59ª Biennale: ‘intrecci’ tra simboli preistorici e arte contemporanea

Disegni da simboli astratti della Grotta di La Pasiega (Spagna), attribuiti alla cultura dell’uomo di Neanderthal, 64000 anni fa. Simboli astratti dalla Grotta di Altamira, Paleolitico Superiore e
Ruth Asawa, (1926-2013), Untitled, 1952 ca. – fil di ferro – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

“una foglia una zucca un guscio una rete una borsa una tracolla una bisaccia una bottiglia una pentola una scatola un contenitore“

Toshiko Takaezu (1922-2011), Vasi in ceramica, Arsenale, 59ª Biennale di Venezia.

Il percorso, proposto nella “IV capsula” della Biennale di Cecilia Alemani, parte da questa lista, intrigante.

La suggestione, attorno cui la curatrice ha raccolto opere del secolo scorso accanto ad altre contemporanee, nasce dal saggio della scrittrice di fantascienza Ursula K. La Guin, “The Carrier Bag Thoery of Fiction” (1986), a sua volta ispirata dalla tesi dell’antropologa Elisabeth Fischer, esposta in “Woman’s creation, Sexual Evolution and the Shaping of Society” ( 1980), volta a costruire una diversa narrazione sull’origine della cultura umana.

Questa narrazione è tesa a sovvertire il racconto dell’uomo nomade dell’epoca paleolitica che, in quanto cacciatore, forgia i primi manufatti in funzione di questa attività, creando intorno a sé un’aura mitica dell’eroe forte e aggressivo, mito che sta alla base di un modello ‘maschiocentrico’, caposaldo della cultura patriarcale.

Un immaginario che persiste ancora nella nostra cultura contemporanea, ribadito recentemente anche dall’etologo Frans De Waal in Diversi – Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo (Raffaello Cortina Editore, 2022), in cui sostiene:

“Il mito secondo cui l’evoluzione avrebbe luogo principalmente attraverso la linea maschile è ancora in auge. Basta aprire un qualunque libro sulla preistoria umana per veder immagini di uomini che fanno la guerra, accendono il fuoco, cacciano grandi prede, costruiscono ripari e difendono donne, bambini e bambine che con aria spaventata si raccolgono in gruppo contro le minacce esterne. “

Il contributo di Ursula Le Guin, scritto negli anni ’80 sull’ onda del femminismo americano, propone una narrazione diversa: alla figura della freccia/lancia dell’uomo/eroe cacciatore (legata anche ai soggetti dei dipinti rupestri e dai reperti archeologici rinvenuti), antepone un’altra ‘immagine’, ovvero quella della borsa/contenitore/cesto/recipiente, invenzione necessaria per raccogliere e conservare semi e frutti, cibo per poter prendersi cura e proteggere la vita (oltre che per contenere e trasportare armi o frecce o altri utensili).

Pinaree Sanpitak (1961), 1. Breast Vessel in the Reds, 2021, acrylic, pencil and feathers on canvas, 2. Offering Vessel, 2021, acrylic and pencil on canvas, 3. Offering Vessel II, 2021, acrylic and paper on canvas, Arsenale, 59ª Biennale di Venezia.

Certo, una diversa lettura della Preistoria, ricca di spunti per la nostra contemporaneità, volta a valorizzare aspetti etici di solidarietà e collaborazione, legati a modelli di socialità costruttiva, piuttosto che di aggressione e morte, di armi affilate e lotta sanguinaria!

Aggiungo che oggi si fa strada anche una visione aggiornata dei ruoli di genere nella Preistoria, grazie alle ricerche archeologiche, che vede anche la donna, oltre che raccoglitrice, partecipe alla caccia, e viceversa.

Alla ricerca di testimonianze visive di ‘Carrier Bags’ paleolitiche

Ma come possiamo dare a questa ‘narrazione’ una consistenza più ‘solida’, avendo a che fare con un’epoca così lontana, con documenti visivi e reperti archeologici che possiamo solo tentare di interpretare?

Mi sono in camminata alla caccia di segni, simboli e tracce tra quello che ci è rimasto della nostra storia più antica, tra le pitture, i graffiti e i reperti paleolitici, per dare un senso più concreto a questa narrazione.

Girovagando in Internet, ho trovato la recensione del libro di Silvia Ferrara, “IL SALTO – segni, figure, parole, viaggio all’origine dell’immaginazione”, edito da Feltrinelli nel 2021; non poteva esserci modo migliore per partire nella mia indagine, essendo un testo aggiornato sulle testimonianze preistoriche in varie parti del mondo, un viaggio appassionato dell’autrice alla ricerca dell’origine della scrittura.

Quindi, sulle tracce di ‘Carrier Bags’ paleolitiche, ho trovato studi di archeologia che sembrano avallare la lettura di Ursula Le Guin ed Elisabeth Fischer.

Tra interpretazione di dipinti rupestri, studi etnografici e racconti mitici

Approfondendo i dipinti rupestri australiani mi sono imbattuta nello studio di Emily Miller, archeologa presso la Griffith University in Australia, ‘Finding fibre in the rock art and ethnography of Western Arnhem Land, Northen Australia‘, (2021) uno scrigno prezioso di notizie intorno alle ‘Carrier Bags’ preistoriche.

E. Miller ci documenta rappresentazioni di oggetti in fibra vegetale, piccole o medie borse in corda, che gli uomini primitivi, come gli indigeni oggi, si appendevano al collo e al busto, probabilmente per motivi rituali, ma non solo, tratte dai dipinti rupestri nel Western Arnhem Land, nel nord dell’Australia, e dagli studi etnografici sulle popolazioni indigene della zona, strettamente legate a tale patrimonio di immagini.

Figura antropomorfa che indossa una borsa da cerimonia e impugna una lancia; 2. Figura antropomorfa con borsa a forma di pesce e manico a zig-zag; fotografie da :”Pathway: people, landscape, and rock art in Djok Country” project, tracing by E. Miller

Ciò testimonia la presenza di oggetti/contenitori realizzati con fibre vegetali intrecciate che, oltre a motivi rituali, potevano servire alle attività di raccolta e conservazione per cibo, ma che per la deperibilità del materiale non si sono conservate.

Purtroppo non sono riuscita a trovare la datazione dei dipinti rupestri pubblicati nel prezioso studio da E. Miller, probabilmente di difficile individuazione; più fortunati sono stati i dipinti rupestri della regione del Kimberley, dove alcune immagini, dette Gwion Gwion Bradshaw, essendo sottostanti a nidi di vespe, datati intorno a 12000 anni fa, dovrebbero risalire ad un’epoca simile o precedente.

Dipinti di figure umane riccamente abbigliate e ornate di accessori, dette Gwion Gwion Bradshaw, risalenti a 12000 anni fa ca. – regione del Kimberly in Australia

E’ evidente il linguaggio formale più dettagliato di questo modello rispetto alle due immagini precedenti; epoche e culture diverse? Tuttavia si ritrovano simili piccole borse che pendono dal collo delle figure.

L’aspetto cerimoniale, tema diffusamente documentato nei dipinti, ci permette di trovare tracce di quella cultura materiale di cui poco o nulla è conservato.

Accanto a questo, anche i miti, racconti ancestrali, che narrano l’origine della popolazione di un territorio, ci possono confermare del ruolo fondamentale proprio delle ‘Carrier Bags’, in questo come in altri contesti geografici.

Dipinto di Yingarna in Injalak Hill, Australia

Ci viene in aiuto il dipinto rupestre che rappresenta Yingarna, disegno che dà forma ad un insieme di racconti simili sulla creazione della civiltà del nord dell’Australia: una figura antropomorfa che porta, appese al collo, 15 borse di foggia più o meno rettangolare e decorate con diversi tratteggi paralleli.

I miti narrano che una donna, immagine della dea madre, arriva in Australia dal mare del nord; è gravida e porta con sé molte borse appese al collo. Camminando verso sud lascia qua e là sul territorio una borsa/cesto, all’interno della quale c’è una creatura e, in alcuni racconti, anche alcune patate; in questo modo, Yingarna dà vita alle diverse comunità locali e ai linguaggi del territorio australiano.

Questo ‘racconto della creazione’ mostra la stretta connessione che esiste tra l’origine della storia del territorio e gli oggetti in fibra vegetale, le ‘Carrier Bags’, appunto, come sostiene la stessa Emily Miller nell’articolo citato.

D’altra parte miti simili sono stati documentati anche in altre aree geografiche, come in Malesia.

Non so se lo posso dimostrare, ma forse, questi miti, hanno antiche radici comuni con le narrazioni in cui la vita di un piccolo essere umano inizia in un cesto (Mosè biblico) o viene portato in un cestino/fagotto (leggenda delle cicogne)?

Intorno ad un frammento di corda intrecciata dall’uomo di Neanderthal

Ma passiamo dalle suggestioni delle immagini e della narrazione a fatti concreti, a ricerche scientifiche che documentano, se ancora ne avessimo bisogno, la ‘creazione’ di ‘Carrier Bags’ dall’origine della cultura umana, dall’uomo di Neanderthal.

E qui ci viene in aiuto un prezioso studio, pubblicato su di una rivista “peer reviewed“, di B. L. Hardy, Direct evidence of Neanderthal fibre technology and its cognitive and behavioral implications, pubblicato nell’aprile 2020 su Scientific Reports.

Il lavoro analizza, con metodo rigorosamente scientifico, il frammento di corda rinvenuto nella grotta paleolitica di Abri du Maras, in Francia, definendone la datazione (45000 ca. anni fa), la composizione delle fibre vegetali intrecciate per creare la corda e confrontando questo reperto con i pochi altri rinvenuti anche in altri depositi paleolitici.

L’indagine, avvincente nel suo svolgimento, induce Hardy a sostenere che “Le fibre vegetali intrecciate forniscono la base per vestiario, corde, borse, reti. stuoie, etc.”.

Eccoci, forse siamo arrivati alla conferma che cercavamo!

Divagazioni interpretative personali su tracce dipinte di corde, reti, stuoie, cesti, borse…

Tra i disegni lasciati dai nostri avi sulle pareti delle caverne, tra i graffiti rupestri realizzati anche su manufatti scultorei, ho cercato tracce di oggetti in fibre vegetali, in particolare tra quella ricca documentazione di simboli astratti conservati.

Qui propongo una personale interpretazione di alcuni simboli astratti, in alcuni casi classificati dagli studiosi come ‘tettiformi’, consapevole di muovermi su un terreno scivoloso ed esposto a contestazioni.

Si tratta, prevalentemente di disegni paleolitici in cui, all’interno di contorni non sempre regolari, vedono tratteggiate griglie, linee parallele, segni di diverso spessore; per questi simboli azzardo l’ipotesi che possano rappresentare oggetti creati dall’intreccio di fibre vegetali

1. Frammento di ocra con incisioni a griglia, Blombos, Sud Africa, 60.000 ca. anni fa – 2. Dipinti dalla Grotta de La Pasiega, Spagna, 65.000 ca. anni fa – 3 e 4. Dipinti dalla Grotta di Monte Castillo, (canestri?), Spagna, 22.000 ca, anni fa – 5. Disegni dalla Grotta di Altamira, Spagna, 16.000 ca. anni fa.

Aggiungo queste due immagini: una piccola statua in avorio la cui testa sembra coperta da una rete in fibra vegetale (se non è la stilizzazione di capelli ricci!) e un disegno rettangolare in cui la griglia disegnata si fa decisamente più regolare rispetto alle precedenti forme:

Testina in avorio della Venere di Brassempouy (la dame à la capouche), Francia, 25.000 ca. anni fa – Disegno dalla Grotta del Boxu, Spagna, 19.000 ca. anni fa.

Ancora due esempi di rappresentazioni che risalgono a circa 10.000 anni fa, interessanti in quanto: nella prima figura sono visibili due borse/fagotti appese ai polsi, mentre il secondo rilievo, ingrandito nella terza immagine, sembra proporre un capitello/canestro decorato con intrecci di rimando vegetale.

Dal deserto del Sahara, dipinti del periodo delle teste rotonde, Algeria, 9500 ca. anni fa; Pilastro a T, Gobekli Tepe, Turchia, 10000 ca. anni fa.

Nelle rappresentazioni neolitiche, espressioni di una cultura stanziale, le immagini di trame e tessuti si fanno più riconoscibili e identificate come tali dagli studiosi; riporto alcuni esempi da cui si evince l’evoluzione del linguaggio grafico verso una sintesi e geometrizzazione delle forme.

Particolare di menhir antropomorfo di Aosta, con trama di tessuto incisa; dai graffiti della Val Camonica, in alto, disegno di stuoia (?) e sotto rappresentazione riconosciuta di un telaio.

Dalle ‘Carrier Bags’ paleolitiche alle opere esposte ne “Il latte dei sogni”

Come si riflette la narrazione di Ursula Le Guin sui lavori artistici selezionati ed esposti alla Biennale, in questa sezione?

Consapevolmente o meno, dalle forme elaborate in alcune rappresentazioni artistiche si coglie una simile ‘forma mentis’ e un’adesione alla pregnanza simbolica propria al significato della creazione di recipienti/borse/contenitori, in particolare in relazione al ruolo della donna; premesso che nella realtà l’attività di intreccio di reti o ceste o altro non è stata e non è esclusivamente femminile, il percorso intrapreso dalla mostra privilegia il contributo delle donne artiste.

Ho scelto alcune opere realizzate nel Novecento, da artiste non più viventi; di seguito, presento lavori del nuovo millennio, di artiste contemporanee.

Ruth Asawa, (1926-2013), Untitled, 1952 ca. – fil di ferro – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

L’installazione di Ruth Asawa, artista giapponese, ma che ha vissuto negli Stati Uniti, propone forme/contenitori realizzati con filo di metallo, secondo tecniche di intreccio per realizzare ceste proprie del Messico. Il recupero di una sapienza artigianale antica, le cui radici affondano nella cultura precoloniale (motivo che ritorna in molti lavori esposti nella mostra), viene valorizzata da Ruth per proporre oggetti evocativi del corpo femminile, come di oggetti di raccolta, cura e conservazione.

Toshiko Takaezu (1922-2011), Vasi in ceramica, Arsenale, 59ª Biennale di Venezia.

Le variegate forme, modellate in ceramica smaltata dall’artista hawaiana, Toshiko Takaezu, rimandano a bozzoli, zucche, recipienti e contenitori della natura, che hanno perso l’originaria funzione di raccogliere o di preparare alla vita, non avendo aperture; si propongono come icone simboliche della potenza generatrice della natura.

Belkis Ayon (1967-1999), La pesca, 1989, collografia su carta – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia.

Belkis Ayon, artista cubana, intreccia la propria esperienza con quella dei racconti e dei miti di una confraternita afrocubana, dando vita ad immagini cariche di simboli e codici che attinge da quella profondità culturale. Le sue opere sono valorizzate da una tecnica di stampa che, da una variegata gamma dal bianco al nero, risulta efficace nello svelare la stratificazione delle immagini sedimentate nella memoria di questo popolo afrocubano. Qui ho selezionato una scena di pesca, in cui la presenza di reti/involucri per la raccolta del pesce, evoca l’antico e necessario gesto di creazione di “Carrier Bags”.

Niki De Saint-Phalle (1930-2013), Gwendolyn, 1966-1990, Resina di poliestere dipinta, su base di metallo – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

Gwendolyn incarna il prototipo delle ‘Nanas’ di Niki de Saint Phalle, aggiornate Veneri preistoriche, che esibiscono con gioia ed orgoglio le forme femminili, il proprio potere creativo. Il corpo della donna diventa luogo in cui si raccoglie la vita, il contenitore per eccellenza, si carica del profondo e ancestrale significato insito nei miti della creazione.

Maria Bartuszova (1936-1996), Untitled, 1986, gesso – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

Artista di origine cecoslovacca, Maria Bartuszova modella col gesso forme tonde ed ovoidali, di rimando all’ uovo, ad elementi organici, luoghi di generazione di una vita. Tessuti fragili rivestono queste forme, avvolti in più strati per resistere in parte alla rottura, ma pronti a schiudersi.

Saodat Ismailova (1981), Palyack, tessuto ricamato e Chillahona, video a tre canali, 2022 – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

In questa installazione, la giovane artista uzbeka mette in dialogo il video a tre canali, girato a Tashkent, in Uzbekistan, con un Palyack, tessuto tradizionale da lei ricamato, che riporta il disegno della cosmologia femminile, la cui forma concava vuole potenziarne la funzione di protezione, guarigione e fertilità. La luce colorata, di cui il tessuto è imbevuto, proviene dalle immagini del video, girato intorno alle celle sotterranee disposte su tre piani e di forma ottagonale, dette Chillahona, luoghi per l’autoisolamento e la meditazione, spazi architettonici che assurgono a simboli di rinascita; in particolare nel video segue una donna in questo percorso di discesa nello spazio più profondo. Con questo lavoro l’artista ricerca le radici della propria cultura, recuperando i riti e le manifestazioni sacre in cui le donne hanno avuto un ruolo fondamentale.

Portia Zvavahera (1985), Captured Owls e Uplifted, part, 2021 – inchiostro da stampa su base oleosa, olio su tela – Arsenale, 59ª Biennale di Venezia

Le visioni oniriche di Portia Zrarahera, artista dello Zimbawe, sono contaminate dalla propria cultura indigena africana e portano alla luce soprattutto figure femminili in momenti di ritualità secolari (cortei nuziali, parto, momenti di preghiera…). La forma avvolgente in Captured Owls evoca un grande cesto, che contiene un racconto visionario ancestrale, dove un gruppo di donne si raccoglie per trovare conforto nell’amicizia e nella preghiera, per esorcizzare incubi e sofferenze e trovare la pace. Il cesto di fibre vegetali diviene forma simbolica di ricerca di libertà e della vita.

Emma Talbot (1969), particolari dell’installazione all’Arsenale, 2022, 59ª Biennale di Venezia.

L’intervento dell’artista inglese Emma Talbot è complesso e stratificato: da un grande e avvolgente telo di seta dipinto, diaframma leggero, Where Do We Come From, What Are We, Where Are We Going?, riflessione drammatica sul desiderio di fuga per le catastrofi climatiche, all’inquietante donna scura, inginocchiata e tesa in una lotta forse tra vita e morte. Un’Eva contemporanea, con serpente ai suoi piedi, si proietta su di un cerchio di metallo, rivestito da un tessuto di rete di rame sottile, frammento di natura imprigionato, recipiente che non contiene più nulla. Un disperato grido di desiderio di vita in cui la donna, portatrice di vita e di forza, è protagonista assoluta.

Pinaree Sanpitak (1961), Breast Vessel in the Reds, 2021, acrylic, pencil and feathers on canvas, Arsenale, 59ª Biennale di Venezia.

L’artista tailandese elabora nelle sue opere le forme di parti del corpo femminile (seni, uova, linee incurvate…), trasfigurandole in recipienti che ricordano ciotole rituali, grazie alla raffinata e complessa tecnica di esecuzione dell’opera (all’uso di acrilici aggiunge texture ottenute con piume, foglie d’oro e argento e seta). In questo modo il corpo femminile viene valorizzato e celebrato per le sue ricche potenzialità.

Acaje Kerunen, Radience – They Dream in Time, 2022 – Padiglione Uganda, Palazzo Palumbo Fossati, Venezia

Per finire questo percorso voglio rendere omaggio ad Acaje Keruen, (di cui ho parlato nell’articolo: https://wordpress.com/post/notediarte.wordpress.com/3251), artista del Padiglione dell’Uganda, per il cui lavoro ha coinvolto donne della propria terra, creatrici di ceste, tappeti, borse, stuoie, per riannodare, in un percorso di crescita collettiva, gesti e motivi della cultura indigena; dall’intreccio di fibre vegetali presenti in loco, di banani e sorgo, da foglie di palma, dalla rafia, ha dato loro la possibilità di affermare con orgoglio il proprio ruolo di donne e la propria esistenza.

Testo e foto di Ivetta Galli

59ª Biennale di Venezia: Belgio, Francis Alÿs

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, 2022, still da video nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia
https://www.youtube.com/watch?v=5aU2wube_qc

Dopo un’intensa giornata trascorsa pellegrinando tra la Mostra ai Giardini e i Padiglioni Nazionali, si sperimenta un piacevole tuffo nella leggerezza e nella poesia, entrando nel Padiglione del Belgio, tra voci, urla, canti, balli e giochi di bambini.

Sì, il mondo è abitato anche da loro.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, 2022, still da videoinstallazioni nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

E, ovunque si trovino bambini, al nord, come al sud del pianeta, l’energia che si sprigiona dall’incontro dei piccoli uomini è travolgente: il gioco è prova, impegno, lotta e fatica, poi diventa gioia, emozione, liberazione.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, Congo, 2022, still da videoinstallazione nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

Il gioco è necessario e si fa rito.

Il gioco è serio confronto con la realtà, nello stesso tempo sogno creazione di gesti favolosi, come riuscire a far volare un aquilone.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, Afghanistan, 2022, still da video nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

Francis Alÿs (1959), artista belga e autore del Padiglione, da anni raccoglie video che raccontano i momenti meno ufficiali della storia, la vita e i giochi di tanti bambini di tutto il mondo; lo stesso artista dichiara di essere interessato al gioco come gesto universale, e, attraverso lo sguardo dei suoi piccoli protagonisti, i momenti ludici divengono filtro e metafora di tematiche sociali e politiche complesse, temi di cui l’artista si fa testimone.

Nel Padiglione del Belgio, i video sono accompagnati da piccoli dipinti, raccolti in una saletta, che, come uno ‘storyboard’, sono sintetici ma potenti flash dei contesti sociali e politici documentati.

Francis Alÿs (1959), The Nature of The Game, 2022, dipinti nel Padiglione del Belgio, Giardini, 59ª Biennale di Venezia

Ritrovo in questi disegni la struttura narrativa e artistica di Francis Alÿs, il suo stile asciutto, sintetico e denso di significato; con pochi segni e con tinte dalle tonalità smorzate mette a fuoco, come un ‘dietro le quinte’, quello che si agita nei luoghi del mondo narrati.

La mia memoria corre a rievocare i lavori dello stesso artista incontrati in altre esposizioni, opere che si incatenano come anelli e costituiscono un ricco repertorio di continuità con il Padiglione attuale, progetti che mi hanno sempre incantato per la loro forza espressiva.

Francis Alÿs (1959), Don’t Cross The Bridge Before You Get To The River, 2008, video, dipinti e installazione, mostra: La terra inquieta, Fondazione Triennale di Milano, Fondazione N. Trussardi, 2017

Nel lavoro esposto alla Triennale a Milano, nel 2017, Don’t Cross The Bridge Before You Get To The River, Francis Alÿs coinvolge bambini di Tangeri e Tarifa per costruire un ponte ideale tra le sponde del Mediterraneo: sogno di un mondo senza confini, di dialogo gioioso tra i popoli, di solidarietà e freschezza, come solo la spontaneità dei bambini può realizzare, anche attraverso il gioco; il ponte/giocattolo si disegna con barche fatte di ciabatte e vele di tessuto.

Francis Alÿs (1959), Don’t Cross The Bridge Before You Get To The River, 2008, installazione, mostra: La terra inquieta, Fondazione Triennale di Milano, Fondazione N. Trussardi, 2017

Nel raffinato video in bianco e nero del 2015, The Silence of Ani, citato in un mio articolo precedente sull’artista armena Anna Boghiguian, il ruolo dei bambini è quello di ridare vita alle rovine dell’antica città armena di Ani, richiamando con fischietti che imitano il loro canto, gli uccelli, a ripopolare uno spazio distrutto e devastato da guerre e abbandonato, seppur carico di arte, architettura e storia.

E il miracolo, desiderio dei bambini, nell’immaginario, avviene: una colomba si posa su di un frammento di colonna; una colomba, che incarna il desiderio universale di pace, sfida e necessario racconto di un altro mondo possibile.

https://www.youtube.com/watch?v=c47JsX6I1pg

Francis Alÿs (1959), The Silence of Ani, 2015, still da video:

Testo e foto di Ivetta Galli

Appunti sulla 57ª BIENNALE DI VENEZIA curata da Christine Marcel

È un cammino all’interno di uno sguardo prevalentemente femminile; non nel senso di divisione di generi, ma inteso come presenza invisibile di una moderna Atena, dea delle “attività creatrici”, tra cui, soprattutto, la tessitura, ma non solo, che a Venezia diviene un medium pervasivo, ma necessario, per provare a ricucire un mondo che sta implodendo.

Con un lavoro puntiglioso che riflette anche la qualità/virtù della “sapienza” dell’antica dea, Christine Marcel raccoglie esperienze di artisti volte a creare comunità, a ricostruire momenti di socialità e di condivisione, anche attraverso la leggerezza, il gioco, la danza e il “rito”, esprimendo il desiderio di provare a governare la complessità del mondo senza lasciarsi travolgere dalla tragedia del male.

  1. Opere avvolgenti, morbide, tessuti, pelli che rivestono

Il Leone d’oro all’artista tedesco Franz Erhard Walther (1939), qui presente con Wallformation, sintetizza uno tra i principali significati di questa mostra: le installazioni murali, tra pittura e scultura, create con materiali e tessuti intensamente colorati, invitano lo spettatore ad una piacevole immersione fisica e sensoriale.

Martin Cordiano 1975 Buenos Aires e
Sullo sfondo un elemento a parete del progetto di Franz Erhard Walther, Wallformation e in primo piano spazio labirintico metafora di percorsi difficoltosi, creato dall’argentino Martin Cordiano,

L’artista marocchino Achraf Touloub (1986), con le sue “Pelli“,  intreccia tradizione e modernità:

Achraf Touloub 1986 Marocco b.JPG

Katherine Nunez (1992) e Issay Rodriguez (1991), giovani filippine, propongono libri in tessuto, carte lavorate e accessori da ufficio ad uncinetto:

Katherine Nunez 1992 Issay Rodriguez 1991a.JPG
Katherine Nunez end Issay Rodriguez, In Between the Lines

David Medalla, (1938, Manila), fa creare il lavoro dalle tracce impresse e ricamate dai visitatori della mostra liberamente su di un lungo tessuto sospeso:

David Medalla 1938 Manila a
David Medalla, A stitch in Time

Cogliamo nelle differenti proposte un disperato bisogno di comunicare, di “collegarci”, di tessere relazioni, scambiarsi idee ed esperienze realizzando trame e orditi coloratissimi.

Maestra di questa ricerca è sicuramente Maria Lai, artista sarda recentemente scomparsa, alla quale la curatrice ha consegnato un ruolo fondamentale, “…immagine leggendaria della piccola ‘Jana’- fata benevola del folklore sardo – che tesse e impasta miti e ricordi sepolti nella memoria collettiva” ( dal Catalogo Viva Are Viva, 2017).

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Maria Lai (1921-2013), libro cucito tra quelli esposti, realizzati tra il 1981 e il 2008I

E il libro, metafora del racconto e della comunicazione, della memoria personale e collettiva, nelle varie interpretazione degli artisti, invade gran parte degli spazi della mostra.

Il giovane kosovaro Petrit Halilaj (1986) disegna fogli di libri/abbecedari immergendosi nella propria sofferta infanzia, segnata dalla fuga dalla guerra, trasformando una parete nel ricordo di  un caleidoscopio insieme di segni, calligrafie, grafismi e illustrazioni:

Petrit Halilaj 1986 Kosovo Abetare a.JPG

C’è una costante consapevolezza del dolore dell’esperienza umana che si evince dalla proposta di lavori artistici volti ad esorcizzare il male e riscattare i valori più elementari dell’uomo.

La solitudine e lo sgomento che leggiamo nelle le figure di Firenze Lai (1984, Hong Kong), come le trasparenti e fragili sagome femminili di Kiki Smith (1954), o le impenetrabili e labirintiche tracce disegnate su corpi  da Huguette Caland (1931, Beirut) ci raccontano di lacerazioni profonde e fratture di identità.

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Firenze Lai, Shoulder Pain, 2012

 

Firenze Lai 1984 Hong Kong a
Firenze Lai, Autism, 2013

 

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Kiki Smith, Garland, 2012, inchiostro e collage su carta nepalese

 

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Huguette Caland, Christine, 1995

  1. Risuona costante l’urgenza del rito.

Meraviglioso è il progetto di Maria Lai (1921-2013), Legarsi alla montagna, del 1981, lavoro artistico che ha coinvolto la popolazione del suo paese, Ulassai, per costruire un collettivo Monumento ai Caduti, tramite un nastro azzurro che ha legato il paese alla propria montagna, sulla suggestione di un’antica leggenda del luogo; operazione difficile, ma riuscita, di partecipazione collettiva e attiva.

Un’immagine del video-documento dell’esperienza di Maria Lai e due foto dell’evento di Piero Berengo Gardin:

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Monumentale è la ricostruzione del lavoro artistico-antropologico di Ernesto Neto (1964, Brasile), con la grande tenda che riproduce la “Cupixawa”, luogo di socializzazione, incontri politici e cerimonie spirituali degli indios amazzonici:

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Ernesto Neto, Cupixawa, cotone, poliammide, marmo, sabbia, rafia, legno compensato, cristallo di rocca, ametista, amazzonite, perline di vetro, palle in vinile, pepe, chiodi di garofano, curcuma, zenzero, lavanda, strumenti musicali, candele.

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Ernesto Neto, Cupixawa

Il video di Marcos Avila Forero (1983, Parigi, lavora a Bogotà) presenta il progetto Atrato, in cui ridà vita alla tradizione delle popolazioni afroamericane di suonare percussioni, cantando, nel fiume Atrato, che attraversa la foresta di Choco in Colombia, linguaggio di comunicazione.

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Marcos Avila Forero, fotogramma del video Atrato, 2014

 

Planetary Dance della coreografa americana Anna Halprin (1920, Usa), è un lavoro in cui la danza e il movimento mettono in gioco il corpo in relazione ad eventi e problemi sociali da affrontare comunitariamente:

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Anna Halprin 1920 Usa e.JPG
Anna Halprin, Planetary Dence, 2003, foto della performence; schemi di studi coreografici

Senso del rito come antidoto all’individualità imperante del nostro tempo e anche “terapia” contro gli integralismi che minacciano la nostra terra.

E il rito coinvolge il corpo, il nostro corpo, che si fa mezzo artistico per costruire un “nuovo umanesimo”, espressione tratta dalla presentazione della curatrice alla propria mostra.

Acuta è l’intuizione di esplorare con grande rispetto le culture del mondo, anche quelle più ancestrali, di entrare nel tessuto più profondo dell’uomo per farne emergere la natura sociale.

Per ricucire le diversità, oltre gli steccati e i confini.

Riti che ricollegano l’uomo alla natura, pur non demonizzando la tecnologia (presente in abbondanza nelle opere), pongono l’urgenza di costruire un nuovo equilibrio tra uomo, natura e cultura. E il richiamo al “Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto, presente sull’Isola di San Giorgio in una mostra collaterale, è un necessario omaggio al grande artista.

Olafur Eliasson (1967, Copenaghen) porta all’interno del salone centrale dei Giardini Green Light – An artistic workshop, creazione collettiva di lampade ecosostenibili, con la partecipazione di giovani rifugiati, studenti, e pubblico. Qui un ‘immagine del lavoro:Olafur Eliasson 1967 Danimarca

  1. Cerchi disegnati, vissuti, realizzati.

La forma simbolica del cerchio che accomuna molte esperienze di azione pubblica e sociale si ritrova in altri progetti artistici.

Il cerchio ricorre nel lavoro della giovane artista Adelita Husni-Bey (1985), del Padiglione Italia.  Un gruppo di ragazzi, seduti in cerchio, discutono tra loro a partire dalle carte dei tarocchi, arcani/pretesto per riflettere sui temi che riguardano la loro vita, il loro futuro; sul pavimento dell’installazione-video linee morbide definite da fili di sferette luminose disegnano forme curve e sinuose guidate da calchi di mani, strumento di disegno/creazione artistica.

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Adelita Husni-Bey, The Reading / La Seduta, 2017

 

E, una lenta danza sul cerchio, con richiami alle “hore” balcaniche, ci viene proposta nel magico e surreale video Gardens di un’altra giovane artista, russa, Sasha Pirogova, (1986), nel Padiglione Russo, quale riflessione tra vita/luce  e morte/oscurità, cercando nell’oscurità il principio della luce.

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Nel Padiglione di Grenada, Jason de Caires Taylor (1974) documenta il proprio lavoro Vicissitudes; alcuni fotogrammi restituiscono la forza espressiva propria al girotondo di calchi di bambini di varie etnie immerso sui fondali marini, installazione mutevole nel tempo, che evoca molti significati:

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Jason deCaires Taylor, Vicissitudes, 2016.  Cemento con PH neutro e alghe coralline vive, 26 figure a grandezza naturale a 5 m di profondità.

 

Ancora, la fiaba nigeriana allestita dall’artista Peju Alatise (1975) in Flying Girs, viene illustrata con  un dinamico movimento rotatorio di giovani donne alate, tra voli di farfalle e rondini:

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  1. Sfera, forma della fragilità/sacralità del mondo.

Siamo come palloncini colorati che galleggiano incerti, legati da un filo invisibile, ma cullati dal mare; possiamo scoppiare, colpiti, ma subito un altro palloncino coloratissimo è pronto a rinascere; Balloons in The Sea di Hale Tenger (1960, artista turca), è un’installazione multimediale poetica e profonda).

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Hale Tenger, Ballons in The Sea, 2011, installazione video a sette canali con sonoro

Sfere di pietra con trame marmoree come pianeti caduti dal cielo a terra ci inquietano parlandoci con improbabili sussurri di Alicja Kwade (1979, polacca):

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Sferoidali sono i gomitoli enormi e coloratissimi che tappezzano la parete di fondo dell’Arsenale, nella Scalata al di là dei terreni cromatici allestiti dall’americana Sheila Hicks (1934):

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Quasi sferici sono i 77 deliziosi e quasi immateriali berretti di lana marocchini appoggiati sul pavimento, illuminati all’interno da una fonte di luce calda, dell’artista marocchina Younès Rahmoun.(1975); l’installazione, Taqiya Nur, è una meditazione sacra sul significato della luce, quale verità, da svelare.

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Sferico è anche il sole nei 44 tramonti filmati da Charles Atlas (1949 Usa): una magnetica videoinstallazione accompagnata da suoni suggestivi e da un cronometro che misura con un conto alla rovescia il tempo del tramonto e, dopo il buio assoluto, una tenera drag quinn che racconta di sé e della politica americana.

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Emisferiche e convesse sono le numerose gocce di ceramica dorata, depositate a terra su lastre si metallo nero, sparse nell’ampio salone dell’Arsenale, dell’artista cinese Liu Jianhua (1962), una ricerca intorno agli opposti, materiale liquido/solido, opaco/lucido, luce/ombra, che ha rimandi alla filosofia buddista.

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Massicce e giocosamente minacciose sono le meteore colorate sospese nel Padiglione della Gran Bretagna, allestite dall’artista inglese Phyllida Barlow (1944):

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5. Gettati nel mondo

Molti  Padiglioni Nazionali premono tutt’attorno gettandoci con forza  nel mondo e nei problemi urgenti della contemporaneità.

Forte è l’odore di muffa che ci perseguita nel Padiglione Israeliano:  odore di materia che si decompone,  lento e inesorabile deterioramento che rende quasi insopportabile la permanenza all’interno dello spazio; siamo tuttavia catturati dal meraviglioso paesaggio che la muffa disegna sulle pareti, attratti dalla bellezza della forma e del colore. Gal Weinstein, con Sun Stand Still tenta di “bloccare” il tempo, recuperando dal degrado la possibilità di un riscatto:

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Simile sensazione di forte odore di putrefazione e  di costrizione faticosa e si vive percorrendo la galleria post-umana creata da Roberto Cuoghi nel Padiglione Italia: Imago Christi è un lavoro complesso, difficile, intrigante, che nasce da una sollecitazione, radicata nella nostra terra, tratta dal titolo Il mondo magico, di Ernesto De Martino. E’ il desiderio di “eternare” l’uomo, con l’atto creativo di modellare la forma di un corpo-Cristo, corpo che nel percorso si deteriora, si corrode decomponendosi e, nonostante il tentativo estremo di bloccarne l’integrità con la mummificazione, si ritrova frantumato per parti, braccia, testa gambe, appeso alla parete come reliquia, frammenti fissati in un disperato tentativo di conservazione della vita.

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Roberto Cuoghi, Imago Christi

Ansia, paura del vuoto, smarrimento si vivono camminando sul pavimento trasparente, sospeso, del Padiglione Tedesco (premiato con il leone d’oro), e su ciò che rimane sotto di noi, detriti, tracce di vita vissuta, a documentare la lunga e intensa performance di Anne Imhof (1978),  purtroppo presente, con i suoi interventi, solo nei giorni dell’inaugurazione:

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Anne Imhof, Padiglione Tedesco

L’angoscia che pervade il nostro mondo minacciato costantemente dalla violenza del terrorismo si rende percepibile nella coinvolgente e fantasmagorica installazione ambientale dell’artista Grisha Bruskin, Theatrum Orbis: un mondo fantastico di forme fisse e in movimento, tutte bianche in ambiente nero, ci racconta il rapporto tra potere e controllo delle masse, tra integralismi  e gesti irrazionali e violenti.

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Grisha Bruskin, Scene Change, 2016-2017

Violente  repressioni e genocidi denunciati nel Padiglione Cileno da una selva di maschere terribili, simulacro di tutte le vittime che sopravvivono nonostante lo Stato abbia tentato di cancellarle dalla memoria; il Werken, messaggero, rappresenta la comunità mapuche sterminata di cui i nomi, in led rossi, scorrono ossessivamente in cerchio sulle pareti dell’ampia sala.

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Bernardo Oyarzun, Werken

Suoni, musica, voci anche sussurrate accompagnano molte installazioni, presenze sonore che ci catturano e leniscono a tratti il senso di disorientamento, se non di forte disagio, che alcuni padiglioni nazionali comunicano.

E’ l’avviso di una  presenza, la necessità di porsi in ascolto, la possibilità di aprire un dialogo. Il Padiglione Turco, così come quello Francese, o il percorso suggestivo nei Giardini all’Arsenale, creato dal giovane  Hassan Khan, lavori molto diversi tra loro per medium e progetto artistico, risultano comunque affini per il significato che ricercano.

Ivetta Galli

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