
Il cerchio è una figura sia disegnata che una forma di allestimento; ricorre frequentemente nei lavori artistici della mostra, ci apre ad una dimensione stratificata di significati e messaggi, rimanda al sentimento di appartenenza, all’esigenza di protezione, alla percezione di un limite, di un confine, ma anche alla continuità dell’esistenza, ed alla circolarità delle relazioni; può essere coreografia di un rito, invito alla meditazione e alla ricerca di una dimensione spirituale, può coinvolgerci in un colloquio con altre persone e farci riconoscere come comunità ospitata dal nostro pianeta, casa di tutti gli esseri viventi.
Lo scatto, proposto all’inizio del percorso, cattura l’immagine di un cerchio disegnato con terra rossa e fondi di caffè da una “scopa” rotante, fatta di rami d’albero e capelli umani, installazione che può divenire il simbolo pregnante di questo percorso.
Wangechi Mutu, artista kenyota-americana, in “The end, Where All began, EdEN” (La fine, dove tutto ebbe inizio, Eden), nel Padiglione Centrale, ai Giardini, narra i miti e le storie della creazione del suo popolo, reinterpretandoli con uno sguardo eco-femminista; coinvolge lo spazio condensando simboli e significati volti a prefigurare un ‘giardino’ ideale, un Eden modellato dalla presenza e dall’azione potente della figura femminile, evocata dalle forme del suo corpo al centro.
Sul fondo, il video “Mumbi“, è girato intorno al monte in Kenya, individuato come il luogo della creazione dell’uomo, secondo la mitologia del Paese; al centro della sala, “Mother’s Mound” si impone per la forma di un ventre in attesa di una vita e dei grandi seni pronti a nutrirla, sprigionando un’energia quasi sacra propria di una dea madre; in un angolo “Sweeper“, scultura cinetica composta da rami d’albero, capelli umani, terra rossa e fondi di caffè magnetica per la sua originalità e bellezza: ci racconta il gesto del pulire, dell’organizzare, del rigenerare, del prendersi cura, con un movimento circolare continuo, che non finisce mai.
Sempre nel Padiglione centrale, ai Giardini, dopo il primo ingresso si impone la suggestiva installazione dell’artista peruviana Celia Vasquez Yui, visibile al centro della foto:


L’artista appartiene al gruppo indigeno dell’Amazzonia peruviana dei “Shipibo Konibo”; per valorizzare la cultura della propria etnia e conferire al proprio lavoro un valore etico, riflesso del suo attivismo per la difesa dei diritti delle minoranze e dell’ambiente, allestisce un “parlamento” in cerchio, un’assemblea rituale, abitato dagli animali della propria terra, auspicio di una convivenza armoniosa e costruttiva tra gli esseri viventi; utilizza metodi di lavorazione della ceramica tradizionali e disegna simbologie tratte dal repertorio figurativo etnico peruviano, ponendosi come “sciamana”, cioè artista mediatrice tra gli uomini e le energie della natura, la cui attività è volta a ripristinare la salute ed il benessere collettivo e ambientale.
Celia Vasquez Yui conferisce agli animali la forza di uno sguardo che pare ricambiare la nostra attenzione, rifacendosi ad un principio dell’arte della sua terra secondo cui il soggetto dell’opera, ricambiando lo sguardo dell’osservatore, ha la capacità/potere di trasformare la nostra visione e comprensione del mondo,
Gli animali vengono elevati ad esseri viventi alla pari della comunità umana, riflettendo una concezione indigena profondamente ecologica, di interdipendenza tra tutti gli elementi della natura e sono guidati dalla presenza dello spirito femminile.
La terra/argilla utilizzata per realizzare l’opera è stata ricercata lungo il fiume del territorio, in luoghi anche distanti tra loro, per costruire simbolicamente una mappa della propria etnia.
I disegni realizzati sugli animali si rifanno a motivi geometrici del linguaggio visivo antico del popolo Shipibo Konibo, detto Kene (motivi che ricorrono anche sui tessuti). Una ricca documentazione di questi disegni si trova nel Padiglione del Perù, all’Arsenale, allestito dall’artista Sara Flores. La rielaborazione proposta da Sara Flores sui grandi arazzi rimanda a mappe cosmologiche e tracciati labirintici, modelli di reti che riflettono interconnessioni di strutture biologiche, neuronali; reti aperte che si gemmano in percorsi di crescita, in espansione, conferendo un impronta di creazione matrilineare a nuovi modelli di mondi, “altri mondi” appunto.

Tornando nella sala n.4, come due costellazioni circolari, sono disposti i lavori di Daniel Lind-Ramos, artista afro-portoricano, presenta con tre installazioni (una all’Arsenale), sculture totemiche, create con oggetti di scarto, rifiuti abbandonati portati a riva dal mare, resti della devastazione causata dall’uragano che nel 2017 ha colpito l’isola di Porto Rico.
Artista afro-portoricano, presenta tre installazioni, sculture totemiche, create con oggetti di scarto, rifiuti abbandonati portati a riva dal mare, resti della devastazione causata dall’uragano che nel 20217 ha colpito la sua terra.


L’artista riflette su tematiche tratte dalla propria storia personale e dalla propria memoria di afro-discendente (nel XVI secolo schiavi in fuga fondarono Loiza, città dove Daniel risiede): la fuga degli schiavi dalle piantagioni americane verso le isole del Pacifico, con canoe precarie, riporta alla storia coloniale ma anche alle odierne migrazioni in mare, denuncia la fragilità di queste isole del Pacifico, un tempo rifugio e salvezza delle popolazioni nere, oggi in pericolo per il veloce cambiamento climatico che minaccia la loro esistenza.
Attraverso la simbologia di figure come guardiani e sentinelle, anche notturne, custodi del territorio, da un lato rende omaggio alla resistenza tenace della comunità nera afrocaraibica e dall’altro simboleggia la ricerca di protezione, “apotropaica” in difesa dai cataclismi climatici.
Questi assemblaggi di oggetti, raccolti e donati anche da amici e famigliari, quanto possa essere potente la forza rigenerativa della comunità.
Lungo il percorso nel Padiglione Centrale sono attratta da questa installazione che, a forma semicircolare, invita alla sosta e alla contemplazione:

Vasi in ceramica, dalla forma e dalla lavorazione inconsueta, sono allineati su piani diversi, come offerte votive nello spazio creato dai pannelli che evocano frammenti di terre, acque, superfici scrostate, sofferte.
Adebunmi Gbadebo, artista afroamericana, propone un lavoro artistico affascinante e denso di valore storico ed etico: alla ricerca di tracce dei propri antenati, lavoratori schiavi nella piantagione True Blue, in Carolina del Sud, trova in zona un bosco isolato dal cui terreno affiorano frammenti di lapidi degli schiavi sepolti e abbandonate.
Col l’argille rossa raccolta dal terreno, utilizzando metodi di lavorazione della ceramica di tradizione nigeriana e camerunense, impastando riso e capelli umani, modella recipienti funerari per commemorare i suoi familiari e per “restituire vita alla terra”; attorno, una sequenza silenziosa ed avvolgente di grandi pannelli, serigrafie, cianotipie ed opere su carta, realizzati con inchiostri fatti a mano (utilizza l’indaco), terre e pigmenti vegetali, ricostruiscono il paesaggio acquatico che circonda la piantagione.
La struttura circolare caratterizza i due suggestivi interventi artistici di Khaled Sabsabi, artista libanese che oggi vive in Australia, protagonista del Padiglione dell’Australia, ai Giardini, e della grande installazione all’inizio del percorso alle Corderie dell’Arsenale.


Durante l’infanzia dell’artista, in Libano, nel 1976, scoppia la guerra civile per cui con la famiglia emigra in Australia, dove si inserisce tra le comunità multiculturali di Sydney.
Artista multimediale, nelle sue opere proietta la propria esperienza di vita, dal tema della migrazione, alla riflessione sulla dimensione spirituale, alla ricerca di un modello di convivenza umana fondata sull’ascolto, la condivisione e una pacifica convivenza. Khaled Sabsabi concepisce il proprio progetto riflettendo sulle similitudini tra Venezia e l’Australia: terre d’acqua e luoghi di convivenza di culture diverse per scambi e migrazioni, luoghi di identità complesse e multiculturali.
“Conference of one’s self “(incontro con il proprio sé), opera del Padiglione dell’Australia, si rifà ad un poema sufi del XII secolo, “Conferenza degli uccelli”, scelta perché simbolo di un pellegrinaggio per stazioni, sette più una, alla ricerca di una dimensione di perfezione, di un’intimità riappacificata.
Si accede al Padiglione attraversando ante di accesso realizzate come opere tessili che si rifanno, nei disegni tessuti, alle simbologie degli indigeni australiani.
All’interno, ci troviamo a percorre un “deambulatorio” attorno all’installazione centrale ottagonale (modello di architetture sacre) che ci immerge tra meravigliosi colori in trasformazione fluida e suoni che evocano luoghi quotidiani, e ci sollecita a contemplare da un alto il paesaggio caleidoscopico in continuo mutamento, dall’altro, sulle pareti, in seguito al nostro adattamento all’ambiente scuro, i caratteri calligrafici arabi, apparentemente liberi e sospesi per effetto della tecnica a stencil e della luce, che propongono brani del testo sufi.
Khaled con la propria poetica vuole promuovere una pratica artistica fondata sull’empatia, per far incontrare le persone nel dialogo e nella comprensione reciproca delle identità diasporiche.
Nel percorso all’Arsenale incontro un’installazione circolare definita da grandi pannelli chiari di cotone disposti ad evocare uno spazio di silenzio e di meditazione: una sosta rigenerativa tra le moltitudini di sollecitazione presenti nella Biennale; il lavoro è di Tabita Rezaire, un’artista nata in Francia, residente nella Guyana Francese, terra dei suoi antenati.



Tabita Rezaire (1989, Francia), Omu Elu, 2024, pannelli in cotone tinti indaco, zucche a fiasco – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Le figure di divinità realizzate sui tessuti e le simbologie rappresentate sui preziosi contenitori che arredano l’insieme documentano la ricerca artistica di Tabita e il suo percorso evolutivo, che la vede inizialmente coinvolta in opere di denuncia e di critica del patriarcato eterosessuale bianco coloniale e l’approdo ad una pratica di cura del pianeta.
I tessuti vengono tinti con l’indaco, pianta utilizzata nel commercio coloniale e coltivata con lo sfruttamento degli schiavi, e riportano, nelle icone, figure mitiche dell’Amazzonia: la Madre Trinità (terra, luna e sole), figure che proteggono, curano e nutrono le popolazioni.
Tabita intreccia a questa ricerca simbolica la pratica dello yoga, come esperienza di necessaria rinascita e ricostruzione di un esistenza in armonia con il mondo.
Più avanti si deve percorrere un corridoio curvo, appunto, bianco, arredato con fotografie rielaborate su opere d’arte di artisti delle avanguardie dei primi del Novecento e oggetti di arte africana, che contiene uno spazio centrale.

Entriamo nell’ ampio vano circolare, creato dall’artista franco-algerino Kader Attia, con il progetto: Whisper of Traces, arredato con corde pendenti e frammenti di vetro e video proiettati sulle pareti.

In questo progetto, complesso, l’artista intreccia suggestioni e visioni irrazionali (citando l’opinione di uno sciamano vietnamita in merito ai virus informatici, quale emanazione di entità spirituali) con l’attuale tematica, oggettiva e razionale, dell’intelligenza artificiale in rapporto all’umanità, mettendo in discussione il mito della tecnoscienza.

Kader Attia invita, con la sua installazione, ad approfondire il modello culturale imposto dalla nostra era tecnologica: i passaggi labirintici costellati di oggetti rituali, erbe officinali, superfici specchianti e media elettronici, riportano alla superficie il mondo stratificato che ci appartiene, la nostra storia, personale e collettiva, le forze invisibili che ci plasmano, quali la memoria, le emozioni, la tensione alla ritualità, la spiritualità, parti della nostra esistenza profondamente radicate con le quali il mondo digitale non può non fare i conti.
Il lavoro nella Biennale di Kader Attia è una domanda, una provocazione e una riflessione urgente sul recupero della dimensione umana nella nostra contemporaneità; per l’artista l’arte può creare uno spazio intermedio che mette in relazione persone diverse e distanti per vari motivi e permette la condivisione di un’esperienza, offrendo la possibilità di costruire un terreno comune, cosa che i social oggi distruggono.
Sempre all’Arsenale, Annalae Davis costruisce un’avvolgente installazione, “In Let This Be My Cathedral“, utilizzando piante coltivate nel giardino della sua casa, nelle Barbados.

La grande parete erbario ad esedra, realizzata con le essenze del suo giardino, protegge un uccello in via di estinzione, un chiurlo eschimese, adagiato sul tavolo/altare centrale; e la presenza dell’erbario stesso evoca l’esigenza di conservare essenze vegetali minacciate: una sorta di cattedrale laica che tinge la composizione di toni spirituali. L’opera è concepita per sollecitare l’attenzione intorno al problema dell’estinzione delle specie viventi, esperienza di lutto, proponendo azioni di attivismo sociale ed etico per l’ambiente, per andare oltre la disperazione per la perdita, attraverso la bellezza, e la sua potenzialità rigenerativa.
Proseguendo tra i Padiglioni all’Arsenale, anche quello del Lussemburgo è costruito sulla forma circolare e propone un’esperienza immersiva inconsueta.
Ci troviamo di fronte ad un grande specchio convesso, nel quale si riflette una figura inquietante, accanto alla nostra immagine riflessa: “E.T. The Excremential“,” è una scultura spiazzante di alieno, con corpo rugoso, che si fonde con un corpo di donna cinquantenne nella dimensione di una piccola creatura; figura dell’alieno o dello straniero, che sfugge a ogni norma: brutta, sproporzionata, incarna vulnerabilità e ma anche potenza, comunica compassione, tenerezza, e possibilità di guarigione. Il personaggio ET rimanda al racconto di un ritorno impossibile a casa, mettendo in campo i temi dell’appartenenza e dell’identità.

Aline Bouvy, artista del Lussemburgo, tratta nei suoi lavori questioni di identità, di genere, di sessualità; profondamente femminista, ritiene che l’arte debba essere uno spazio in cui muoversi liberamente.
All’interno della grande installazione cilindrica si trova la proiezione di un film “La Merde“; uno spazio immersivo che diviene spazio psicologico. “Tratto ciò che è considerato ripugnante, che fa riflettere sulle norme sociali, su temi che disturbano, sull’emarginazione del diverso”; lo spettatore diviene parte dell’installazione, vivendo momenti di divertimento e di senso del ribrezzo, per cui si è obbligati a confrontarci e riflettere sulle nostre reazioni emotive. Come personaggio che incarni il diverso, sceglie un’immagine radicale, portata all’estreme conseguenze, una persona interamente di “merda”.
La figura antropomorfa dell’escremento incarna colui che viene rifiutato in quanto scarto della società e nello stesso tempo diviene veicolo di un’energia sovversiva che potenzialmente può mettere in crisi stereotipi, pregiudizi che determinano e alimentano sistemi di controllo e di discriminazione.

(Testo e foto di Ivetta Galli)



































