Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “CERCHIO”

Wangechi Mutu (1972, Kenia), “Sweeper” in The End, Where All Began, Eden, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il cerchio è una figura sia disegnata che una forma di allestimento; ricorre frequentemente nei lavori artistici della mostra, ci apre ad una dimensione stratificata di significati e messaggi, rimanda al sentimento di appartenenza, all’esigenza di protezione, alla percezione di un limite, di un confine, ma anche alla continuità dell’esistenza, ed alla circolarità delle relazioni; può essere coreografia di un rito, invito alla meditazione e alla ricerca di una dimensione spirituale, può coinvolgerci in un colloquio con altre persone e farci riconoscere come comunità ospitata dal nostro pianeta, casa di tutti gli esseri viventi.

Lo scatto, proposto all’inizio del percorso, cattura l’immagine di un cerchio disegnato con terra rossa e fondi di caffè da una “scopa” rotante, fatta di rami d’albero e capelli umani, installazione che può divenire il simbolo pregnante di questo percorso.

Wangechi Mutu, artista kenyota-americana, in “The end, Where All began, EdEN” (La fine, dove tutto ebbe inizio, Eden), nel Padiglione Centrale, ai Giardini, narra i miti e le storie della creazione del suo popolo, reinterpretandoli con uno sguardo eco-femminista; coinvolge lo spazio condensando simboli e significati volti a prefigurare un ‘giardino’ ideale, un Eden modellato dalla presenza e dall’azione potente della figura femminile, evocata dalle forme del suo corpo al centro.

Sul fondo, il video “Mumbi“, è girato intorno al monte in Kenya, individuato come il luogo della creazione dell’uomo, secondo la mitologia del Paese; al centro della sala, “Mother’s Mound” si impone per la forma di un ventre in attesa di una vita e dei grandi seni pronti a nutrirla, sprigionando un’energia quasi sacra propria di una dea madre; in un angolo “Sweeper“, scultura cinetica composta da rami d’albero, capelli umani, terra rossa e fondi di caffè magnetica per la sua originalità e bellezza: ci racconta il gesto del pulire, dell’organizzare, del rigenerare, del prendersi cura, con un movimento circolare continuo, che non finisce mai.

Sempre nel Padiglione centrale, ai Giardini, dopo il primo ingresso si impone la suggestiva installazione dell’artista peruviana Celia Vasquez Yui, visibile al centro della foto:

Celia Vasquez Yui (1960, Perù), vista della sala 4 con “The Council of the Mother Spirits of the Animals”, 2022 – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Celia Vasquez Yui (1960, Perù) The Council of the Mother Spirits of the Animals, 2022 – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’artista appartiene al gruppo indigeno dell’Amazzonia peruviana dei “Shipibo Konibo”; per valorizzare la cultura della propria etnia e conferire al proprio lavoro un valore etico, riflesso del suo attivismo per la difesa dei diritti delle minoranze e dell’ambiente, allestisce un “parlamento” in cerchio, un’assemblea rituale, abitato dagli animali della propria terra, auspicio di una convivenza armoniosa e costruttiva tra gli esseri viventi; utilizza metodi di lavorazione della ceramica tradizionali e disegna simbologie tratte dal repertorio figurativo etnico peruviano, ponendosi come “sciamana”, cioè artista mediatrice tra gli uomini e le energie della natura, la cui attività è volta a ripristinare la salute ed il benessere collettivo e ambientale.

Celia Vasquez Yui conferisce agli animali la forza di uno sguardo che pare ricambiare la nostra attenzione, rifacendosi ad un principio dell’arte della sua terra secondo cui il soggetto dell’opera, ricambiando lo sguardo dell’osservatore, ha la capacità/potere di trasformare la nostra visione e comprensione del mondo,

Gli animali vengono elevati ad esseri viventi alla pari della comunità umana, riflettendo una concezione indigena profondamente ecologica, di interdipendenza tra tutti gli elementi della natura e sono guidati dalla presenza dello spirito femminile.

La terra/argilla utilizzata per realizzare l’opera è stata ricercata lungo il fiume del territorio, in luoghi anche distanti tra loro, per costruire simbolicamente una mappa della propria etnia.

I disegni realizzati sugli animali si rifanno a motivi geometrici del linguaggio visivo antico del popolo Shipibo Konibo, detto Kene (motivi che ricorrono anche sui tessuti). Una ricca documentazione di questi disegni si trova nel Padiglione del Perù, all’Arsenale, allestito dall’artista Sara Flores. La rielaborazione proposta da Sara Flores sui grandi arazzi rimanda a mappe cosmologiche e tracciati labirintici, modelli di reti che riflettono interconnessioni di strutture biologiche, neuronali; reti aperte che si gemmano in percorsi di crescita, in espansione, conferendo un impronta di creazione matrilineare a nuovi modelli di mondi, “altri mondi” appunto.

Sara Flores (1950, Perù) – PADIGLIONE DEL PERU’ , “D’altri mondi” – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Tornando nella sala n.4, come due costellazioni circolari, sono disposti i lavori di Daniel Lind-Ramos, artista afro-portoricano, presenta con tre installazioni (una all’Arsenale), sculture totemiche, create con oggetti di scarto, rifiuti abbandonati portati a riva dal mare, resti della devastazione causata dall’uragano che nel 2017 ha colpito l’isola di Porto Rico.

Artista afro-portoricano, presenta tre installazioni, sculture totemiche, create con oggetti di scarto, rifiuti abbandonati portati a riva dal mare, resti della devastazione causata dall’uragano che nel 20217 ha colpito la sua terra.

Daniel Lind-Ramos (1953, Porto Rico), Centinelas de la luna nueva, 2023, legno, tessuti, e altri materiali – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Daniel Lind-Ramos (1953, Porto Rico), Guardaverde, 2024/’25 , legno, tessuti, e altri materiali – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista riflette su tematiche tratte dalla propria storia personale e dalla propria memoria di afro-discendente (nel XVI secolo schiavi in fuga fondarono Loiza, città dove Daniel risiede): la fuga degli schiavi dalle piantagioni americane verso le isole del Pacifico, con canoe precarie, riporta alla storia coloniale ma anche alle odierne migrazioni in mare, denuncia  la fragilità di queste isole del Pacifico, un tempo rifugio e salvezza delle popolazioni nere, oggi in pericolo per il veloce cambiamento climatico che minaccia la loro esistenza.

Attraverso la simbologia di figure come guardiani e sentinelle, anche notturne, custodi del territorio, da un lato rende omaggio alla resistenza tenace della comunità nera afrocaraibica e dall’altro simboleggia la ricerca di protezione, “apotropaica” in difesa dai cataclismi climatici.

Questi assemblaggi di oggetti, raccolti e donati anche da amici e famigliari, quanto possa essere potente la forza rigenerativa della comunità.

Lungo il percorso nel Padiglione Centrale sono attratta da questa installazione che, a forma semicircolare, invita alla sosta e alla contemplazione:

Adebunmi Gbadebo (1992, USA), installazione 2025-’26 – argilla lavorata con riso e capelli umani, cianotipie, litografie – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Vasi in ceramica, dalla forma e dalla lavorazione inconsueta, sono allineati su piani diversi, come offerte votive nello spazio creato dai pannelli che evocano frammenti di terre, acque, superfici scrostate, sofferte.

Adebunmi Gbadebo, artista afroamericana, propone un lavoro artistico affascinante e denso di valore storico ed etico: alla ricerca di tracce dei propri antenati, lavoratori schiavi nella piantagione True Blue, in Carolina del Sud, trova in zona un bosco isolato dal cui terreno affiorano frammenti di lapidi degli schiavi sepolti e abbandonate.

Col l’argille rossa raccolta dal terreno, utilizzando metodi di lavorazione della ceramica di tradizione nigeriana e camerunense, impastando riso e capelli umani, modella recipienti funerari per commemorare i suoi familiari e per “restituire vita alla terra”; attorno, una sequenza silenziosa ed avvolgente di grandi pannelli, serigrafie, cianotipie ed opere su carta, realizzati con inchiostri fatti a mano (utilizza l’indaco), terre e pigmenti vegetali, ricostruiscono il paesaggio acquatico che circonda la piantagione.

La struttura circolare caratterizza i due suggestivi interventi artistici di Khaled Sabsabi, artista libanese che oggi vive in Australia, protagonista del Padiglione dell’Australia, ai Giardini, e della grande installazione all’inizio del percorso alle Corderie dell’Arsenale.

Khaled Sabsabi (1965, Libano), Frame da “Conference of one’s self”, 2026, installazione video HD a otto canali con audio – Padiglione dell’Australia, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Khaled Sabsabi (1965, Libano), part. pareti in ” Conference of one’s self”, 2026, installazione video HD a otto canali con audio – Padiglione dell’Australia, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Durante l’infanzia dell’artista, in Libano, nel 1976, scoppia la guerra civile per cui con la famiglia emigra in Australia, dove si inserisce tra le comunità multiculturali di Sydney.

Artista multimediale, nelle sue opere proietta la propria esperienza di vita, dal tema della migrazione, alla riflessione sulla dimensione spirituale, alla ricerca di un modello di convivenza umana fondata sull’ascolto, la condivisione e una pacifica convivenza. Khaled Sabsabi concepisce il proprio progetto riflettendo sulle similitudini tra Venezia e l’Australia: terre d’acqua e luoghi di convivenza di culture diverse per scambi e migrazioni, luoghi di identità complesse e multiculturali.

“Conference of one’s self “(incontro con il proprio sé), opera del Padiglione dell’Australia, si rifà ad un poema sufi del XII secolo, “Conferenza degli uccelli”, scelta perché simbolo di un pellegrinaggio per stazioni, sette più una, alla ricerca di una dimensione di perfezione, di un’intimità riappacificata.

Si accede al Padiglione attraversando ante di accesso realizzate come opere tessili che si rifanno, nei disegni tessuti, alle simbologie degli indigeni australiani.

All’interno, ci troviamo a percorre un “deambulatorio” attorno all’installazione centrale ottagonale (modello di architetture sacre) che ci immerge tra meravigliosi colori in trasformazione fluida e suoni che evocano luoghi quotidiani, e ci sollecita a contemplare da un alto il paesaggio caleidoscopico in continuo mutamento, dall’altro, sulle pareti, in seguito al nostro adattamento all’ambiente scuro, i caratteri calligrafici arabi, apparentemente liberi e sospesi per effetto della tecnica a stencil e della luce, che propongono brani del testo sufi.

Khaled con la propria poetica vuole promuovere una pratica artistica fondata sull’empatia, per far incontrare le persone nel dialogo e nella comprensione reciproca delle identità diasporiche.

Nel percorso all’Arsenale incontro un’installazione circolare definita da grandi pannelli chiari di cotone disposti ad evocare uno spazio di silenzio e di meditazione: una sosta rigenerativa tra le moltitudini di sollecitazione presenti nella Biennale; il lavoro è di Tabita Rezaire, un’artista nata in Francia, residente nella Guyana Francese, terra dei suoi antenati.

Tabita Rezaire (1989, Francia), Omu Elu, 2024, pannelli in cotone tinti indaco, zucche a fiasco – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Le figure di divinità realizzate sui tessuti e le simbologie rappresentate sui preziosi contenitori che arredano l’insieme documentano la ricerca artistica di Tabita e il suo percorso evolutivo, che la vede inizialmente coinvolta in opere di denuncia e di critica del patriarcato eterosessuale bianco coloniale e l’approdo ad una pratica di cura del pianeta.

I tessuti vengono tinti con l’indaco, pianta utilizzata nel commercio coloniale e coltivata con lo sfruttamento degli schiavi, e riportano, nelle icone, figure mitiche dell’Amazzonia: la Madre Trinità (terra, luna e sole), figure che proteggono, curano e nutrono le popolazioni.

Tabita intreccia a questa ricerca simbolica la pratica dello yoga, come esperienza di necessaria rinascita e ricostruzione di un esistenza in armonia con il mondo.

Più avanti si deve percorrere un corridoio curvo, appunto, bianco, arredato con fotografie rielaborate su opere d’arte di artisti delle avanguardie dei primi del Novecento e oggetti di arte africana, che contiene uno spazio centrale.

Kader Attia (1970, Francia), Whisper of Traces, 2026, installazione: corde, frammenti specchio, erbe essicate, intrecci carta, video, suono – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Entriamo nell’ ampio vano circolare, creato dall’artista franco-algerino Kader Attia, con il progetto: Whisper of Traces, arredato con corde pendenti e frammenti di vetro e video proiettati sulle pareti.

Kader Attia (1970, Francia), Whisper of Traces, 2026, installazione: corde, frammenti specchio, erbe essicate, intrecci carta, video, suono – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

In questo progetto, complesso, l’artista intreccia suggestioni e visioni irrazionali (citando l’opinione di uno sciamano vietnamita in merito ai virus informatici, quale emanazione di entità spirituali) con l’attuale tematica, oggettiva e razionale, dell’intelligenza artificiale in rapporto all’umanità, mettendo in discussione il mito della tecnoscienza.

Kader Attia (1970, Francia), Whisper of Traces, 2026, installazione: corde, frammenti specchio, erbe essicate, intrecci carta, video, suono – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Kader Attia invita, con la sua installazione, ad approfondire il modello culturale imposto dalla nostra era tecnologica: i passaggi labirintici costellati di oggetti rituali, erbe officinali, superfici specchianti e media elettronici, riportano alla superficie il mondo stratificato che ci appartiene, la nostra storia, personale e collettiva, le forze invisibili che ci plasmano, quali la memoria, le emozioni, la tensione alla ritualità, la spiritualità, parti della nostra esistenza profondamente radicate con le quali il mondo digitale non può non fare i conti.

Il lavoro nella Biennale di Kader Attia è una domanda, una provocazione e una riflessione urgente sul recupero della dimensione umana nella nostra contemporaneità; per l’artista l’arte può creare uno spazio intermedio che mette in relazione persone diverse e distanti per vari motivi e permette la condivisione di un’esperienza, offrendo la possibilità di costruire un terreno comune, cosa che i social oggi distruggono.

Sempre all’Arsenale, Annalae Davis costruisce un’avvolgente installazione, “In Let This Be My Cathedral“, utilizzando piante coltivate nel giardino della sua casa, nelle Barbados.

Annalea Davis ( 1963, Barbados), In Let This Be My Cathedral, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande parete erbario ad esedra, realizzata con le essenze del suo giardino, protegge un uccello in via di estinzione, un chiurlo eschimese, adagiato sul tavolo/altare centrale; e la presenza dell’erbario stesso evoca l’esigenza di conservare essenze vegetali minacciate: una sorta di cattedrale laica che tinge la composizione di toni spirituali. L’opera è concepita per sollecitare l’attenzione intorno al problema dell’estinzione delle specie viventi, esperienza di lutto, proponendo azioni di attivismo sociale ed etico per l’ambiente, per andare oltre la disperazione per la perdita, attraverso la bellezza, e la sua potenzialità rigenerativa.

Proseguendo tra i Padiglioni all’Arsenale, anche quello del Lussemburgo è costruito sulla forma circolare e propone un’esperienza immersiva inconsueta.

Ci troviamo di fronte ad un grande specchio convesso, nel quale si riflette una figura inquietante, accanto alla nostra immagine riflessa: “E.T. The Excremential“,” è una scultura spiazzante di alieno, con corpo rugoso, che si fonde con un corpo di donna cinquantenne nella dimensione di una piccola creatura; figura dell’alieno o dello straniero, che sfugge a ogni norma: brutta, sproporzionata, incarna vulnerabilità e ma anche potenza, comunica compassione, tenerezza, e possibilità di guarigione. Il personaggio ET rimanda al racconto di un ritorno impossibile a casa, mettendo in campo i temi dell’appartenenza e dell’identità.

Aline Bouvy, artista del Lussemburgo, tratta nei suoi lavori questioni di identità, di genere, di sessualità; profondamente femminista, ritiene che l’arte debba essere uno spazio in cui muoversi liberamente.

All’interno della grande installazione cilindrica si trova la proiezione di un film “La Merde“; uno spazio immersivo che diviene spazio psicologico. “Tratto ciò che è considerato ripugnante, che fa riflettere sulle norme sociali, su temi che disturbano, sull’emarginazione del diverso”; lo spettatore diviene parte dell’installazione, vivendo momenti di divertimento e di senso del ribrezzo, per cui si è obbligati a confrontarci e riflettere sulle nostre reazioni emotive. Come personaggio che incarni il diverso, sceglie un’immagine radicale, portata all’estreme conseguenze, una persona interamente di “merda”.

La figura antropomorfa dell’escremento incarna colui che viene rifiutato in quanto scarto della società e nello stesso tempo diviene veicolo di un’energia sovversiva che potenzialmente può mettere in crisi stereotipi, pregiudizi che determinano e alimentano sistemi di controllo e di discriminazione.

Aline Bouvy (1974, Lussemburgo), frame de “La Merde”, 2026, film – Padiglione del Lussemburgo, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

(Testo e foto di Ivetta Galli)

Dalla 61ª Biennale di Koyo Kouoh: In Minor Keys – “FIORE E DINTORNI”

Hala Schoukair (1957, Libano), Untitled, 2026, acrilico su tela – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’affascinante opera di Hala Schoukair, che ho scelto come icona del percorso, rende visibile l’intricata rete dei fili che connettono fiori, alberi, giardini e terreni, dipingendo un incantevole paesaggio naturale come una trama intrecciata, solcata da punti luminosi. I dipinti di paesaggio dell’artista nascono dalla memoria di momenti sereni vissuti nella propria infanzia in Libano, desiderio profondo di richiesta di pace e armonia per una terra martoriata oggi dalla violenza.

Non si può rimanere indifferenti di fronte alla quantità di forme vegetali rappresentate in questa Biennale: fiori dipinti, ricamati, fotografati e scolpiti, oppure veri, una esplosione di energia che si ramifica anche in opere che disegnano alberi e giardini, o penetra con apparati radicali nei vari tipi di terreno, che genera e supporta la vita vegetale, fatto di terra, sabbia, argilla e minerali. Una complessa rete di elementi all’interno dei quali l’habitat naturale diventa protagonista, nel suo splendore, ma anche nella sua fragilità e vulnerabilità.

Se il linguaggio dell’arte prefigura il mondo contemporaneo e coglie con specifica sensibilità le questioni più impellenti del prossimo futuro, non c’è dubbio che la drammatica crisi climatica di questo momento venga percepita e narrata in tutta la sua portata, come tra le più urgenti. Fiori, alberi, giardini, terreni della crosta geologica sono le “sentinelle” attorno cui gli artisti costruiscono racconti che dall’incantamento gioioso passano alla denuncia desolata, lasciando trasparire la nostalgia disperata di un equilibrio ambientale possibile e l’urgenza di una presa di posizione per invertire la deriva.

INNO AI FIORI

Una veloce carrellata di immagini, colte nei percorsi della Mostra, rende evidente il desiderio di conferire al “fiore” significati complessi e stratificati, espressioni di culture e storie del mondo, enfatizzati spesso dalle dimensioni ingigantite dei soggetti rappresentati.

Nel Padiglione della Gran Bretagna, di cui abbiamo già parlato nel percorso “Home“, colpisce la precisione dei dettagli nel grande dipinto che simula un erbario e si tinge di toni velati di malinconia, memoria di un’assenza, riflettendo un sentimento che, Lubaina Himid, artista pioniera del Black British Art Movement, fa trasparire, tra gli altri, nei lavori esposti.

Lubaina Himid ( 1954, Zanzibar), dipinto del progetto: “Predicting History: Testing Traslation”, 2026, acrilico e carboncino su tela – Padiglione della Gran Bretagna, 61ª Biennale di Venezia

Passiamo dalle linee delicate ed essenziali dell’opera di Lubaina Himid ai suggestivi ed imponenti boccioli di fiori di magnolia, in dimensioni spiazzanti e giocose di magrittiana evocazione, di Maria Magdalena Campos-Pons, artista di origine cubana; riprenderemo la lettura del significato della grande installazione, nel Padiglione Centrale dei Giardini, nel percorso “Cerchio“, figura intorno a cui è costruita l’opera; qui mi soffermo sulla magnolia, fiore dipinto anche tra i rami della propria pianta, nei pannelli di fondo, tra le figure di Koyo Kouoh, prima donna africana a curare una Biennale, e Toni Morrison, prima donna nera a vincere il premio Nobel per la letteratura.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026, dipinti e sculture in resina e vetro – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Nella cultura del sud degli Stati Uniti, la magnolia, albero di antichissima origine e resistente nel tempo, rappresenta la forza interiore, la perseveranza insieme all’eleganza e alla grazia, Tra le donne nere è anche simbolo di solidarietà ed accoglienza.

Si cammina con piacere, girando attorno a queste sculture, incuriositi dalla bellezza dei colori, delle forme e dalla morbida “pelle” delle magnolie in resina e vetro.

Maria Magdalena Campos-Pons (1959, Cuba), Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, (part.), 2026, dipinti e sculture in resina e vetro – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

All’Arsenale troviamo un grande progetto a due mani, delle artiste Raijni Perera (1981, Colombia, vive in Canada) e Marigold Santos (1985, Manila, vive in Canada), “Efflorecence/The Way We Wake“, in cui, tra sculture modellate con argilla e altri materiali, si impone questo fiore immaginario, robusto, aperto, ma portatore di una certa fatica nel crescere. Riflette lo sguardo di un’identità personale in costante adattamento alle condizioni del migrare e alle difficoltà ambientali, determinato ad accogliere i cambiamenti.

Raijni Perera (1981, Colombia) e Marigold Santos (1985, Manila), Efflorecence/The Way We Wake, 2026, argilla e altri materiali – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Stupore e meraviglia suscitano i grandi e luminosi fiori sospesi al soffitto, tra un ricco fogliame, accompagnati da un fondo musicale, nel Padiglione dell’India.

Ranjani Shettar (1977, India), Under the Same Sky, 2026, tessuto di cotone lavorato a mano – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande installazione, realizzata dall’artista indiana Ranjani Shettar, invita a muoversi sotto la nuvola di fiori, tra la musica, guardando dal basso questo cielo di forme libere e leggere. L’arista stessa dichiara di voler lasciare un’impronta di gioia e di speranza a chi lo osserva e lo vive. Ogni pezzo dell’insieme (74 parti) è stato realizzato con tessuto di cotone cucito a mano e intelaiato, con l’intenzione di sfidare la gravità e realizzare una visione quasi sognata, di leggerezza.

Ranjani Shettar (1977, India), Under the Same Sky, (part.), 2026, tessuto di cotone lavorato a mano – Padiglione dell’India, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Il pensiero corre alle opere tessili di Annalae Davis, esposte ai Giardini, in particolare al grande “centrino”, in cui, all’interno di una forma di fiore, fra foglie ricamate, con l’ago, è scritto: “Be Soft“:

Annalea Davis (1963, Barbados), Be Soft, 2026, tessuto ricamato – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Della stessa artista dei Caraibi, alla quale è dedicato un ampio spazio nella Mostra all’Arsenale, è presente una interessante installazione che presento più avanti, nel paragrafo “Giardini“.

Riprendendo il percorso all’Arsenale, il Padiglione della Cina propone nello spazio aperto “Symbiosis“, una struttura architettonica con pareti a specchio, all’interno della quale si intravvede un fitto bosco di girasoli in bronzo, creato dall’artista Xu Jiang.

Xu Jiang (1955, Cina), Symbiosis, 2026, bronzo, pareti a specchio, Padiglione della Cina, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Siamo attratti dal gioco di riflessi che rapiscono la nostra immagine e ci portano vicino alla piantagione di fiori, diventando parte del gioco percettivo. Ci accorgiamo così che gli alti steli di bronzo sono intrecciati, quasi danzassero, e sorreggono fiori sia di girasole che fiori di loto. L’artista ha infatti concepito un’arca della convivenza, dove il fiore di loto, figlio del fango e dell’acqua, è simbolo dell’antica e delicata anima orientale, mentre il girasole, alla ricerca del calore solare, incarna l’energia occidentale. L’intreccio tra gli steli è un auspicio al dialogo e al reciproco ascolto.

Dialogo tra oriente ed occidente è realizzato anche dal progetto dell’artista pakistana Mahwish Chishty, residente oggi negli Stati Uniti, “Tanka Tales: Thread as archive”. Sono esposti in Palazzo Mora. evento collaterale alla Biennale, tessuti ricamati realizzati con donne pakistane, rielaborando motivi di pittura e miniatura indiana e motivi decorativi pakistani, tra cui questa elegante cascata di racemi floreali; nel progetto, realizzato in collaborazione con l’Università americana del Maryland, si evidenzia come i testi e i disegni ricamati costituiscano una narrazione collettiva che connette passato e presente, rendendo attuale e valorizzando un patrimonio rimasto nel tempo marginale.

Mahwish Chishty (1980, Pakistan), Tanka Tales: Thread as archive, 2026, ricamo su tela – Palazzo Mora, 61ª Biennale di Venezia

Ci sono poi lavori artistici creati con fiori veri, come nel Padiglione del Canada, dove l’artista iraniano-canadese Abbas Akhavan ricostruisce una “serra” per far germogliare le ninfee giganti Victoria Cruziana, una specie importata dal Sudamerica a Londra nel 1851, in occasione dell’Esposizione Universale, come ‘trofeo’ coloniale, da cui il nome del fiore in onore proprio della regina Vittoria.

Abbas Akhavan (1977, Teheran), Entre chien et loup, installazione – Padiglione del Canada, 61ª Biennale di Venezia

L’artista arriva in Canada, in fuga dalla guerra, a 13 anni, ed il suo vissuto di esperienza personale lascia evidenti richiami nell’opera che è generata da indagini sulla storia coloniale dei paesi Europei, per ricostruirne le dinamiche economiche e culturali, e per riportare l’attenzione sulle impellenti tematiche ambientali della nostra epoca.

Lo spazio del Padiglione viene modulato da effetti di luce particolari, rosacei, anche in riferimento al momento del crepuscolo (significato del titolo), adombrando atmosfere sospese, e visioni indeterminate, come evoca il passaggio dalla luce al buio. I fiori delle ninfee fioriscono tra le grandi foglie sulla superficie dell’acqua e raccontano quanto sia importante per l’artista esplorare il mondo vegetale, le storie dei giardini e le modalità di addomesticamento degli stessi. Lungo l’apertura della Biennale si assisterà ad una lenta trasformazione/crescita delle piante delle ninfee, accompagnandone lo sviluppo vegetativo. Accanto alla ricerca botanica e storica, la forma artistica che il progetto si dà vuole essere un modello positivo per il futuro: l’installazione diventa uno spazio di ‘riverenza, sacralità, contemplazione’ rappresentando la realizzazione di un’utopia di vita sulla terra.

Anche l’artista indonesiano-brasiliano Dian Lie, lavora con componenti naturali quali fiori, semi in germinazione, piante, spore di funghi e terra, sperimentando la trasformazione degli elementi nel tempo. All’Arsenale troviamo la grande installazione “Temple of Passages“, creata con monumentali ghirlande di fiori.

Dian Lie (1988, Brasile), Temple of Passages (2026), fiori e corde, sedia – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

All’origine l’installazione era composta da turgidi fiori bianchi e gialli, intrecciati in festose ghirlande, profumati, che, col passare del tempo sono appassiti, decomposizione che ha trasformato anche la percezione olfattiva; una sedia, l’attesa, evoca il tempo che passa, e suggerisce la contemplazione del processo di metamorfosi cui la natura è soggetta. Decomposizione, putrefazione, Dian Lie guarda a questo processo come ad un naturale evento di transizione, che trascende la consueta lettura binaria vita-morte, cogliendo il valore potenziale trasformativo insito nella continuità dell’evoluzione. In questo senso, il lutto viene svuotato della sua portata dolorosa, in funzione della fiducia in una nuova creazione. La ricerca artistica di Dian Lie, che mette in discussione le ‘opposizioni binarie’, parte anche dal un suo vissuto personale, il percepire un’identità che trascende il binarismo maschio-femmina.

ALBERI

L’albero può essere una figura prepotentemente simbolica: in alcuni lavori diviene soggetto di denuncia per la devastazione che la violenza della guerra può generare, in altri evoca le trasformazioni che il clima sta agendo sulla natura; in altri ancora l’albero assurge a simbolo di resistenza e ricostruzione di un mondo di pace; oppure, ibridandosi con diverse specie viventi, diventa segno della visione di un futuro di un felice equilibrio ecologico sulla terra.

L’artista canadese Bonnie Devine riveste una parete dell’Arsenale con una serie di dipinti dai colori accesi, saturi e magnetici: “Land in War“, in cui documenta la morte della natura in seguito a tre battaglie coloniali intraprese per conquistare nuovi territori. Da una foresta ridotta a fantasmi di tronchi, in sequenza dipinge brani di paesaggio dove l’assenza di vegetazione diventa l’annullamento della vita

Bonnie Devine (1952, Toronto), Land in War, (part.), 2024-2025, olio su tela – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Bonnie Devine (1952, Toronto), Land in War, 2024-2025, olio su tela – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Nell’opera “Stories from the Shield: Radiation and Radiance“, con numerosi piccoli disegni, la stessa artista documenta la distruzione della natura per l’estrazione dell’uranio, nella terra dei popoli indigeni Anishinaabe, della regione dei grandi laghi in Canada, sua terra d’origine.

Bonnie Devine (1952, Canada), Stories from the Shield: Radiation and Radiance, 1999, dipinti – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia
Bonnie Devine (1952, Canada), Stories from the Shield: Radiation and Radiance, (part.), 1999, dipinti – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Con un intervento apparentemente ‘giocoso’, nel Padiglione Centrale ai Giardini, l’artista palestinese Vera Tamari riflette intorno all’albero di ulivo, che è simbolo della sua terra; seppur in un contesto di drammatico conflitto, per elaborare il trauma della perdita, modella tante piccole, fragili e colorate forme della pianta, disponendole ai piedi di una grande immagine di ulivo monumentale, suggerendo l’idea di tanti piccoli ex-voto dedicati ad una figura sacra.

Vera Tamari (1944, Gerusalemme), Tale of a Tree, 2002, ulivi in argilla su plexiglass e fotografia – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Vera Tamari (1944, Gerusalemme), Tale of a Tree, 2002, (part.), ulivi in argilla su plexiglass – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

L’opera è stata creata in seguito alla distruzione degli alberi palestinesi durante l’incursione israeliana a Ramallah, nel 2002, quale segno e desiderio di resistenza e ricostruzione, silenziosa protesta che fonda la propria fiducia nella forza di sopravvivenza dell’albero di ulivo.

All’Arsenale, una curiosa installazione che vuole evocare un albero di banano, “Tribute to Tshibola & Upemba“, di Léonard Pongo, ci attrae per l’originalità e la ricchezza dei giochi di luce e riflessi degli elementi che la compongono.

Léonard Pongo (1988, Belgio), Tribute to Tshibola & Upemba, 2026, installazione e tecnica mista – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista, che oggi vive in Belgio, parte dalla fotografia d’ambienti naturali del Congo, sua terra d’origine; dopo averle elaborate con tecniche artistiche, le trasferisce su superfici specchianti (circa 45 elementi sospesi a simulare una cascata di foglie) e costruisce un albero di banano, “totem”, omaggio alla propria famiglia d’origine. L’albero di banano, nella cultura congolese, è simbolo di radicamento e rinascita: Léonard Pongo rievoca così le proprie radici, ma l’effetto di sospensione che l’opera genera, narra la consapevolezza di un’identità nomade nella quale si riconosce.

La figura ibrida della ‘persona-albero’ ritorna nell’immaginario odierno dall’arte antica e, anche in questa Biennale, compare per narrare la contemporaneità. Mi ha colpito a riguardo la forza espressiva della scultura in bronzo “Amalgam (seated)” di Nike Cave, artista afroamericano, che all’Arsenale porta un ampio progetto artistico articolato in sette “stazioni”.

Nike Cave ( 1959, Chicago), Amalgam (Seated), 2026, bronzo – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La persona seduta, dalla pelle ruvida e segnata dalla fatica, vive un processo di metamorfosi nella ramificazione del busto; tra i rami sono scolpiti anche uccelli che arricchiscono la folta “chioma”, comunicando contemporaneamente sia una sensazione di peso, che grava sulle spalle, che di leggerezza, dalle fronde che si elevano, abitate da volatili. Nike Cave porta nella sua arte riflessioni sul dolore che generano le ferite di un trauma, segnato dalle esperienze di violenza cui il corpo nero è stato ed è frequentemente esposto; tuttavia, proprio la vulnerabilità e la consapevolezza della propria condizione possono aprire uno spazio di riflessione, di ascolto e di relazione con la comunità degli uomini.

GIARDINI

Il “giardino creolo” è per Koyo Kouoh un perfetto modello di biodiversità vegetale, uno spazio che narra la sopravvivenza e la resistenza degli schiavi nelle piantagioni, un manifesto del dialogo tra le diversità, antitesi delle monoculture coloniali (e odierne), modello valido per l’oggi. Nella costruzione della Biennale è uno dei cardini fondamentali, tema che ha stimolato progetti artistici molto coinvolgenti, divenendo metafora per possibili mondi del futuro.

I “giardini creoli” erano piccoli appezzamenti, rubati di nascosto, sui pendii collinari dagli schiavi delle piantagioni, in cui si coltivavano molte specie di vegetali differenti per poter continuare a vivere, in autosufficienza.

Tra i Padiglioni nazionali che hanno scelto percorsi a partire da questa sollecitazione, Il Padiglione della Santa Sede si distingue per l’originalità della proposta artistica.

Giardino mistico dei Carmelitano Scalzi, 2026, installazione multisensoriale – Padiglione della Santa Sede, 61ª Biennale di Venezia

Il Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, all’interno dell’omonimo monastero, vicino alla stazione di Venezia, è un luogo dove i monaci coltivano erbe officinali, fiori e piante da frutto, che ospita una ricca biodiversità ed è uno spazio anche per la meditazione. Il progetto, coordinato dai curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickes, prevede l’attraversamento dell’area, accompagnati, singolarmente, da cuffie che trasmettono brani musicali di artisti ispirati dalla monaca medievale benedettina tedesca, Ildegarda di Bingen (1098-1179), scrittrice, teologa e musicista, per la quale il suono è uno strumento per comprendere il creato. Il progetto è titolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima” e ci conduce in un’immersione totale nell’ambiente, tra suoni, voci e musica che cambiano in relazione ai tipi di piante che si incontrano, e catturano i segnali biologici ed ambientali delle specie vegetali. Il progetto è stato ideato dal gruppo di artisti/musicisti Soundwalk Collective. Un’esperienza di ascolto e contemplazione, di sintonizzazione sulle ‘tonalità minori’ evocate da Koyo, per vivere un momento di riflessione interiore e di gioia per la bellezza esperita.

Giardino mistico dei Carmelitano Scalzi, 2026, installazione multisensoriale -Padiglione della Santa Sede, 61ª Biennale di Venezia

Tornando all’interno dell’Arsenale, l’artista Theo Eshetu, nel cui DNA si incrociano cultura etiope ed europea, allestisce “Garden of the Broken Hearted“, un grande albero di ulivo che ruota lentamente, illuminato da immagini di video che si proiettano sul fondo, accompagnate da una colonna sonora delicata.

Theo Eshetu (1958, Londra), Garden of the Broken Hearted, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

L’artista ci invita a seguire la rotazione della pianta, suggerendoci l’ingresso in un giardino ove ritrovare un senso di umanità, evocando la possibilità di sostare sotto il grande ulivo, insieme ad altre persone; nell’immaginario di Theo Eshetu il giardino può divenire un luogo di incontro, dialogo e di guarigione e darci l’energia necessaria per orientarci nel futuro.

Sempre all’Arsenale, Annalae Davis costruisce un’avvolgente installazione, “In Let This Be My Cathedral“, utilizzando piante coltivate nel giardino della sua casa, nelle Barbados, giardino che ripropone il modello creolo descritto.

Annalea Davis ( 1963, Barbados), In Let This Be My Cathedral, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La grande parete erbario protegge un uccello in via di estinzione, un chiurlo eschimese, adagiato sul tavolo centrale, ma la presenza dell’erbario stesso evoca l’esigenza di conservare essenze vegetali minacciate: una sorta di altare che tinge la composizione di toni spirituali; l’opera è concepita per sollecitare attenzione intorno al problema dell’estinzione delle specie viventi, proponendo azioni di attivismo sociale ed etico per l’ambiente, per andare oltre la disperazione per la perdita.

Ancora un giardino, ma dipinto con uno sguardo orientale, da un’artista pakistana, che per formarsi ha dovuto lottare contro rigidi pregiudizi di genere: Wardha Shabbir. L’artista è riuscita ad affermarsi e ad imporsi con tenacia, grazie alle sue capacità creative, realizzando piccoli capolavori grafici.

Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia
Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, (part,), 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

La propria cultura visiva la porta a rielaborare le miniature e i disegni dei tessuti/tappeti dell’oriente, specializzandosi sulla rappresentazione di giardini; giardini che si sviluppano come rotuli o percorsi a nastro, seguendo l’idea di un viaggio reale e simbolico, di movimenti migratori. La ricca pittura lenticolare porta a scoprire, con sguardo attento, segni e particolari di grande bellezza nel paesaggio immaginato.

Wardha Shabbir (1987, Pakistan), A Tapestry of Resilience, (part.,) 2024, guazzo su carta – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Tra la natura rigogliosa, ricorre l’immagine di grandi fiori aperti, con petali/tentacoli che si diramano all’esterno, evocando le braccia della dea indù Kali Mata, simbolo della capacità femminile di affrontare e gestire tante situazioni, contemporaneamente. Un inno gioioso alle potenzialità delle donne nel costruire nuovi mondi.

Un giardino dell’Eden, reimmaginato, ci accoglie nella magnetica installazione di Wangechi Mutu, artista keniota, “The End, Where All Began, Eden“.

Wangechi Mutu (1972, Kenia), The End, Where All Began, Eden, 2026, installazione – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Attingendo ai miti e alle storie della creazione del suo popolo, reinterpretati con uno sguardo eco-femminista, l’artista propone uno spazio in cui condensa simboli e significati volti a prefigurare un ‘giardino’ ideale, un Eden modellato dalla presenza e dall’azione potente della figura femminile, presente nelle forme morbide del suo corpo al centro.

ARGILLE, SABBIE, SALE, MINERALI

Un altro elemento naturale frequente nelle installazioni della Biennale, di ogni parte del mondo, è la presenza, reale o ricostruita, di terra, sabbia, argilla, sale; un richiamo radicale al suolo e alla crosta geologica che regge la vita sul pianeta, materia prima fondamentale anche per la creazione artistica. Esigenza di ritorno all’origine, all’essenza, per ricominciare.

Una scelta che ho trovato fortemente simbolica per il richiamo ‘globale’ al tema della cura e della ricostruzione della nostra “terra”.

Una sequenza di foto di Padiglioni Nazionali documentano questa riflessione:

Maria Sosa (1985, Messico) Noé Martinez (1986, Messico), Actos invisibiles para sostener el universo, 2026, installazione, sale e argilla – Padiglione del Messico, 61ª Biennale di Venezia

Gli artisti messicani Maria Sosa e Noé Martinez, nel Padiglione del Messico, immergono vasi in argilla ornitomorfi (riprendendo una forma antica delle culture mesoamericane per vasi rituali), nel sale, disegnando, con il nastro di sale che li contiene, la forma del termine “virgula”, il simbolo mesoamericano della “parola”: una sintesi visiva della potenzialità della memoria, della comunicazione e della ricca cultura precoloniale, per recuperare una visione di efficace integrazione tra cultura e natura.

L’attraversamento di questo spazio, a tratti labirintico, quasi un rituale, è segnato dalla presenza di materiali organici, che, nel tempo, si trasformano, metafora della vulnerabilità dell’esistenza: il sale assorbe umidità, acquista lucentezza ed erode lentamente la terracotta dei vasi; il tutto è accompagnato da un sottofondo sonoro con video e performences, che favoriscono la contemplazione e la riflessione.

Matias Duville (1974, Argentina), Monitor Yin Yang, 2026, sale e carbone – Padiglione dell’Argentina, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Anche Matias Duville, artista argentino, crea uno spazio immersivo, ove suono, video ci seguono nel cammino, su di un suolo fatto da resti di sale e disegno di una mappa cartografica di polvere di carbone; gli elementi residuali di mari e foreste ci fanno percepire un paesaggio apocalittico, e contemporaneamente cogliere la potenzialità di un nuovo inizio.

Margaret Whyte (1936, Uruguay), Antifragile, 2026, installazione – Padiglione dell’Uruguay, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Margaret Whyte, artista uruguaiana, accumula detriti di terre e pietre con resti di prodotti industriali, con intenzione affine al lavoro precedente. Dalla distruzione, dalle macerie, sistemi disordinati e instabili, si può trovare una modalità di riutilizzo dell’insieme ‘ antifragile’, scoprendone la forza e la potenzialità.

Haitham Al Busafi, Zinah, (Ornamento), 2026, installazione, sabbia e altri materiali – Padiglione dell’Oman, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Nel Padiglione dell’Oman si entra, camminando sulla sabbia del paese stesso, accompagnati al tintinnare delle decorazioni metalliche per cavalli appese a cascata dall’alto, in leggero movimento. Haitham Al Busafi, invita ad un’esperienza immersiva, in cui cogliere il profondo legame tra uomo, natura e cavalli, valorizzando il patrimonio culturale del Paese.

Zi Kakhramonova (2001, Uzbekistan), Salt City, 2026, installazione, sale, tecniche varie – Padiglione dell’Uzbekistan, Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

La giovane artista uzbeka, Zi Kakhramonova, partecipa con “Salt City” al progetto del Padiglione della propria nazione, che denuncia il prosciugamento del Lago Aral attraverso lavori artistici frutto di un ricco immaginario ecologico. Le isole di sale entro cui Zi allestisce oggetti e tessuti della tradizione uzbeka, alcuni in forma di bozzolo, richiamano l’idea di una possibile rinascita dell’ambiente, a partire dalla memoria e dalla ricerca di nuovi equilibri naturali.

Alfredo Jaar (1956, Cile), The End of The World, 2026, installazione – Arsenale, 61ª Biennale di Venezia

Dalle distese luminose di sale e sabbia, al ventre infuocato della terra: Alfredo Jarr ci conduce all’interno di una ‘cappella ipogea’ dedicata ai minerali più rari, terre rare, rame, cobalto, stagno, litio, nichel, manganese, cotan, germanio e platino, che dispone, a strati, in un piccolo cubo illuminato, sull’altare di fronte all’ingresso del lungo vano colorato di rosso. Entrando nello spazio claustrofobico dell’installazione, la percezione dei toni luminosi rossastri e degli odori diffusi, come in una grotta profonda tra la terra umida e pungente, ci respinge e crea un forte disagio; la potente denuncia, che diventa un vissuto di sofferenza, tocca i temi oggi sempre più impellenti della rapina delle risorse prime per le richieste della crescita tecnologica.

Alexa Kumiro Hatanaka (1988, Toronto), Instability, 2024, linoleografia su washi – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Tracce di un suolo ghiacciato, rilievi e i cumuli che la neve disegna sulla sua coltre nei territori degli Inuit, nel Canada settentrionale, vengono registrati, in modo creativo e poetico, da Alexa Kumiro Hatanaka. L’artista, giapponese/canadese, rilevando le ‘mappe’ naturali che la superficie della neve offre agli abitanti di questa terra per orientarsi da secoli, ne denuncia il probabile dissolvimento a causa del riscaldamento globale. Le linee della cartografia naturale vengono incise su lastre di linoleum e stampate su fogli di carta fatta a mano con una antica tecnica di origine coreana, resistente e traslucida, colorata con tinture naturali (whasi); i fogli di carta vengono poi inamidati e cuciti per realizzare ‘tessuti’ leggeri da appendere come drappi incantevoli, oppure vengono usati per rivestire forme che simulano i rilievi del territorio.

Alexa Kumiro Hatanaka (1988, Toronto), Moveable Immoveable, 2026, linoleografia su washi – Padiglione Centrale, Giardini, 61ª Biennale di Venezia

Il lavoro di Alexa Kumiro Hatanaka esplora le relazioni tra cambiamento climatico e variazioni del nostro equilibrio interiore, basandosi su studi scientifici in merito all’adattamento dell’uomo all’ambiente, traducendo nel linguaggio artistico le correlazioni tra paesaggi della natura e paesaggi interiori. L’ esperienza di persona bipolare e queer è una forte motivazione per la realizzazione di progetti artistici di ricerca particolarmente innovativi e poetici, che coinvolgono anche le comunità indigene delle zone dell’Artico.

Da segnalare la vivace sequenza delle grandi bandiere che accompagnano i visitatori all’ingresso del Padiglione Centrale, che richiamano acqua e forme di pesci : rifacendosi ad una leggenda giapponese intorno alla carpa che nuota controcorrente, Alexa Kumiro Hatanaka celebra i valori della forza, della determinazione e della resistenza.

(Testo e foto di Ivetta Galli)