Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “FIORE E DINTORNI”

Hala Schoukair (1957, Libano), Untitled, 2026, acrilico su tela – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’affascinante opera di Hala Schoukair, che ho scelto come icona del percorso, rende visibile l’intricata rete dei fili che connettono fiori, alberi, giardini e terreni, dipingendo un incantevole paesaggio naturale come una trama intrecciata, solcata da punti luminosi.

Non si può rimanere indifferenti di fronte alla quantità di forme vegetali rappresentate in questa Biennale: fiori dipinti, ricamati, fotografati e scolpiti, oppure veri, una esplosione di energia che si ramifica anche in opere che disegnano alberi e giardini, o penetra con apparati radicali nei vari tipi di terreno, che genera e supporta la vita vegetale, fatto di terra, sabbia, argilla e minerali. Una complessa rete di elementi all’interno dei quali l’habitat naturale diventa protagonista, nel suo splendore, ma anche nella sua fragilità e vulnerabilità.

Se il linguaggio dell’arte prefigura il mondo contemporaneo e coglie con specifica sensibilità le questioni più impellenti del prossimo futuro, non c’è dubbio che la drammatica crisi climatica di questo momento venga percepita e narrata in tutta la sua portata, come tra le più urgenti. Fiori, alberi, giardini, terreni della crosta geologica sono le “sentinelle” attorno cui gli artisti costruiscono racconti che dall’incantamento gioioso passano alla denuncia desolata, lasciando trasparire la nostalgia disperata di un equilibrio ambientale possibile e l’urgenza di una presa di posizione per invertire la deriva.

INNO AI FIORI

Una veloce carrellata di immagini, colte nei percorsi della Mostra, rende evidente il desiderio di conferire al “fiore” significati complessi e stratificati, espressioni di culture e storie del mondo, enfatizzati spesso dalle dimensioni ingigantite dei soggetti rappresentati.

Nel Padiglione della Gran Bretagna, di cui abbiamo già parlato nel percorso “Home“, colpisce la precisione dei dettagli nel grande dipinto che simula un erbario e si tinge di toni velati di malinconia, memoria di un’assenza, riflettendo un sentimento che, Lubaina Himid, artista pioniera del Black British Art Movement, fa trasparire, tra gli altri, nei lavori esposti.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

Passiamo dalle linee delicate ed essenziali dell’opera di Lubaina Himid ai suggestivi ed imponenti boccioli di fiori di magnolia, in dimensioni spiazzanti e giocose di magrittiana evocazione, di Maria Magdalena Campos-Pons, artista di origine cubana; riprenderemo la lettura del significato della grande installazione, nel Padiglione Centrale dei Giardini, nel percorso “Cerchio“, figura intorno a cui è costruita l’opera; qui mi soffermo sulla magnolia, fiore dipinto anche tra i rami della propria pianta, nei pannelli di fondo, tra le figure di Koyo Kouoh, prima donna africana a curare una Biennale, e Toni Morrison, prima donna nera a vincere il premio Nobel per la letteratura.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026, dipinti e sculture in resina e vetro – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Nella cultura del sud degli Stati Uniti, la magnolia, albero di antichissima origine e resistente nel tempo, rappresenta la forza interiore, la perseveranza insieme all’eleganza e alla grazia, Tra le donne nere è anche simbolo di solidarietà ed accoglienza.

Si cammina con piacere, girando attorno a queste sculture, incuriositi dalla bellezza dei colori, delle forme e dalla morbida “pelle” delle magnolie in resina e vetro.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, (part.), 2026, dipinti e sculture in resina e vetro – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

All’Arsenale troviamo un grande progetto a due mani, delle artiste Raijni Perera (1981, Colombia, vive in Canada) e Marigold Santos (1985, Manila, vive in Canada), “Efflorecence/The Way We Wake“, in cui, tra sculture modellate con argilla e altri materiali, si impone questo fiore immaginario, robusto, aperto, ma portatore di una certa fatica nel crescere. Riflette lo sguardo di un’identità personale in costante adattamento alle condizioni del migrare e alle difficoltà ambientali, determinato ad accogliere i cambiamenti.

Raijni Perera (1981, Colombia) e Marigold Santos (1985, Manila), Efflorecence/The Way We Wake, 2026, argilla e altri materiali – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Stupore e meraviglia suscitano i grandi e luminosi fiori sospesi al soffitto, tra un ricco fogliame, accompagnati da un fondo musicale, nel Padiglione dell’India.

Ranjani Shettar (1977, India), Under the Same Sky, 2026, tessuto di cotone lavorato a mano – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande installazione, realizzata dall’artista indiana Ranjani Shettar, invita a muoversi sotto la nuvola di fiori, tra la musica, guardando dal basso questo cielo di forme libere e leggere. L’arista stessa dichiara di voler lasciare un’impronta di gioia e di speranza a chi lo osserva e lo vive. Ogni pezzo dell’insieme (74 parti) è stato realizzato con tessuto di cotone cucito a mano e intelaiato, con l’intenzione di sfidare la gravità e realizzare una visione quasi sognata, di leggerezza.

Ranjani Shettar (1977, India), Under the Same Sky, (part.), 2026, tessuto di cotone lavorato a mano – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Il pensiero corre alle opere tessili di Annalae Davis, esposte ai Giardini, in particolare al grande “centrino”, in cui, all’interno di una forma di fiore, fra foglie ricamate, con l’ago, è scritto: “Be Soft“:

Annalea Davis (1963, Barbados), Be Soft, 2026, tessuto ricamato – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Della stessa artista dei Caraibi, alla quale è dedicato un ampio spazio nella Mostra all’Arsenale, è presente una interessante installazione che presento più avanti, nel paragrafo “Giardini“.

Riprendendo il percorso all’Arsenale, il Padiglione della Cina propone nello spazio aperto “Symbiosis“, una struttura architettonica con pareti a specchio, all’interno della quale si intravvede un fitto bosco di girasoli in bronzo, creato dall’artista Xu Jiang.

Xu Jiang (1955, Cina), Symbiosis, 2026, bronzo, pareti a specchio, Padiglione della Cina, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Siamo attratti dal gioco di riflessi che rapiscono la nostra immagine e ci portano vicino alla piantagione di fiori, diventando parte del gioco percettivo. Ci accorgiamo così che gli alti steli di bronzo sono intrecciati, quasi danzassero, e sorreggono fiori sia di girasole che fiori di loto. L’artista ha infatti concepito un’arca della convivenza, dove il fiore di loto, figlio del fango e dell’acqua, è simbolo dell’antica e delicata anima orientale, mentre il girasole, alla ricerca del calore solare, incarna l’energia occidentale. L’intreccio tra gli steli è un auspicio al dialogo e al reciproco ascolto.

Dialogo tra oriente ed occidente è realizzato anche dal progetto dell’artista pakistana Mahwish Chishty, residente oggi negli Stati Uniti, “Tanka Tales: Thread as archive”. Sono esposti in Palazzo Mora. evento collaterale alla Biennale, tessuti ricamati realizzati con donne pakistane, rielaborando motivi di pittura e miniatura indiana e motivi decorativi pakistani, tra cui questa elegante cascata di racemi floreali; nel progetto, realizzato in collaborazione con l’Università americana del Maryland, si evidenzia come i testi e i disegni ricamati costituiscano una narrazione collettiva che connette passato e presente, rendendo attuale e valorizzando un patrimonio rimasto nel tempo marginale.

Mahwish Chishty (1980, Pakistan), Tanka Tales: Thread as archive, 2026, ricamo su tela – Palazzo Mora, 61ª Biennale di Venezia

Ci sono poi lavori artistici creati con fiori veri, come nel Padiglione del Canada, dove l’artista iraniano-canadese Abbas Akhavan ricostruisce una “serra” per far germogliare le ninfee giganti Victoria Cruziana, una specie importata dal Sudamerica a Londra nel 1851, in occasione dell’Esposizione Universale, come ‘trofeo’ coloniale, da cui il nome del fiore in onore proprio della regina Vittoria.

Abbas Akhavan (1977, Teheran), Entre chien et loup, installazione – Padiglione del Canada, 61ª Biennale di Venezia

L’artista arriva in Canada, in fuga dalla guerra, a 13 anni, ed il suo vissuto di esperienza personale lascia evidenti richiami nell’opera che è generata da indagini sulla storia coloniale dei paesi Europei, per ricostruirne le dinamiche economiche e culturali, e per riportare l’attenzione sulle impellenti tematiche ambientali della nostra epoca.

Lo spazio del Padiglione viene modulato da effetti di luce particolari, rosacei, anche in riferimento al momento del crepuscolo (significato del titolo), adombrando atmosfere sospese, e visioni indeterminate, come evoca il passaggio dalla luce al buio. I fiori delle ninfee fioriscono tra le grandi foglie sulla superficie dell’acqua e raccontano quanto sia importante per l’artista esplorare il mondo vegetale, le storie dei giardini e le modalità di addomesticamento degli stessi. Lungo l’apertura della Biennale si assisterà ad una lenta trasformazione/crescita delle piante delle ninfee, accompagnandone lo sviluppo vegetativo. Accanto alla ricerca botanica e storica, la forma artistica che il progetto si dà vuole essere un modello positivo per il futuro: l’installazione diventa uno spazio di ‘riverenza, sacralità, contemplazione’ rappresentando la realizzazione di un’utopia di vita sulla terra.

Anche l’artista indonesiano-brasiliano Dian Lie, d’identità non binaria, lavora con componenti naturali quali fiori, semi in germinazione, piante, spore di funghi e terra, sperimentando la trasformazione degli elementi nel tempo. All’Arsenale troviamo la grande installazione “Temple of Passages“, creata con monumentali ghirlande di fiori.

Dian Lie (1988, Brasile), Temple of Passages (2026), fiori e corde, sedia – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

All’origine l’installazione era composta da turgidi fiori bianchi e gialli, intrecciati in festose ghirlande, profumati, che, col passare del tempo sono appassiti, decomposizione che ha trasformato anche la percezione olfattiva; una sedia, l’attesa, evoca il tempo che passa, e suggerisce la contemplazione del processo di metamorfosi cui la natura è soggetta. Decomposizione, putrefazione, Dian Lie guarda a questo processo come ad un naturale evento di transizione, che trascende la consueta lettura binaria vita-morte, cogliendo il valore potenziale trasformativo insito nella continuità dell’evoluzione. In questo senso, il lutto viene svuotato della sua portata dolorosa, in funzione della fiducia in una nuova creazione. La ricerca artistica di Dian Lie, che mette in discussione le ‘opposizioni binarie’, parte anche dal un suo vissuto personale, il percepire un’identità che trascende il binarismo maschio-femmina.

ALBERI

L’albero può essere una figura prepotentemente simbolica: in alcuni lavori diviene soggetto di denuncia per la devastazione che la violenza della guerra può generare, in altri evoca le trasformazioni che il clima sta agendo sulla natura; in altri ancora l’albero assurge a simbolo di resistenza e ricostruzione di un mondo di pace; oppure, ibridandosi con diverse specie viventi, diventa segno della visione di un futuro di un felice equilibrio ecologico sulla terra.

L’artista canadese Bonnie Devine riveste una parete dell’Arsenale con una serie di dipinti dai colori accesi, saturi e magnetici: “Land in War“, in cui documenta la morte della natura in seguito a tre battaglie coloniali intraprese per conquistare nuovi territori. Da una foresta ridotta a fantasmi di tronchi, in sequenza dipinge brani di paesaggio dove l’assenza di vegetazione diventa l’annullamento della vita

Bonnie Devine (1952, Toronto), Land in War, (part.), 2024-2025, olio su tela – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Bonnie Devine (1952, Toronto), Land in War, 2024-2025, olio su tela – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Nell’opera “Stories from the Shield: Radiation and Radiance“, con numerosi piccoli disegni, la stessa artista documenta la distruzione della natura per l’estrazione dell’uranio, nella terra dei popoli indigeni Anishinaabe, della regione dei grandi laghi in Canada, sua terra d’origine.

Bonnie Devine (1952, Canada), Stories from the Shield: Radiation and Radiance, 1999, dipinti – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Bonnie Devine (1952, Canada), Stories from the Shield: Radiation and Radiance, (part.), 1999, dipinti – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Con un intervento apparentemente ‘giocoso’, nel Padiglione Centrale ai Giardini, l’artista palestinese Vera Tamari riflette intorno all’albero di ulivo, che è simbolo della sua terra; seppur in un contesto di drammatico conflitto, per elaborare il trauma della perdita, modella tante piccole, fragili e colorate forme della pianta, disponendole ai piedi di una grande immagine di ulivo monumentale, suggerendo l’idea di tanti piccoli ex-voto dedicati ad una figura sacra.

Vera Tamari (1944, Gerusalemme), Tale of a Tree, 2002, ulivi in argilla su plexiglass e fotografia – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Vera Tamari (1944, Gerusalemme), Tale of a Tree, 2002, (part.), ulivi in argilla su plexiglass – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’opera è stata creata in seguito alla distruzione degli alberi palestinesi durante l’incursione israeliana a Ramallah, nel 2002, quale segno e desiderio di resistenza e ricostruzione, silenziosa protesta che fonda la propria fiducia nella forza di sopravvivenza dell’albero di ulivo.

All’Arsenale, una curiosa installazione che vuole evocare un albero di banano, “Tribute to Tshibola & Upemba“, di Léonard Pongo, ci attrae per l’originalità e la ricchezza dei giochi di luce e riflessi degli elementi che la compongono.

Léonard Pongo (1988, Belgio), Tribute to Tshibola & Upemba, 2026, installazione e tecnica mista – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista, che oggi vive in Belgio, parte dalla fotografia d’ambienti naturali del Congo, sua terra d’origine; dopo averle elaborate con tecniche artistiche, le trasferisce su superfici specchianti (circa 45 elementi sospesi a simulare una cascata di foglie) e costruisce un albero di banano, “totem”, omaggio alla propria famiglia d’origine. L’albero di banano, nella cultura congolese, è simbolo di radicamento e rinascita: Léonard Pongo rievoca così le proprie radici, ma l’effetto di sospensione che l’opera genera, narra la consapevolezza di un’identità nomade nella quale si riconosce.

La figura ibrida della ‘persona-albero’ ritorna nell’immaginario odierno dall’arte antica e, anche in questa Biennale, compare per narrare la contemporaneità. Mi ha colpito a riguardo la forza espressiva della scultura in bronzo “Amalgam (seated)” di Nike Cave, artista afroamericano, che all’Arsenale porta un ampio progetto artistico articolato in sette “stazioni”.

Nike Cave ( 1959, Chicago), Amalgam (Seated), 2026, bronzo – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La persona seduta, dalla pelle ruvida e segnata dalla fatica, vive un processo di metamorfosi nella ramificazione del busto; tra i rami sono scolpiti anche uccelli che arricchiscono la folta “chioma”, comunicando contemporaneamente sia una sensazione di peso, che grava sulle spalle, che di leggerezza, dalle fronde che si elevano, abitate da volatili. Nike Cave porta nella sua arte riflessioni sul dolore che generano le ferite di un trauma, segnato dalle esperienze di violenza cui il corpo nero è stato ed è frequentemente esposto; tuttavia, proprio la vulnerabilità e la consapevolezza della propria condizione possono aprire uno spazio di riflessione, di ascolto e di relazione con la comunità degli uomini.

GIARDINI

Il “giardino creolo” è per Koyo Kouoh un perfetto modello di biodiversità vegetale, uno spazio che narra la sopravvivenza e la resistenza degli schiavi nelle piantagioni, un manifesto del dialogo tra le diversità, antitesi delle monoculture coloniali (e odierne), modello valido per l’oggi. Nella costruzione della Biennale è uno dei cardini fondamentali, tema che ha stimolato progetti artistici molto coinvolgenti, divenendo metafora per possibili mondi del futuro.

I “giardini creoli” erano piccoli appezzamenti, rubati di nascosto, sui pendii collinari dagli schiavi delle piantagioni, in cui si coltivavano molte specie di vegetali differenti per poter continuare a vivere, in autosufficienza.

Tra i Padiglioni nazionali che hanno scelto percorsi a partire da questa sollecitazione, Il Padiglione della Santa Sede si distingue per l’originalità della proposta artistica.

Giardino mistico dei Carmelitano Scalzi, 2026, installazione multisensoriale – Padiglione della Santa Sede, 61ª Biennale di Venezia

Il Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, all’interno dell’omonimo monastero, vicino alla stazione di Venezia, è un luogo dove i monaci coltivano erbe officinali, fiori e piante da frutto, che ospita una ricca biodiversità ed è uno spazio anche per la meditazione. Il progetto, coordinato dai curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickes, prevede l’attraversamento dell’area, accompagnati, singolarmente, da cuffie che trasmettono brani musicali di artisti ispirati dalla monaca medievale benedettina tedesca, Ildegarda di Bingen (1098-1179), scrittrice, teologa e musicista, per la quale il suono è uno strumento per comprendere il creato. Il progetto è titolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima” e ci conduce in un’immersione totale nell’ambiente, tra suoni, voci e musica che cambiano in relazione ai tipi di piante che si incontrano, e catturano i segnali biologici ed ambientali delle specie vegetali. Il progetto è stato ideato dal gruppo di artisti/musicisti Soundwalk Collective. Un’esperienza di ascolto e contemplazione, di sintonizzazione sulle ‘tonalità minori’ evocate da Koyo, per vivere un momento di riflessione interiore e di gioia per la bellezza esperita.

Giardino mistico dei Carmelitano Scalzi, 2026, installazione multisensoriale -Padiglione della Santa Sede, 61ª Biennale di Venezia

Tornando all’interno dell’Arsenale, l’artista Theo Eshetu, nel cui DNA si incrociano cultura etiope ed europea, allestisce “Garden of the Broken Hearted“, un grande albero di ulivo che ruota lentamente, illuminato da immagini di video che si proiettano sul fondo, accompagnate da una colonna sonora delicata.

Theo Eshetu (1958, Londra), Garden of the Broken Hearted, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista ci invita a seguire la rotazione della pianta, suggerendoci l’ingresso in un giardino ove ritrovare un senso di umanità, evocando la possibilità di sostare sotto il grande ulivo, insieme ad altre persone; nell’immaginario di Theo Eshetu il giardino può divenire un luogo di incontro, dialogo e di guarigione e darci l’energia necessaria per orientarci nel futuro.

Sempre all’Arsenale, Annalae Davis costruisce un’avvolgente installazione, “In Let This Be My Cathedral“, utilizzando piante coltivate nel giardino della sua casa, nelle Barbados, giardino che ripropone il modello creolo descritto.

Annalea Davis ( 1963, Barbados), In Let This Be My Cathedral, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande parete erbario protegge un uccello in via di estinzione, un chiurlo eschimese, adagiato sul tavolo centrale, ma la presenza dell’erbario stesso evoca l’esigenza di conservare essenze vegetali minacciate: una sorta di altare che tinge la composizione di toni spirituali; l’opera è concepita per sollecitare attenzione intorno al problema dell’estinzione delle specie viventi, proponendo azioni di attivismo sociale ed etico per l’ambiente, per andare oltre la disperazione per la perdita.

Ancora un giardino, ma dipinto con uno sguardo orientale, da un’artista pakistana, che per formarsi ha dovuto lottare contro rigidi pregiudizi di genere: Wardha Shabbir. L’artista è riuscita ad affermarsi e ad imporsi con tenacia, grazie alle sue capacità creative, realizzando piccoli capolavori grafici.

Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, (part,), 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

La propria cultura visiva la porta a rielaborare le miniature e i disegni dei tessuti/tappeti dell’oriente, specializzandosi sulla rappresentazione di giardini; giardini che si sviluppano come rotuli o percorsi a nastro, seguendo l’idea di un viaggio reale e simbolico, di movimenti migratori. La ricca pittura lenticolare porta a scoprire, con sguardo attento, segni e particolari di grande bellezza nel paesaggio immaginato.

Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, (part.,) 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Tra la natura rigogliosa, ricorre l’immagine di grandi fiori aperti, con petali/tentacoli che si diramano all’esterno, evocando le braccia della dea indù Kali Mata, simbolo della capacità femminile di affrontare e gestire tante situazioni, contemporaneamente. Un inno gioioso alle potenzialità delle donne nel costruire nuovi mondi.

Un giardino dell’Eden, reimmaginato, ci accoglie nella magnetica installazione di Wangechi Mutu, artista keniota, “The End, Where All Began, Eden“.

Wangechi Mutu (1972, Kenia), The End, Where All Began, Eden, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Attingendo ai miti e alle storie della creazione del suo popolo, reinterpretati con uno sguardo eco-femminista, l’artista propone uno spazio in cui condensa simboli e significati volti a prefigurare un ‘giardino’ ideale, un Eden modellato dalla presenza e dall’azione potente della figura femminile, presente nelle forme morbide del suo corpo al centro.

ARGILLE, SABBIE, SALE, MINERALI

Un altro elemento naturale frequente nelle installazioni della Biennale, di ogni parte del mondo, è la presenza, reale o ricostruita, di terra, sabbia, argilla, sale; un richiamo radicale al suolo e alla crosta geologica che regge la vita sul pianeta, materia prima fondamentale anche per la creazione artistica. Esigenza di ritorno all’origine, all’essenza, per ricominciare.

Una scelta che ho trovato fortemente simbolica per il richiamo ‘globale’ al tema della cura e della ricostruzione della nostra “terra”.

Una sequenza di foto di Padiglioni Nazionali documentano questa riflessione:

Maria Sosa (1985, Messico) Noé Martinez (1986, Messico), Actos invisibiles para sostener el universo, 2026, installazione, sale e argilla – Padiglione del Messico, 61ª Biennale di Venezia

Gli artisti messicani Maria Sosa e Noé Martinez, nel Padiglione del Messico, immergono vasi in argilla ornitomorfi, di forma antica, nel sale, disegnando, con il nastro di sale che li contiene, la forma del termine mesoamericano “parola”: una sintesi visiva della potenzialità della memoria e della ricca cultura precoloniale per recuperare una visione di serena integrazione tra cultura e natura. L’attraversamento di questo spazio, a tratti labirintico, è segnato dalla presenza di materiali organici, che, nel tempo si trasformano: il sale assorbe umidità, acquista lucentezza ed erode lentamente la terracotta, ed è accompagnato da elementi sonori che favoriscono la riflessione e una sosta rigenerante.

Matias Duville (1974, Argentina), Monitor Yin Yang, 2026, sale e carbone – Padiglione dell’Argentina, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Anche Matias Duville, artista argentino, crea uno spazio immersivo, ove suono, video ci seguono nel cammino, su di un suolo fatto da resti di sale e disegno di una mappa cartografica di polvere di carbone; gli elementi residuali di mari e foreste ci fanno percepire un paesaggio apocalittico, e contemporaneamente cogliere la potenzialità di un nuovo inizio.

Margaret Whyte (1936, Uruguay), Antifragile, 2026, installazione – Padiglione dell’Uruguay, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Margaret Whyte, artista uruguaiana, accumula detriti di terre e pietre con resti di prodotti industriali, con intenzione affine al lavoro precedente. Dalla distruzione, dalle macerie, sistemi disordinati e instabili, si può trovare una modalità di riutilizzo dell’insieme ‘ antifragile’, scoprendone la forza e la potenzialità.

Haitham Al Busafi, Zinah, (Ornamento), 2026, installazione, sabbia e altri materiali – Padiglione dell’Oman, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione dell’Oman si entra, camminando sulla sabbia del paese stesso, accompagnati al tintinnare delle decorazioni metalliche per cavalli appese a cascata dall’alto, in leggero movimento. Haitham Al Busafi, invita ad un’esperienza immersiva, in cui cogliere il profondo legame tra uomo, natura e cavalli, valorizzando il patrimonio culturale del Paese.

Zi Kakhramonova (2001, Uzbekistan), Salt City, 2026, installazione, sale, tecniche varie – Padiglione dell’Uzbekistan, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La giovane artista uzbeka, Zi Kakhramonova, partecipa con “Salt City” al progetto del Padiglione della propria nazione, che denuncia il prosciugamento del Lago Aral attraverso lavori artistici frutto di un ricco immaginario ecologico. Le isole di sale entro cui Zi allestisce oggetti e tessuti della tradizione uzbeka, alcuni in forma di bozzolo, richiamano l’idea di una possibile rinascita dell’ambiente, a partire dalla memoria e dalla ricerca di nuovi equilibri naturali.

Alfredo Jaar (1956, Cile), The End of The World, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Dalle distese luminose di sale e sabbia, al ventre infuocato della terra: Alfredo Jarr ci porta dentro una ‘cattedrale’ dedicata ai minerali più rari, terre rare, rame, cobalto, stagno, litio, nichel, manganese, cotan, germanio e platino, che dispone, a strati, in un piccolo cubo illuminato, sull’altare di fronte all’ingresso del lungo vano costruito. Entrando nello spazio claustrofobico dell’installazione, la percezione dei toni luminosi rossastri e degli odori diffusi, come in una grotta profonda tra la terra umida e pungente, ci respinge e crea un forte disagio; la potente denuncia, che diventa un vissuto di sofferenza, tocca i temi oggi sempre più impellenti della rapina delle risorse prime per le richieste della crescita tecnologica.

Alexa Kumiro Hatanaka (1988, Toronto), Instability, 2024, linoleografia su washi – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Tracce di un suolo ghiacciato, rilievi e i cumuli che la neve disegna sulla sua coltre nei territori degli Inuit, nel Canada settentrionale, vengono registrati, in modo creativo e poetico, da Alexa Kumiro Hatanaka. L’artista, giapponese/canadese, rilevando le ‘mappe’ naturali che la superficie della neve offre agli abitanti di questa terra per orientarsi da secoli, ne denuncia il probabile dissolvimento a causa del riscaldamento globale. Le linee della cartografia naturale vengono incise su lastre di linoleum e stampate su fogli di carta fatta a mano con una antica tecnica di origine coreana, resistente e traslucida, colorata con tinture naturali (whasi); i fogli di carta vengono poi inamidati e cuciti per realizzare ‘tessuti’ leggeri da appendere come drappi incantevoli, oppure vengono usati per rivestire forme che simulano i rilievi del territorio.

Alexa Kumiro Hatanaka (1988, Toronto), Moveable Immoveable, 2026, linoleografia su washi – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro di Alexa Kumiro Hatanaka esplora le relazioni tra cambiamento climatico e variazioni del nostro equilibrio interiore, basandosi su studi scientifici in merito all’adattamento dell’uomo all’ambiente, traducendo nel linguaggio artistico le correlazioni tra paesaggi della natura e paesaggi interiori. L’ esperienza di persona bipolare e queer è una forte motivazione per la realizzazione di progetti artistici di ricerca particolarmente innovativi e poetici, che coinvolgono anche le comunità indigene delle zone dell’Artico.

(Testo e foto di Ivetta Galli)

Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “HOME”

Ricamatrici palestinesi, progetto “Gaza Genocide Tapestry”, opera tessile collettiva, dalla mostra : “GAZA – NO WORDS – SEE THE EXHIBIT” – Palazzo Mora, Venezia, 61ª Biennale

“Home – … s. ingl. … – Propriam. casa, focolare domestico (cioè casa considerata non come edificio, ma come dimora e quindi sede di ricordi e affetti familiari). In alcune locuzioni la parola ha assunto il sign. più ampio di comunità, stato, patria.” (dal Vocabolario Treccani)

Il significato della parola inglese “Home“, contiene un senso antropologico e poetico, figura di un luogo vitale, dove corpi, oggetti, tempi e memorie si intrecciano, e a quest’immagine viene data forma in numerose opere esposte alla Biennale. D’altra parte, l’invito della curatrice a sintonizzarsi sui toni minori, può portare alla riflessione, all’introspezione, a puntare lo sguardo verso l'”interno”, ad indagare il proprio luogo dei vissuti, alle proprie storie.

Intorno a questo percorso ho selezionato i lavori artistici che mi hanno particolarmente colpito; sono interventi presenti nelle sedi dei Giardini e dell’Arsenale, in alcune mostre collaterali e in alcuni padiglioni sparsi tra le calli veneziane.

“HOME” SGRETOLATE, FERITE APERTE IN MEDIO ORIENTE

Inizio con le opere che disegnano la Palestina, seguendo l’invito di apertura della mostra all’Arsenale (vedi: Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys: attraversare la soglia); opere strettamente legate all’attualità geopolitica, di denuncia lacerante del genocidio in atto, portatrici di gesti di resistenza e di volontà di rimarginare le ferite anche attraverso il fare artistico.

A Palazzo Mora, troviamo la mostra “Gaza – no Words – See the Exhibit“, da cui ho tratto un’ immagine significativa per questo percorso.

Sono qui esposte un centinaio di opere tessili, realizzate con la tecnica ‘Tatreez‘ (punto croce proprio della tradizione palestinese) sia da ricamatrici palestinesi che da tessitrici dei campi profughi, come da donne in diaspora. I soggetti sono tratti da foto che documentano la situazione di Gaza, volti e luoghi dei campi profughi e delle case bombardate, le attuali dimore precarie in cui i palestinesi sono costretti a vivere.

Ricamatrici palestinesi, Sleeping in tent in the rain, opera tessile – Palazzo Mora, Venezia, 61ª Biennale

Con il ricamo, una pratica lenta e collettiva di memoria, si fissano anche le immagini degli attuali rifugi di fortuna, creati con materiali di recupero, dopo la cancellazione violenta delle abitazioni. Un’azione collettiva creativa per resistere all’annientamento.

Nel Padiglione Centrale ai Giardini, le opere di Mohammed Joha (1978, Gaza), realizzate con collage di carta, tessuti, cartoncino, penna e colori, si impongono per la profonda forza espressiva e poetica: disegnano immagini della propria terra, delle case di Gaza, territorio che ha dovuto abbandonare nel 2004, come un mosaico di pezze colorate che evocano ricordi, vissuti ed emozioni.

Mohammed Joha (1978, Gaza), serie: No Shelter, 2025, collage – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’uso di diversi materiali riutilizzati sulle tele documentano un disperato tentativo di resistenza creativa, desiderio di frenare la distruzione, ricostruendo a partire dalle macerie. E’ un procedimento artistico che ho ritrovato nelle intenzioni di molti artisti presenti in questa Biennale.

Ho trascorso gli ultimi trent’anni a cercare le case e i letti in cui si dice che Arafat abbia dormito” (Yasser Arafat, leader dell’OLP, per sfuggire ai continui tentativi di assassinio, doveva cambiare spesso casa).

Walid Raad (1967, Libano), dalla serie: Far From Quietting, 1967-2026, pittura su legno – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro meticoloso di Walid è emblematico della decennale condizione di vita precaria e costantemente in pericolo nella terra del popolo palestinese.

“HOME”, DALLA MEMORIA E DALLA STORIA DI CULTURA AFRICANA

Il riferimento alla “Home” diviene motivo di elaborazione artistica per un buon gruppo di artisti d’origine africana, alcuni dei quali, in diaspora, risiedono altrove nel mondo; viene spontaneo andare col pensiero ai percorsi della precedente Biennale di Adriano Pedrosa, “STRANIER3 OVUNQUE“, e vivere la mostra attuale come uno sguardo di continuità e approfondimento.

La figura dell’abitazione, unità che costruisce villaggi immaginari sull’acqua, dove le architetture si piegano in forme di specie viventi, è il soggetto di una serie di dipinti di Werewere Liking, vulcanica artista multidisciplinare originaria del Camerun, esposti all’Arsenale, attorno ad un suo poema, “D’Ascendance Panafricaine“.

Werewerw Liking (1950, Camerun, vive in Costa d’Avorio), serie di dipinti esposti all’Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Molti artisti di origine africana abitano in diaspora in varie parti della Terra; tra questi Lubiana Himid (1954, Zanzibar), che oggi vive in Gran Bretagna, nazione che ha incaricato l’artista di allestire il proprio padiglione.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

All’ingresso si impone questo grande dipinto, un invito ad iniziare il percorso, pensato come spazio domestico; la casa è luogo in cui si migra, (torre che avvolge, imprigiona?); impilati a lato, modellini giocosi e fantastici di casette create dal desiderio di appartenenza. Confliggono sentimenti di attrazione e spaesamento.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

Lubaina esplora con grande abilità cromatica e compositiva, intorno allo spazio abitativo, il vissuto di sradicamento delle persone migranti ma anche la loro tenacia nell’impegno e nel lavoro, documentando il reale contributo alla crescita economica e culturale dei paesi che li ospitano.

Memoria della propria infanzia, vissuta nella Carolina del Sud, sono le case dipinte, o costruite come piccole sculture, di Beverly Buchanan (1940, USA – 2025), artista afroamericana, collocata dalla curatrice accanto alla figura di Issa Samb, all’inizio del percorso nel Padiglione Centrale, in quanto personalità per lei determinanti come modelli di artista.

Beverly Buchanan (1940,USA, 2015), In the Garden, the Artist at Home, 1993, pastello e olio su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

“Casa significa ciò che ho stabilito e dove mi trovo, ovunque sia. E significa la Carolina del Sud, dove sono cresciuta”, dichiara l’artista; la sua ricerca esplora le architetture vernacolari, luoghi che custodiscono storie personali e collettive, racconti di schiavitù e colonialismo.

Beverly utilizza dei dipinti un segno grafico deciso, potente e colori saturi, che si impongono con sicurezza; nel realizzare la serie delle “Shacks“, assembla materiali di recupero con l’intenzione di evocare la resistenza della comunità afroamericana negli spazi quotidiani.

Beverly Buchanan (1940, USA, 2015), Shacks, materiali di recupero – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Baracche precarie, sospese alla parete, come sradicate dalla terra, che rimandano a storie di schiavitù sono anche quelle di Roberto Diago, artista afrocubano, protagonista del Padiglione di Cuba con il progetto “Hombres libres“. Nella sua installazione è significativo il riferimento ai “Cimarrones”, schiavi africani fuggiaschi dalle piantagioni coloniali dell’impero spagnolo, in cerca di libertà.

Roberto Diago (1971, Cuba), “Hombres libres”, installazione nel Padiglione di Cuba – 61ª Biennale di Venezia

L’artista elabora, nel progetto per la Biennale, l’eredità della schiavitù, le cicatrici che sono sedimentate nella memoria, per non dimenticare, facendo sì che dal dolore possa attivarsi una pratica continua di ricerca di riscatto e di libertà.

“HOME” COME CULLA ACCOGLIENTE

Il concetto di “Home” si materializza anche nella figura dell’amaca, che si impone, grandiosa intrecciata con filati tinti di indaco, nel Padiglione di Panama, allestito da una coppia di artisti, Antonio José Guzman (nato a Panama vive tra Amsterdam e Dakar) e Iva Jankovic (serba-tedesca, vive ad Amsterdam).

A.J. Guzman (1971, Panama) e I. Jankovic (1979, Yugoslavia), Tropical Hyperstition, 2026, intreccio a mano con tessuto tinto con l’indaco – Padiglione di Panama, 61ª Biennale di Venezia

“In questa installazione, un’enorme amaca intrecciata incarna il rifugio, il supporto, e il senso della casa. Concentra memorie sovrapposte: indigene, afro-caraibiche e panamensi” (dal comunicato del Padiglione).

Riferendosi alla storia del Canale di Panama, per la cui realizzazione migliaia di indigeni sono stati sradicati dai propri villaggi, peraltro cancellati dalle mappe geografiche, per interesse strategico delle potenze occidentali, gli artisti allestiscono un coinvolgente padiglione, attorno al potente simbolo dell'”amaca” e al colore indaco, che la caratterizza.

L’estrazione del prezioso pigmento indaco dalle foglie fermentate della pianta indigofera è legato ai commerci del XVIII secolo ed alle economie di sfruttamento coloniale nei Caraibi, in America ed in India; nella cultura africana, e per gli africani deportati, il blu indaco ha un valore spirituale ed apotropaico, di protezione dagli spiriti maligni.

La monumentale “culla” è circondata da installazioni di tessuti disegnati dall’intreccio di tinte indaco, con rappresentazioni di motivi derivati dalla sequenza del DNA di Guzman (radicato nella cultura senegalese), come da motivi mesoamericani, e simboli ancestrali, quasi una “cartografia tessile”; accanto, stese come teli appesi al sole, grandi e delicate immagini fotografiche rielaborate dei coloni afro-caraibici, chiamati per la costruzione del canale.

A.J. Guzman (1971, Panama) e I. Jankovic (1979, Yugoslavia), Tropical Hyperstition, 2026, tessuti tinti con l’indaco e foto rielaborate – Padiglione di Panama, 61ª Biennale di Venezia

Il pregnante simbolismo dell’amaca torna nell’installazione dell’artista salvadoregno Guadalupe Marvilla (1978, San Salvador, vive a New York) all’Arsenale; per l’artista l’icona dell’amaca porta anche significati di protezione, cura e riparazione.

Marvilla Guadalupe (1978, San Salvador), Amache, 2026, tessuto, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Marvilla Guadalupe giunge in USA come minore non accompagnato, in fuga dalla guerra civile in Salvador, nel 1984. A questa drammatica esperienza di fuga e sradicamento si aggiunge la recente malattia di cancro, vissuti che lo portano a creare opere rivolte a diversi gruppi di rifugiati e malati, pensate come strumento salvifico di cura, guarigione e conforto.

Le grandi cinque amache appese all’Arsenale, tra le trame tessute di colore giallo e indaco, portano scritte frasi di motivi cantati ai bambini per alleviarli dal dolore: rifugi accoglienti, simboli di una casa da cui si è stati sradicati, che testimoniano il desiderio di trovare consolazione, personale e collettiva, attraverso l’arte.

“HOME”, LUOGO PRECARIO, IN MOVIMENTO, SPECCHIO DI IDENTITA’ VARIE

Dall’America Centrale, all’Europa,  all’Asia, il desiderio di ricostruire uno spazio domestico, da cui ci si è dovuti allontanare per sopravvivere, è riproposto da Skarma Sonamtashi (1997, India), artista che allestisce, nel buio del soppalco del Padiglione dell’India, all’Arsenale, il modello di un antico villaggio come fosse aggrappato su di un pendio scosceso.

Skarma Sonamtashi (1997, India), Echi di casa, 2026, cartapesta, cartone, argilla e materiali riciclati – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’agglomerato di case ripropone la forma di un villaggio del Ladak, sua terra natale, con materiali volutamente fragili e precari, per evocare la vulnerabilità del luogo, sia per motivi legati al cambiamento climatico che per l’abbandono in seguito all’ emigrazione dei suoi abitanti. Il lavoro artistico, vuole essere un appello per sollecitare interventi di conservazione e di cura per quei luoghi dell’abitare, per contrastarne l’abbandono.

Sul tema della distanza dalla casa e dagli affetti è incentrato anche il Padiglione delle Filippine, realizzato all’Arsenale da Jon Cuyson, artista e regista della stessa nazione, con un complesso e accattivante allestimento.

Sea of love“, è un’installazione che propone il vissuto di un marinaio filippino, emblema di un popolo che vive dell’oceano e nell’oceano, e per il quale, come afferma la curatrice Mara Gladstone, “Anche l’acqua è un luogo dove trovare un senso di casa“.

Jon Cuyson (1969, Manila), The W/Hole Horizon, (dettaglio1), 2026, tecnica mista su tela, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Jon Cuyson (1969, Manila), The W/Hole Horizon, (dettaglio2), 2026, tecnica mista su tela, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Accanto alla serie di pannelli che ci portano tra le variegate tinte del mare, punteggiate da oggetti domestici, tra le incrostazioni delle cozze tra grigi scogli e molluschi in parte ammassati per terra, scorrono le immagini dei video, il cui protagonista è Kerel, marinaio queer in viaggio per lavoro.

I racconti dei cortometraggi, intrecciati ai grandi dipinti, suggeriscono relazioni che scardinano le forme tradizionali di parentela: Kerel, persona dall’identità non conforme, viene ripreso mentre parla al telefono con Mutya, la sua compagna transgender, che, rimasta sulla terraferma, si occupa della madre non vedente del marinaio. In questo dialogo a distanza, intimo e affettuoso, si prefigura la possibilità dell’esistenza serena di diversi modelli familiari, fondati sull’amore, la cura e la responsabilità. In coerenza a questa realtà prefigurata, trovo suggestive le parole scritte da Valentina Marrone a proposito di una riflessione sul ritorno a casa di Ulisse, per il film The Odyssey:

“… la casa non è un luogo geografico, ma lo stato d’integrazione di una comunità che ritrova il coraggio della propria responsabilità” (Valentina Marroni, psicologa, da Instagram)

Una scelta di vita coraggiosa e responsabile è quella dell’artista svizzera queer Sandra Knecht (1968, Zurigo) che ricostruisce all’Arsenale una casa di legno, la propria “Heimat“, modello di una struttura mutevole, spazio per sé, la sua compagna, e rifugio anche per animali: una vita in comunità; realizza un modello di radicale integrazione tra la propria esistenza, le creature viventi, l’habitat, e le forze spirituali che lo abitano.

Sandra Knecht (1968, Zurigo), Home is a Foreign Place, 2026 installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’installazione “Home is a Forein Place“, si riferisce al vissuto di possibile estraneità o allo spiazzamento che una “Home” può generare quando agisce un modello di convivenza diverso da quello “tradizionale”, non sempre tollerato, se non emarginato dalla società; esperienza da lei vissuta nelle aree rurali svizzere, che diventa motivo di testimonianza, di attivismo e di resistenza.

La sua esperienza si pone come un esempio di felice inclusione tra le diversità, secondo modalità di approccio queer; un esempio è la parete apiario, integrata esternamente alla propria struttura, che ospita la vita laboriosa delle api, vita, celebrata dall’artista come modello di diligenza e ordine.

Sandra Knecht (1968, Zurigo), Bee House, 2026 installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Per alcuni artisti dalle identità sessuali “di minoranza”, la figura della “Home“, diviene luogo per addensare la propria storia di marginalità, come per Mohammed Z Rahman (1997, Londra), artista inglese-bangladeshi, di famiglia operaia, persona queer.

Rolling Heart” è una grande struttura aperta in legno di pino che invita ad essere abitata, per essere vissuta scoprendo gli interventi artistici da cui è arredata.

Mohammed Z. Rahman (1997, Londra), Rolling Heart, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il telaio di legno di pino diviene luogo per raccontare le proprie emozioni, i dolori vissuti, il complesso rapporto con gli altri, le lacerazioni politiche e sociali; è anche omaggio a chi si è preso cura delle persone malate di Aids, agli attivisti della comunità LGBTQIA+, che lavorano per attuare una società non discriminante.

I delicati dipinti sulle scatolette di fiammiferi, “Lovers’ Vigil“, soprammobili adagiati con delicatezza e ritmo sulle mensole della struttura, scorrono davanti al nostro sguardo come fotogrammi di un video che evoca il dolore di un cuore spezzato, e pare una riflessione quasi sacra sulla necessità dell’amore, qualsiasi esso sia.

Mohammed Z. Rahman (1997, Londra), Lovers’ Vigil, 2024, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Strutture lignee, pensate come modelli di “casette”, sono pensate anche dall’artista Chiara Camoni (1974, Piacenza), protagonista del Padiglione Italia, all’Arsenale; qui le “casette”, da lei definite, sono armadiature in legno, lavori-contenitori emblematici della sua “formazione” artistica, della sua personale cultura ed identità, come anche racconto della stratificazione collettiva della storia dell’arte.

All’interno delle varie “casette”, proiezione delle sue esperienze di ricerca, dispone alcune opere degli artisti che hanno nutrito la sua creatività.

Chiara Camoni (1974, Piacenza), “Con te, con tutto”, 2026, installazioni – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Queste architetture domestiche arredano il secondo grande spazio del Padiglione, come nuclei o isole, assieme ad altre sue creazioni, quali video, ceramiche, frammenti di piastrelle e tessuti dipinti, installazioni/vetrina della complessa ricerca artistica di Chiara Camoni; a questo secondo spazio si accede dopo aver sperimentato, nella prima ampia sala, un cammino in un “bosco” di figure antropomorfe, persone modellate con terra, ceramica, elementi vegetali e minerali, soggetti figurativi fra i più caratteristici della sua arte suggestiva.

Chiara Camoni (1974, Piacenza), “Con te, con tutto”, 2026, installazioni con materiali vari – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’esperienza proposta dall’artista è quella di simulare la partecipazione ad un rito collettivo, ad una processione ed a momenti di scambio e condivisione, metodo, d’altra parte, attraverso cui nascono e vengono realizzate le sue opere. Le piccole case di legno divengono luoghi fecondi di incontro, dove si incrociano sguardi diversi, dove si rende omaggio alle opere della storia dell’arte che hanno forgiato la sua e la nostra identità.

“HOME” SPAZIO PER UNA PERFORMENCE

Il concetto di “Home“, nel Padiglione del Giappone, si attua con la realizzazione di in una vera e propria casa, su due piani, entro cui siamo invitati ad accedere e all’interno della quale agiamo come protagonisti della vita domestica.

Idea geniale che genera profonde riflessioni sul tema della genitorialità e del prendersi cura dei bambini, come atto di speranza e resistenza, in un complicato periodo storico devastato da guerre, da crisi demografiche, da migrazioni, paure ed incertezze. La storia personale dell’artista che l’ha ideato è fortemente legata a tematiche sociali.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’artista queer giapponese El Arakawa-Nash, che oggi vive a Los Angeles con il suo compagno, è diventato padre di due gemelli nel 2024, ricorrendo alla gestazione per altri, esperienza che vuole portare come modello positivo di genitorialità, e non solo per le coppie eterosessuali, in quanto il metodo di procreazione è al centro di un vivace dibattito e, a seconda dei diversi paesi del mondo, sottoposto a diverse normative (in Italia è vietato e definito come “reato universale”).

Il proprio vissuto positivo ed appagante è divenuto lo stimolo per “concepire” una complessa opera immersiva.

All’ingresso del Padiglione puoi scegliere se visitarlo come osservatore o divenire protagonista del percorso; ciò significa che accogli tra le braccia un bambolotto, di 6 Kg., esperienza che immediatamente ti porta a dialogare con lui, attivando sentimenti di affetto, di attenzione e di cura.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Durante il percorso che porta al primo piano della casa, si incontrano vari bambolotti che vivono lo spazio giocando o osservando la gente; è curioso cogliere come le persone dialoghino con loro, restituendo un’anima ai pupazzi, quasi per un’esigenza innata di relazione e affetto, di protezione.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Al piano superiore sono disposti, tra gli altri arredi, alcuni piani per fasciatoi, perché la performance prevede che si cambi il pannolino al bambolotto, gesto di accudimento per eccellenza; aprendo il pannolino si può leggere, con un QR, una poesia scelta per quel “bimbo”. Questa azione estende il gesto di cura da un fatto familiare ad una riflessione collettiva, sottolineandone il valore della responsabilità, ed evocando, con il testo poetico, riflessioni su questioni sociali, come sulla storia, sulla memoria, sulle discriminazioni cui sono sottoposte le minoranze di ogni genere. Nel mio bambolotto recitava così la poesia di un poeta giapponese:

“Metto un foglio trasparente sulla mappa e disegno un’altra mappa col sangue che mi sgorga dal dito

Il sangue si spande e macchia la prima mappa confondendo chi vive credendo nel progresso.

L’uomo fin dalla nascita è aperto verso gli altri non solo a chi è ancora vivo,

ma ancora di più ai morti” (Nakagami Kenji, 02/08/1946 – Wakayama, Giappone)

Il dialogo con il mondo dei morti, qui ricordato, è un altro motivo frequente in questa Biennale, citato come passaggio necessario e sereno nel vissuto dell’esistenza: un altro possibile significato dell’attraversare la soglia, dal mondo terreno a quello dell’aldilà.

“HOME”, RACCONTO ATTRAVERSO INTRECCI, FILI E RICAMI

Le ultime opere, che segnalo, fondano le proprie radici in pratiche artistiche tradizionali, opere ‘scritte’ da gesti silenziosi e pazienti che, di mani in mani, creano intrecci, trame, tessiture; lavori che rimandano a nuclei di “Home“, da cui sono stati generati, luoghi/laboratori del fare. Dall’eredità di pensieri, forme e saperi, gli artisti elaborano linguaggi espressivi contemporanei, con grande sapienza e valore estetico.

Partiamo da una figura affacciata ad una finestra, opera realizzata con la tecnica del collage di pezze di tessuti di seta, cucite con cura poeticamente dall’artista sudafricana Billie Zangewa.

Billie Zangewa (1973, Malawi), Una questione di prospettiva, 2026, collage in seta cucito a mano – Padiglione centrale Giardini, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro è parte di una serie di quadri di vita domestica, esposti al Giardini, un racconto dimesso ma emotivamente intenso ed introspettivo sulla quotidianità, colta tra le mura di casa; l’artista realizza i suoi collage raccogliendo scampoli e resti di tessuti di seta, che poi ricama e cuce, con lavoro meticoloso e prezioso, attenta a valorizzare gli effetti serici e tattili del tessuto, narrando visivamente un “femminismo quotidiano”, come lei stessa ama definire le proprie opere.

Nel Padiglione del Marocco, all’Arsenale, Amina Aguezay, artista multimediale, allestisce un ambiente che evoca un’architettura vernacolare marocchina, rivestendo le superfici con ampie tele di diverse dimensioni che si rifanno alla tecnica ‘Asǝṭṭa‘, termine berbero che definisce la tessitura rituale tradizionale.

Amina Aguezay (1963, Casablanca), Asǝṭṭa (part.1), 2026, tessuti, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Amina lavora da circa vent’anni alla ricerca dei saperi e delle pratiche tradizionali di tessitura in Marocco, confrontandosi e coinvolgendo filatrici, ricamatrici, cestai, maestri artigiani anche nella realizzazione dei suoi progetti. Ci restituisce, in questa installazione, un patrimonio di segni, simboli e figure in raffinate tinte terra naturali che ‘parlano’ intensamente anche alla sensibilità contemporanea.

Amina Aguezay (1963, Casablanca), Asǝṭṭa (part.2), 2026, tessuti, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’intervento nel suo insieme viene vissuto come un ambiente/soglia da attraversare, dove il nostro muoverci tra le pareti tessili ci permette di percepire differenti sensazioni: percorsi dall’esterno all’interno, come trame disegnate che evocano passaggi dal mondo fisico all’aldilà, motivi che ci raccontano la stratificazione di una memoria che può contribuire a costruire nuovi orizzonti.

Il concetto di soglia torna in un’altra coinvolgente installazione all’Arsenale, all’interno di “Geographies of distance: remembering home” del Padiglione dell’India, già citato in questo percorso. Per chi vive lontano, sia per distanza geografica che per generazione, dalla propria terra d’origine, la “Home” è un’ idea, è figura di una mitologia personale, modellazione di un sogno.

Ci accoglie un magico allestimento, quello dell’artista Sumakshi Singh (1980, India), che, col filo bianco ricama monumentali frammenti di arredo, figure della memoria, della casa dei nonni, in India, ora distrutta.

Sumakshi Singh (1980, Delhi), Permanent Address, 2026, Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Sumakshi Singh (1980, Delhi), Permanent Address, part. 2026, Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La porta, ricamata a mano, che apre alla visione dei pezzi di architettura sparsi nello spazio, è una soglia fragile che si fa attraversare con l’immaginazione, è finzione, è forma realizzata con intrecci di filo, ricucita con pazienza infinita, è passaggio nel tempo e nello spazio, tra la memoria e il presente. Cito un suggestivo brano tratto dal catalogo della mostra al PAC di Milano, in cui è stata esposta la porta dell’artista:

Il pizzo imita l’architettura anche se la smonta: l’elemento che resiste … è quello che viene curato con pazienza. In quest’opera, la fuga è interiore, verso la tranquilla certezza che l’immaginazione, per quanto tenue, sia ciò che tiene aperto il mondo” (dalla Guida alla Mostra “India, di bagliori e fughe” – PAC Milano)

Citazioni della vita domestica, evocata da frammenti di tessuti, si colgono, come brillanti fuochi d’artificio, nelle monumentali tele di Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba), protagonista del Padiglione dell’Etiopia, in Palazzo Bollani.

Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia

L’artista con “Shapes of Silence” sceglie il silenzio come forma espressiva di resistenza contro un’arte che dà più importanza alla parola ed alla costruzione critica invece che lasciare all’immagine la forza di comunicare emozioni e messaggi.

Ed in coerenza a questa intenzione, trovo che i suoi lavori, osservati lentamente e sgranati nei minimi e ricchi particolari, ci raccontino una storia fatta di riferimenti al suo paese, ma anche e soprattutto all’intimità domestica, al calore del nucleo famigliare dato dai ritagli di tessuti accostati a passamanerie, pezzi all’uncinetto, frammenti di centrini, tracce di grafie infantili, rettangoli/finestre aperte su paesaggi di intensi colori; l’artista stesso ricorda che d’ispirazione fondamentale è stato il lavoro di sua madre, meticoloso, lento, creativo e silenzioso, appunto, nello spazio dell’abitare.

Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia
Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia

Tegene ci restituisce un’immagine inconsueta della propria “Home“, che, per la forza espressiva dei segni, fa sì che il ‘silenzio’ delle forme ‘urli’ con gioia la memoria e la storia della propria terra e delle proprie radici.

(Testo di Ivetta Galli, foto di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Carla Rizzotti)