il frammento fissato nel video da me proposto coglie un passaggio simbolico importante del viaggio, l’attraversamento di un ponte, accompagnato da un orecchiabile brano musicale italiano, scelto forse per andare oltre tutti i “nazionalismi” che oggi imprigionano la cultura e i nostri vissuti.

Ryoji Ikeda (Giappone, 1966) – Spectro III, 2019, installazione lampade fluorescenti e pannelli di vetro – Padiglione Centrale dei Giardini.

Il viaggio come metafora dell’esistenza prevede anche attraversamenti poco piacevoli: è fastidioso il passaggio obbligato nel tunnel che, all’inizio del percorso nel Padiglione Centrale dei Giardini, è stato pensato dall’artista giapponese Ryoji Ikeda. Il cammino è disorientato da una luce accecante che annulla la percezione dello spazio ed accompagnato da suoni disturbanti: una dimensione sensoriale inusuale, spiacevole, che da un lato incuriosisce ma al contempo crea spaesamento. Un’esperienza che può evocare i percorsi nel labirinto.

Particolare del Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato – Né altra né questa: la sfida al Labirinto, all’Arsenale.

Un vero e proprio labirinto è stato pensato da Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia, per presentare le opere di tre artisti, Chiara Fumai (Roma 1978 – 2017), Liliana Moro (Milano, 1961), Enrico David (Ancona, 1966); un allestimento geniale, sia per l’esperienza immersiva proposta al visitatore, sollecitato alla scoperta delle opere, sparse in modo suggestivo nei percorsi, e contemporaneamente disorientato nella difficile ricerca della via d’uscita. Progetto caratterizzato da un importante riferimento culturale, “La sfida al labirinto”, testo di Italo Calvino.

Particolare dal Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato, con opere di Enrico David – Né altra né questa: la sfida al Labirinto all’Arsenale.
Particolare 2 dal Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato – Né altra né questa: la sfida al Labirinto all’Arsenale.

Rimando ad un altro approfondimento l’intrigante indagine sulle opere dei tre artisti selezionati dal curatore; mi limito a proporre alcune immagini del Padiglione Italia che ritengo suggestive. Ho colto comunque un profondo senso di malinconia, che cercherò di esplorare meglio, ma credo in parte suggerito dalla presenza di una giovane e valida artista che ha scelto di togliersi la vita, un’esperienza che ci porta tra le maglie più oscure del labirinto fino a confrontarci con la morte.

A volte dal labirinto non si riesce ad uscire: si trova un muro.

Teresa Margolles (Messico, 1963) – Muro Ciudad Juarez, 2019 – installazione Padiglione Centrale dei Giardini

Di muri ce ne sono tanti. Percorrendo la Biennale se ne incontrano alcuni che, dalle utopie e dai sogni, ci riportano prepotentemente alla realtà. Il muro con filo spinato ricostruito da Teresa Margolles con i veri blocchi di cemento portati a Venezia dalla città messicana di confine, documenta in modo diretto e tragico, attraverso i fori delle pallottole rimasti, la morte di quattro giovani donne, in un contesto in cui la violenza perpetrata dai narcotrafficanti è di cocente attualità.

John Akomfrah (Ghana, 1957) – The Elephant in the Room – Four Nocturnes, 2019 – dalla videoinstallazione a tre canali nel Padiglione del Ghana, Arsenale

Una parete invalicabile appare in un’inquadratura del video dell’artista di origine africana John Akomfrah che, come in altre occasioni, allestisce nel Padiglione del Ghana una videoproiezione di immagini potentissime. E’ solo un frame, ma contiene il mondo e documenta il “cuore” della storia contemporanea.

Rula Halawani (Gerusalemme, 1964) – dalla serie: The Wall 2005, fotografia – Arsenale

Immerse in un’atmosfera cupa, senza via d’uscita, sono le immagini dell’artista palestinese Rula Halawani, che sa utilizzare la fotografia per raccontare una condizione, che da decenni vive il suo popolo, di controllo ossessivo e privazione di libertà. Il muro qui appare tra luci e ombre, superficie che sembra proiettarci gli incubi reali e comunque le ansie ed insicurezze che caratterizzano la quotidianità degli insediamenti confinanti.

Natascha Suder Happelmann (Tehran, 1967) – Gardens 2019, installazione, Padiglione della Germania.

Nel Padiglione Tedesco, l’artista Natascha Suder Happelmann (nome derivato dalle variazioni che gli errori di trascrizione hanno generato) ha voluto realizzare una parete di cemento imponente, tipo una diga di contenimento, che separa lo spazio del padiglione in due parti. I temi che affronta l’artista, tramite la collaborazione di altri creativi, rimandano alle questioni delle migrazioni e dell’identità. L’imponente muro può alludere anche alla storia recente della Germania e si carica quindi di molti significati; d’impatto anche lo scarto tra il titolo dell’opera, Gardens, e la sua forma, insieme di massi di roccia sparsi ai piedi della vertiginosa parete, tra cui scorre un rivolo d’acqua; la natura è totalmente assente.

La “parabola del figliol prodigo”, narrata nel Vangelo di Luca e dipinta da Rembrandt nel celebre quadro conservato a San Pietroburgo, è il perno attorno cui l’artista-regista Alexander Sokurov, con la collaborazione dell’artista teatrale Alexander Shishkin-Hokusai, ha costruito l’articolata installazione nel Padiglione Russo.

Il figliol prodigo, in viaggio, sperpera le ricchezze del padre e ci porta in terribili scenari di guerra e di violenza, proiettati in uno spazio quasi infernale per gli effetti di luci nel buio e per gli angoscianti rumori; l’umanità sembra sulla soglia dell’apocalisse se non fosse che dall’ombra prendono forma due figure, il padre anziano e il figlio che, inizialmente lontane e perse, si ritrovano successivamente in un abbraccio dolente, liberatorio e di riappacificazione, epilogo non scontato di un possibile ritorno e di un sincero perdono.

Alexander Sokurov (Russia, 1951) – Lc. 15:11-32 – Padiglione della Russia.

Il riferimento alla parabola evangelica del figliol prodigo è spunto per una riflessione profondamente laica sull’urgenza del recupero di atteggiamenti di compassione e di amore, di rispetto per l’umanità intera.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 4. INNO ALLE DIVERSITA’

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

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INNO ALLE DIVERSITA’

Il mondo complesso e variegato delle persone “non conformi” e delle minoranze trova voce in numerosi lavori esposti nelle sedi principali della Mostra come nei Padiglioni Nazionali sparsi per la città di Venezia.

All’interno di questo mondo diffuse sono le riflessioni sulle questioni di genere LGBTQI+ (appartenenti alla galassia “queer”, definizione utilizzata in mostra per definire il tema), sigla che connota un ampio spettro di varianti di identità e orientamento sessuale; se ne fanno interpreti in particolare i giovani. Da racconti introspettivi personali, che testimoniano il difficile percorso di accettazione della propria diversità e di relazione con le figure genitoriali, a visioni frantumate del proprio corpo alla ricerca di una serena ricomposizione della propria identità, all’orgoglio “dipinto” attraverso immagini fisse e in movimento che rivendicano un’esistenza felice, anche attraverso atti di “resilienza”.

Billy Gerard Frank (Grenada) – 2nd Eulogy:Mind The Gap, 2019 – frame da video – Padiglione di Grenada

Billy Gerard Frank, artista originario di Grenada (oggi vive a New York), propone un poetico ed emozionante video in cui racconta il ritorno alla sua isola, viaggio che intraprende alla ricerca del padre con cui riconciliarsi, ma che non trova più, e alla riscoperta della propria cultura d’origine. Le magnetiche immagini narrano il difficile rapporto con una terra di cui si sente estraneo e il peso dei conflitti vissuti per la sua omosessualità (sul sito dell’artista il trailer del magnifico video).

https://www.billygerardfrank.com/VENICE-BIENNALE-2019-EULOGY

Korakrit Arunanondchai (1986) – No history in a room filled with people with funny names 5, 2018 – installazione video a tre canali – Arsenale.

L’artista tailandese Korakrit Arunanondchai (1986) intreccia esperienze personali con la cultura, le tradizioni ed eventi recenti della propria terra. Nella complessa e molto suggestiva installazione video a tre canali, l’artista, attraverso la danza e le movenze eleganti, quasi sofferte, di boychild (artista performer queer di origine asiatica), ci conduce tra le riprese che documentano il salvataggio dei 12 bambini e del loro allenatore intrappolati in una grotta nel nord della Thailandia, avvenuto nel 2018, tra i malinconici ritratti dei nonni anziani e malati di demenza senile e tra le immagini di antichi riti e leggende sopravvissuti allo sviluppo economico e tecnologico del paese.

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Frida Orupabo (Norvegia 1986) – Untitled, 2018, collage con graffette su alluminio – Padiglione Centrale dei Giardini.

Frida Orupabo, norvegese, con radici nigeriane, affronta nei suoi lavori il tema della rappresentazione del corpo femminile di colore, utilizzando immagini della cultura di massa: ritaglia e riassembla parti del corpo esplorando i tabù legati all’etnia, alla sessualità e al genere. Le figure deformate che ne derivano sono espressive della fatica e della sofferenza vissute in funzione della ricerca della propria identità e dei rapporti di potere che vuole modificare.

Nicole Eisenman (Francia, 1965) – Morning Studio, 2016, olio su tela – Padiglione Centrale dei Giardini

I grandi, nitidi e quasi metafisici dipinti di Nicole Eisenman ci conducono in interni privati, ma anche in luoghi metropolitani, spazi in cui protagonista è la persona con tutte le sue sfaccettature emotive: figure colte in gesti teneri e sensuali, momenti di banale normalità contemporanea, come in situazioni grottesche ed inquietanti.

Martine Gutierrez (Usa, 1989) – Demons, Chin, 2018 – Padiglione centrale dei Giardini

L’artista Martine Gutierrez, giovane artista trasgender, indaga le radici della propria origine guatemalteca quale percorso necessario di legittimazione della propria identità.

Ai Giardini della Biennale sono esposte tre opere dell’artista della serie Demons, divinità azteche precoloniali in cui si personifica, tra cui Chin, divinità dell’omosessualità

Sono stata spinta a chiedermi: come si forma, si esprime, si apprezza e si soppesa l’identità come donna, come donna transessuale, donna latina, donna di origine indigena e come artista? È quasi impossibile arrivare a qualsiasi risposta definita, ma per me questo processo di esplorazione è squisitamente vivificante“ (M. Gutierrez)

siren eun young jung (Corea, 1974) – “A Performing by Flasch, Afterimage, Velocity, and Noise”, 2019 – frame da video – Padiglione della Corea

Il Padiglione della Corea del Sud, “History Has Failed Us, but No Matter”, mette al centro della scena “chi è nascosto, dimenticato, abbandonato, condannato o inespresso”. Tra gli interessanti lavori esposti si impone l’installazione audiovisiva su tre pareti: “A Performing by Flasch, Afterimage, Velocity, and Noise”; e’ un lavoro intenso e coinvolgente, di siren eun young jung (artista che non vuole maiuscole per il proprio nome) che parte dalla rimozione dei temi di genere, caratteristica della cultura coreana, ma non solo evidentemente, per difendere un tradizionale genere di teatro coreano interpretato da sole donne, attualizzandolo con tematiche queer. Intervengono nella performence visiva: KIRARA, musicista elettronica trasgender, Yii Lee, attrice lesbica, Seo Ji Wong, donna disabile e AZANGMAN, drag king. Riferita a quest’ultima protagonista è la fotografia da video che ho riportato: documentazione della storia desolante narrata da AZANGMAN, rifiutata dalla famiglia e dalla società, costretta ad una vita nomade, che trova nell’arte e nella musica il proprio riscatto.

Pauline Boudry (Losanna, 1972) e Renate Lorenz (Berlino, 1963) – Moving Backwards, 2019 – da videoinstallazione. Padiglione della Svizzera
Barbara Wagner (Brasilia, 1980) e Benjamin de Burca (Brasilia, 1975) – Swinguerra, 2019 – da videoinstallazione. Padiglione del Brasile

Le due videoinstallazioni, la prima del Padiglione della Svizzera mentre la seconda è del Brasile, propongono interessanti affinità, basate sul significato della danza, per le giovani generazioni, come atto di resilienza e di affermazione gioiosa e collettiva delle proprie varie identità di genere.

Pauline Boudry e Renate Lorenz ricostruiscono un ambiente da discoteca undergound e queer, proponendo un’esperienza immersiva ritmata da intensi brani di musica contemporanea, sui quali danzano cinque giovani performer; i gesti e le coreografie che i giovani interpretano con grande energia e a tratti, ironia, incarnano un’esperienza di resistenza a quelle prepotenti forze culturali regressive che sembrano oggi minare le libertà d’espressione.

Swinguerra, titolo della videoinstallazione di Barbara Wagner e Benjamin de Burca, deriva da un termine che unisce la parola swingueira, antico e popolare ritmo di danza del Brasile nordorientale, con guerra: la danza, che dunque rielabora musica, ritmo e gesti dalla tradizione brasiliana, diviene una potente espressione di resistenza e di riscatto sociale per i giovani, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. Il palcoscenico della performance diviene luogo in cui la “fisicità”, al di là dei ruoli “eteroimposti”, si esprime liberamente veicolando energie positive.

Oltre alle tematiche LGBTQI+ portate in superficie attraverso “corpi” che si fanno arte, altre “diversità” si impongono al nostro sguardo e ci interrogano sulla potenza creativa che può scaturire da una esperienza di sofferenza ed emarginazione.

Mari Katayama (Giappone, 1987) – Dalla serie Shadow Puppets 2016, fotografia – Padiglione Centrale dei Giardini

La giovane artista giapponese Mary Katayama, coipita da una malattia genetica che le ha distrutto le tibie e una mano, parte dalla propria disabilità fisica per costruire esuberanti installazioni con vivaci tessuti decorati a pattern floreali, ricostruendo e moltiplicando mani e oggetti antropomorfi, circondando la propria immagine di un mondo fantastico, corpo esposto che rivendica la propria esistenza e la propria sensualità.

Jos de Gruyter (1965) e Harald Thys (1966) – Mondo cane. Il pazzo, 2019 – particolare dell’installazione del Padiglione del Belgio

Il Padiglione del Belgio ha ricevuto una menzione speciale come partecipazione nazionale: “con il suo humor spietato offre una visione alternativa degli aspetti, spesso trascurati, dei rapporti sociali in Europa”. Al centro, una serie di “automi” incarnano attività artigianali e lavori caratteristici della società europea. I movimenti meccanici sono scanditi da rumori e suoni; tutt’intorno gabbie chiuse da robuste grate di metallo, rinchiudono, gli emarginati, gli invisibili, gli “altri”. Il mondo favoloso e folkloristico creato con la magia di bambole animate svanisce velocemente con la messa a fuoco di particolari spiazzanti, in quanto evocatori di terribili eventi storici del secolo scorso; emblematica è la figura centrale del gruppo che sembra incarnare il dittatore per eccellenza, Hitler.

Jos de Gruyter (1965) e Harald Thys (1966) – Mondo cane, 2019 – Padiglione del Belgio

Con linguaggio graffiante, gli artisti rappresentano lo spaccato contemporaneo di un mondo ancorato alle tradizioni, aggrappato alle proprie radici, chiuso su se stesso e incapace di aprirsi ai diversi da sé.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 3. L’ALTRA META’ DEL CIELO

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

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L’ALTRA META’ DEL CIELO

Renate Bertlmann (Austria, 1943) – Discordo ergo sum, 2019 – particolare dell’installazione – Padiglione dell’Austria

Donne, donne, tante donne, decisamente la maggioranza!

Di conseguenza la “questione femminile” viene affrontata in molti lavori, motivo ricorrente in ogni parte del pianeta.

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Renate Bertlmann (Austria, 1943) – Discordo ergo sum, 2019 – installazione – Padiglione dell’Austria

Partiamo dal Padiglione dell’Austria, all’interno del quale Renate Bertlmann costruisce un percorso che titola “Discordo ergo sum”, generando subito un conflitto con la grande scritta al neon, da lei apposta all’ingresso, “Amo ergo sum”; la riflessione sull’ambivalenza dell’esistenza e dell’amore si fa ancora più esplicita nella pregnante installazione del cortile del Padiglione, dove un fitto mare di rose rosse/coltelli evoca la ricerca che l’artista, fin dagli anni Settanta, ha realizzato intorno alle tematiche di “genere” .

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Cathy Wilkes (Belfast, 1966) – Untitled, 2019, installazione site specific – Padiglione della Gran Bretagna

Uno spazio rarefatto, silenzio, l’essenziale: Cathy Wilkes crea nel Padiglione della Gran Bretagna un ambiente permeato da uno sguardo femminile, distribuendo qua e là idoli dal portamento infantile, da corpicini smaterializzati e sguardi incantati ma capaci di una potenza generativa che prorompe dall’ingombrante ventre gravido; figure femminili filiformi e fiabesche accostate a frammenti di membra e simboli di una vita domestica ripetitiva e faticosa, quasi dolente. Sospensione in un luogo del sacro, omaggio poetico e malinconico al potere creativo femminile.

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Samira Alikhanzadeh (Teheran, 1967) – The Rigid Phantom of Memory, 2019, Padiglione dell’Iran

Nel Padiglione dell’Iran, Samira Alikhanzadeh affronta il tema del passato come memoria e come radice di un presente/futuro permeato dalla presenza di figure di donne, sue antenate, indispensabili all’esistenza; volti stampati su rete metallica, appesi a gruccette come abiti, si stagliano su una trama fitta di versi poetici in “farsi”, si completano nell’installazione con eleganti coppie di scarpe, simboli femminili per eccellenza.

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Suki Seokyeong Kang (Corea, 1977) – GRANMOTHER TOWER, 2018, Struttura in acciao dipinta – Giardini

All’interno del Padiglione centrale dei Giardini un inconsueto monumento alla propria nonna, realizzato dall’ artista coreana Suki Seokyeong Kang, la cui articolata struttura in acciaio dipinto, modellata su forme curve ed “ingobbita” ad evocare l’età della signora, rende omaggio alla forza e alla tenacia dimostrata dalla donna in epoca di guerra e di grandi trasformazioni sociali e politiche della Corea.

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Teresa Margolles (Messico, 1963) – Lo Busquedo, 2014 – Tre lastre di vetro con cornice di legno, frequenze sonore, manifesti – Arsenale

Un’inquietante installazione ci accoglie all’Arsenale, dove Teresa Margolles ricostruisce un angolo della cittadina di Ciudad Juarez, al confine tra Messico e Usa, teatro di numerosissimi femminicidi; l’artista messicana ne denuncia l’emergenza che va oltre il proprio paese, stimolando una reazione collettiva e culturale. Su pannelli di vetro, che vibrano ai rumori di fondo di una strada, sono appesi “pezze” di manifesti reali di donne scomparse: frammenti di reale creano un ambiente carico di drammaticità.

L’artista Zahrah Al Ghamdj, nell’allestimento del Padiglione dell’Arabia Saudita, ha creato un ‘altrove’ giocoso e sorprendente, costruendo un percorso visivo, tattile e sonoro, delimitato da pareti curvilinee di tela leggera e sensibile al passaggio, rivestite di migliaia di piccoli oggetti in cuoio con forme morbide. Il lieve tocco delle strutture genera suoni avvolgenti e naturali.

Zahrah Al Ghamdj (1977)- Mycelium Running, 2018 – installazione in cuoio nel Padiglione dell’Arabia Saudita – Arsenale

Lo stupore generato dall’immersione in un mondo quasi magico si arricchisce con la consapevolezza di un “fare” artistico che recupera materiali naturali e tradizionali, e con la riemersione di una ricca cultura anche poetica dell’Arabia; il titolo dell’installazione “After illusion” è tratto da un verso di un poema arabo del VII secolo che celebra il ricorso all’illusione/immaginazione anche per risolvere problemi concreti.

Ivetta Galli