Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “HOME”

Ricamatrici palestinesi, progetto “Gaza Genocide Tapestry”, opera tessile collettiva, dalla mostra : “GAZA – NO WORDS – SEE THE EXHIBIT” – Palazzo Mora, Venezia, 61ª Biennale

“Home – … s. ingl. … – Propriam. casa, focolare domestico (cioè casa considerata non come edificio, ma come dimora e quindi sede di ricordi e affetti familiari). In alcune locuzioni la parola ha assunto il sign. più ampio di comunità, stato, patria.” (dal Vocabolario Treccani)

Il significato della parola inglese “Home“, contiene un senso antropologico e poetico, figura di un luogo vitale, dove corpi, oggetti, tempi e memorie si intrecciano, e a quest’immagine viene data forma in numerose opere esposte alla Biennale. D’altra parte, l’invito della curatrice a sintonizzarsi sui toni minori, può portare alla riflessione, all’introspezione, a puntare lo sguardo verso l'”interno”, ad indagare il proprio luogo dei vissuti, alle proprie storie.

Intorno a questo percorso ho selezionato i lavori artistici che mi hanno particolarmente colpito; sono interventi presenti nelle sedi dei Giardini e dell’Arsenale, in alcune mostre collaterali e in alcuni padiglioni sparsi tra le calli veneziane.

“HOME” SGRETOLATE, FERITE APERTE IN MEDIO ORIENTE

Inizio con le opere che disegnano la Palestina, seguendo l’invito di apertura della mostra all’Arsenale (vedi: Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys: attraversare la soglia); opere strettamente legate all’attualità geopolitica, di denuncia lacerante del genocidio in atto, portatrici di gesti di resistenza e di volontà di rimarginare le ferite anche attraverso il fare artistico.

A Palazzo Mora, troviamo la mostra “Gaza – no Words – See the Exhibit“, da cui ho tratto un’ immagine significativa per questo percorso.

Sono qui esposte un centinaio di opere tessili, realizzate con la tecnica ‘Tatreez‘ (punto croce proprio della tradizione palestinese) sia da ricamatrici palestinesi che da tessitrici dei campi profughi, come da donne in diaspora. I soggetti sono tratti da foto che documentano la situazione di Gaza, volti e luoghi dei campi profughi e delle case bombardate, le attuali dimore precarie in cui i palestinesi sono costretti a vivere.

Ricamatrici palestinesi, Sleeping in tent in the rain, opera tessile – Palazzo Mora, Venezia, 61ª Biennale

Con il ricamo, una pratica lenta e collettiva di memoria, si fissano anche le immagini degli attuali rifugi di fortuna, creati con materiali di recupero, dopo la cancellazione violenta delle abitazioni. Un’azione collettiva creativa per resistere all’annientamento.

Nel Padiglione Centrale ai Giardini, le opere di Mohammed Joha (1978, Gaza), realizzate con collage di carta, tessuti, cartoncino, penna e colori, si impongono per la profonda forza espressiva e poetica: disegnano immagini della propria terra, delle case di Gaza, territorio che ha dovuto abbandonare nel 2004, come un mosaico di pezze colorate che evocano ricordi, vissuti ed emozioni.

Mohammed Joha (1978, Gaza), serie: No Shelter, 2025, collage – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’uso di diversi materiali riutilizzati sulle tele documentano un disperato tentativo di resistenza creativa, desiderio di frenare la distruzione, ricostruendo a partire dalle macerie. E’ un procedimento artistico che ho ritrovato nelle intenzioni di molti artisti presenti in questa Biennale.

Ho trascorso gli ultimi trent’anni a cercare le case e i letti in cui si dice che Arafat abbia dormito” (Yasser Arafat, leader dell’OLP, per sfuggire ai continui tentativi di assassinio, doveva cambiare spesso casa).

Walid Raad (1967, Libano), dalla serie: Far From Quietting, 1967-2026, pittura su legno – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro meticoloso di Walid è emblematico della decennale condizione di vita precaria e costantemente in pericolo nella terra del popolo palestinese.

“HOME”, DALLA MEMORIA E DALLA STORIA DI CULTURA AFRICANA

Il riferimento alla “Home” diviene motivo di elaborazione artistica per un buon gruppo di artisti d’origine africana, alcuni dei quali, in diaspora, risiedono altrove nel mondo; viene spontaneo andare col pensiero ai percorsi della precedente Biennale di Adriano Pedrosa, “STRANIER3 OVUNQUE“, e vivere la mostra attuale come uno sguardo di continuità e approfondimento.

La figura dell’abitazione, unità che costruisce villaggi immaginari sull’acqua, dove le architetture si piegano in forme di specie viventi, è il soggetto di una serie di dipinti di Werewere Liking, vulcanica artista multidisciplinare originaria del Camerun, esposti all’Arsenale, attorno ad un suo poema, “D’Ascendance Panafricaine“.

Werewerw Liking (1950, Camerun, vive in Costa d’Avorio), serie di dipinti esposti all’Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Molti artisti di origine africana abitano in diaspora in varie parti della Terra; tra questi Lubiana Himid (1954, Zanzibar), che oggi vive in Gran Bretagna, nazione che ha incaricato l’artista di allestire il proprio padiglione.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

All’ingresso si impone questo grande dipinto, un invito ad iniziare il percorso, pensato come spazio domestico; la casa è luogo in cui si migra, (torre che avvolge, imprigiona?); impilati a lato, modellini giocosi e fantastici di casette create dal desiderio di appartenenza. Confliggono sentimenti di attrazione e spaesamento.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

Lubaina esplora con grande abilità cromatica e compositiva, intorno allo spazio abitativo, il vissuto di sradicamento delle persone migranti ma anche la loro tenacia nell’impegno e nel lavoro, documentando il reale contributo alla crescita economica e culturale dei paesi che li ospitano.

Memoria della propria infanzia, vissuta nella Carolina del Sud, sono le case dipinte, o costruite come piccole sculture, di Beverly Buchanan (1940, USA – 2025), artista afroamericana, collocata dalla curatrice accanto alla figura di Issa Samb, all’inizio del percorso nel Padiglione Centrale, in quanto personalità per lei determinanti come modelli di artista.

Beverly Buchanan (1940,USA, 2015), In the Garden, the Artist at Home, 1993, pastello e olio su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

“Casa significa ciò che ho stabilito e dove mi trovo, ovunque sia. E significa la Carolina del Sud, dove sono cresciuta”, dichiara l’artista; la sua ricerca esplora le architetture vernacolari, luoghi che custodiscono storie personali e collettive, racconti di schiavitù e colonialismo.

Beverly utilizza dei dipinti un segno grafico deciso, potente e colori saturi, che si impongono con sicurezza; nel realizzare la serie delle “Shacks“, assembla materiali di recupero con l’intenzione di evocare la resistenza della comunità afroamericana negli spazi quotidiani.

Beverly Buchanan (1940, USA, 2015), Shacks, materiali di recupero – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Baracche precarie, sospese alla parete, come sradicate dalla terra, che rimandano a storie di schiavitù sono anche quelle di Roberto Diago, artista afrocubano, protagonista del Padiglione di Cuba con il progetto “Hombres libres“. Nella sua installazione è significativo il riferimento ai “Cimarrones”, schiavi africani fuggiaschi dalle piantagioni coloniali dell’impero spagnolo, in cerca di libertà.

Roberto Diago (1971, Cuba), “Hombres libres”, installazione nel Padiglione di Cuba – 61ª Biennale di Venezia

L’artista elabora, nel progetto per la Biennale, l’eredità della schiavitù, le cicatrici che sono sedimentate nella memoria, per non dimenticare, facendo sì che dal dolore possa attivarsi una pratica continua di ricerca di riscatto e di libertà.

“HOME” COME CULLA ACCOGLIENTE

Il concetto di “Home” si materializza anche nella figura dell’amaca, che si impone, grandiosa intrecciata con filati tinti di indaco, nel Padiglione di Panama, allestito da una coppia di artisti, Antonio José Guzman (nato a Panama vive tra Amsterdam e Dakar) e Iva Jankovic (serba-tedesca, vive ad Amsterdam).

A.J. Guzman (1971, Panama) e I. Jankovic (1979, Yugoslavia), Tropical Hyperstition, 2026, intreccio a mano con tessuto tinto con l’indaco – Padiglione di Panama, 61ª Biennale di Venezia

“In questa installazione, un’enorme amaca intrecciata incarna il rifugio, il supporto, e il senso della casa. Concentra memorie sovrapposte: indigene, afro-caraibiche e panamensi” (dal comunicato del Padiglione).

Riferendosi alla storia del Canale di Panama, per la cui realizzazione migliaia di indigeni sono stati sradicati dai propri villaggi, peraltro cancellati dalle mappe geografiche, per interesse strategico delle potenze occidentali, gli artisti allestiscono un coinvolgente padiglione, attorno al potente simbolo dell'”amaca” e al colore indaco, che la caratterizza.

L’estrazione del prezioso pigmento indaco dalle foglie fermentate della pianta indigofera è legato ai commerci del XVIII secolo ed alle economie di sfruttamento coloniale nei Caraibi, in America ed in India; nella cultura africana, e per gli africani deportati, il blu indaco ha un valore spirituale ed apotropaico, di protezione dagli spiriti maligni.

La monumentale “culla” è circondata da installazioni di tessuti disegnati dall’intreccio di tinte indaco, con rappresentazioni di motivi derivati dalla sequenza del DNA di Guzman (radicato nella cultura senegalese), come da motivi mesoamericani, e simboli ancestrali, quasi una “cartografia tessile”; accanto, stese come teli appesi al sole, grandi e delicate immagini fotografiche rielaborate dei coloni afro-caraibici, chiamati per la costruzione del canale.

A.J. Guzman (1971, Panama) e I. Jankovic (1979, Yugoslavia), Tropical Hyperstition, 2026, tessuti tinti con l’indaco e foto rielaborate – Padiglione di Panama, 61ª Biennale di Venezia

Il pregnante simbolismo dell’amaca torna nell’installazione dell’artista salvadoregno Guadalupe Marvilla (1978, San Salvador, vive a New York) all’Arsenale; per l’artista l’icona dell’amaca porta anche significati di protezione, cura e riparazione.

Marvilla Guadalupe (1978, San Salvador), Amache, 2026, tessuto, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Marvilla Guadalupe giunge in USA come minore non accompagnato, in fuga dalla guerra civile in Salvador, nel 1984. A questa drammatica esperienza di fuga e sradicamento si aggiunge la recente malattia di cancro, vissuti che lo portano a creare opere rivolte a diversi gruppi di rifugiati e malati, pensate come strumento salvifico di cura, guarigione e conforto.

Le grandi cinque amache appese all’Arsenale, tra le trame tessute di colore giallo e indaco, portano scritte frasi di motivi cantati ai bambini per alleviarli dal dolore: rifugi accoglienti, simboli di una casa da cui si è stati sradicati, che testimoniano il desiderio di trovare consolazione, personale e collettiva, attraverso l’arte.

“HOME”, LUOGO PRECARIO, IN MOVIMENTO, SPECCHIO DI IDENTITA’ VARIE

Dall’America Centrale, all’Europa,  all’Asia, il desiderio di ricostruire uno spazio domestico, da cui ci si è dovuti allontanare per sopravvivere, è riproposto da Skarma Sonamtashi (1997, India), artista che allestisce, nel buio del soppalco del Padiglione dell’India, all’Arsenale, il modello di un antico villaggio come fosse aggrappato su di un pendio scosceso.

Skarma Sonamtashi (1997, India), Echi di casa, 2026, cartapesta, cartone, argilla e materiali riciclati – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’agglomerato di case ripropone la forma di un villaggio del Ladak, sua terra natale, con materiali volutamente fragili e precari, per evocare la vulnerabilità del luogo, sia per motivi legati al cambiamento climatico che per l’abbandono in seguito all’ emigrazione dei suoi abitanti. Il lavoro artistico, vuole essere un appello per sollecitare interventi di conservazione e di cura per quei luoghi dell’abitare, per contrastarne l’abbandono.

Sul tema della distanza dalla casa e dagli affetti è incentrato anche il Padiglione delle Filippine, realizzato all’Arsenale da Jon Cuyson, artista e regista della stessa nazione, con un complesso e accattivante allestimento.

Sea of love“, è un’installazione che propone il vissuto di un marinaio filippino, emblema di un popolo che vive dell’oceano e nell’oceano, e per il quale, come afferma la curatrice Mara Gladstone, “Anche l’acqua è un luogo dove trovare un senso di casa“.

Jon Cuyson (1969, Manila), The W/Hole Horizon, (dettaglio1), 2026, tecnica mista su tela, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Jon Cuyson (1969, Manila), The W/Hole Horizon, (dettaglio2), 2026, tecnica mista su tela, Padiglione delle Filippine, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Accanto alla serie di pannelli che ci portano tra le variegate tinte del mare, punteggiate da oggetti domestici, tra le incrostazioni delle cozze tra grigi scogli e molluschi in parte ammassati per terra, scorrono le immagini dei video, il cui protagonista è Kerel, marinaio queer in viaggio per lavoro.

I racconti dei cortometraggi, intrecciati ai grandi dipinti, suggeriscono relazioni che scardinano le forme tradizionali di parentela: Kerel, persona dall’identità non conforme, viene ripreso mentre parla al telefono con Mutya, la sua compagna transgender, che, rimasta sulla terraferma, si occupa della madre non vedente del marinaio. In questo dialogo a distanza, intimo e affettuoso, si prefigura la possibilità dell’esistenza serena di diversi modelli familiari, fondati sull’amore, la cura e la responsabilità. In coerenza a questa realtà prefigurata, trovo suggestive le parole scritte da Valentina Marrone a proposito di una riflessione sul ritorno a casa di Ulisse, per il film The Odyssey:

“… la casa non è un luogo geografico, ma lo stato d’integrazione di una comunità che ritrova il coraggio della propria responsabilità” (Valentina Marroni, psicologa, da Instagram)

Una scelta di vita coraggiosa e responsabile è quella dell’artista svizzera queer Sandra Knecht (1968, Zurigo) che ricostruisce all’Arsenale una casa di legno, la propria “Heimat“, modello di una struttura mutevole, spazio per sé, la sua compagna, e rifugio anche per animali: una vita in comunità; realizza un modello di radicale integrazione tra la propria esistenza, le creature viventi, l’habitat, e le forze spirituali che lo abitano.

Sandra Knecht (1968, Zurigo), Home is a Foreign Place, 2026 installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’installazione “Home is a Forein Place“, si riferisce al vissuto di possibile estraneità o allo spiazzamento che una “Home” può generare quando agisce un modello di convivenza diverso da quello “tradizionale”, non sempre tollerato, se non emarginato dalla società; esperienza da lei vissuta nelle aree rurali svizzere, che diventa motivo di testimonianza, di attivismo e di resistenza.

La sua esperienza si pone come un esempio di felice inclusione tra le diversità, secondo modalità di approccio queer; un esempio è la parete apiario, integrata esternamente alla propria struttura, che ospita la vita laboriosa delle api, vita, celebrata dall’artista come modello di diligenza e ordine.

Sandra Knecht (1968, Zurigo), Bee House, 2026 installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Per alcuni artisti dalle identità sessuali “di minoranza”, la figura della “Home“, diviene luogo per addensare la propria storia di marginalità, come per Mohammed Z Rahman (1997, Londra), artista inglese-bangladeshi, di famiglia operaia, persona queer.

Rolling Heart” è una grande struttura aperta in legno di pino che invita ad essere abitata, per essere vissuta scoprendo gli interventi artistici da cui è arredata.

Mohammed Z. Rahman (1997, Londra), Rolling Heart, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il telaio di legno di pino diviene luogo per raccontare le proprie emozioni, i dolori vissuti, il complesso rapporto con gli altri, le lacerazioni politiche e sociali; è anche omaggio a chi si è preso cura delle persone malate di Aids, agli attivisti della comunità LGBTQIA+, che lavorano per attuare una società non discriminante.

I delicati dipinti sulle scatolette di fiammiferi, “Lovers’ Vigil“, soprammobili adagiati con delicatezza e ritmo sulle mensole della struttura, scorrono davanti al nostro sguardo come fotogrammi di un video che evoca il dolore di un cuore spezzato, e pare una riflessione quasi sacra sulla necessità dell’amore, qualsiasi esso sia.

Mohammed Z. Rahman (1997, Londra), Lovers’ Vigil, 2024, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Strutture lignee, pensate come modelli di “casette”, sono pensate anche dall’artista Chiara Camoni (1974, Piacenza), protagonista del Padiglione Italia, all’Arsenale; qui le “casette”, da lei definite, sono armadiature in legno, lavori-contenitori emblematici della sua “formazione” artistica, della sua personale cultura ed identità, come anche racconto della stratificazione collettiva della storia dell’arte.

All’interno delle varie “casette”, proiezione delle sue esperienze di ricerca, dispone alcune opere degli artisti che hanno nutrito la sua creatività.

Chiara Camoni (1974, Piacenza), “Con te, con tutto”, 2026, installazioni – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Queste architetture domestiche arredano il secondo grande spazio del Padiglione, come nuclei o isole, assieme ad altre sue creazioni, quali video, ceramiche, frammenti di piastrelle e tessuti dipinti, installazioni/vetrina della complessa ricerca artistica di Chiara Camoni; a questo secondo spazio si accede dopo aver sperimentato, nella prima ampia sala, un cammino in un “bosco” di figure antropomorfe, persone modellate con terra, ceramica, elementi vegetali e minerali, soggetti figurativi fra i più caratteristici della sua arte suggestiva.

Chiara Camoni (1974, Piacenza), “Con te, con tutto”, 2026, installazioni con materiali vari – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’esperienza proposta dall’artista è quella di simulare la partecipazione ad un rito collettivo, ad una processione ed a momenti di scambio e condivisione, metodo, d’altra parte, attraverso cui nascono e vengono realizzate le sue opere. Le piccole case di legno divengono luoghi fecondi di incontro, dove si incrociano sguardi diversi, dove si rende omaggio alle opere della storia dell’arte che hanno forgiato la sua e la nostra identità.

“HOME” SPAZIO PER UNA PERFORMENCE

Il concetto di “Home“, nel Padiglione del Giappone, si attua con la realizzazione di in una vera e propria casa, su due piani, entro cui siamo invitati ad accedere e all’interno della quale agiamo come protagonisti della vita domestica.

Idea geniale che genera profonde riflessioni sul tema della genitorialità e del prendersi cura dei bambini, come atto di speranza e resistenza, in un complicato periodo storico devastato da guerre, da crisi demografiche, da migrazioni, paure ed incertezze. La storia personale dell’artista che l’ha ideato è fortemente legata a tematiche sociali.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’artista queer giapponese El Arakawa-Nash, che oggi vive a Los Angeles con il suo compagno, è diventato padre di due gemelli nel 2024, ricorrendo alla gestazione per altri, esperienza che vuole portare come modello positivo di genitorialità, e non solo per le coppie eterosessuali, in quanto il metodo di procreazione è al centro di un vivace dibattito e, a seconda dei diversi paesi del mondo, sottoposto a diverse normative (in Italia è vietato e definito come “reato universale”).

Il proprio vissuto positivo ed appagante è divenuto lo stimolo per “concepire” una complessa opera immersiva.

All’ingresso del Padiglione puoi scegliere se visitarlo come osservatore o divenire protagonista del percorso; ciò significa che accogli tra le braccia un bambolotto, di 6 Kg., esperienza che immediatamente ti porta a dialogare con lui, attivando sentimenti di affetto, di attenzione e di cura.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Durante il percorso che porta al primo piano della casa, si incontrano vari bambolotti che vivono lo spazio giocando o osservando la gente; è curioso cogliere come le persone dialoghino con loro, restituendo un’anima ai pupazzi, quasi per un’esigenza innata di relazione e affetto, di protezione.

El Arakawa-Nash (1977, Giappone), Grass Babies, Moon Babies, (Bambini d’erba, bambini di luna), 2026, Padiglione del Giappone, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Al piano superiore sono disposti, tra gli altri arredi, alcuni piani per fasciatoi, perché la performance prevede che si cambi il pannolino al bambolotto, gesto di accudimento per eccellenza; aprendo il pannolino si può leggere, con un QR, una poesia scelta per quel “bimbo”. Questa azione estende il gesto di cura da un fatto familiare ad una riflessione collettiva, sottolineandone il valore della responsabilità, ed evocando, con il testo poetico, riflessioni su questioni sociali, come sulla storia, sulla memoria, sulle discriminazioni cui sono sottoposte le minoranze di ogni genere. Nel mio bambolotto recitava così la poesia di un poeta giapponese:

“Metto un foglio trasparente sulla mappa e disegno un’altra mappa col sangue che mi sgorga dal dito

Il sangue si spande e macchia la prima mappa confondendo chi vive credendo nel progresso.

L’uomo fin dalla nascita è aperto verso gli altri non solo a chi è ancora vivo,

ma ancora di più ai morti” (Nakagami Kenji, 02/08/1946 – Wakayama, Giappone)

Il dialogo con il mondo dei morti, qui ricordato, è un altro motivo frequente in questa Biennale, citato come passaggio necessario e sereno nel vissuto dell’esistenza: un altro possibile significato dell’attraversare la soglia, dal mondo terreno a quello dell’aldilà.

“HOME”, RACCONTO ATTRAVERSO INTRECCI, FILI E RICAMI

Le ultime opere, che segnalo, fondano le proprie radici in pratiche artistiche tradizionali, opere ‘scritte’ da gesti silenziosi e pazienti che, di mani in mani, creano intrecci, trame, tessiture; lavori che rimandano a nuclei di “Home“, da cui sono stati generati, luoghi/laboratori del fare. Dall’eredità di pensieri, forme e saperi, gli artisti elaborano linguaggi espressivi contemporanei, con grande sapienza e valore estetico.

Partiamo da una figura affacciata ad una finestra, opera realizzata con la tecnica del collage di pezze di tessuti di seta, cucite con cura poeticamente dall’artista sudafricana Billie Zangewa.

Billie Zangewa (1973, Malawi), Una questione di prospettiva, 2026, collage in seta cucito a mano – Padiglione centrale Giardini, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro è parte di una serie di quadri di vita domestica, esposti al Giardini, un racconto dimesso ma emotivamente intenso ed introspettivo sulla quotidianità, colta tra le mura di casa; l’artista realizza i suoi collage raccogliendo scampoli e resti di tessuti di seta, che poi ricama e cuce, con lavoro meticoloso e prezioso, attenta a valorizzare gli effetti serici e tattili del tessuto, narrando visivamente un “femminismo quotidiano”, come lei stessa ama definire le proprie opere.

Nel Padiglione del Marocco, all’Arsenale, Amina Aguezay, artista multimediale, allestisce un ambiente che evoca un’architettura vernacolare marocchina, rivestendo le superfici con ampie tele di diverse dimensioni che si rifanno alla tecnica ‘Asǝṭṭa‘, termine berbero che definisce la tessitura rituale tradizionale.

Amina Aguezay (1963, Casablanca), Asǝṭṭa (part.1), 2026, tessuti, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Amina lavora da circa vent’anni alla ricerca dei saperi e delle pratiche tradizionali di tessitura in Marocco, confrontandosi e coinvolgendo filatrici, ricamatrici, cestai, maestri artigiani anche nella realizzazione dei suoi progetti. Ci restituisce, in questa installazione, un patrimonio di segni, simboli e figure in raffinate tinte terra naturali che ‘parlano’ intensamente anche alla sensibilità contemporanea.

Amina Aguezay (1963, Casablanca), Asǝṭṭa (part.2), 2026, tessuti, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’intervento nel suo insieme viene vissuto come un ambiente/soglia da attraversare, dove il nostro muoverci tra le pareti tessili ci permette di percepire differenti sensazioni: percorsi dall’esterno all’interno, come trame disegnate che evocano passaggi dal mondo fisico all’aldilà, motivi che ci raccontano la stratificazione di una memoria che può contribuire a costruire nuovi orizzonti.

Il concetto di soglia torna in un’altra coinvolgente installazione all’Arsenale, all’interno di “Geographies of distance: remembering home” del Padiglione dell’India, già citato in questo percorso. Per chi vive lontano, sia per distanza geografica che per generazione, dalla propria terra d’origine, la “Home” è un’ idea, è figura di una mitologia personale, modellazione di un sogno.

Ci accoglie un magico allestimento, quello dell’artista Sumakshi Singh (1980, India), che, col filo bianco ricama monumentali frammenti di arredo, figure della memoria, della casa dei nonni, in India, ora distrutta.

Sumakshi Singh (1980, Delhi), Permanent Address, 2026, Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Sumakshi Singh (1980, Delhi), Permanent Address, part. 2026, Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La porta, ricamata a mano, che apre alla visione dei pezzi di architettura sparsi nello spazio, è una soglia fragile che si fa attraversare con l’immaginazione, è finzione, è forma realizzata con intrecci di filo, ricucita con pazienza infinita, è passaggio nel tempo e nello spazio, tra la memoria e il presente. Cito un suggestivo brano tratto dal catalogo della mostra al PAC di Milano, in cui è stata esposta la porta dell’artista:

Il pizzo imita l’architettura anche se la smonta: l’elemento che resiste … è quello che viene curato con pazienza. In quest’opera, la fuga è interiore, verso la tranquilla certezza che l’immaginazione, per quanto tenue, sia ciò che tiene aperto il mondo” (dalla Guida alla Mostra “India, di bagliori e fughe” – PAC Milano)

Citazioni della vita domestica, evocata da frammenti di tessuti, si colgono, come brillanti fuochi d’artificio, nelle monumentali tele di Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba), protagonista del Padiglione dell’Etiopia, in Palazzo Bollani.

Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia

L’artista con “Shapes of Silence” sceglie il silenzio come forma espressiva di resistenza contro un’arte che dà più importanza alla parola ed alla costruzione critica invece che lasciare all’immagine la forza di comunicare emozioni e messaggi.

Ed in coerenza a questa intenzione, trovo che i suoi lavori, osservati lentamente e sgranati nei minimi e ricchi particolari, ci raccontino una storia fatta di riferimenti al suo paese, ma anche e soprattutto all’intimità domestica, al calore del nucleo famigliare dato dai ritagli di tessuti accostati a passamanerie, pezzi all’uncinetto, frammenti di centrini, tracce di grafie infantili, rettangoli/finestre aperte su paesaggi di intensi colori; l’artista stesso ricorda che d’ispirazione fondamentale è stato il lavoro di sua madre, meticoloso, lento, creativo e silenzioso, appunto, nello spazio dell’abitare.

Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia
Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba, vive a Berlino), Shapes of Silence, 2026, olio e tessuti vari su tela – Padiglione dell’Etiopia, 61ª Biennale di Venezia

Tegene ci restituisce un’immagine inconsueta della propria “Home“, che, per la forza espressiva dei segni, fa sì che il ‘silenzio’ delle forme ‘urli’ con gioia la memoria e la storia della propria terra e delle proprie radici.

(Testo di Ivetta Galli, foto di Ivetta Galli, Aldo Mazzolini e Carla Rizzotti)

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