
L’affascinante opera di Hala Schoukair, che ho scelto come icona del percorso, rende visibile l’intricata rete dei fili che connettono fiori, alberi, giardini e terreni, dipingendo un incantevole paesaggio naturale come una trama intrecciata, solcata da punti luminosi.
Non si può rimanere indifferenti di fronte alla quantità di forme vegetali rappresentate in questa Biennale: fiori dipinti, ricamati, fotografati e scolpiti, oppure veri, una esplosione di energia che si ramifica anche in opere che disegnano alberi e giardini, o penetra con apparati radicali nei vari tipi di terreno, che genera e supporta la vita vegetale, fatto di terra, sabbia, argilla e minerali. Una complessa rete di elementi all’interno dei quali l’habitat naturale diventa protagonista, nel suo splendore, ma anche nella sua fragilità e vulnerabilità.
Se il linguaggio dell’arte prefigura il mondo contemporaneo e coglie con specifica sensibilità le questioni più impellenti del prossimo futuro, non c’è dubbio che la drammatica crisi climatica di questo momento venga percepita e narrata in tutta la sua portata, come tra le più urgenti. Fiori, alberi, giardini, terreni della crosta geologica sono le “sentinelle” attorno cui gli artisti costruiscono racconti che dall’incantamento gioioso passano alla denuncia desolata, lasciando trasparire la nostalgia disperata di un equilibrio ambientale possibile e l’urgenza di una presa di posizione per invertire la deriva.
INNO AI FIORI
Una veloce carrellata di immagini, colte nei percorsi della Mostra, rende evidente il desiderio di conferire al “fiore” significati complessi e stratificati, espressioni di culture e storie del mondo, enfatizzati spesso dalle dimensioni ingigantite dei soggetti rappresentati.
Nel Padiglione della Gran Bretagna, di cui abbiamo già parlato nel percorso “Home“, colpisce la precisione dei dettagli nel grande dipinto che simula un erbario e si tinge di toni velati di malinconia, memoria di un’assenza, riflettendo un sentimento che, Lubaina Himid, artista pioniera del Black British Art Movement, fa trasparire, tra gli altri, nei lavori esposti.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia
Passiamo dalle linee delicate ed essenziali dell’opera di Lubaina Himid ai suggestivi ed imponenti boccioli di fiori di magnolia, in dimensioni spiazzanti e giocose di magrittiana evocazione, di Maria Magdalena Campos-Pons, artista di origine cubana; riprenderemo la lettura del significato della grande installazione, nel Padiglione Centrale dei Giardini, nel percorso “Cerchio“, figura intorno a cui è costruita l’opera; qui mi soffermo sulla magnolia, fiore dipinto anche tra i rami della propria pianta, nei pannelli di fondo, tra le figure di Koyo Kouoh, prima donna africana a curare una Biennale, e Toni Morrison, prima donna nera a vincere il premio Nobel per la letteratura.

Nella cultura del sud degli Stati Uniti, la magnolia, albero di antichissima origine e resistente nel tempo, rappresenta la forza interiore, la perseveranza insieme all’eleganza e alla grazia, Tra le donne nere è anche simbolo di solidarietà ed accoglienza.
Si cammina con piacere, girando attorno a queste sculture, incuriositi dalla bellezza dei colori, delle forme e dalla morbida “pelle” delle magnolie in resina e vetro.

All’Arsenale troviamo un grande progetto a due mani, delle artiste Raijni Perera (1981, Colombia, vive in Canada) e Marigold Santos (1985, Manila, vive in Canada), “Efflorecence/The Way We Wake“, in cui, tra sculture modellate con argilla e altri materiali, si impone questo fiore immaginario, robusto, aperto, ma portatore di una certa fatica nel crescere. Riflette lo sguardo di un’identità personale in costante adattamento alle condizioni del migrare e alle difficoltà ambientali, determinato ad accogliere i cambiamenti.

Stupore e meraviglia suscitano i grandi e luminosi fiori sospesi al soffitto, tra un ricco fogliame, accompagnati da un fondo musicale, nel Padiglione dell’India.

La grande installazione, realizzata dall’artista indiana Ranjani Shettar, invita a muoversi sotto la nuvola di fiori, tra la musica, guardando dal basso questo cielo di forme libere e leggere. L’arista stessa dichiara di voler lasciare un’impronta di gioia e di speranza a chi lo osserva e lo vive. Ogni pezzo dell’insieme (74 parti) è stato realizzato con tessuto di cotone cucito a mano e intelaiato, con l’intenzione di sfidare la gravità e realizzare una visione quasi sognata, di leggerezza.

Il pensiero corre alle opere tessili di Annalae Davis, esposte ai Giardini, in particolare al grande “centrino”, in cui, all’interno di una forma di fiore, fra foglie ricamate, con l’ago, è scritto: “Be Soft“:

Della stessa artista dei Caraibi, alla quale è dedicato un ampio spazio nella Mostra all’Arsenale, è presente una interessante installazione che presento più avanti, nel paragrafo “Giardini“.
Riprendendo il percorso all’Arsenale, il Padiglione della Cina propone nello spazio aperto “Symbiosis“, una struttura architettonica con pareti a specchio, all’interno della quale si intravvede un fitto bosco di girasoli in bronzo, creato dall’artista Xu Jiang.

Siamo attratti dal gioco di riflessi che rapiscono la nostra immagine e ci portano vicino alla piantagione di fiori, diventando parte del gioco percettivo. Ci accorgiamo così che gli alti steli di bronzo sono intrecciati, quasi danzassero, e sorreggono fiori sia di girasole che fiori di loto. L’artista ha infatti concepito un’arca della convivenza, dove il fiore di loto, figlio del fango e dell’acqua, è simbolo dell’antica e delicata anima orientale, mentre il girasole, alla ricerca del calore solare, incarna l’energia occidentale. L’intreccio tra gli steli è un auspicio al dialogo e al reciproco ascolto.
Dialogo tra oriente ed occidente è realizzato anche dal progetto dell’artista pakistana Mahwish Chishty, residente oggi negli Stati Uniti, “Tanka Tales: Thread as archive”. Sono esposti in Palazzo Mora. evento collaterale alla Biennale, tessuti ricamati realizzati con donne pakistane, rielaborando motivi di pittura e miniatura indiana e motivi decorativi pakistani, tra cui questa elegante cascata di racemi floreali; nel progetto, realizzato in collaborazione con l’Università americana del Maryland, si evidenzia come i testi e i disegni ricamati costituiscano una narrazione collettiva che connette passato e presente, rendendo attuale e valorizzando un patrimonio rimasto nel tempo marginale.

Ci sono poi lavori artistici creati con fiori veri, come nel Padiglione del Canada, dove l’artista iraniano-canadese Abbas Akhavan ricostruisce una “serra” per far germogliare le ninfee giganti Victoria Cruziana, una specie importata dal Sudamerica a Londra nel 1851, in occasione dell’Esposizione Universale, come ‘trofeo’ coloniale, da cui il nome del fiore in onore proprio della regina Vittoria.

L’artista arriva in Canada, in fuga dalla guerra, a 13 anni, ed il suo vissuto di esperienza personale lascia evidenti richiami nell’opera che è generata da indagini sulla storia coloniale dei paesi Europei, per ricostruirne le dinamiche economiche e culturali, e per riportare l’attenzione sulle impellenti tematiche ambientali della nostra epoca.
Lo spazio del Padiglione viene modulato da effetti di luce particolari, rosacei, anche in riferimento al momento del crepuscolo (significato del titolo), adombrando atmosfere sospese, e visioni indeterminate, come evoca il passaggio dalla luce al buio. I fiori delle ninfee fioriscono tra le grandi foglie sulla superficie dell’acqua e raccontano quanto sia importante per l’artista esplorare il mondo vegetale, le storie dei giardini e le modalità di addomesticamento degli stessi. Lungo l’apertura della Biennale si assisterà ad una lenta trasformazione/crescita delle piante delle ninfee, accompagnandone lo sviluppo vegetativo. Accanto alla ricerca botanica e storica, la forma artistica che il progetto si dà vuole essere un modello positivo per il futuro: l’installazione diventa uno spazio di ‘riverenza, sacralità, contemplazione’ rappresentando la realizzazione di un’utopia di vita sulla terra.
Anche l’artista indonesiano-brasiliano Dian Lie, d’identità non binaria, lavora con componenti naturali quali fiori, semi in germinazione, piante, spore di funghi e terra, sperimentando la trasformazione degli elementi nel tempo. All’Arsenale troviamo la grande installazione “Temple of Passages“, creata con monumentali ghirlande di fiori.

All’origine l’installazione era composta da turgidi fiori bianchi e gialli, intrecciati in festose ghirlande, profumati, che, col passare del tempo sono appassiti, decomposizione che ha trasformato anche la percezione olfattiva; una sedia, l’attesa, evoca il tempo che passa, e suggerisce la contemplazione del processo di metamorfosi cui la natura è soggetta. Decomposizione, putrefazione, Dian Lie guarda a questo processo come ad un naturale evento di transizione, che trascende la consueta lettura binaria vita-morte, cogliendo il valore potenziale trasformativo insito nella continuità dell’evoluzione. In questo senso, il lutto viene svuotato della sua portata dolorosa, in funzione della fiducia in una nuova creazione. La ricerca artistica di Dian Lie, che mette in discussione le ‘opposizioni binarie’, parte anche dal un suo vissuto personale, il percepire un’identità che trascende il binarismo maschio-femmina.
ALBERI
L’albero può essere una figura prepotentemente simbolica: in alcuni lavori diviene soggetto di denuncia per la devastazione che la violenza della guerra può generare, in altri evoca le trasformazioni che il clima sta agendo sulla natura; in altri ancora l’albero assurge a simbolo di resistenza e ricostruzione di un mondo di pace; oppure, ibridandosi con diverse specie viventi, diventa segno della visione di un futuro di un felice equilibrio ecologico sulla terra.
L’artista canadese Bonnie Devine riveste una parete dell’Arsenale con una serie di dipinti dai colori accesi, saturi e magnetici: “Land in War“, in cui documenta la morte della natura in seguito a tre battaglie coloniali intraprese per conquistare nuovi territori. Da una foresta ridotta a fantasmi di tronchi, in sequenza dipinge brani di paesaggio dove l’assenza di vegetazione diventa l’annullamento della vita


Nell’opera “Stories from the Shield: Radiation and Radiance“, con numerosi piccoli disegni, la stessa artista documenta la distruzione della natura per l’estrazione dell’uranio, nella terra dei popoli indigeni Anishinaabe, della regione dei grandi laghi in Canada, sua terra d’origine.


Con un intervento apparentemente ‘giocoso’, nel Padiglione Centrale ai Giardini, l’artista palestinese Vera Tamari riflette intorno all’albero di ulivo, che è simbolo della sua terra; seppur in un contesto di drammatico conflitto, per elaborare il trauma della perdita, modella tante piccole, fragili e colorate forme della pianta, disponendole ai piedi di una grande immagine di ulivo monumentale, suggerendo l’idea di tanti piccoli ex-voto dedicati ad una figura sacra.


L’opera è stata creata in seguito alla distruzione degli alberi palestinesi durante l’incursione israeliana a Ramallah, nel 2002, quale segno e desiderio di resistenza e ricostruzione, silenziosa protesta che fonda la propria fiducia nella forza di sopravvivenza dell’albero di ulivo.
All’Arsenale, una curiosa installazione che vuole evocare un albero di banano, “Tribute to Tshibola & Upemba“, di Léonard Pongo, ci attrae per l’originalità e la ricchezza dei giochi di luce e riflessi degli elementi che la compongono.

L’artista, che oggi vive in Belgio, parte dalla fotografia d’ambienti naturali del Congo, sua terra d’origine; dopo averle elaborate con tecniche artistiche, le trasferisce su superfici specchianti (circa 45 elementi sospesi a simulare una cascata di foglie) e costruisce un albero di banano, “totem”, omaggio alla propria famiglia d’origine. L’albero di banano, nella cultura congolese, è simbolo di radicamento e rinascita: Léonard Pongo rievoca così le proprie radici, ma l’effetto di sospensione che l’opera genera, narra la consapevolezza di un’identità nomade nella quale si riconosce.
La figura ibrida della ‘persona-albero’ ritorna nell’immaginario odierno dall’arte antica e, anche in questa Biennale, compare per narrare la contemporaneità. Mi ha colpito a riguardo la forza espressiva della scultura in bronzo “Amalgam (seated)” di Nike Cave, artista afroamericano, che all’Arsenale porta un ampio progetto artistico articolato in sette “stazioni”.

La persona seduta, dalla pelle ruvida e segnata dalla fatica, vive un processo di metamorfosi nella ramificazione del busto; tra i rami sono scolpiti anche uccelli che arricchiscono la folta “chioma”, comunicando contemporaneamente sia una sensazione di peso, che grava sulle spalle, che di leggerezza, dalle fronde che si elevano, abitate da volatili. Nike Cave porta nella sua arte riflessioni sul dolore che generano le ferite di un trauma, segnato dalle esperienze di violenza cui il corpo nero è stato ed è frequentemente esposto; tuttavia, proprio la vulnerabilità e la consapevolezza della propria condizione possono aprire uno spazio di riflessione, di ascolto e di relazione con la comunità degli uomini.
GIARDINI
Il “giardino creolo” è per Koyo Kouoh un perfetto modello di biodiversità vegetale, uno spazio che narra la sopravvivenza e la resistenza degli schiavi nelle piantagioni, un manifesto del dialogo tra le diversità, antitesi delle monoculture coloniali (e odierne), modello valido per l’oggi. Nella costruzione della Biennale è uno dei cardini fondamentali, tema che ha stimolato progetti artistici molto coinvolgenti, divenendo metafora per possibili mondi del futuro.
I “giardini creoli” erano piccoli appezzamenti, rubati di nascosto, sui pendii collinari dagli schiavi delle piantagioni, in cui si coltivavano molte specie di vegetali differenti per poter continuare a vivere, in autosufficienza.
Tra i Padiglioni nazionali che hanno scelto percorsi a partire da questa sollecitazione, Il Padiglione della Santa Sede si distingue per l’originalità della proposta artistica.

Il Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, all’interno dell’omonimo monastero, vicino alla stazione di Venezia, è un luogo dove i monaci coltivano erbe officinali, fiori e piante da frutto, che ospita una ricca biodiversità ed è uno spazio anche per la meditazione. Il progetto, coordinato dai curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickes, prevede l’attraversamento dell’area, accompagnati, singolarmente, da cuffie che trasmettono brani musicali di artisti ispirati dalla monaca medievale benedettina tedesca, Ildegarda di Bingen (1098-1179), scrittrice, teologa e musicista, per la quale il suono è uno strumento per comprendere il creato. Il progetto è titolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima” e ci conduce in un’immersione totale nell’ambiente, tra suoni, voci e musica che cambiano in relazione ai tipi di piante che si incontrano, e catturano i segnali biologici ed ambientali delle specie vegetali. Il progetto è stato ideato dal gruppo di artisti/musicisti Soundwalk Collective. Un’esperienza di ascolto e contemplazione, di sintonizzazione sulle ‘tonalità minori’ evocate da Koyo, per vivere un momento di riflessione interiore e di gioia per la bellezza esperita.

Tornando all’interno dell’Arsenale, l’artista Theo Eshetu, nel cui DNA si incrociano cultura etiope ed europea, allestisce “Garden of the Broken Hearted“, un grande albero di ulivo che ruota lentamente, illuminato da immagini di video che si proiettano sul fondo, accompagnate da una colonna sonora delicata.

L’artista ci invita a seguire la rotazione della pianta, suggerendoci l’ingresso in un giardino ove ritrovare un senso di umanità, evocando la possibilità di sostare sotto il grande ulivo, insieme ad altre persone; nell’immaginario di Theo Eshetu il giardino può divenire un luogo di incontro, dialogo e di guarigione e darci l’energia necessaria per orientarci nel futuro.
Sempre all’Arsenale, Annalae Davis costruisce un’avvolgente installazione, “In Let This Be My Cathedral“, utilizzando piante coltivate nel giardino della sua casa, nelle Barbados, giardino che ripropone il modello creolo descritto.

La grande parete erbario protegge un uccello in via di estinzione, un chiurlo eschimese, adagiato sul tavolo centrale, ma la presenza dell’erbario stesso evoca l’esigenza di conservare essenze vegetali minacciate: una sorta di altare che tinge la composizione di toni spirituali; l’opera è concepita per sollecitare attenzione intorno al problema dell’estinzione delle specie viventi, proponendo azioni di attivismo sociale ed etico per l’ambiente, per andare oltre la disperazione per la perdita.
Ancora un giardino, ma dipinto con uno sguardo orientale, da un’artista pakistana, che per formarsi ha dovuto lottare contro rigidi pregiudizi di genere: Wardha Shabbir. L’artista è riuscita ad affermarsi e ad imporsi con tenacia, grazie alle sue capacità creative, realizzando piccoli capolavori grafici.


La propria cultura visiva la porta a rielaborare le miniature e i disegni dei tessuti/tappeti dell’oriente, specializzandosi sulla rappresentazione di giardini; giardini che si sviluppano come rotuli o percorsi a nastro, seguendo l’idea di un viaggio reale e simbolico, di movimenti migratori. La ricca pittura lenticolare porta a scoprire, con sguardo attento, segni e particolari di grande bellezza nel paesaggio immaginato.

Tra la natura rigogliosa, ricorre l’immagine di grandi fiori aperti, con petali/tentacoli che si diramano all’esterno, evocando le braccia della dea indù Kali Mata, simbolo della capacità femminile di affrontare e gestire tante situazioni, contemporaneamente. Un inno gioioso alle potenzialità delle donne nel costruire nuovi mondi.
Un giardino dell’Eden, reimmaginato, ci accoglie nella magnetica installazione di Wangechi Mutu, artista keniota, “The End, Where All Began, Eden“.

Attingendo ai miti e alle storie della creazione del suo popolo, reinterpretati con uno sguardo eco-femminista, l’artista propone uno spazio in cui condensa simboli e significati volti a prefigurare un ‘giardino’ ideale, un Eden modellato dalla presenza e dall’azione potente della figura femminile, presente nelle forme morbide del suo corpo al centro.
ARGILLE, SABBIE, SALE, MINERALI
Un altro elemento naturale frequente nelle installazioni della Biennale, di ogni parte del mondo, è la presenza, reale o ricostruita, di terra, sabbia, argilla, sale; un richiamo radicale al suolo e alla crosta geologica che regge la vita sul pianeta, materia prima fondamentale anche per la creazione artistica. Esigenza di ritorno all’origine, all’essenza, per ricominciare.
Una scelta che ho trovato fortemente simbolica per il richiamo ‘globale’ al tema della cura e della ricostruzione della nostra “terra”.
Una sequenza di foto di Padiglioni Nazionali documentano questa riflessione:

Gli artisti messicani Maria Sosa e Noé Martinez, nel Padiglione del Messico, immergono vasi in argilla ornitomorfi, di forma antica, nel sale, disegnando, con il nastro di sale che li contiene, la forma del termine mesoamericano “parola”: una sintesi visiva della potenzialità della memoria e della ricca cultura precoloniale per recuperare una visione di serena integrazione tra cultura e natura. L’attraversamento di questo spazio, a tratti labirintico, è segnato dalla presenza di materiali organici, che, nel tempo si trasformano: il sale assorbe umidità, acquista lucentezza ed erode lentamente la terracotta, ed è accompagnato da elementi sonori che favoriscono la riflessione e una sosta rigenerante.

Anche Matias Duville, artista argentino, crea uno spazio immersivo, ove suono, video ci seguono nel cammino, su di un suolo fatto da resti di sale e disegno di una mappa cartografica di polvere di carbone; gli elementi residuali di mari e foreste ci fanno percepire un paesaggio apocalittico, e contemporaneamente cogliere la potenzialità di un nuovo inizio.

Margaret Whyte, artista uruguaiana, accumula detriti di terre e pietre con resti di prodotti industriali, con intenzione affine al lavoro precedente. Dalla distruzione, dalle macerie, sistemi disordinati e instabili, si può trovare una modalità di riutilizzo dell’insieme ‘ antifragile’, scoprendone la forza e la potenzialità.

Nel Padiglione dell’Oman si entra, camminando sulla sabbia del paese stesso, accompagnati al tintinnare delle decorazioni metalliche per cavalli appese a cascata dall’alto, in leggero movimento. Haitham Al Busafi, invita ad un’esperienza immersiva, in cui cogliere il profondo legame tra uomo, natura e cavalli, valorizzando il patrimonio culturale del Paese.

La giovane artista uzbeka, Zi Kakhramonova, partecipa con “Salt City” al progetto del Padiglione della propria nazione, che denuncia il prosciugamento del Lago Aral attraverso lavori artistici frutto di un ricco immaginario ecologico. Le isole di sale entro cui Zi allestisce oggetti e tessuti della tradizione uzbeka, alcuni in forma di bozzolo, richiamano l’idea di una possibile rinascita dell’ambiente, a partire dalla memoria e dalla ricerca di nuovi equilibri naturali.

Dalle distese luminose di sale e sabbia, al ventre infuocato della terra: Alfredo Jarr ci porta dentro una ‘cattedrale’ dedicata ai minerali più rari, terre rare, rame, cobalto, stagno, litio, nichel, manganese, cotan, germanio e platino, che dispone, a strati, in un piccolo cubo illuminato, sull’altare di fronte all’ingresso del lungo vano costruito. Entrando nello spazio claustrofobico dell’installazione, la percezione dei toni luminosi rossastri e degli odori diffusi, come in una grotta profonda tra la terra umida e pungente, ci respinge e crea un forte disagio; la potente denuncia, che diventa un vissuto di sofferenza, tocca i temi oggi sempre più impellenti della rapina delle risorse prime per le richieste della crescita tecnologica.

Tracce di un suolo ghiacciato, rilievi e i cumuli che la neve disegna sulla sua coltre nei territori degli Inuit, nel Canada settentrionale, vengono registrati, in modo creativo e poetico, da Alexa Kumiro Hatanaka. L’artista, giapponese/canadese, rilevando le ‘mappe’ naturali che la superficie della neve offre agli abitanti di questa terra per orientarsi da secoli, ne denuncia il probabile dissolvimento a causa del riscaldamento globale. Le linee della cartografia naturale vengono incise su lastre di linoleum e stampate su fogli di carta fatta a mano con una antica tecnica di origine coreana, resistente e traslucida, colorata con tinture naturali (whasi); i fogli di carta vengono poi inamidati e cuciti per realizzare ‘tessuti’ leggeri da appendere come drappi incantevoli, oppure vengono usati per rivestire forme che simulano i rilievi del territorio.

Il lavoro di Alexa Kumiro Hatanaka esplora le relazioni tra cambiamento climatico e variazioni del nostro equilibrio interiore, basandosi su studi scientifici in merito all’adattamento dell’uomo all’ambiente, traducendo nel linguaggio artistico le correlazioni tra paesaggi della natura e paesaggi interiori. L’ esperienza di persona bipolare e queer è una forte motivazione per la realizzazione di progetti artistici di ricerca particolarmente innovativi e poetici, che coinvolgono anche le comunità indigene delle zone dell’Artico.
(Testo e foto di Ivetta Galli)
