“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 6. ARTE, BIOLOGIA E ALGORITMI

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

ARTE, BIOLOGIA, LOGARITMI

Anicka Yi (Seul, 1971) – Biologizing the Machine (terra incognita), 2019 – Teche in acrilico, acciaio, limo, batteri, alghe, rilevatori di gas, algoritmo olfattivo, luci infrarosse. Padiglione centrale dei Giardini.

“Si fa con tutto”, titolo di una interessante riflessione sull’arte contemporanea di Angela Vettese, è proprio il primo pensiero che sorge di fronte a questi “quadri astratti” di accattivanti tinte naturali e in trasformazione, che si rivelano essere una originalissima creazione artistica, frutto delle più attuali ricerche scientifiche e tecnologiche. L’artista coreana Anicka Yi ha concepito un’opera mettendo in relazione programmi di intelligenza artificiale, volti a conferire un apparato sensoriale alle macchine, e gli odori emessi da alghe e batteri, al fine di attivare il controllo e la regolazione della proliferazione degli organismi viventi. La ricerca sperimentale, il cui esito in prima istanza è orientato a finalità estetiche, suggerisce interessanti riflessioni sui possibili scenari “post human” che ci attendono.

Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Circular repetition, 2019 -videoinstallazione del Padigiione dell’Azerbaigian
Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Circular repetition, 2019, progetto-installazione del Padigiione dell’Azerbaigian

Orkhan Mammadov, giovane artista azero, a partire da alcuni patterns geometrici caratteristici dell’ornamentazione islamica, progetta una videoinstallazione, sfruttando le potenzialità di algoritmi propri all’intelligenza artificiale; si generano, così, un’infinita moltiplicazione di nuovi modelli decorativi, che si disegnano con la luce, in continua trasformazione, su di una fascia circolare all’interno di uno spazio completamente buio. L’effetto è sorprendente e estremamente gradevole.

Orkhan Mammadov (Ganja, 1990) – Muraqqa, 2019, – videoinstallazione del Padigiione dell’Azerbaigian

Dello stesso artista multimediale, nel Padiglione azero è presentata “Muraqqa”, videoinstallazione costruita utilizzando approcci tecnologici/matematici; le immagini in questo secondo lavoro sono tratte dalle miniature islamiche raccolte in un antico libro, Muraqqa, risalente alla dinastia Safavida inizialmente insediatasi in Azerbaijan, poi diffusasi in tutta la Persia, dal XVI al XVIII secolo.  L’intervento di animazione delle miniature è volto a proporre riflessioni sul ruolo delle fake news veicolate dalle immagini, creando una proiezione che rapisce il nostro sguardo per forme, colori e racconti sorprendenti. Orkhan Mammadov sperimenta quanto possa essere ingannevole un’immagine che colpisce per l’efficacia della sua restituzione, impedendo alla nostra riflessione critica di esserne consapevoli. Il racconto narrato con le miniature che dovrebbero farsi documento della storia e cultura dell’epoca safavida, viene distorto con interventi di animazione che ne alterano la veridicità storica.

Christine e Margaret Wertheim (Australia, 1958) – Bleached Reef, 2005-16 – dal progetto: Crochet Coral Reef – gomitoli, perline, feltro, cavi, castini, sabbia, centrini vintage. Arsenale.
Christine e Margaret Wertheim (Australia, 1958) – Bleached Reef, 2005-16 – coralli di cavo elettro-luminescente di Eleanor Kent di San Francisco. Arsenale

Il fantastico mondo biologico delle forme naturali nelle barriere coralline, in pericolo di sopravvivenza, diventa oggetto di studio e creazione artistica delle gemelle Wertheim, fisica, l’una, poetessa e critica letteraria, l’altra. La ricreazione di apparenti frammenti di spazi corallini (l’intreccio di fili con l’uncinetto è protagonista, tra diversi materiali di scarto e cavi elettroluminescenti), disposti nelle ampie vetrine dell’Arsenale, documenta un progetto che coinvolge più discipline. Tra queste, la geometria e la matematica, e le relazioni tra forme biologiche e modelli di spazio iperpolico, come si evince dai disegni sulla lavagna visibili nella foto dell’installazione, studio che sta alla base dell’opera. Le artiste utilizzano la potenzialità del “fare” artistico e della ricerca della “bellezza” come strumenti di denuncia delle imminenti e catastrofiche trasformazioni ambientali ed ecologiche.

Ian Cheng (1984) – Life After BOB: First Tract, 2019 – disegni – Arsenale
Ian Cheng (1984) – BOB (Bag of Belief), 2018-19 – forma di vita artificiale – Padiglione Centrale dei Giardini

Ian Cheng ha sfruttato le potenzialità dell’intelligenza artificiale per programmare, all’interno di un ambiente vivente, una creatura “fantastica”, Bob, la cui vita/evoluzione viene determinata dagli spettatori che decidono, tramite un’app, di dialogare con lui, facendolo evolvere. L’opera d’arte, che qui documento con la foto di parte dei fumetti esposti all’Arsenale sul racconto della genesi dell’intervento artistico e un’immagine dello schermo che attiva il dialogo con i visitatori, appare un’esperienza molto complessa da comprendere, sicuramente da me, non invece da molti visitatori giovani della mostra, che, attivata la app, contribuivano a creare l’opera stessa, in un dialogo giocoso e coinvolgente con la creatura virtuale.

Hito Steyerl (Monaco, 1966) This is the Future, 2019 – installazione all’Arsenale.

Hito Steyerl, artista tedesca, presenta all’Arsenale l’installazione ‘This is the future’, un ambiente costruito con passerelle (simili a quelle veneziane per l’acqua alta) abitate da schermi digitali di diverse dimensioni sui quali si generano in continua trasformazione colorate e sensuali immagini di fiori e natura. Al centro del percorso il visitatore può sostare su alcune panche e ascoltare, di fronte ad un grande schermo sul quale fluttuano belle immagini che evocano una natura potente e rigogliosa, una voce che riflette sul presente e sul futuro, intrecciando valutazioni critiche sull’uso e i pericoli dell’intelligenza artificiale, ma, nello stesso tempo, sfruttandone le potenzialità comunicative.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 5. VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

Gr Iranna (Sindgi, India, 1970) – Naavu (We Together), 2019 – installazione a parete con Padukas, scarpe di legno indiane – Padiglione dell’India all’Arsenale.
Gr Iranna (Sindgi, India, 1970) – Naavu (We Together), 2019 – particolare dell’installazione a parete con Padukas, scarpe di legno indiane – Padiglione dell’India all’Arsenale.

La metafora del cammino, del procedere lentamente e insieme agli altri, è ricca di allusioni: l’artista indiana, Gr Iranna, dispone in sequenza molteplici scarpe di legno indiane, abitate da oggetti/segni della vita del suo popolo, disegnando sulla parete una marcia corale che rievoca e celebra l’etica di Ghandi, l’esercizio della non-violenza e la disobbedienza civile. La forza visiva dell’installazione si impone anche come modello possibile tra le vie d’uscita in questi tempi complessi.

Laure Prouvost (Francia, 1978) – Deep See Blue Surrounding You/Guarda questo blu profondo che ti circonda, 2019 – frammento della videoinstallazione del Padiglione della Francia.

All’interno del Padiglione della Francia, Laure Prouvost dispone, attorno ad un video di grande valore artistico, una serie di oggetti, materiali e strumenti, creati e utilizzati per realizzare il suo progetto, Deep See Blue Surrounding You. Il lavoro affronta le tematiche più urgenti della nostra quotidianità, da riflessioni sulla natura e l’ambiente inquinato, ai rapporti tra culture e generazioni differenti, alle domande sull’identità; ed è proprio un viaggio, realizzato dalla periferia di Parigi al sud, verso il Mediterraneo per arrivare a Venezia, a divenire il perno di un racconto che si arricchisce di immaginazione, di visioni ideali, di momenti gioiosi, magici e surreali, sprazzi di utopia possibile. Il gruppo, in cammino, è formato prevalentemente da giovani di diversa estrazione sociale e di diverse etnie e anche da una donna anziana: il frammento fissato nel video da me proposto coglie un passaggio simbolico importante del viaggio, l’attraversamento di un ponte, accompagnato da un orecchiabile brano musicale italiano, scelto forse per andare oltre tutti i “nazionalismi” che oggi imprigionano la cultura e i nostri vissuti.

Ryoji Ikeda (Giappone, 1966) – Spectro III, 2019, installazione lampade fluorescenti e pannelli di vetro – Padiglione Centrale dei Giardini.

Il viaggio come metafora dell’esistenza prevede anche attraversamenti poco piacevoli: è fastidioso il passaggio obbligato nel tunnel che, all’inizio del percorso nel Padiglione Centrale dei Giardini, è stato pensato dall’artista giapponese Ryoji Ikeda. Il cammino è disorientato da una luce accecante che annulla la percezione dello spazio ed accompagnato da suoni disturbanti: una dimensione sensoriale inusuale, spiacevole, che da un lato incuriosisce ma al contempo crea spaesamento. Un’esperienza che può evocare i percorsi nel labirinto.

Particolare del Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato – Né altra né questa: la sfida al Labirinto, all’Arsenale.

Un vero e proprio labirinto è stato pensato da Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia, per presentare le opere di tre artisti, Chiara Fumai (Roma 1978 – 2017), Liliana Moro (Milano, 1961), Enrico David (Ancona, 1966); un allestimento geniale, sia per l’esperienza immersiva proposta al visitatore, sollecitato alla scoperta delle opere, sparse in modo suggestivo nei percorsi, e contemporaneamente disorientato nella difficile ricerca della via d’uscita. Progetto caratterizzato da un importante riferimento culturale, “La sfida al labirinto”, testo di Italo Calvino.

Particolare dal Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato, con opere di Enrico David – Né altra né questa: la sfida al Labirinto all’Arsenale.
Particolare 2 dal Labirinto del Padiglione Italia, a cura di Milovan Farronato – Né altra né questa: la sfida al Labirinto all’Arsenale.

Rimando ad un altro approfondimento l’intrigante indagine sulle opere dei tre artisti selezionati dal curatore; mi limito a proporre alcune immagini del Padiglione Italia che ritengo suggestive. Ho colto comunque un profondo senso di malinconia, che cercherò di esplorare meglio, ma credo in parte suggerito dalla presenza di una giovane e valida artista che ha scelto di togliersi la vita, un’esperienza che ci porta tra le maglie più oscure del labirinto fino a confrontarci con la morte.

A volte dal labirinto non si riesce ad uscire: si trova un muro.

Teresa Margolles (Messico, 1963) – Muro Ciudad Juarez, 2019 – installazione Padiglione Centrale dei Giardini

Di muri ce ne sono tanti. Percorrendo la Biennale se ne incontrano alcuni che, dalle utopie e dai sogni, ci riportano prepotentemente alla realtà. Il muro con filo spinato ricostruito da Teresa Margolles con i veri blocchi di cemento portati a Venezia dalla città messicana di confine, documenta in modo diretto e tragico, attraverso i fori delle pallottole rimasti, la morte di quattro giovani donne, in un contesto in cui la violenza perpetrata dai narcotrafficanti è di cocente attualità.

John Akomfrah (Ghana, 1957) – The Elephant in the Room – Four Nocturnes, 2019 – dalla videoinstallazione a tre canali nel Padiglione del Ghana, Arsenale

Una parete invalicabile appare in un’inquadratura del video dell’artista di origine africana John Akomfrah che, come in altre occasioni, allestisce nel Padiglione del Ghana una videoproiezione di immagini potentissime. E’ solo un frame, ma contiene il mondo e documenta il “cuore” della storia contemporanea.

Rula Halawani (Gerusalemme, 1964) – dalla serie: The Wall 2005, fotografia – Arsenale

Immerse in un’atmosfera cupa, senza via d’uscita, sono le immagini dell’artista palestinese Rula Halawani, che sa utilizzare la fotografia per raccontare una condizione, che da decenni vive il suo popolo, di controllo ossessivo e privazione di libertà. Il muro qui appare tra luci e ombre, superficie che sembra proiettarci gli incubi reali e comunque le ansie ed insicurezze che caratterizzano la quotidianità degli insediamenti confinanti.

Natascha Suder Happelmann (Tehran, 1967) – Gardens 2019, installazione, Padiglione della Germania.

Nel Padiglione Tedesco, l’artista Natascha Suder Happelmann (nome derivato dalle variazioni che gli errori di trascrizione hanno generato) ha voluto realizzare una parete di cemento imponente, tipo una diga di contenimento, che separa lo spazio del padiglione in due parti. I temi che affronta l’artista, tramite la collaborazione di altri creativi, rimandano alle questioni delle migrazioni e dell’identità. L’imponente muro può alludere anche alla storia recente della Germania e si carica quindi di molti significati; d’impatto anche lo scarto tra il titolo dell’opera, Gardens, e la sua forma, insieme di massi di roccia sparsi ai piedi della vertiginosa parete, tra cui scorre un rivolo d’acqua; la natura è totalmente assente.

La “parabola del figliol prodigo”, narrata nel Vangelo di Luca e dipinta da Rembrandt nel celebre quadro conservato a San Pietroburgo, è il perno attorno cui l’artista-regista Alexander Sokurov, con la collaborazione dell’artista teatrale Alexander Shishkin-Hokusai, ha costruito l’articolata installazione nel Padiglione Russo.

Il figliol prodigo, in viaggio, sperpera le ricchezze del padre e ci porta in terribili scenari di guerra e di violenza, proiettati in uno spazio quasi infernale per gli effetti di luci nel buio e per gli angoscianti rumori; l’umanità sembra sulla soglia dell’apocalisse se non fosse che dall’ombra prendono forma due figure, il padre anziano e il figlio che, inizialmente lontane e perse, si ritrovano successivamente in un abbraccio dolente, liberatorio e di riappacificazione, epilogo non scontato di un possibile ritorno e di un sincero perdono.

Alexander Sokurov (Russia, 1951) – Lc. 15:11-32 – Padiglione della Russia.

Il riferimento alla parabola evangelica del figliol prodigo è spunto per una riflessione profondamente laica sull’urgenza del recupero di atteggiamenti di compassione e di amore, di rispetto per l’umanità intera.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 4. INNO ALLE DIVERSITA’

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

INNO ALLE DIVERSITA’

Il mondo complesso e variegato delle persone “non conformi” e delle minoranze trova voce in numerosi lavori esposti nelle sedi principali della Mostra come nei Padiglioni Nazionali sparsi per la città di Venezia.

All’interno di questo mondo diffuse sono le riflessioni sulle questioni di genere LGBTQI+ (appartenenti alla galassia “queer”, definizione utilizzata in mostra per definire il tema), sigla che connota un ampio spettro di varianti di identità e orientamento sessuale; se ne fanno interpreti in particolare i giovani. Da racconti introspettivi personali, che testimoniano il difficile percorso di accettazione della propria diversità e di relazione con le figure genitoriali, a visioni frantumate del proprio corpo alla ricerca di una serena ricomposizione della propria identità, all’orgoglio “dipinto” attraverso immagini fisse e in movimento che rivendicano un’esistenza felice, anche attraverso atti di “resilienza”.

Billy Gerard Frank (Grenada) – 2nd Eulogy:Mind The Gap, 2019 – frame da video – Padiglione di Grenada

Billy Gerard Frank, artista originario di Grenada (oggi vive a New York), propone un poetico ed emozionante video in cui racconta il ritorno alla sua isola, viaggio che intraprende alla ricerca del padre con cui riconciliarsi, ma che non trova più, e alla riscoperta della propria cultura d’origine. Le magnetiche immagini narrano il difficile rapporto con una terra di cui si sente estraneo e il peso dei conflitti vissuti per la sua omosessualità (sul sito dell’artista il trailer del magnifico video).

https://www.billygerardfrank.com/VENICE-BIENNALE-2019-EULOGY

Korakrit Arunanondchai (1986) – No history in a room filled with people with funny names 5, 2018 – installazione video a tre canali – Arsenale.

L’artista tailandese Korakrit Arunanondchai (1986) intreccia esperienze personali con la cultura, le tradizioni ed eventi recenti della propria terra. Nella complessa e molto suggestiva installazione video a tre canali, l’artista, attraverso la danza e le movenze eleganti, quasi sofferte, di boychild (artista performer queer di origine asiatica), ci conduce tra le riprese che documentano il salvataggio dei 12 bambini e del loro allenatore intrappolati in una grotta nel nord della Thailandia, avvenuto nel 2018, tra i malinconici ritratti dei nonni anziani e malati di demenza senile e tra le immagini di antichi riti e leggende sopravvissuti allo sviluppo economico e tecnologico del paese.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è frida-orupabo-1986-untitled-2018-1.jpg
Frida Orupabo (Norvegia 1986) – Untitled, 2018, collage con graffette su alluminio – Padiglione Centrale dei Giardini.

Frida Orupabo, norvegese, con radici nigeriane, affronta nei suoi lavori il tema della rappresentazione del corpo femminile di colore, utilizzando immagini della cultura di massa: ritaglia e riassembla parti del corpo esplorando i tabù legati all’etnia, alla sessualità e al genere. Le figure deformate che ne derivano sono espressive della fatica e della sofferenza vissute in funzione della ricerca della propria identità e dei rapporti di potere che vuole modificare.

Nicole Eisenman (Francia, 1965) – Morning Studio, 2016, olio su tela – Padiglione Centrale dei Giardini

I grandi, nitidi e quasi metafisici dipinti di Nicole Eisenman ci conducono in interni privati, ma anche in luoghi metropolitani, spazi in cui protagonista è la persona con tutte le sue sfaccettature emotive: figure colte in gesti teneri e sensuali, momenti di banale normalità contemporanea, come in situazioni grottesche ed inquietanti.

Martine Gutierrez (Usa, 1989) – Demons, Chin, 2018 – Padiglione centrale dei Giardini

L’artista Martine Gutierrez, giovane artista trasgender, indaga le radici della propria origine guatemalteca quale percorso necessario di legittimazione della propria identità.

Ai Giardini della Biennale sono esposte tre opere dell’artista della serie Demons, divinità azteche precoloniali in cui si personifica, tra cui Chin, divinità dell’omosessualità

“Sono stata spinta a chiedermi: come si forma, si esprime, si apprezza e si soppesa l’identità come donna, come donna transessuale, donna latina, donna di origine indigena e come artista? È quasi impossibile arrivare a qualsiasi risposta definita, ma per me questo processo di esplorazione è squisitamente vivificante“ (M. Gutierrez)

siren eun young jung (Corea, 1974) – “A Performing by Flasch, Afterimage, Velocity, and Noise”, 2019 – frame da video – Padiglione della Corea

Il Padiglione della Corea del Sud, “History Has Failed Us, but No Matter”, mette al centro della scena “chi è nascosto, dimenticato, abbandonato, condannato o inespresso”. Tra gli interessanti lavori esposti si impone l’installazione audiovisiva su tre pareti: “A Performing by Flasch, Afterimage, Velocity, and Noise”; e’ un lavoro intenso e coinvolgente, di siren eun young jung (artista che non vuole maiuscole per il proprio nome) che parte dalla rimozione dei temi di genere, caratteristica della cultura coreana, ma non solo evidentemente, per difendere un tradizionale genere di teatro coreano interpretato da sole donne, attualizzandolo con tematiche queer. Intervengono nella performence visiva: KIRARA, musicista elettronica trasgender, Yii Lee, attrice lesbica, Seo Ji Wong, donna disabile e AZANGMAN, drag king. Riferita a quest’ultima protagonista è la fotografia da video che ho riportato: documentazione della storia desolante narrata da AZANGMAN, rifiutata dalla famiglia e dalla società, costretta ad una vita nomade, che trova nell’arte e nella musica il proprio riscatto.

Pauline Boudry (Losanna, 1972) e Renate Lorenz (Berlino, 1963) – Moving Backwards, 2019 – da videoinstallazione. Padiglione della Svizzera
Barbara Wagner (Brasilia, 1980) e Benjamin de Burca (Brasilia, 1975) – Swinguerra, 2019 – da videoinstallazione. Padiglione del Brasile

Le due videoinstallazioni, la prima del Padiglione della Svizzera mentre la seconda è del Brasile, propongono interessanti affinità, basate sul significato della danza, per le giovani generazioni, come atto di resilienza e di affermazione gioiosa e collettiva delle proprie varie identità di genere.

Pauline Boudry e Renate Lorenz ricostruiscono un ambiente da discoteca undergound e queer, proponendo un’esperienza immersiva ritmata da intensi brani di musica contemporanea, sui quali danzano cinque giovani performer; i gesti e le coreografie che i giovani interpretano con grande energia e a tratti, ironia, incarnano un’esperienza di resistenza a quelle prepotenti forze culturali regressive che sembrano oggi minare le libertà d’espressione.

Swinguerra, titolo della videoinstallazione di Barbara Wagner e Benjamin de Burca, deriva da un termine che unisce la parola swingueira, antico e popolare ritmo di danza del Brasile nordorientale, con guerra: la danza, che dunque rielabora musica, ritmo e gesti dalla tradizione brasiliana, diviene una potente espressione di resistenza e di riscatto sociale per i giovani, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. Il palcoscenico della performance diviene luogo in cui la “fisicità”, al di là dei ruoli “eteroimposti”, si esprime liberamente veicolando energie positive.

Oltre alle tematiche LGBTQI+ portate in superficie attraverso “corpi” che si fanno arte, altre “diversità” si impongono al nostro sguardo e ci interrogano sulla potenza creativa che può scaturire da una esperienza di sofferenza ed emarginazione.

Mari Katayama (Giappone, 1987) – Dalla serie Shadow Puppets 2016, fotografia – Padiglione Centrale dei Giardini

La giovane artista giapponese Mary Katayama, coipita da una malattia genetica che le ha distrutto le tibie e una mano, parte dalla propria disabilità fisica per costruire esuberanti installazioni con vivaci tessuti decorati a pattern floreali, ricostruendo e moltiplicando mani e oggetti antropomorfi, circondando la propria immagine di un mondo fantastico, corpo esposto che rivendica la propria esistenza e la propria sensualità.

Jos de Gruyter (1965) e Harald Thys (1966) – Mondo cane. Il pazzo, 2019 – particolare dell’installazione del Padiglione del Belgio

Il Padiglione del Belgio ha ricevuto una menzione speciale come partecipazione nazionale: “con il suo humor spietato offre una visione alternativa degli aspetti, spesso trascurati, dei rapporti sociali in Europa”. Al centro, una serie di “automi” incarnano attività artigianali e lavori caratteristici della società europea. I movimenti meccanici sono scanditi da rumori e suoni; tutt’intorno gabbie chiuse da robuste grate di metallo, rinchiudono, gli emarginati, gli invisibili, gli “altri”. Il mondo favoloso e folkloristico creato con la magia di bambole animate svanisce velocemente con la messa a fuoco di particolari spiazzanti, in quanto evocatori di terribili eventi storici del secolo scorso; emblematica è la figura centrale del gruppo che sembra incarnare il dittatore per eccellenza, Hitler.

Jos de Gruyter (1965) e Harald Thys (1966) – Mondo cane, 2019 – Padiglione del Belgio

Con linguaggio graffiante, gli artisti rappresentano lo spaccato contemporaneo di un mondo ancorato alle tradizioni, aggrappato alle proprie radici, chiuso su se stesso e incapace di aprirsi ai diversi da sé.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 3. L’ALTRA META’ DEL CIELO

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

L’ALTRA META’ DEL CIELO

Renate Bertlmann (Austria, 1943) – Discordo ergo sum, 2019 – particolare dell’installazione – Padiglione dell’Austria

Donne, donne, tante donne, decisamente la maggioranza!

Di conseguenza la “questione femminile” viene affrontata in molti lavori, motivo ricorrente in ogni parte del pianeta.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_20190806_165841-1.jpg
Renate Bertlmann (Austria, 1943) – Discordo ergo sum, 2019 – installazione – Padiglione dell’Austria

Partiamo dal Padiglione dell’Austria, all’interno del quale Renate Bertlmann costruisce un percorso che titola “Discordo ergo sum”, generando subito un conflitto con la grande scritta al neon, da lei apposta all’ingresso, “Amo ergo sum”; la riflessione sull’ambivalenza dell’esistenza e dell’amore si fa ancora più esplicita nella pregnante installazione del cortile del Padiglione, dove un fitto mare di rose rosse/coltelli evoca la ricerca che l’artista, fin dagli anni Settanta, ha realizzato intorno alle tematiche di “genere” .

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_20190806_162820.jpg
Cathy Wilkes (Belfast, 1966) – Untitled, 2019, installazione site specific – Padiglione della Gran Bretagna

Uno spazio rarefatto, silenzio, l’essenziale: Cathy Wilkes crea nel Padiglione della Gran Bretagna un ambiente permeato da uno sguardo femminile, distribuendo qua e là idoli dal portamento infantile, da corpicini smaterializzati e sguardi incantati ma capaci di una potenza generativa che prorompe dall’ingombrante ventre gravido; figure femminili filiformi e fiabesche accostate a frammenti di membra e simboli di una vita domestica ripetitiva e faticosa, quasi dolente. Sospensione in un luogo del sacro, omaggio poetico e malinconico al potere creativo femminile.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_20190813_103202.jpg
Samira Alikhanzadeh (Teheran, 1967) – The Rigid Phantom of Memory, 2019, Padiglione dell’Iran

Nel Padiglione dell’Iran, Samira Alikhanzadeh affronta il tema del passato come memoria e come radice di un presente/futuro permeato dalla presenza di figure di donne, sue antenate, indispensabili all’esistenza; volti stampati su rete metallica, appesi a gruccette come abiti, si stagliano su una trama fitta di versi poetici in “farsi”, si completano nell’installazione con eleganti coppie di scarpe, simboli femminili per eccellenza.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_20190806_121125.jpg
Suki Seokyeong Kang (Corea, 1977) – GRANMOTHER TOWER, 2018, Struttura in acciao dipinta – Giardini

All’interno del Padiglione centrale dei Giardini un inconsueto monumento alla propria nonna, realizzato dall’ artista coreana Suki Seokyeong Kang, la cui articolata struttura in acciaio dipinto, modellata su forme curve ed “ingobbita” ad evocare l’età della signora, rende omaggio alla forza e alla tenacia dimostrata dalla donna in epoca di guerra e di grandi trasformazioni sociali e politiche della Corea.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è teresa-margolles-1963-la-busqueda-2014.jpg
Teresa Margolles (Messico, 1963) – Lo Busquedo, 2014 – Tre lastre di vetro con cornice di legno, frequenze sonore, manifesti – Arsenale

Un’inquietante installazione ci accoglie all’Arsenale, dove Teresa Margolles ricostruisce un angolo della cittadina di Ciudad Juarez, al confine tra Messico e Usa, teatro di numerosissimi femminicidi; l’artista messicana ne denuncia l’emergenza che va oltre il proprio paese, stimolando una reazione collettiva e culturale. Su pannelli di vetro, che vibrano ai rumori di fondo di una strada, sono appesi “pezze” di manifesti reali di donne scomparse: frammenti di reale creano un ambiente carico di drammaticità.

L’artista Zahrah Al Ghamdj, nell’allestimento del Padiglione dell’Arabia Saudita, ha creato un ‘altrove’ giocoso e sorprendente, costruendo un percorso visivo, tattile e sonoro, delimitato da pareti curvilinee di tela leggera e sensibile al passaggio, rivestite di migliaia di piccoli oggetti in cuoio con forme morbide. Il lieve tocco delle strutture genera suoni avvolgenti e naturali.

Zahrah Al Ghamdj (1977)- Mycelium Running, 2018 – installazione in cuoio nel Padiglione dell’Arabia Saudita – Arsenale

Lo stupore generato dall’immersione in un mondo quasi magico si arricchisce con la consapevolezza di un “fare” artistico che recupera materiali naturali e tradizionali, e con la riemersione di una ricca cultura anche poetica dell’Arabia; il titolo dell’installazione “After illusion” è tratto da un verso di un poema arabo del VII secolo che celebra il ricorso all’illusione/immaginazione anche per risolvere problemi concreti.

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 2. VOLTI

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

VOLTI

Volti: dipinti, fotografati, ripresi in video, scolpiti, ci seguono con i loro sguardi fieri, attraenti, spaventati, sofferti, orgogliosi, spiazzanti, realizzati in varie dimensioni e di una bellezza a volte struggente.

Racconto di un’umanità che ricerca un ugual posto nel mondo.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è njideka-akunyili-crosby-1983-4-1.jpg
Njideka Akunyili Crosby (Nigeria, 1983) – Someday I’ll Tell You AboutThis, 2019 – olio e acrilico su tavola – Arsenale.

Artista di origine nigeriana, Njideka Akunyili Crosby, oggi residente a Los Angeles, nei sapienti e delicatissimi volti esposti all’Arsenale, riflette una profonda nostalgia e un forte radicamento alla propria cultura d’origine, contaminando le proprie iconografie con riferimenti a modelli artistici occidentali (ad esempio al ritratto seicentesco) .

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è zanele-muholi-1972-8.jpg
Zanele Muholi (Sudafrica, 1972) – Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness 2012, serie di autoritratti fotografici – Arsenale.

Zanele Muholi è un’artista sudafricana, impegnata col proprio lavoro ad affermare le tematiche di genere e LGBTQI+; i suoi ritratti e/o autoritratti rivendicano prepotentemente e con fierezza quella dignità che è stata negata dalla cultura dominante alle persone che vivono orientamenti sessuali non etero.

Christian Marclay (Usa, 1955) – dalla serie Scream, 2018, incisione su legno – Padiglione centrale dei Giardini.

Le immagini di Marclay, che siano fisse o video, nascono dalla manipolazione di materiali preesistenti; in questa serie di incisioni l’artista assembla parti di fumetti americani e giapponesi costruendo volti terrorizzati dei quali si percepisce il grido di angoscia. Volti che condensano le tragedie contemporanee e diventano “allarmi universali”.

Soham Gupta (India, 1988) – dalla serie Angst, 2013-17 – Stampa a pigmento – Padiglione Centrale dei Giardini.

Angoscia quasi rassegnata, ma carica di dignità, è quella che cogliamo nei profondi ritratti di Soham Gupta; protagoniste di una Calcutta notturna ed emarginata, le figure si impongono per la loro umanità, per il loro disperato desiderio di vivere.

Cameron Jamie (Usa 1969) – Untitled, 2014-15 – Ceramica smaltata – Padiglione Centrale dei Giardini

Il “verso” accattivante per effetti di forma e di colore delle maschere in ceramica di Jamie, ribalta e ridiscute il tema del ritratto, proponendo una interpretazione della maschera quale oggetto liberatorio della propria autenticità.

Nicole Eisenman (Francia, 1965) – King Head, 2018 – Alluminio e acciaio inossidabile lucidato – Arsenale.

Le teste decostruite di Nicole Eisenman, ritratti fantastici e ambivalenti di esseri mostruosi e pericolsi (in questo caso è un re, uomo di potere), paiono contemporaneamente osservate con sguardo compassionevole; volti della complessità delle dinamiche psicologiche che possono coinvolgere tutti.

Kahlil Joseph (Usa, 1981) – BLKNWS, 2018 in corso – installazione video a due canali – Padiglione Centrale dei Giardini
Kahlil Joseph (Usa, 1981) – BLKNWS, 2018 in corso – installazione video a due canali – Padiglione Centrale dei Giardini

Severi e giudicanti volti di monache sulla parete fanno da sfondo a due video, costruiti dall’artista con un collage di trasmissioni televisive, filmati di youtube, storie da Istagram o da altri media, in continuo aggiornamento. La realtà viene raccontata in tempo reale e i volti dei protagonisti scorrono velocemente, proponendo un frenetico rituale di uso dell’immagine. il conflitto che si genera tra la fissità del fondo, opprimente ed ingombrante, e la velocità incalzante dei racconti degli schermi, crea un corto circuito di inquietudine, disagio, di controllo occulto delle nostre libertà.

La continua ed esasperata esposizione ai volti/selfie in cui viviamo fa sì che il genere del ritratto rischi di perdere del tutto la sua pregnanza.

Tuttavia, nonostante l’abuso di questo soggetto a livello mediatico, la Biennale di quest’anno è la prova che questo genere artistico è lungi dall’essere esausto!

Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 1. INTRODUZIONE

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia, introduzione

Percorsi trattati:.

VOLTI

L’ALTRA META’ DEL CIELO

INNO ALLE DIVERSITA’

VIAGGI, LABIRINTI, MURI, RITORNI

ARTE, BIOLOGIA E ALGORITMI

RIPARTIAMO DAL RITO

INTRODUZIONE

Jon Rafman (Montréal, 1981) – Disasters Under the Sun, 2019 – still da video, Giardini

L’impressione che rimane dopo alcuni giorni di cammino tra i percorsi dei Giardini, dell’Arsenale, dei Padiglioni Nazionali e di alcune mostre collaterali alla Biennale di Venezia è quella di una energia creativa dirompente espressa da giovani artisti, tra cui moltissime donne, alla ricerca di vie “interessanti” di uscita dagli orrori e dalle tragedie che imperversano nel nostro tempo, di cui sono validi e sensibilissimi testimoni.

La mostra di Venezia quest’anno dà voce ad una generazione di artisti giovani e a molte giovani donne. Uno sguardo fresco e innovativo, ma nonostante questo spesso carico di dolore.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è ed-atkins_old-food-2017-19-video2_installazione-g1.jpg
Ed Atkins (Oxford, 1982) – Old Food, 2017-19, still da video_installazione all’Arsenale

Trovo entusiasmante entrare nei lavori degli artisti, attraversando le diverse rappresentazioni di pezzi di mondo, per cogliere il “sentire”, le “emozioni”, i “vissuti” e le “storie” messe in scena con medium espressivi diversissimi e coinvolgenti, dai più tecnologici ai più tradizionali.

Kudzanai Violet Hwami (Gutu, Zimbabwe, 1993) – Jovian Swirl, 2019, olio e acrilico su tela – Padiglione dello Zimbabwe

Ascoltare racconti visivi dalle parti più disparate del pianeta, intravvedere fili comuni tra le figure e le forme, costruire trame di collegamento tra temi, interessi e problematiche, costituisce un’esperienza unica, che la Mostra di Venezia riesce a far vivere.

Nella 58° Biennale si coglie un respiro profondamene contemporaneo, e l’abilità del curatore, Ralph Rugoff, a mio parere, risiede proprio nell’aver dato voce alle istanze emergenti della cultura giovanile che, si scopre, convergere su una comune linea d’onda e di prospettive, nei vari continenti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è mari-katayama-1987-3-1.jpg
Mari Katayama (Saitama, 1987) – Gambe protesiche dell’artista da lei stessa decorate. Fotografia, Arsenale

Globalizzazione e urgenze comuni mettono in moto immagini e riflessioni pressanti sulla centralità dell’”essere umano”, essere vivente che rivendica dignità per le proprie specificità e diversità, che anela alla libertà di espressione e alla costruzione di relazioni tra gli esseri viventi positive e gratificanti, confrontandosi e rispettando l’ecosistema in cui vive, alla ricerca di un “nuovo umanesimo” (espressione coniata dallo stesso curatore della Biennale).

Rugilė Barzdžiukaitė 1983, Vaiva Grainytė 1984, Lina Lapelité 1984 _ Sun & Sea – Opera lirica per 13 voci, site specific, Padiglione della Lituania.

Nei prossimi appunti analizzerò alcuni motivi ricorrenti, colti tra le opere esposte.

Ivetta Galli

Novara Pride: esistenza, arte e politica

E’ accaduto veramente, il lungo corteo, allegro e coloratissimo, che ha attraversato Novara, sabato 26 maggio 2018:  una corale manifestazione di “arte relazionale”?

Portare a Novara un fiume così dirompente di allegria, di sorrisi, di colori dell’arcobaleno, che sono i colori della luce e quindi della vita, è stato un potente atto creativo che i ragazzi di Novararcobaleno  e di Sermais hanno generato.

Ma ancora più intense e profonde sono state le parole che dal palco sono rimbalzate sulle persone strette tutte attorno.

Voci e testimonianze non urlate, spesso sofferte, di un mondo che ci circonda e ci appartiene,  stanco di doversi nascondere, che rivendica di potere esistere.

Un’umanità che attraversa classi sociali, confini geografici, perimetri ideologici, perché ESISTE.

Negli ultimi decenni molti artisti, che lavorano per esplorare l’uomo e i suoi vissuti, si sono fatti interpreti di questa “rivoluzione civile”, portando alla luce storie ed esperienze per smuovere i pregiudizi e le resistenze che portano a ignorare, se non a emarginare o aggredire, chi non appartiene al mondo eterosessuale.

Yto Barrada, artista nata a Parigi nel 1971, di origine marocchina, tra le significative immagini che documentano la cultura del proprio paese, propone “Rue de la liberté“, 2000, opera che con delicatezza ci racconta di un amore che ancora deve essere nascosto.

Yto Barrada Rue de la liberté 2000

Dal palco del Novara Pride, una toccante testimonianza è stata portata da un giovane africano rifugiato, omosessuale, che con coraggio ha raccontato la propria fuga “sui barconi” del Mediterraneo, difficile e pericolosa ma necessaria, per trovare la possibilità di vivere liberamente e scappare da persecuzioni e morte.

2007 Isaac Jiulien Western Union Small Boats f

Questa immagine di una videoistallazione di Isaac Jiulien (Londra, 1969), Western Union: Small Boats, del 2007, riassume in uno scatto quanto possa essere potente il desiderio di fuggire da condizioni di oppressione e violenza, anche per motivi di orientamento sessuale, pur sapendo di dover affrontare molti pericoli attraversando il Mediterraneo.

Come ci ricorda l’artista svedese Runo Lagomarsino (1944) con l’opera esposta a Milano alla mostra “La terra inquieta” nel 2017:

Runo-Lagomarsino-Mare-Nostrum-2016

2016 Runo Lgomarsino b  Mare Nostrum - Copia.jpg

Stessa scritta che, ad intermittenza, cambiando una lettera, diventa un SOS straziante.

Maria Lai, artista sarda che ha vissuto il Novecento, mancata nel 2013, nel lontano 1965 proponeva il  delicatissimo “Ermafrodito. Il dio distratto“:

1965 ermafrodito il dio distratto

un quadro dipinto con  tessuto e fili di lana su una spessa tela grezza; paura e imbarazzo si colgono tra i residui di volto annegato sotto le ciocche spesse e protettive di capelli.

(La stessa artista è stata una pioniera dell’ “arte relazionale”, con  “Legarsi alla montagna”, ad Ulassai, nel 1981, lavoro artistico che ha coinvolto attivamente gli abitanti del proprio paese. Maria Lai, a cui era stato commissionato un “monumento ai caduti”, si è fatta promotrice di un’azione collettiva, coinvolgendo con un impegnativo e non facile lavoro, la comunità: un lunghissimo nastro azzurro ha collegato e annodato le case del paese alla cima della montagna che lo aveva minacciato con una frana;  si racconta che una bambina si fosse salvata rincorrendo un nastro azzurro. L’artista  ha utilizzato la propria energia e creatività realizzando un “monumento per i vivi”, riuscendo a smuovere diffidenze e chiusure, comportamenti sedimentati dalle abitudini, cambiamenti possibili quando il significato e il valore degli obiettivi proposti risultano convincenti. In questo intravvedo un’analogia tra fare “arte relazionale” e fare il “pride”).

Anche l’arte cosiddetta “tradizionale” si è confrontata con tematiche di genere; come non ricordare il quadro  “Donna barbuta“, del 1630, di Jusepe De Ribera, pittore caravaggesco detto “Lo Spagnoletto”?

the bearded woman 1631

Lo sguardo disincantato con cui l’artista ritrae la figura sorprende per il profondo realismo e la grande sensibilità nel cogliere la fatica e il disorientamento nel vivere la propria condizione.

Tra la moltitudine presente al corteo di Novara Pride  ha trovato posto anche l”‘associazione interssessuali” il cui simbolo è un cerchio viola su fondo giallo:

intersex 1

Le testimonianze di due giovani persone di questa associazione raccontate dal palco a tratti con esitazione, ma decise nell’affermare la propria identità, forse hanno rappresentato uno dei momenti più intensi della manifestazione.

A Novara è intervenuta anche una portavoce dei diritti dei transessuali, Antonia Monopoli, ricordando con commozione Bruna, vittima di un brutale omicidio proprio nella nostra città nel 2012; e, al doloroso ricordo della violenza, ha affiancato il racconto emozionato dell’esperienza vissuta al funerale per Bruna, nella chiesa di San Francesco, organizzato dall’Associazione Liberazione e Speranza, dove una chiesa gremita si è stretta a lei con grande rispetto, solidarietà e affetto.

Gli scatti rubati nelle strade del Cile dall’artista e fotografa, Paz Errazuriz,  nel 1983, della serie “La mela di Adamo“, documentano, con forte carica di denuncia politica, le numerose storie di emarginazione e repressione delle persone transessuali nel periodo della dittatura fascista di Pinochet.

PAIX12

 

Alla Biennale di Venezia del 2017, Charles Atlas (Usa, 1949) ha esposto un sensazionale video composto da 44 tramonti, Kiss the Day Goodbye seguito da Here she is…v1, la cui protagonista è Lady Bunny, famosa drag queen di New York.

Charles Atlas 1949 Usa m

L’artista ha creato una magica metafora della fine del mondo, disegnando nei video il lento spegnersi del sole e dei colori della luce. I colori dell’arcobaleno. Alla fine di tutto, dopo il buio, sopravvive la drag queen, con la sua storia personale raccontata ballando e intrecciata ad una critica analisi politica dell’America contemporanea.

55aecf793722473fdddbc489dad40dbb

 

Guardiamo la foto del palco, alla fine della manifestazione a Novara: un sacco di giovani  felici stipati tra le due drag queen,  madrine simpatiche,  discrete, sensibili oltreché capaci a gestire  quasi due ore di interventi densi di umanità, dolori e sogni

Lo sguardo “internazionalista”  dei giovani organizzatori di Novara Pride, l’apertura alle tematiche della diversità e alla difesa dei diritti civili, e necessariamente il deciso impegno politico (nel senso di partecipazione diretta nelle questioni della cittadinanza che interessano la polis e la vita collettiva), rappresentano forse un piccolo fermento di un nuovo ’68, cinquant’anni dopo?

33888578_1764482020276132_2926739622010552320_n

Ivetta Galli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Loro 1, Sorrentino e le pecore

Il film di Sorrentino lavora lentamente nell’immaginario, penetrando nel profondo. Certo, solo se ti lasci coinvolgere nel dialogo  visivo, vivi momenti di emozione, di fastidio, di fascino, di disgusto, di commozione, di poesia.

Di fronte allo scorrere delle immagini si aprono diversi livelli di lettura, non sempre immediati, che possono affiorare lentamente nelle ore/giorni successivi. La potenza delle  visioni del regista credo nasca dal saper mescolare iconografie della storia dell’arte a simboli più immediati, a miti e riti della nostra cultura ( e non solo) con storie dell’oggi, troppo vicine a noi per essere guardate con distanza o indifferenza.

Sequenze che intrecciano sguardi sul mondo a racconti del desiderio, del sogno, a pulsioni profonde legate a istinti più viscerali.

L’intrusione di una candida pecora, che entra curiosa e guardinga nell’elegante e tecnologica  villa di Berlusconi in Sardegna, è emblematica; spaesata, non riconosce il proprio ambiente, la campagna sarda, luogo  di una cultura pastorale che ha radici in una storia millenaria, fatta di fatica, lavoro, ma anche di natura spettacolare e incontaminata, violentata dalle costruzioni turistiche.
La pecora non è abituata a climi differenti dal proprio naturale e soccombe al freddo meccanico  del condizionatore.
Muore,  come agnello indifeso, sacrificato.

Figura sacra, l’agnello si ripete nelle rappresentazioni cristiane dei luoghi di culto, di cui la nostra terra è costellata. Sacrificio che avviene nella casa di “LUI” o “DIO”, come lo chiamano “LORO”.

L?inquadratura dell’altra villa che s’affaccia su quella di Berlusconi, dove gli ospiti allineati sulle balconate e su tre livelli, in silenzio, dopo un’orgiastica festa, cercano con sguardo fisso e disperatamente l’uomo dei loro sogni, è tra le più intense del film.

Paradossalmente richiama immagini di immigrati, assiepati lungo i parapetti delle loro imbarcazioni, tesi spasmodicamente a raggiungere la loro meta che via via all’orizzonte si fa possibile. Sguardi  di desiderio, di speranza, di paura.

“LORO” sono tutti  uguali, alla fine, con  corpi nudi esibiti  a forza, carichi di una artificiale e torbida sensualità, scatenata da una pioggia “magrittiana” di pillole colorate e segnate da volti urlanti e devastati, droga per la loro sopravvivenza: si muovono tutti insieme,  come un “gregge di pecore”.

Ivetta Galli

Tra realtà e immaginazione, la vita di Petrit Halilay si fa arte.

2015 Acquario
They are Lucky to be Bourgeois Hens, 2008

Una piuma di gallina volteggia lievemente in un acquario, osservata anche da vere galline che razzolano tra terra e detriti nello stretto corridoio, collegato al salone espositivo dell’Hangar Bicocca.

Moderno reliquiario, leggerezza ed eleganza della linea che fluttua.

Sulla parete accanto il segno diventa motivo ritmico colorato, aggrovigliato, gomitolo sfrangiato che galleggia  in uno spazio siderale.

2013-15 untitled celebration b
Untitled (Celebration), 2013

Oltre la parete si spalanca l’ampio volume dello Shed di Pirelli Hangar Bicocca, nel quale Petrit Halilay (1986), giovane artista kosovaro, tra dicembre 2015 e marzo 2016, ha allestito Space Shuttle in the Garden.

2015 Petrit Halilaj
Space Shuttle in the Garden, 3 dicembre 2015 – 13 marzo 2016, Pirelli Hangar Bicocca

L’impatto iniziale non è stato gradevole: l’aspetto di un cantiere aperto, scheletri di case in parte sospese innaturalmente sopra le nostre teste, disorientamento.

Dopo poco sentiamo il canto di un gallo e scorgiamo un grande pollaio abitato da molte galline impegnate ad esplorare il loro spazio inconsueto e attratte  dalla porta aperta verso il giardino. Ci avviciniamo e si delinea la sagoma di un “razzo spaziale” in legno, abitato da altri polli, internamente tutto dipinto di blu.

2015 Petrit Halilaj Space Shuttle in the Garden a
They are Lucky to be Bourgeois Hens, 2009

Forte è il desiderio di volare, delle galline, sì, con il loro razzo spaziale, ed è evidente lo slittamento ironico-giocoso operato da Petrit per narrarci i suoi sogni. Da piccolo ha vissuto in un paese del Kosovo, tra gli animali di cascina che sono diventati parte importante della propria storia; a dieci anni circa la sua infanzia è stata violata dalla guerra che ha portato alla distruzione la casa di famiglia, obbligando la stessa alla fuga in campi profughi.

Petrit lascerà il Kosovo per raggiungere Milano e studiare all’Accademia di Brera, formazione artistica che approfondirà a Berlino, esperienze di stimolo alla sua creatività vulcanica generatrice  di quelle piccole meraviglie disperse, e da scoprire, nello spazio dell’Hangar.

L’artista dimostra di muoversi con grande maestria tra medium differenti; si è appropriato delle più efficaci forme espressive d’arte contemporanea: il video che scorre su una parete dello Shed è stato girato sul luogo della propria casa, dove rimangono tracce ormai “archeologiche” dell’abitazione, oggi colonizzate da esili fili di erbe, dai fiori di campo, da una infinità di piccoli insetti ripresi poeticamente mentre ricreano una nuova vita.

12-2012-petrit-halilaj-who-does-the-earth-belong-to-while-painting-the-wind.jpg
Who does the earth belong to while painting the wind ?!, 2012, still da video

E’ questa commistione tra senso della tragedia e grande voglia di vivere, tra desiderio di radicamento e tensione verso l’altrove, che prende forma e si modella negli oggetti realizzati.

13. 2012 Petrit Halalaj diptych - earring a
It is first time dear that you have a human shape (diptych I – earring), 2012

Come le ampie forme che ricreano gli orecchini della madre, da lei sotterrati prima di scappare, all’interno delle cui trame versa vera terra di quel “Luogo” perduto e le cui decorazioni evocano modelli di oreficeria dei popoli medievali che hanno abitato  il cuore dell’Europa.

Ma ancora più in là, nel tempo, il lavoro di Petrit recupera il neolitico attraverso la modellazione in argilla e ottone di “ocarine”, strumenti musicali a fiato preistorici ritrovati vicino alla sua casa natale; strumenti antichi che invitano a momenti di convivialità e di festa anche oggi.

2015 Petrit Halilaj a
Si Okarina e Runikut, 2014

Il racconto generoso della propria esperienza più profondamente personale diventa emozione vera di fronte ad alcuni fogli scritti dall’artista stesso, dove una calligrafia incerta, ripete e ci svela di un difficile rapporto col padre dal quale non si sente accettato per il proprio orientamento sessuale, e col quale tuttavia riesce a dialogare, non a parole, ma con i gesti, con il lavoro, con il fare.

2009 Petrit Halilaj 26 Objekte n'Kumpir b
26 Objekte n’ Kumpir, 2009

Con discrezione Petrit apre al proprio vissuto, invitandoci a riflettere su quanta sofferenza ancora possa generare un rifiuto della diversità; nello stesso tempo fa emergere consapevolmente la propria identità, testimoniando una maturazione che è, direi, fenomeno epocale, proprio delle nuove generazioni.

Molti lavori esposti sono stati realizzati, su sua indicazione, dai famigliari; sono oggetti che appartenevano al mondo contadino e alla sua infanzia.

2009 Petrit Halilaj 26 Objekte n'Kumpir d
26 Objekte n’ Kumpir, 2009

La paletta “schiacciamosche” è stata ricostruita, con altri 26 utensili, ed esposta sotto vetro, su lamine di rame, in una struttura in legno avvolta da rami e terriccio: un “nido” in grande scala, apparentemente sospeso, dimora nomade degli uccelli, metafora della sua identificazione.

87A0379 - Copia
26 Objekte n’ Kumpir, 2009

E il collegamento con il Padiglione del Kosovo, allestito alla Biennale di Venezia del 2013, dallo stesso artista, diviene obbligatorio: un grande rifugio precario – nido – costruito con rami e terra impastata, immagine di una terra devastata dalle distruzione di gran parte delle dimore esistenti.

Urgenza di riempire un vuoto. Desiderio di trovare un rifugio.

Related image
Particolare dell’installazione “The hungry to keep you close. I want to find the words to resist but in the end there is a locked sphere. the funny thing is that you’re not here, nothing is”, 2013 Padiglione del Kosovo, Biennale di Venezia 2013

Nel lavoro esposto alla Biennale di Venezia del 2017, dove la giuria gli ha assegnato una menzione speciale, l’artista ha  disseminato l’ampio spazio dell’Arsenale di gigantesche falene realizzate in tessuto kosovaro con l’aiuto della madre, recuperando un sapiente fare creativo femminile.

2017 Do you realise there is a rainbow even if it_s night 3
Do you realise there is a rainbow even if it’s night?, 2017

2017 Do you realise there is a rainbow even if it_s night 4
Do you realise there is a rainbow even if it’s night? (pink), 2017

Il bestiario delle sue creazioni è fatto di creature fragili, umili, animali spesso alati che danno voce a tanta parte di umanità che non fa “rumore”, ma che incarna qualità preziose.

Il suo “fare” vulcanico, i variegati medium che Petrit elabora, la poesia e la profondità  delle sue narrazioni testimoniano la possibilità, anche nell’oggi, di poter vivere esperienze artistiche ed estetiche di grande valore.

Ivetta Galli

Il mondo senza tempo di Anna Boghiguian

2017 Studio d'artista autoritratto 1
Autoritratto, tra le opere dello “Studio d’artista”, allestito alla mostra del Castello di Rivoli (19 settembre 2017 – 9 gennaio 2018), retrospettiva di Anna Boghiguian

Il mondo artistico di Anna Boghiguian esercita un tale magnetismo da stimolare un continuo approfondimento del suo lavoro.

Il mio primo incontro con l’artista è avvenuto durante la visita del Padiglione Armeno della Biennale di Venezia, nel 2015.

Il Padiglione, che raccoglieva diversi protagonisti della diaspora armena, si è meritato il Leone d’oro per il valore dei lavori esposti, sia artistico che di testimonianza della storia del popolo armeno e della memoria del genocidio, subito proprio a cent’anni di distanza.

Entrati nel chiostro del Monastero degli Armeni, alcuni uccelli neri in cartapesta, sospesi tra le volte del portico, accompagnavano all’interno di una stanza spoglia, avvolta in un’atmosfera silenziosa di sobrietà e umiltà; pochi ma intensi “segni” narravano la stratificazione tra storie individuali e memoria collettiva.

2015 Ani Biennale Venezia b
Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

L’allestimento di Anna Boghiguian, Ani, 2015, comunicava un’emozione profonda:

alcuni mazzi di rose tinte pastello, sagome scure di uccelli, rettangoli di terra ammassata quali sepolture, mensole precarie con quaderni scritti e disegnati dall’artista, ad evocare gli antichi manoscritti miniati medioevali e piccoli quadri in legno eredità delle icone orientali.

2015 Ani Biennale Venezia d
Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

2015 Ani Biennale Venezia e
Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

2015 Ani Biennale Venezia s
Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

2015 Ani Biennale Venezia t
Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

Le tracce da lei seminate nella stanza ci portavano alla città di Ani, grande e bella città armena nel Medioevo, distrutta dalle invasioni mongole nel XIV secolo.

2015 Ani Biennale Venezia i
Ani, 2015, Biennale di Venezia, Padiglione Armeno

Pochi, ma affascinanti, sono i resti di ciò che rimane oggi in quel magico luogo e delle sue architetture; è d’obbligo un collegamento col video The Silence of Ani, di Francis Alӱs, presentato alla Biennale di Istanbul sempre nel 2015, le cui immagini e storie rivelano una profonda consonanza tra i due artisti.

Francis Alys The Silence of Ani 2015 still video
Francis Alӱs, The silence of Ani, 2015, still del video

Anna Boghiguian è nata a Il Cairo nel 1946, e oggi vive in più luoghi, per scelta. La sua arte sa raccontare il dolore del cammino dell’esodo, incarnando un’esperienza che nella nostra realtà sta assumendo dimensioni epocali.

Nei lavori dell’artista esposti alla mostra “La terra Inquieta” (Triennale di Milano, 2017), Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, immagini, parole colori si accavallano inquieti disegnando uno spazio mentale ed emotivo carico di tensione.

2012-17 Anna Boghiguian b Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

2012-17 Anna Boghiguian c Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

2012-17 Anna Boghiguian a Attraversare i confini fisici e mentali, volontari o involontari
Crossing Boundaries Physical and Mental. Voluntary and Involuntary, 2012-2017

Al Castello di Rivoli è da poco stata inaugurata una retrospettiva con molte opere dell’artista (visitabile fino al 7 gennaio 2018).

La sensazione che si prova, muovendosi tra i suoi lavori, è quella di viaggiare in luoghi tra di loro lontani e in tempi ancora più distanti. Anna Boghiguian si è formata in scienze politiche in Egitto, poi in Canada ha studiato musica e arte; si interessa di letteratura, poesia e filosofia. Gli spunti di riflessione da cui prendono corpo i suoi lavori sono molteplici, anche se ruotano prevalentemente intorno all’uomo e al suo rapporto con la storia e la politica.

All’ingresso della Manica Lunga del castello di Rivoli, tra la serie  dei suoi libri d’artista, troviamo disegnati piccoli capolavori, come l’albero e i frutti di melograno, parte di una serie di più di quattrocento fogli, in parte perduti,  lavorati con gouache, acquarello, pastello, scrittura a mano, collage; spesso tratta i colori ad encausto .

1981 - 1986 ZYX -XYZ libri i Melograno
ZYX – XYZ,  1981 – 1986, Castello di Rivoli

1981 - 1986 ZYX -XYZ libri l Melograno
ZYX – XYZ,  1981 – 1986,  Castello di Rivoli

Il melograno da sempre simbolo della terra armena, è reso con segno fortemente espressionista, carico di suggestioni che rimandano alle sue radici.

Come non ricordare le stupende immagini del film sperimentale “Il colore del melograno” realizzato da Sergei Parajanov, nel 1968, su di un poeta armeno del Settecento?

Così colpisce l’immagine di Everan, antichissima città armena, ai piedi del Monte Ararat:

1981 - 1986 ZYX -XYZ libri m
ZYX – XYZ,  1981 – 1986,  Everan,  Castello di Rivoli

Dialogano con i quaderni esposti su una lunga mensola, tre grandi disegni appesi alla parete, con vedute di Alessandria d’Egitto, a carboncino e pastelli su carta:

2003 Alessandria d'Egitto e
Alessandria d’Egitto, 2003,  Castello di Rivoli

Nei progetti artistici di Anna Boghiguian molto spazio trovano le riflessioni sulla storia del Novecento, sui grandi conflitti mondiali e le loro origini; in particolare nell’intervento Sinfonia incompiuta del 2011-12, proposto a Documenta a Kassel, allestisce tende militari, oggetti e disegni che ripercorrono le tragedie del “secolo breve”.

2011-12 Sinfonia incompiuta prima guerra mondiale
Sinfonia incompiuta, 2011-2012,  Castello di Rivoli

2011-12 Sinfonia incompiuta Nazismo b
Sinfonia incompiuta, 2011-2012,  Castello di Rivoli

La sua ricerca continua essere molto attuale, come evidenzia questa pagina manoscritta, parte di un lavoro del 2013, ispirato dalla figura del poeta indiano Tagore:

2013-14 Tagore Gandhi a

Il riallestimento dei “Mercanti del sale”, a Rivoli, opera da lei esposta a Istanbul nel 2015, oltre oltre alle riflessioni sulla storia apre a tematiche che si confrontano con le risorse naturali  e agli equilibri economici e sociali che lo sfruttamento delle stesse determinano.

2015 Mercanti di sale b composti aromatici
I mercanti del sale, 2017,  Castello di Rivoli

“L’opera è composta da grandi vele dipinte appese al soffitto, tramite corde e collage su carta montati su strutture lignee, frammenti di imbarcazione, cumuli di sale e sabbia, fili di lana rossa, che si riferiscono alla figura  di Penelope, e altri vari oggetti” (dal pannello della mostra a Rivoli).

Gli spunti poetici che l’artista ci propone sono come tanti piccoli frammenti di mondo che in trasparenza si ravvivano grazie alla luce. Piccoli quadri che raccontano con passione l’amore per la vita, nonostante tutto.

2015 Mercanti di sale d
I mercanti del sale, 2017,  Castello di Rivoli

2015 Mercanti di sale i
I mercanti del sale, 2017, Castello di Rivoli

Il viaggio tra passato e presente, storie antiche che si fanno attuali, radici che riemergono da lontani paesaggi e racconti si affollano tra le pagine dei diari di Anna Boghiguian, vergate con forza, energia, espressione di una carica vitale e di un vorticoso dinamismo. Diventano colore vivo e dilagante,  forme che si stratificano, collage polimaterici che lasciano piccole ma intense tracce della nostra condizione umana.

2015 Mercanti di sale z
 I mercanti del sale, 2017, Castello di Rivoli

Mi piace lasciare quest’ultimo frammento visivo, che come un’opera d’arte che si rispetti, condensa segni, simboli e una moltitudine di significati, a testimoniare il fascino magnetico dell’arte di Anna Boghiguian.

Ivetta Galli