UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 6. PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESU’

Collocato in posizione privilegiata, a destra della finestra centrale dell’abside, l’episodio della Presentazione al Tempio di Gesù viene inquadrato da una elegante e complessa architettura.

Il portale, leggermente eccentrico, sfonda con un imponente catino absidale decorato a conchiglia, e incornicia la scena dell’”incontro” (significato del termine greco della festa, Hypapanti), tra l’anziano Simeone e il bimbo Gesù. Attorno, gli altri protagonisti: a sinistra, l’anziana profetessa Anna, appena visibile per i danni del tempo, in piedi ed alle spalle di Simeone, dall’altra parte Maria, che porge Gesù a Simeone, quindi Giuseppe e altri due uomini, non facilmente identificabili.

La Presentazione di Gesù al Tempio documenta una cerimonia ebraica che veniva celebrata quaranta giorni dopo la nascita del figlio maschio primogenito (terminata la purificazione della madre) e che prevedeva, per il momento dell’incontro tra il bimbo appena nato e il sacerdote del Tempio, un’offerta di due tortore o giovani colombi, portata da Giuseppe.

L’immagine che attira la nostra attenzione è proprio l’Incontro tra Simeone e Gesù, poiché tra i due protagonisti si instaura un dialogo intenso di sguardi e gesti: Simeone è una nobilissima e fragile figura di anziano incurvato (centodieci anni, ci dice il Vangelo dello Pseudo Matteo), Gesù incarna l’energia e la vitalità di un bambino che, curioso, si protende con la propria manina verso Simeone quasi rischiando di scivolare dalle braccia di Maria.

Come nella scena della Visitazione, il pittore ci restituisce l’umanità e l’intensità dei sentimenti sottesi agli episodi sacri, con un’abilità artistica difficilmente riscontrabile in simili iconografie.

Impareggiabili sono i lunghi capelli bianchi, la barba cadente, gli occhi infossati coperti da folte sopracciglia canute, ma rapiti dalla presenza di Gesù, nel definire la figura dell’ultracentenario Simeone!

L’ingrandimento ci permette di cogliere di nuovo il particolare della croce nel nimbo di Cristo terminante a “capocchia” di chiodo, su cui ho riflettuto nel precedente lavoro, e di osservare la mirabile mano destra affusolata in scorcio, di Simeone, a differenza della sinistra coperta da un lembo del pallio.

Secondo Meyer Shapiro il pittore riprenderebbe un’iconografia bizantina preiconoclastica, poiché dopo l’iconoclastia Simeone viene rappresentato con le due mani velate.

Un possibile riscontro lo troviamo in un mosaico del VII secolo a Roma che, tuttavia, rappresenta San Sebastiano in San Pietro ai Vincoli.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

Il dipinto può incarnare sia il testo del Vangelo dello Pseudo Matteo che il Vangelo di Luca; questo episodio non è raccontato nel Protovangelo di Giacomo. Tuttavia, la sottolineatura dell’età di Simeone, si trova nell’apocrifo dello Pseudo Matteo:

“…Terminati i giorni della purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè, Giuseppe condusse il fanciullo al tempio del Signore. Dopo che il fanciullo ebbe ricevuto il ‘peritomo’ – circoncisione – offrirono per lui un paio di tortore o due piccini di colombe.

Nel tempio c’era un uomo di Dio, perfetto e giusto, di nome Simeone, di anni centodieci.

Questi aveva da Dio ricevuto la risposta che non avrebbe gustato la morte senza avere veduto, vivo in carne, il Cristo figlio di Dio. Visto il bambino, egli esclamò a gran voce: Dio visitò il suo popolo e il Signore adempì alla sua promessa. – E subito lo adorò…

Nel tempio c’era pure la profetessa Anna…. Anch’essa adorò il bambino.”

La Presentazione al Tempio assume un ruolo importante nei cicli cristologici, per i significati che assume e che, nei punti a seguire, cerco di sviluppare.

La collocazione a Castelseprio sembra confermare tale centralità.

1. DISPOSIZIONE DEI PROTAGONISTI

Non sono sopravvissute molte testimonianze dell’episodio, dall’epoca paleocristiana all’Altomedioevo; tuttavia, si possono fare alcune riflessioni sui testi figurativi che sono riuscita a recuperare.

Seguendo le osservazioni di Aleksandr M. Kopirovskij (ne La presentazione di Gesù al tempio, 2019), l’iconografia del soggetto si definisce dal IX/X secolo, quando si stabilizza lo schema compositivo.

In effetti vedremo negli esempi che la disposizione abituale vede collocato Simeone a destra con alle spalle, spesso, la profetessa Anna. Simeone si trova davanti ad una struttura che richiama un ciborio e si appresta a ricevere Gesù dalle braccia di Maria; a volte già lo regge sulle sue braccia. Maria, con alle spalle Giuseppe, è disegnata a sinistra della scena.

In tutte le opere che ho trovato, Simeone ha entrambe le mani velate, a differenza della figura di Castelseprio, dove Simeone ha la mano destra scoperta mentre la sinistra è velata. A proposito, riporto un’osservazione di A. Cutler, tratta dal volume dell’Electa sull’Altomedioevo, in “La questione bizantina nella pittura italiana”, in cui l’autore nota che al pittore di Castelseprio dovesse essere familiare il modo in cui si somministrava la comunione nel rito greco, proprio in base alla posizione delle mani di Simeone. Non sono in grado di documentare tale affermazione, tuttavia, credo possa essere un indizio interessante da approfondire per l’identificazione dell’artista del ciclo affrescato.

La selezione delle opere proposte spazia tra immagini del V e l’XI secolo. Aggiungo qui due testimonianze cronologicamente successive, che si trovano in Puglia, all’interno di chiese rupestri, molto interessanti.

Presentazione al tempio del XII sec. in San Biagio, chiesa rupestre presso San Vito dei Normanni (BR)

L’episodio qui riportato fa parte di un ciclo sull’infanzia di Cristo, tema raramente documentato tra gli affreschi conservati nelle chiese rupestri pugliesi. Il linguaggio pittorico è narrativo, ingenuo e spontaneo, e tuttavia riesce a comunicare la intensa dinamica psicologica che si instaura tra i protagonisti.

Il secondo documento pittorico si trova nella Cripta della Candelora, nome della festa in cui si celebra l’episodio della Presentazione al Tempio. In questo caso l’episodio della Cripta di Massafra non è parte di un ciclo cristologico, ma affiancato ad una rarissima rappresentazione di Maria che tiene per mano Gesù, osservandolo teneramente; il bambino porta un cesto colmo di uova, prefigurazione forse della Passione e Resurrezione.

Nicchia con la Presentazione al Tempio dell’inizio del XIII secolo nella Cripta della Candelora, Massafra (TA)
Particolare della Presentazione al Tempio dell’inizio del XIII secolo nella Cripta della Candelora, Massafra (TA)

In questo caso, la scelta dell’artista di inquadrare il dipinto sui protagonisti principali, ci porta a cogliere le intense sfumature delle emozioni che si stabiliscono tra di loro, rese verosimili da accorte e sapienti pennellate di forme e di colori.

2. ARCHITETTURA, ELEMENTI STRUTTURALI E COMPOSITIVI

Tornando all’affresco di Castelseprio, l’architettura che si impone alle spalle dei protagonisti della scena, leggermente eccentrica rispetto al riquadro, disegna un arco modellato che apre ad una copertura concava, su modello dei catini absidali tardoantichi decorati a forma di conchiglia. Tuttavia, è una struttura aperta, sorretta da pilastri, che lascia intravedere scorci di cielo azzurro, tanto da richiamare un ciborio, elemento che d’altra parte abbiamo visto presente nelle opere precedenti, qui realizzato con citazioni ellenistiche.

La forma del padiglione a conchiglia ricorda modelli riscontrabili nei mosaici ravennati o della chiesa di San Giorgio a Tessalonica.

particolare dei mosaici della cupola della chiesa di San Giorgio a Tessalonica, V sec.
particolare del mosaico di Teodora nella Basilica di San Vitale a Ravenna, V sec.

Motivi architettonici affini alla complessa e ‘surreale’ architettura che traspare dall’affresco, purtroppo non sempre leggibile, sono presenti nel paesaggio costruito della miniatura del Salterio di Davide di Parigi.

MS gr. 139, Salterio di Davide f.3, Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

Nella miniatura, citata come espressiva di un simile ambito culturale, lo studioso Marco Rossi riscontra anche un’impaginazione affine all’affresco di Castelseprio, nella disposizione dei protagonisti, uno eretto, l’altro incurvato con figure secondarie a lato. 

Il codice, di origine bizantina, MS Grec. 139, per la qualità del linguaggio, che riprende motivi ellenistici, viene considerato un’opera chiave della ‘rinascenza macedone’ e datato al X secolo.

3. COLLOCAZIONE DELL’EPISODIO ALL’INTERNO DEL CICLO

Nel Vangelo di Luca la Presentazione al Tempio rappresenta l’ultimo episodio dell’infanzia di Gesù, mentre nel testo dello Pseudo Matteo a questa segue l’arrivo dei Magi, la Fuga in Egitto, la Strage degli Innocenti ed episodi della sacra famiglia in Egitto, prima del ritorno.

Nel Protovangelo di Giacomo l’episodio non è trattato e il testo termina, dopo le figure dei Magi, con la fuga di Elisabetta per proteggere Giovanni dalla strage degli innocenti e l’assassinio di Zaccaria.

Non esistendo un unico racconto lineare di questi episodi si fa problematica l’interpretazione delle scene che si sono perse nel ciclo, che, d’altra parte, non sempre rispetta la sequenza degli eventi. Tratterò l’argomento in un capitolo a parte.

Si possono fare alcune riflessioni interessanti intorno alla scelta della collocazione dell’episodio a Castelseprio, quasi al centro del ciclo e dietro all’altare, recuperando alcune affermazioni di Catherine Jolivet Lévy, tratte dal testo “Les églises bizanthine de Cappadoce”.

L’autrice osserva che la Presentazione al Tempio non ha un posto fisso nei cicli arcaici della Cappadocia; spesso la scena è collocata alla fine del ciclo dell’infanzia di Cristo ma anche, frequentemente, è oggetto di un’attenzione particolare per il suo valore simbolico e per questo dipinta vicino all’abside: infatti, evoca il tema dell’incarnazione, anticipazione del sacrificio sulla croce e prefigurazione dell’offerta eucaristica.

Sul significato eucaristico dell’episodio si trova anche il riferimento già citato di Anthony Cutler, per il quale la posizione della mano destra non velata di Simeone potrebbe richiamare la somministrazione della comunione nel rito greco.

Ma ci sono ancora alcune osservazioni che voglio segnalare in merito al rapporto tra la Presentazione al Tempio e gli altri episodi dipinti nei cicli cristologici, recuperando ancora alcune riflessioni di C. Jolivet-Lévy tratte da “The Bahattin Samanliğı Kilisesi at Belisırma”, EDU, 2009, intorno agli affreschi della fine del X o inizio dell’XI secolo. Nei dipinti di questa chiesa della Cappadocia, l’autrice osserva che la Presentazione al Tempio interrompe il ciclo di Giovanni Battista, allineandosi con l’Adorazione dei Magi, come avviene nella chiesa Nuova di Tokali Kilisesi.  Le due scene documentano il riconoscimento della divinità di Cristo da parte dei Pagani (Magi) e degli Ebrei (Simeone), valorizzando, dunque, il tema dell’incarnazione.

L’associazione tra l’Adorazione dei Magi e la Presentazione al Tempio, si trova anche: nel MS gr. 510, fol. 137, Omelie di Gregorio di Nazianze, del IX secolo, intrecciato alla Fuga di Elisabetta e l’uccisione di Zaccaria:

MS Gr. 510, fol. 137, Omelie di Gregorio di Nazianze, IX sec.

come nel MS Vat. Cod gr. 1613, Menologio di Basilio II, del X secolo:

Ivetta Galli

UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 5. ADORAZIONE DEI MAGI

Un albero dipinto sullo spigolo tra la parete absidale e quella dell’arco trionfale apre alla scena dell’Adorazione dei Magi.

I tre Magi, arrivati dal lontano oriente, sono guidati dall’angelo che ancora in volo indica loro Gesù; ora, giunti ai piedi di Maria e Gesù, hanno appena depositato alcuni” bagagli” e tengono in mano grandi vassoi; il primo magio porge con vigore e devozione il proprio dono verso Gesù, stabilendo un intenso dialogo di sguardi; gli altri due, in attesa del proprio turno, si scambiano alcune parole, disponendosi in cerchio.

Vestono allo stesso modo: con una clamide, allacciata sulla spalla destra o davanti e una corta tunica chiara con maniche, tenuta attorno alla vita da una cintura di stoffa. Le gambe sono coperte dagli “anassiridi”, pantaloni aderenti dei cavalieri persiani, su di uno dei quali si intravvede una decorazione di macchiette bianche a gruppi di tre, tipo trifoglio.

Il copricapo pare una sorta di berretto frigio, la cui forma richiama un morbido cilindro, annodato sotto il mento.

Gesù è rivolto verso il primo magio con uno sguardo intenso, pare meravigliato e felice allo stesso tempo; dal nimbo cruciforme, che si intravvede appena intorno al suo capo, fuoriescono le linee che disegnano la croce terminanti con “capocchie di chiodi”, come nella scena della Lavanda e della Presentazione al tempio.

Un’iconografia volta a richiamare il sacrificio futuro di Gesù che ha radici antiche: sulle ampolle palestinesi del VI secolo il motivo è già evidente nel disegno della croce all’interno del nimbo di Cristo come nella figura della croce stessa.

In ordine, Ampolla palestinese n. 7 e n. 12, conservate a Monza.

La salda e rassicurante figura di Giuseppe è seduta ai piedi di Maria, in atteggiamento raccolto e pensoso. La sua figura è disegnata vicino al gradone roccioso su cui è seduta Maria, probabilmente all’ingresso della grotta. Il pittore di Castelseprio rimane fedele al testo apocrifo del Protovangelo di Giacomo ed alla sua interpretazione profondamente umana del ciclo: l’evento si svolge presso la grotta, Maria non esibisce attributi di regalità, è solo collocata solo più in alto rispetto al gruppo; Giuseppe continua a non avere il nimbo della santità attorno al suo capo.

La scena si svolge all’aperto: si scorgono sul fondo alcune architetture lontane e qualche albero; l’affresco ha subito molti danni e purtroppo si legge con fatica.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

Tra i testi narrativi a cui il pittore di Castelseprio fa riferimento, in questa rappresentazione sembra esser stato privilegiato il Protovangelo di Giacomo. Dato lo stato di conservazione precario dell’episodio non possiamo scorgere la stella che, possiamo immaginare, doveva essere dipinta, come sulla grotta della Natività, ora appena leggibile.

 “… Ed ecco che la stella che avevano visto in oriente li precedeva finché giunsero alla grotta, e si fermò in capo alla grotta. E i magi videro il bambino con sua madre Maria, e trassero fuori dalla loro bisaccia dei doni: oro, incenso e mirra” (dal Protovangelo di Giacomo).

1. IL DISEGNO DEI MAGI

La scena dell’Adorazione dei Magi viene rappresentata con una certa frequenza, fin dall’epoca paleocristiana, sia integrato alle complesse rappresentazioni della Natività di Gesù (come abbiamo visto nella trattazione precedente) che come episodio autonomo.

Possiamo affermare che il modello iconografico di Castelseprio sia coerente alle rappresentazioni precedenti il X secolo, in particolare per le figure dei Magi, se assumiamo la tesi espressa da Giovanni Feo e Francesca Roversi Monaco, in “BOLOGNA e il secolo XI. STORIA, CULTURA, ECONOMIA, ISTITUZIONI, DIRITTO – Bononia University Press, 2011” che qui riporto:

“Nella scena dell’Adorazione dei Magi si ripropone un’iconografia di antica tradizione, attestata per la prima volta nella Cappella Greca delle catacombe di Priscilla a Roma (II sec.) e costituita per lo più da tre personaggi abbigliati all’orientale, con mantello, corta tunica, calzoni aderenti, stivali e, innanzi tutto, il tipico berretto frigio, da sempre simbolo di orientalità. Il tema, sostanzialmente invariato per secoli, … mutò solamente intorno al X secolo quando, privilegiando il racconto del Salmo 7253, i Magi vennero descritti come sovrani e rappresentati con corone regali”.

Viene proposta una carrellata di opere sul tema; si noterà che i Magi vengono disposti o in parallelo, oppure, come nel caso di Castelseprio su piani diversi, quasi in cerchio, dove il personaggio di mezzo si rivolge all’ultimo arrivato. Maria e il bambino sono collocati sia a destra che a sinistra, alle spalle quasi sempre troviamo Giuseppe, in posizione arretrata. Anche un angelo compare di frequente nel racconto, così come la stella.

Per motivi tecnici ho raggruppato inizialmente le opere in rilievo, poi quelle pittoriche, sempre in ordine cronologico.

Ivetta Galli

UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 4. NATIVITA’ DI GESU’

DENTRO E ATTORNO ALLA GROTTA

Nella stessa ‘location’ sono narrati fatti successivi nel tempo.

Protetta da una spelonca rocciosa, Maria è sdraiata sul proprio giaciglio, coperto da un lenzuolo bianco, vestita con un pallio azzurro, con le gambe appena sollevate e il busto sorretto dai gomiti, quasi a raccogliere le forze dopo la fatica del parto, per rivolgersi con affetto al figlio, fasciato e sdraiato vicino a lei in una rustica culla di legno. 

A sinistra, Salomè, la levatrice incredula, solleva con il braccio sinistro il destro, paralizzatosi per aver dubitato e verificato la verginità di Maria (Vangeli Apocrifi); anche se dipinta di profilo ci comunica l’espressione sgomenta per la punizione subita e contemporaneamente la supplica per il perdono che le verrà accordato toccando Gesù.

La ritroviamo nella scena della “lavanda di Gesù”, sotto il giaciglio di Maria, mentre immerge il bimbo nella tinozza in cui Zelomi, la seconda levatrice descritta dai Vangeli Apocrifi, sta versando l’acqua da una brocca.

Giuseppe è seduto quasi al centro della scena in primo piano, isolato dal gruppo indaffarato delle donne ma rivolto a loro; pare stanco e in pensiero, smarrito di fronte al ruolo che gli è stato assegnato; tuttavia, la sua figura resa imponente dalla curata modellazione plastica, comunica un saldo rigore morale.

Vicino a lui un grosso cane da pastore introduce l’arrivo dei pastori con le greggi, chiamati da un angelo che compare di corsa dal retro della grotta con le grandi ali spiegate ad annunciare la nascita di Gesù; frammenti rimasti di paesaggio naturale e, all’orizzonte, le mura di Betlemme completano il racconto.

Stupore, tenerezza, gioia, pienezza, ma anche un velo di malinconia: ogni personaggio di questa potente e impossibile istantanea incarna i diversi e naturali vissuti intorno ad una nascita speciale, in una famiglia non tradizionale.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

La ricerca di modelli iconografici che precedano la struttura del racconto della Natività di Castelseprio ci porta ad opere elaborate intorno al VII secolo, immagini in cui si inizia a trovare una simile sintesi delle fonti già citate (Protovangelo di Giacomo, Vangelo dello Pseudo Matteo e Vangelo di Luca); simile, tuttavia, raramente uguale, in quanto la resa essenziale ma completa dell’arte del Mestro di Castelseprio rimane unica.

Inoltre, delle rappresentazioni altomedievali della Natività abbiamo spesso solo frammenti “superstiti” e questo rende ancora più difficile fare ipotesi sulla genesi della figurazione; occorre considerare che il tema comincia a diffondersi  dopo il V secolo, quando viene proclamata la divina maternità di Maria nel Concilio di Efeso (431 dC).

1. PIU’ SCENE CONTEMPORANEAMENTE

Tra i documenti artistici più antichi che ho raccolto sulla rappresentazione della Natività ne seleziono alcuni che presento nelle slide di seguito, da sfogliare.

2. LA FIGURA DI SALOME’, LEVATRICE DUBBIOSA

La cura con cui il pittore di Castelseprio tratteggia la figura di Salomè induce ad approfondire questo personaggio.

Se l’episodio della levatrice incredula è citato anche nel Vangelo dello Pseudo Matteo, tuttavia mi sembra che la fonte più coerente alla nostra rappresentazione sia da trovare nel  Protovangelo di Giacomo, che qui riporto in parte:

“Giunti a metà del cammino, Maria gli disse:

– Fammi scendere dall’asina, perché quello che è in me mi fa forza per venire alla luce. –

… trovò là una grotta e ve la condusse dentro, lasciando presso di lei i suoi figli ed egli uscì a cercare una levatrice ebrea nel paese di Betlemme….

Ed ecco una donna che scendeva dalla montagna e mi domandò: – Uomo dove vai? – … – Cerco una levatrice ebrea…Vieni a vedere. – E la levatrice andò con lui.

La levatrice uscì dalla grotta e si imbatté in lei Salomè… Ed ella disse: – Salomè, ho da raccontarti un fatto straordinario: una vergine ha partorito, ciò che è contrario alla sua natura! –

Ma Salomè rispose: – Come è vero che vive il Signore mio Dio, se non introdurrò il mio dito ad esaminare la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito. –

Allora la levatrice entrò e disse a Maria: – Mettiti giù per bene, poiché c’è intorno a te una non piccola discussione – …. E Salomè introdusse un dito nella natura di lei e mandò un urlo e disse: – Maledizione alla mia empietà e alla mia incredulità! Poiché ho messo a prova il Dio Vivente, ed ecco la mia mano si stacca da me, arsa dal fuoco. – E piegò le ginocchia davanti al Signore, dicendo: – O Dio dei miei Padri, ricordati di me: non fare di me un esempio per I figli di Israele, ma rendimi ai miei poveri: tu sai infatti, o Signore, che nel tuo nome io compivo le mie opere di assistenza e la mia mercede la ricevevo da te. –

Ed ecco un angelo del Signore le fu presso, dicendole: – Salomè, il Signore ti ha dato ascolto: accosta la tua mano al bambino e sollevalo, e sarà per te salute e felicità. –

E Salomè si avvicinò e lo sollevò… ed ecco subito Salomè fu guarita.”

Abbiamo visto che nelle rappresentazioni più diffuse della Natività di Gesù la figura di Salomè compare con Zelomi solo nella scena della lavanda di Gesù.

Una ricerca orientata alla citazione di Salomè nel momento della richiesta di perdono per la propria incredulità, in opere altomedievali, mi ha permesso di raccogliere questi esempi precedenti l’anno Mille, che ho riportato nelle slide seguenti.

È veramente particolare il radicale realismo con cui viene dipinta Salomè a Castelseprio: il capo è coperto da un semplice fazzoletto annodato dietro al collo, i tratti del suo volto sottolineano una età matura, sembra di intravvedere un incarnato bronzeo, che si ripete sul braccio nudo. Dal suo semplice abbigliamento da popolana, tuttavia, si impone un elegante orecchino costituito da una serie di piccole perle, quasi un piccolo bracciale.

Salomè, da una foto del 1946, che ci permette di vedere alcuni particolari oggi persi

Sopra il suo capo la scritta Emea, in lettere bianche come per altri personaggi del ciclo, oggi in parte persa, ci porta a riflettere sull’origine greca della fonte (il pittore, o i modelli a cui si rifaceva?), in quanto Emea è la traslitterazione dal greco di Salomè.

Intorno a questa figura ho trovato una lettura suggestiva fatta da Angelo Arlati, nel sito: http://www.gypsypedia.it/archives/la-nativita-di-castelseprio-i-rom-in-italia-nel-ix-secolo-2/

L’autore, esperto di cultura rom, ritiene di individuare in Salomè la figura di una donna proveniente da quella cultura.

Ivetta Galli

UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 3. SOGNO DI GIUSEPPE E VIAGGIO A BETLEMME

QUALE PATERNITA’ PER GIUSEPPE?

Proseguendo la lettura oltre la suggestiva icona del Cristo Pantocratore, di cui farò un approfondimento specifico, i due episodi che chiudono il registro superiore del ciclo, vedono entrare in scena Giuseppe con un ruolo più definito.

Giuseppe sta dormendo sdraiato su di un giaciglio color azzurro con lenzuolo porpora; ha una mano abbandonata sulla gamba e veste la stessa tunica del frammento pittorico precedente; purtroppo il volto è gravemente danneggiato e non possiamo capire quale sfumatura emotiva Giuseppe esprima per il conflitto lacerante di dover accettare un figlio non suo. Il carico di responsabilità che si assume non cancellerà mai del tutto un sentimento di disagio che, vedremo, riemergerà nella scena della Natività.

La figura dell’angelo in volo è disposta parallelamente a lui e, con atteggiamento sicuro, interviene per rassicurarlo e convincerlo ad accettare una paternità, di cui non è protagonista, in nome della fede.

Un’elegante colonna a sinistra introduce la scena e costruisce, con altri elementi architettonici classici, una cornice al sogno, aprendo la vista di una prospettiva lontana su di un paesaggio di cui cogliamo alcuni tratti.

Il racconto prosegue con il Viaggio a Betlemme, per il censimento.

“(Giuseppe) Sellò quindi l’asina e vi fece sedere Maria, e suo figlio conduceva la bestia, e Giuseppe li seguiva.... le disse:”Maria , che cos’hai, che vedo il tuo viso ora ridente ora accigliato?” E disse Maria a Giuseppe: “E’ perchè vedo con i miei occhi due popoli: uno che piange e si batte il petto, l’altro che è lieto ed esulta”. (Protovangelo di Giacomo. XVII).

Maria è seduta lateralmente su di un asinello che avanza a fatica e sembra scalpitare per il peso della donna ormai prossima al parto; l’asino è trainato da un giovane, Giacomo, il figlio di Giuseppe, di cui si scorge la gamba tesa nello sforzo del cammino. Un frammento d’ala a destra del nimbo di Maria, disegnato sotto le torri della fortezza di Betlemme, lascia supporre che un angelo seguisse in volo il gruppo. Ancora, dunque, una inconsueta e sapiente sintesi tra i due Apocrifi che ispirano questi dipinti: nel testo dello Pseudo Matteo non viene citato Giacomo, ma un angelo, come guida.

Giuseppe avanza con un bastone, curvo e stanco per il viaggio; tuttavia, tutta la sua attenzione è teneramente rivolta a Maria, incuriosito dal suo stato d’animo e dalle sue repentine variazioni d’umore; pare dialogare con lei, con grande rispetto per la sua condizione. Maria con una mano accarezza il ventre e con l’altra s’aggrappa al lenzuolo /sella dell’asino.

Il gruppo familiare sta uscendo dalla cittadina di Betlemme, oltrepassando la porta delle mura della città dove non ha trovato alloggio e in cerca di un riparo per la notte.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

Il Sogno di Giuseppe e il Viaggio a Betlemme sono qui rappresentati in sequenza; troviamo poche, ma importanti, testimonianze artistiche dello stesso accostamento.

Nell’avorio della Cattedra di Massimiano, a Ravenna, del VI secolo, i due episodi sono rappresentati sovrapposti nella stessa formella e il Sogno di Giuseppe vede disposte le figure in modo simile a quelle di Castelseprio, mentre la versione del Viaggio a Betlemme riprende il racconto del Vangelo dello Pseudo Matteo, introducendo un angelo che guida il gruppo familiare, e che dialoga con Giuseppe.

Rilievo eburneo della Cattedra di Masimiano, VI sec., Ravenna, Museo Arcivescovile.

All’interno di San Marco a Venezia, il registro musivo dell’infanzia di Cristo vede accostati i due episodi, mettendo in scena i tre protagonisti del Protovangelo di Giacomo.

Mosaici della Cattedrale di San Marco a Venezia, XII secolo

Mentre il Sogno di Giuseppe, che nei Vangeli Apocrifi introduce alla Prova delle acque amare, è raramente rappresentato e a volte confuso con il Sogno che precede la Fuga dalla persecuzione di Erode, il Viaggio a Betlemme compare più frequentemente negli antichi cicli pittorici sull’Infanzia di Cristo e spesso viene confuso con la Fuga in Egitto.

“CHE FARO’ IO?”

La necessità di sottolineare “l’accoglienza” da parte di Giuseppe di una paternità non biologica è particolarmente sottolineata nei Vangeli Apocrifi, e il Sogno di Giuseppe diviene un tassello fondamentale per questa operazione, volta a ribadire il tema il tema dell’Incarnazione di Dio in Cristo.

Nel ciclo di Castelseprio l’angelo che appare a Giuseppe ha le stesse generali connotazioni dell’Arcangelo Gabriele, tranne che per i tratti del volto e la capigliatura, scelta che conferisce una nota di umanità anche a questo soggetto incorporeo; sguardi e gesti sono curati con una attenta definizione psicologica e finezza descrittiva; mi colpisce anche da un lato il volto giovane e delicato dell’Arcangelo Gabriele, dall’altro il profilo più marcato, maturo e non idealizzato dell’angelo che appare a Giuseppe; potrebbe anche essere il risultato di pittori diversi.

Nei mosaici paleocristiani dell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma l’episodio del Sogno segue l’Annunciazione:

Mosaici dell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore, V secolo, Roma

Giuseppe è in piedi e rivolto all’angelo che lo sta convincendo ad accogliere Maria e la sua gravidanza; a destra e a sinistra dei protagonisti ci sono due architetture, a sottolineare che ancora Maria e Giuseppe vivono in case separate.

Uno schema, in parte simile, che troviamo disegnato anche in una miniatura del MS gr. 74, conservato a Parigi, decisamente più tarda, dell’XII secolo:

Miniatura da MS gr. 74, Parigi, Biblioteca Nazionale

LA CASA DI GIUSEPPE

L’ambientazione architettonica dell’episodio a Castelseprio è particolarmente ricca; gli elementi che incorniciano il Sogno sembrano citazioni di dipinti classici: una colonna con capitello simil corinzio, sulla quale poggia forse una meridiana, un drappo rosso annodato al fusto della stessa; il capitello regge un piedritto con arco ribassato (forma che ritorna frequentemente) che prospetticamente “sfonda” verso destra, sostenuto da un robusto pilastro; si intravvede poi una villa con finestre alte e strette, due torri laterali, su modelli romani, con brani di paesaggio intrecciati ma poco visibili. Un gioco tra interno/esterno che ritroveremo nelle costruzioni architettoniche della pittura del XIII e XIV secolo.

Sono stati evidenziati da molti studi le corrispondenze tra questi elementi e i disegni delle miniature del MS gr. 510 delle Omelie di San Gregorio di Nazianzo, risalente alla fine del IX secolo e con il Salterio di Parigi, MS gr.139, del X secolo (ultima immagine delle quattro), ambedue conservati nella Biblioteca Nazionale di Francia:

1,2,3, MS gr. 510 delle Omelie di San Gregorio, risalente al IX; 4, MS gr.139, del X secolo

E’ indubbio che, se da un lato esistono evidenti riscontri iconografici, il Maestro di Castelseprio dimostra di saper costruire una scenografia decisamente più proporzionata e integrata alle figure protagoniste, rivelando un controllo nella impaginazione dello spazio decisamente unico.

IN CAMMINO, VERSO BETLEMME

Oltre agli esempi già riportati, in Cappadocia, nei cicli cristologici dell’Infanzia, tra X e XI secolo, si trovano dipinti dell’iconografia del Viaggio a Betlemme strutturata come da versione del Protovangelo di Giacomo.

Di seguito una carrellata degli esempi che sono riuscita a raccogliere, a cui ho aggiunto il mosaico più tardo del XIV secolo di Kariye Kami ad Istanbul, preceduto dal Sogno di Giuseppe.

Per la documentazione relativa alla Cappadocia: Catherine Jolivet-Levy, Les Eglises Byzantines de Cappadoce, Edition du CNRS, e il sito: bancadati.museovirtualecappadocia.it/pschede, raccolta di dati che nasce dalle ricerche sul campo della missione italiana dell’Università della Tuscia nella Cappadocia rupestre a partire dal 2006. Direttore della missione: Maria Andaloro.

INDAGINE SU PARTICOLARI DI FIGURA E DI ARCHITETTURA

Per quanto i confronti proposti non diano risposta in merito ai problemi cronolocigi che il ciclo di Castelseprio pone, i frammenti raccolti possono costituire ulteriori riflessioni per la ricerca.

Un disegno del Codice Vat. gr. 699, f.59 di Cosma Indicopleus, originario di Alessandria d’Egitto, del VI secolo, propone suggestivi modelli grafici confrontabili con l’affresco, anche se non riguardano la stessa iconografia

Un altro riscontro interessante riguarda la figura dell’asino; dallo studio degli affreschi di San Salvatore a Brescia è emersa una sinopia, che probabilmente riguarda “La fuga in Egitto”, in cui la corrispondenza con l’asino di Castelseprio, (messa in evidenza da Saverio Lomartire in “Riflessioni sulla decorazione del San Salvatore di Brescia alla luce delle nuove indagini archeologiche” in https://journals.ub.uni-heidelberg.de › article › downloadPDF), è indiscutibile.

Infine qualche immagine sull’ambientazione architettonica dell’episodio, messa in relazione con gli affreschi carolingi di San Giovanni a Mustair e della Cripta di Sant’Epifanio a San Vincenzo al Volturno del IX secolo, nello studio di John Mitchell (IV. THE PAINTINGS, Nuove ricerche su sequenza, cronologia e contesto degli affreschi di Santa Maria foris portas di Castelseprio, a cura di Gian Pietro Brogiolo, Vincenzo Gheroldi, Flavia De Rubeis, John Mitchell, 2014).

Di Mustair viene proposto un particolare architettonico dell’episodio della Guarigione del sordomuto, di San Vincenzo al Volturno, il Martirio di Santo Stefano.

Si riprone la stessa osservazione precedente della più organica risoluzione del problema spaziale a Castelseprio, al di là delle affinità di alcune strutture architettoniche ricorrenti.

Ivetta Galli

UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 2. LA PROVA DELLE ACQUE AMARE

DITE LA VERITA’?

Se il tutto non fosse riscattato dalla poesia visiva e dal valore artistico, l’episodio documenterebbe un assurdo ” rito della verità”, di cui si parla nell’Antico Testamento, a cui una donna sospettata di adulterio veniva sottoposta per dimostrare la propria innocenza.

Il pittore di Castelseprio mette in scena il brano del Vangelo dello Pseudo Matteo che coinvolge nella verifica della verità anche Giuseppe; di Giuseppe si scorge solo il frammento delle gambe dalle ginocchia in giù, coperte da una morbida tunica chiara a fasce, e i piedi nudi in scorcio, valorizzati da una sottile linea d’ombra.

“… Maria fu condotta al Tempio… Giuseppe fu chiamato all’altare e gli fu data l’acqua della bevanda del Signore: il bugiardo che l’avesse gustata, dopo che aveva compiuto sette giri attorno all’altare, riceveva da Dio un qualche segno sulla faccia. Giuseppe, dunque, dopo aver bevuto sicuro, compì i sette giri attorno all’altare, e in lui non apparve alcun segno di peccato…. Maria… si apprestò fiduciosa all’altare del Signore e bevve l’acqua della bevanda, fece sette giri intorno all’altare e in essa non trovò macchia alcuna…” (Pseudo Matteo, 12, 2,3).

Maria, china di fronte al sommo sacerdote, che potrebbe essere Zaccaria, padre di Giovanni Battista, si avvicina umilmente alla brocca da lui sostenuta, con la mano destra tesa al recipiente e l’altra mano velata. E’ l’anziano Zaccaria che colpisce per lo sguardo concentrato, preoccupato, ma anche protettivo nei suoi confronti.

Il contesto architettonico dipinto attorno ai protagonisti, che nell’approfondimento analizzerò anche in merito ad alcune recenti scoperte, confermano il valore artistico del pittore, capace di costruire anche coerenti cornici scenografiche.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

1. LA PROVA DELLE ACQUE AMARE

L’episodio di Castelseprio è una testimonianza oggi molto rara tra quelle conservate; alcuni parallelismi sono riscontrabili coi cicli dipinti delle chiese rupestri in Cappadocia, a partire dal X secolo.

I manufatti più antichi che narrano questo evento spesso si rifanno al testo del Protovangelo di Giacomo. Tra le immagini proposte, alcuni esempi trovati che risultano realizzati sempre in area orientale e bizantina.

2. SOMMO SACERDOTE: ZACCARIA?

Il sommo sacerdote, figura autorevole e anziana, con barba e lunghi capelli bianchi, veste l’abbigliamento tipico della cultura ebraica: abiti liturgici preziosi, con paramenti che ricoprono la veste decorati con gemme ancor oggi in parte rilucenti; particolare è il nastro che ferma i capelli e che in cima regge un oggetto quadrangolare, probabilmente il contenitore in metallo che conteneva la scritta “Santo è il Signore”, proprio dei sommi sacerdoti in Israele.

Il sommo sacerdote, finemente inquadrato nella cultura ebraica, ha un nimbo azzurro, a differenza di Maria che lo porta color giallo/oro, elemento che ne sottolinea la santità e che lo identifica probabilmente con Zaccaria, figura fondamentale nei racconti evangelici dell’Infanzia di Cristo, di cui ritornerò a parlare in merito alle scene mancanti del ciclo di Castelseprio.

L’iconografia di Zaccaria nell’arte altomedievale e medievale si propone spesso con invarianti riconoscibili:

Affresco dal catino absidale di Santa Sofia a Benevento, VIII sec.; mosaico dal Monastero di Hosios Loukas, Grecia, XI sec.; affresco dal Monastero della Santa Croce a Gerusalemme, medievale.

A questo oggetto sacro posto sul capo spesso si associa un turibolo, contenitore per incenso, che Zaccaria tiene in mano, a volte appeso ad una catenella. E’ affascinante notare, anche in questo piccolo esempio, come il nostro maestro di Castelseprio, pur rimanedo ancorato a modelli convenzionali bizantini, riesca a rielaborarli in maniera del tutto originale.

3. LO SPAZIO ARCHITETTONICO DIPINTO

Lo spazio absidale che incornicia la scena riprende elementi architettonici di arredo che rimandano ad edifici paleocristiani legati alla capitale d’Oriente. In particolare i gradoni disegnati ad esedra, con tessuto azzurro e cuscino nella parte alta centrale, ripropone il “syntronon”, struttura semicircolare con trono vescovile al centro, collocata nell’abside di alcune chiese paleocrisiane e bizantine.

Una costruzione che documenta questa struttura può essere rintracciato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Grado, del V sec.:

Abside con syntronon in Santa Maria delle Grazie, Grado (Gorizia) del V secoloav

Ma altri esempi interessanti sono documentati in Sant’Irene e Sant’Eufemia a Costantinopoli, del VI secolo, come nella basilica di Santa Maria Assunta a Torcello, dell’XI secolo.

Un modello importante di Syntronon è disegnato nella miniatura del Codice delle Omelie di Gregorio di Nazianzo, MS. gr. 510, del IX secolo:

MS gr. 510, Parigi, Biblioteca Nazionale

Un’interessante ipotesi in merito a questo elemento di arredo architettonico a Casteseprio viene avanzata da Pietro Brogiolo nello studio pubblicato nel 2014 “Nuove ricerche su sequenza, cronologia e contesto degli affreschi di Santa Maria foris portas di Castelseprio”. a cura di Gian Pietro Brogiolo, Vincenzo Gheroldi, Flavia De Rubeis, John Mitchell.

In seguito ad analisi effettuate sui tre strati di intonaco sovrapposti nell’abside, Brogiolo osserva che nella zona centrale non è presente il secondo strato intermedio, in corrispondenza di una superficie che potrebbe configurarsi come un arredo ligneo simile ad un syntronon, collocato dunque contestualmente al secondo strato di intonaco.

Il terzo ed ultimo strato è quello del ciclo dipinto, per la cui realizzazione potrebbe essere stato rimosso l’arredo ligneo, sul quale il pittore ha steso l’intonaco necessario per il racconto: il syntronon dipinto a cornice della Prova delle acque amare non può essere una “citazione” di quello realmente preesistente?

Certo occorrerebbe approfondire se avesse senso la presenza eventuale di trono vescovile a Castelseprio, o di una struttura che ne imitasse la forma.

Ivetta Galli

UNA “BUONA NOVELLA” DIPINTA, CASTELSEPRIO – 1. ANNUNCIAZIONE E VISITAZIONE

Stregata dai dipinti di Castelseprio, quarant’anni fa come adesso, riprendo in mano appunti e documenti allora raccolti attorno a questo affascinante mistero di arte altomedievale e cerco aggiornamenti e nuovi studi.

Importanti recenti tasselli arricchiscono la comprensione degli affreschi; tuttavia, la mancanza di documenti d’archivio, che ne testimonino la committenza, lascia ancor oggi aperta la discussione sulla individuazione dell’epoca di realizzazione degli stessi.

Una sintesi interessante dei principali studi storiografici maturati attorno a questo ciclo pittorico riemerso dal 1944, per merito di Gian Piero Bognetti, viene proposta da Paolo Nobili nella rivista Porphyra dell’aprile 2010, al seguente link: http://www.porphyra.it/supplemento11.pdf. Rimane sempre molto valido il contributo di Maria Andaloro nell’Enciclopedia Treccani, del 1993, al seguente link: https://www.treccani.it/enciclopedia/castelseprio_(Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale).

Con questi appunti vorrei accompagnarvi lungo quel percorso di indagine che più mi attrae, esplorando immagini ed iconografie di simile contenuto, tra alcune testimonianze artistiche sopravvissute nell’Altomedioevo.

Storie, figure e forme che ci parlano di migrazioni, rapporti e intrecci tra oriente e occidente, nella parte di mondo che si affaccia sul Mediterraneo orientale; una storia antica ma, nello stesso tempo, ancora attuale.

Di “Buona Novella” si tratta, citando Fabrizio De André, a suo tempo attratto dai racconti dei Vangeli Apocrifi, tanto da permettergli di creare un album musicale estremamente suggestivo, che trae spunto da racconti evangelici colorati di umanità e sentimenti, calati in una realtà possibile pur se a tratti sconfinante nel “mistero del sacro”.

Presento il ciclo affrontandolo per episodi e tematiche figurative; quindi ho suddiviso la lettura delle diverse iconografie in una prima presentazione divulgativa e una seconda parte di approfondimento disciplinare.

IL RACCONTO COMINCIA…

Il racconto inizia da questa giovane donna, affacciata ad un’apertura alle spalle di Maria, dal suo gesto spontaneo di stupore e meraviglia per ciò che vede: un angelo con grandi ali spiegate che sta parlando con Maria. Probabilmente è una delle cinque vergini che sarebbero restate con Maria nella casa di Giuseppe finché non si fossero sposati, come aveva stabilito il sommo sacerdote, secondo il Vangelo Apocrifo dello Pseudo Matteo.

MS Vat. Gr. 1162, XII sec. – “…Allora Giuseppe prese Maria con altre cinque vergini che dovevano restare con lei nella sua casa. Queste vergini erano: Rebecca, Sefora, Susanna, Abigea e Cael, alle quali fu dato, dal pontefice, seta, giacinto, bisso, scarlatto, porpora e lino… A Maria toccò di prendere la porpora per il velo del Tempio del Signore.” (Vangelo dello Pseudo Matteo)

Maria era andata a prendere l’acqua alla fonte e, mentre attingeva l’acqua, un angelo le si era avvicinato dicendole: “Sei beata, Maria, perché nel tuo utero hai preparato un’abitazione per il Signore. Ecco che dal cielo verrà la luce e abiterà in te e, per mezzo tuo, risplenderà in tutto il mondo”. (Vangelo dello Pseudo Matteo)

Qui nel dipinto è seduta su un morbido cuscino, sulla soglia della sua casa, accanto a lei una brocca, appoggiata a terra, traccia della prima annunciazione; ora Maria alza lo sguardo verso Gabriele che, apparso per la seconda volta, si china verso di lei e la benedice. Gabriele impugna una lunga asta, veste una tunica chiara sulla quale sono disegnate fasce rettangolari di stoffa decorata; un nastro trattiene la riccia capigliatura che incornicia un volto vivace e giovane, dallo sguardo intenso rivolto a Maria.

Maria con l’indice della mano sinistra, che stringe il fuso e la rocca su cui è avvolto il filo di porpora srotolato dai gomitoli della cesta ai suoi piedi, si indica, con un velo di dubbio, proprio io?

Un’istantanea fotografica, un racconto visivo che rende talmente vero ed efficace l’evento miracoloso da proiettarci con forza all’interno del dialogo tra i due protagonisti.

E, come in una sequenza incalzante, di seguito si delinea la scena della Visitazione: Maria è china nell’abbraccio con Elisabetta, che teneramente appoggia la mano sul ventre gravido della cugina; Elisabetta è purtroppo quasi del tutto persa, così come quello che seguiva a chiudere la scena, probabilmente la sua casa; non per questo viene meno la forza della tenerezza e della solidarietà tra donne in attesa.

Il mistero della gestazione di Maria si dissolve in una narrazione carica di umanità; il pittore ha tradotto in una sintesi visiva perfetta i brani dei vangeli apocrifi, il Vangelo dello Pseudo Matteo e il Protovangelo di Giacomo: il racconto delle due apparizioni di Gabriele a Maria, la prima, quando si trova ad attingere l’acqua alla fonte, la seconda, mentre fila la porpora davanti la casa, a cui assiste la giovane donna che vive con lei; infine, l’incontro tra cugine che avviene all’aperto, secondo la tradizione apocrifa e non quella del Vangelo di Luca, in cui l’evento avviene nella casa di Zaccaria, marito di Elisabetta.

APPROFONDIMENTO ICONOGRAFICO

La presenza di segni iconografici raffinati, ci fa presumere che il pittore avesse una ricca cultura figurativa e si muovesse con disinvoltura e familiarità tra i testi evangelici apocrifi e canonici; l’artista, inoltre, padroneggiava un linguaggio immediato, spontaneo, naturalistico, con una declinazione ellenistica che i contemporanei testi figurativi, ad oggi conosciuti, parevano aver abbandonato.

1. Annunciazione alla fonte

La brocca ai piedi di Maria non è lì per caso, ci riporta al momento dell’Annuncio alla fonte.

Indagando alcune testimonianze artistiche di rappresentazioni apocrife dell’evento, troviamo prevalentemente manufatti legati alla cultura costantinopolitana, a testimoniare la diffusione di tali soggetti soprattutto in oriente, ma anche il sarcofago di Adelfia, di origine romana del IV sec, rinvenuto nelle catacombe di Siracusa, a documentare una presenza di tali temi anche in area occidentale.

a. Il  Sarcofago di Adelfia (f.1), conservato a Siracusa, di origine romana, è datato al IV-V secolo: il rilievo che ci interessa è collocato a sinistra del clipeo con la coppia di sposi e presenta tre scene che attingono la propria struttura dai Vangeli Apocrifi, secondo le ultime ipotesi interpretative che condivido.

La sequenza inizia con la fonte, a cui Maria sta attingendo l’acqua, vegliata dalla personificazione della sorgente stessa, con alle spalle l’Angelo Gabriele aptero, che le sta parlando.

Segue la rappresentazione di Maria accompagnata da due giovani ragazze, probabilmente una rara “figura” di Maria che viene sostenuta simmetricamente da due donne mentre riceve la grazia divina. L’iconografia viene individuata da André Grabar (nel testo “Le vie della creazione nell’iconografia cristiana”, Jaca Book, 1988) ed, a riguardo, cita due esempi: gli affreschi in San Clemente ad Ocrida del XIV sec (f.2) e i più antichi affreschi della chiesa dei Santi Gioacchino ed Anna in Cappadocia (f.3).

L’ultima scena del rilievo del Sarcofago vede Maria seduta su un trono, attorniata dalle giovani donne che la riconoscono come Madre Divina (nei mosaici del V sec. in Santa Maria Maggiore a Roma, Maria siede regalmente su un trono, come regina, proprio nell’Annunciazione).

f. 1 – Sarcogago di Adelfia, in marmo, del IV-V secolo, rinvenuto nella chiesa di San Giovanni a Siracusa nel 1872, conservato nel Museo Paolo Orsi a Siracusa
f..2 – particolare del ciclo di affreschi in San Clemente ad Ocrida, XIV secolo, in cui, accanto alle due donne che sorreggono Maria, compare anche la giovane testimone che assiste all’Annunciazione.
f.3 – Affreschi della chiesa dei Santi Gioacchino ed Anna (ricostruzione grafica), risalenti al VII-IX, con scena del concepimento della Vergine, a Kizilcukur (Cappadocia)

b. La coperta di Evangeliario detto “Dittico delle cinque parti” (f.4,5), originaria di Ravenna del V sec. e conservato a Milano testimonia un’altra precoce rappresentazione dell’Annuncio alla fonte, con un disegno speculare rispetto a quello del sarcofago, senza la citazione classica della personificazione della fonte e con angelo alato, superando così la forma aptera, propria dell’inizio della rappresentazione cristiana.

f.4,5 – Valva anteriore del “Dittico delle cinque parti”, copertina di Evangeliario in avorio del V secolo, Milano, Museo del Tesoro del Duomo

c. La miniatura del MS Vat. gr.1162 (f.6), che raccoglie le omelie sulla Vergine di Giacomo di Kokkinobaphos, dipinta da un Maestro di Costantinopoli, nel XII secolo, riporta i due momenti dell’Annunciazione interpretando l’evento con ricchezza e cura grafica dei dettagli iconografici.

f.6 – Miniatura dal MS gr. 1162, con le due Annunciazioni apocrife, XII sec., Città del Vaticano

d. Nel ciclo dei mosaici della Cattedrale di S. Marco a Venezia (f.7), del XII sec., il racconto evangelico inizia con l’Annunciazione alla fonte, così come ad Istanbul, nei mosaici in Kiriye Camii (f.8), del XIV sec., testimonianza di una diffusa rappresentazione degli episodi apocrifi nei cicli musivi all’interno delle chiese bizantine, sicuramente a partire dalla Rinascenza Macedone, ma probabilmente anche prima in epoca preiconoclastica (gli affreschi del VII sec. della Chiesa Rossa di Perustica, oggi in Bulgaria, persi, ma descritti dalle fonti (b) documentano la presenza di cicli apocrifi dipinti anche in questa fase antica, così come abbiamo visto in Cappadocia, la chiesa dei Santi Gioacchino ed Anna).

f. 7,8 – particolari dai mosaici di San Marco a Venezia, del XII sec. e di Kirye Camii, ad Istanbul, del XIV sec.

2. Maria a sinistra, Gabriele a destra

Lo schema compositivo dell’Annunciazione più diffuso nella storia dell’arte vede Maria collocata a destra e Gabriele a sinistra.

A Castelseprio troviamo un ribaltamento nella posizione dei personaggi; inoltre, Maria, con in mano il fuso e la rocca, sta filando la porpora, e questo è un altro rifermento apocrifo (il sommo sacerdote le assegna il compito di realizzare un velo con la porpora per il Tempio del Signore), che tenderà a scomparire dal periodo gotico in poi.

Nella ricerca di modelli a cui la struttura compositiva di Castelseprio può essere confrontata ho trovato testimonianze di manufatti diversi per tecnica di realizzazione, ma che hanno in comune l’ambito di provenienza: Bisanzio e le aree dell’Asia Minore su cui l’influenza della capitale d’oriente era determinante.

Qui di seguito una carrellata di opere rappresentative di differenti tecniche che documentano questa iconografia (fare scorrere le immagini con le frecce).

3. La giovane testimone dell’Annunciazione e Visitazione

La giovane donna testimone dell’Annunciazione dipinta a Castelseprio, appare un elemento presente con più frequenza nelle rappresentazioni successive al X sec.; tuttavia, alcune tracce in epoche precedenti ci documentano che probabilmente fosse un soggetto già parte dei cicli più antichi, a volte anche con il ruolo di “testimone” a chiusura della scena della Visitazione.

D’altra parte, abbiamo già visto che l’Annunciazione e la Visitazione venivano accostate come una scena unitaria, sia nel caso di cicli narrativi sull’infanzia di Cristo che nelle rappresentazioni più dogmatiche (come esempi, la decorazione della conca absidale di Parenzo, del VI sec., o anche la decorazione ad affresco del catino absidale meridionale di Santa Sofia a Benevento dell’VIII sec.).

A proposito degli affreschi di Santa Sofia a Benevento, ben due ancelle assistono spaventate al dialogo tra l’arcangelo e Maria, quasi abbracciate, riverse a terra con una mano alzata come per difendersi dall’irruenza del messaggero divino.

Inoltre, una figura di testimone appare a volte nell’Annunciazione ad Anna, la madre di Maria, documentando quanto tale impaginazione dell’evento abbia una tradizione che affonda in testi figurativi altomedievali, sicuramente di area orientale.

Ho raccolto una carrellata di esempi di questa figura, intrecciando le tre possibili variazioni, frutto di uno stesso modello generativo; ho anche inserito opere successive cronologicamente a Castelseprio, ma realizzate entro il XIV secolo. Ciascuna di queste può aprire interessanti percorsi di ricerca (fare scorrere le immagini con le frecce).

Testo di Ivetta Galli

“NON E’ UNA BIENNALE (58ª) PER VECCHI” – 7. RIPARTIAMO DAL RITO

Appunti sulla 58ª Biennale di Venezia

Vai all’introduzione di “non è una biennale per vecchi”

RIPARTIAMO DAL RITO

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Il richiamo di un recitativo corale, ritmato da melodie meditative, sottotono, diffuse, mi ha prepotentemente attirato all’interno dell’ intensa installazione dell’artista indiana Shilpa Gupta.

In una sala con luci basse e soffuse, una selva di 100 aste metalliche simili a leggii, al posto di sorreggere spartiti musicali trafiggono con punte affilate bianchi fogli con frammenti di versi di altrettanti poeti; l’artista ha raccolto testimonianze di poeti incarcerati, e a volte condannati a morte, di diverse nazioni, dal VII secolo ad oggi.

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – particolare. Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Una pioggia di microfoni dal soffitto si lega a ciascun poema, dando voce ai versi e alle diverse lingue che li raccontano, seguiti da cori che potenziano e diffondono il messaggio di libertà. Si intrecciano, tra altri, versi di lingua azera, inglese, araba, indi, russa, in una babele sonora carica di suggestione.

Shilpa Gupta (Mumbai 1976) For in You Tongue I cannot fit – Sound Installation with 100 speakers, microphones, printed text and metal stands, Site Specific. Arsenale, Biennale di Venezia 2019

Non so quanto sia condivisa la forte emozione che ho provato, ma sicuramente quest’opera d’arte totale, avvolgente che, via via, diviene narrazione di violente censure, sguardo sulla potenza della parola e riflessione sull’universale bisogno di difendere il diritto alla libertà di espressione, testimonia quanto l’arte sia linguaggio necessario e urgente.

Shilpa Gupta ha orchestrato ‘medium’ differenti attorno alla creazione di un luogo immersivo, all’interno del quale il coinvolgimento delle diverse percezioni sensoriali ci porta a ‘condividere’, camminando lentamente tra le pagine trafitte da leggii appuntiti, le tragiche esperienze di oppressione di libertà: si partecipa così ad un rito collettivo, ad una celebrazione laica di forte impatto emotivo e poetico, in cui il vissuto di appartenenza ad una ‘comunità’ lenisce gli orrori della violenza repressiva e ci rassicura con il calore della vicinanza all’altro.

Pablo Vargas Lugo, Acts of God, frame da video, Padiglione del Messico – Arsenale 58ª Biennale di Venezia

L’artista messicano Pablo Vargas Lugo (Città del Messico, 1968)  propone una interessante e coinvolgente videoinstallazione partendo dalla riflessione sul ruolo della fede e delle religioni nel nostro mondo contemporaneo.

I due video proposti all’Arsenale mettono in scena una lettura del Nuovo Testamento che, seppur ambientata per costumi nell’epoca di Cristo, è decisamente attualizzata, creando sequenze di immagini fortemente evocative per l’insieme di simboli iconici: immagini/frame che spesso si caricano di nuovi significati, da noi colti con uno sguardo calato nell’oggi.

Pablo Vargas Lugo, Acts of God, frame da video, Padiglione del Messico – Arsenale 58ª Biennale di Venezia

La tensione dell’uomo al sacro e il bisogno di ritualità, secondo l’artista, non devono essere sfruttati dal potere politico per incentivare atteggiamenti identitari che portino a “ giustificare posizioni nazionaliste e settarie”.

Ivetta Galli

‘ANDANDO VIA’: Maria Lai e la memoria di Grazia Deledda

Al Mudec si può visitare fino all’11 ottobre 2020, Andando via, piccola ma intensa mostra nata dall’opera di Maria Lai (Ulassai, 1919-Cardedu, 2013). Omaggio a Grazia Deledda (Nuoro, 1871 – Roma, 1936, scrittrice premio Nobel nel 1926).

Il lavoro di Maria Lai fa germogliare esperienze coinvolgenti di ‘arte relazionale’ dando voce alla creatività femminile.

Maria Lai in un frame del video di presentazione alla mostra

L’operare silenzioso e paziente, volto a scandagliare le pieghe più ancestrali della cultura sarda, cogliendo miti, simboli e tradizioni attorno alla figura della donna, ha portato Maria Lai ad essere riconosciuta quale una delle principali artiste del Novecento, scelta per aprire il Padiglione dello Spazio Comune alla Biennale di Venezia, nel 2017.

Maria Lai, Leggenda del Sardus Pater, libro di tessuto, cucito e ricamato con fili e pezze ritagliate, 1990

Maria disegna con i fili, intrecciando sapientemente trame e orditi, costruendo attorno al telaio molte delle sue creazioni, il cui movimento diviene metafora del respiro e della vita. Seguendo leggende della sua terra, dai ricami delle janas (le ‘fate’ nella tradizione sarda) hanno preso forma le parole, e le parole sono state accostate per creare la poesia.

Scrittura indecifrabile, tessuta dal laboratorio di Siliqua

Il video che ci accoglie nella prima delle due sale della mostra dà voce all’artista e ci conduce nel suo mondo creativo.

Frame dal video della mostra
Frame dal video della mostra

Nella seconda sala è allestita una suggestiva rivisitazione dell’ultima installazione dell’artista, incompiuta, a Nuoro, omaggio a Grazia Deledda.

Sulle tracce di Maria Lai, Giuditta Sireus ha concepito e seguito la realizzazione di un intervento di arte corale, coinvolgendo 25 laboratori tessili sardi, grazie al sostegno della Regione Sarda, di 23 Comuni e partner privati; le diverse tessitrici, seguendo le specificità tecniche e artistiche dei propri luoghi, hanno dato forma ai progetti ed ai disegni che Maria Lai aveva predisposto per il monumento pubblico.

Allestimento della mostra ‘Andando via’, con le figure delle donne protagoniste dei romanzi di Grazia Deledda disegnate da Maria Lai

Gli arazzi creati per rivestire le undici ‘stele’ del momumento citano alcune figure femminili degli scritti di Grazia Deledda, ma anche disegni di caprette, animale in cui Maria Lai amava identificarsi, e ‘scrittura indecifrabile’, insieme di segni di una poesia radicata nella memoria.

Arazzo e capretta dal laboratorio di Atzara

L’allestimento del complesso si presta ad essere itinerante, luogo di celebrazione di un fare arte collettivamente, e anche spazio scenografico per la rappresentazione teatrale dei testi di Grazie Deledda.

Figura di Maria Maddalena, da ‘La Madre’ di Grazia Deledda, arazzo tessuto a Urzulei

Mi piace chiudere questa breve nota citando un frammento (riportato sulla stele qui sopra fotografata) tratto dal romanzo ‘La madre‘, per valorizzare la forza espressiva e l’universalità di quella spessa e segmentata linea di contorrno che dà vita alla protagonista.

“Anche quella notte, dunque, Paulo si disponeva ad uscire. La madre, nella sua camera attigua a quella di lui, lo sentiva muoversi furtivo, aspettando forse, per uscire, ch’ella spegnesse il lume e si coricasse. Ella spense il lume ma non si coricò. Seduta … stringeva una contro l’altra le sue dure mani di serva, ancora umide della risciacquatura delle stoviglie, calcando i pollici uno sull’altro per farsi forza”

Ivetta Galli

#19NIGHTWALK: ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ DI GENERE

frame da: 19Nightwalk https://www.youtube.com/watch?v=9-aNR_3ZbgI

#19Nightwalk, cortometraggio di Małgorzata Szumowska, regista polacca, presentato alla 77° Mostra del Cinema di Venezia, è un piccolo capolavoro: un racconto per immagini, valorizzate da indovinati brani musicali, che in 8 minuti restituisce la profondità dei vissuti, dei conflitti, della solitudine generata dalla percezione del sé, della propria identità di genere, in un contesto sociale formale e sclerotizzato. E, con immagini potenti, la narrazione racconta la possibilità di ‘spogliarsi’ dalle convenzioni di genere imposte e di trovare, nel reciproco rispecchiarsi, autenticità, conforto e serenità.

Il marchio di moda Miu Miu promuove, dal 2011, Women’s Tales, la produzione di 2 cortometraggi all’anno, in cui le registe sono libere di creare una storia utilizzando gli abiti della collezione della casa, estiva ed invernale.

Tra i nuovi mecenati del XXI secolo, le aziende di moda si fanno promotrici di esperienze artistiche che spesso danno voce alle urgenze del nostro tempo.

Nulla di nuovo se pensiamo, ad esempio, al Tabernacolo dei Linaioli di Beato Angelico: l’artista dipinge attorno alla figura della Madonna col Bambino, diversi raffinati tessuti damascati in voga nella Firenze del Quattrocento, quale probabile omaggio ai committenti.

Beato Angelico, Pala del Tabernacolo dei Linaioli, 1433, Firenze, Museo di San Marco

Małgorzata Szumowska usa un linguaggio asciutto, severo, forte di una espressività ricca di sfumature, capace di arrivare alle nostre corde emotive più profonde; la finalità di presentare gli abiti della collezione diviene un accessorio non determinante; prevale l’urgenza di dare luce a quella minoranza di persone che non riconoscendosi nelle aspettative familiari e sociali vivono un percorso di crescita  sofferto per affermare la propria identità e farsi amare.

frame da: 19Nightwalk https://www.youtube.com/watch?v=9-aNR_3ZbgI

Ivetta Galli

LE IMMAGINI PER DIRLO: PENSIERI SEDICENNI IN QUARANTENA

In un liceo artistico, una semplice richiesta di didattica a distanza: “Collage e carta da giornale: prendendo spunto dai documenti allegati realizza una figura umana con il collage”, proposta dalla docente di discipline pittoriche, è diventata spunto per scatenare una moltitudine di immagini che, dal corpo, hanno invaso lo spazio dei vissuti del quotidiano, in questo momento di forzato isolamento nelle proprie abitazioni.

La creazione di figure con frammenti di carta diviene veicolo dell’immaginario complesso di adolescenti che esplorano così il loro mondo interiore, e la realtà che li circonda, affamati di risposte.

I lavori realizzati possono essere ricondotti a tre approcci, pur avendo motivi comuni e trasversali di riflessione:

A. IDENTITA’ IN FORMAZIONE

B. VITA E SCIENZA

C. FRAMMENTI D’ARTE NARRANO

A. IDENTITA’ IN FORMAZIONE

A1. PEZZETTI DI IDENTITA’

La riflessione sul corpo diventa strumento per indagare la propria adolescenza e guardare al passaggio verso la maturità, vissuto con preoccupazione e disorientamento.

Due figure richiamano la spensieratezza dell’esser ragazza, la percezione di una sensibilità profonda nel terzo occhio sulla fronte del viso più infantile; poi modelli di donne mature, eleganti, sicure, ma anche distanti ed inquietanti (la donna che ride, dalle quattro braccia); prende forma anche un volto femminile/maschile, che adombra consapevolezze non scontate o stereotipate tra le tante realtà di identità sessuali.

E il cerchio si chiude su una massa di capelli che nasconde il volto e il fumetto: HELP ME!

A2. INQUIETANTI SORRISI

L’imperativo che guida la costruzione del collage è un amaro e ironico richiamo alla responsabilità: stiamo chiusi in casa, con Enzo Miccio (personaggio televisivo).

A destra si esibisce un corpo snello, provocatorio e dinamico, di una cantante rock, disegnato dal ritmo di una musica scatenata; spiazza, in questa figura, il volto, segnato da una enorme bocca sorridente ma con denti irregolari di anziano, una fitta di inquietudine.

Una fitta di inquietudine che pervade i tanti volti dispersi sul fondo, tutti sorridenti, campionario della vasta umanità che ci circonda, e modelli di attività desiderate, oggi da reprimere.

A3. DISORIENTAMENTI

Voglia di trasgredire dalla silhouette capovolta di diavoletto.

Senso di annullamento e di censura nello studio di volti negati, nei “sensi” cancellati, nell’assenza di comunicazione, nello sguardo spaventato volto alle spalle, senza risposta.

A4. ATTERRITA …. cara mamma

Il corpo diventa dimora di un volto sgomento; il vezzoso volto che lo sovrasta ha perso gli occhi, non vuole vedere, ha le labbra cucite, non può parlare; accanto un viso pop, ironico, disorientato; spaesato, di fronte ai colori dell’Italia proiettati su un palazzo storico spaccato al centro da una prospettiva vertiginosa; incredulità e stupore nelle sagome di uomo con grandi orecchini di donna e di donna con abbigliamento maschile e mascherina, attenzione, difesa.

L’icona dell’occhio, col cuore nella pupilla, tra due mani tinte dai colori di una tavolozza, cerca l’amore, la relazione, il contatto, cerca quell’esperienza fisica che ci è negata, oggi.

Sullo sfondo un elenco di brevi poesie, il cui incipit è “….. cara mamma”….

  A5. INTRECCI DI ETA’

Gioco di ‘controscambio’ tra fasi diverse dell’età sui corpi femminili, impaginato con ironia, modalità radicata nell’immaginario dei ragazzi di oggi.

Può essere definita un’espressione dell’estetica contemporanea pop, che si alimenta dalla miriade di immagini simili che popolano i social giovanili, ma che comunque descrive i pensieri che abitano I nostri adolescenti.

Un ‘medium’ che, in questo lavoro, vuole narrare le fasi della vita di una donna, con sguardo divertito, scherzoso, forse scelto per esorcizzare l’inquietudine che in parte traspare dal bel volto della donna matura, sfregiato qua e là da macchie e cancellazioni.

  A6. INTRECCI DI GENERI

È un motivo che troviamo in alcuni lavori: corpi che propongono giochi di travestimento, che possono voler essere provocazione, ironia, volontà di ridicolizzare gli stereotipi di genere.

Indubbiamente, oltre a ciò, l’immagine si accompagna ad una reazione di spaesamento, non riconoscendo un modello di genere ‘legittimato’ dalla nostra cultura: ‘spaesamento’ è uno stato d’animo oggi diffuso di fronte all’emergenza cui siamo costretti.

E forse emerge anche una maggiore consapevolezza in questa generazione sulle tematiche legate ai diversi orientamenti di genere; riflessione che documenta un atteggiamento di accoglienza e di empatia nei confronti delle diverse identità.

A7. IL FUTURO COMINCIA ORA

Sguardo disincantato, sconsolato e nostalgico di un passato che occorre abbandonare e consapevolezza che il futuro si costruisce ora.

A partire dalla costruzione, non ancora definita, della propria immagine (ritagli di corpi sparsi, diversi, maschili e femminili, amati e odiati), necessario rito di passaggio che il silenzio, la solitudine e le urgenze della condizione odierna costringono ad affrontare.

A8. SPICCARE IL VOLO

Sogno ad occhi aperti di felicità, di movimento a passo di danza, desiderio di essere cullati da un’onda di mare estivo; voglia di spiccare un volo in compagnia ad uno stormo di uccelli che guidano leggeri e spensierati il percorso desiderato di libertà.

B. VITA E SCIENZA

B1. NOTIZIE DALL’INTERNO

Un disegno anatomico di un corpo a mezzo busto propone un punto di vista particolare, dall’interno.

Come in una radiografia leggiamo la discesa inesorabile, dalla bocca agli organi vitali, di qualcosa di invisibile, scandita da numeri progressivi.

La ragione e il pensiero sono imbrigliati in un labirinto nero, congelato, pare senza via d’uscita.

Nell’addome, un uomo dal turbante giallo, con un corpicino infantile accartocciato in posizione fetale, si aggrappa desolato al cuore, con una grande mano e si culla.

Ma il n. 4 dov’è?

B2. VITA/MORTE

Desiderio di vita, di energia, corpo che si eleva ed inarca in un movimento di danza, al ritmo della musica, nel caldo dell’estate. Sogno di libertà e felicità.

Un corpo “incarnato” nella figura di un Killer assassino ode la supplica del mondo animale che urla di essere lasciato in pace, in vita: riflessione profonda sull’urgenza di rispettare gli animali, sul significato della scelta vegetariana e anche appello alla riflessione sulle terribili conseguenze che la diffusione di un virus, passato dalle carni di un animale, come il pipistrello, all’uomo, può causare.

C. FRAMMENTI D’ARTE NARRANO

C1. … E TUTTO, QUANDO? E PERCHE’?

Come di fronte allo scorrere di fotogrammi di pellicola cinematografia, a sinistra un film di Alberto Sordi, si accalcano immagini che emergono dalla memoria, da una cultura tutta italiana, dall’esperienza e dall’oggi.

Prepotente è la supplica di aiuto urlata dagli occhi del volto di Laocoonte, come carica di sgomento è la sorpresa dei guardiani del sepolcro, nella centrale Resurrezione di Cristo di Raffaello, sfregiata al centro da una immensa bocca appena sorridente; un frammento di una Madonna Rinascimentale sta serenamente giocando con il Bambino; a sinistra una sforbiciata figura di santa osserva con grandi occhi, tesa, il mondo attorno a sé.

Tutt’intorno volti di uomini e donne qualunque, di ogni età, le cui bocche sono coperte o deformate in sorrisi strazianti: bocche che non riescono a trovare parole possibili.

Un uomo e una donna, abbracciati, su campo giallo si interrogano: … e tutto, quando? E perché?

C2: FIGURE DALL’ARTE, IRONIA E GIOCO

Un tessuto d’immagini ricco di citazioni, di frammenti colti dalla storia dell’arte e assemblati giocando con suggestioni dadaiste.

La condizione contemporanea si intreccia con rimandi colti e fumettistici raccontando un vissuto ambivalente, di percezione del pericolo (lo scheletro Covid nel labirinto di ferro della Tour Eiffel), del bisogno di vincerlo (Batman con la mascherina rapito nella vertigine del cielo barocco di Pietro da Cortona).

Con la desolante scarnificazione scheletrica dialogano due esuberanti nudi sensuali femminili, a loro volta spiazzanti per i volti che esibiscono…. Immagini curiose, figlie dei ‘meme’ che popolano i social, qui rielaborate con riferimenti alti.

Ciliegina sulla torta: la deificazione della carta igienica, con un’operazione tutta pop: dissacrazione della Madonna dell’uovo di Piero della Francesca, legittima, nell’epoca dell’isolamento da coronavirus.

C3. UN MONDO DI AMAZZONI

Volti, di donne, popolano l’immaginario della simpatica testolina in ‘multicolor’ alla Andy Warhol, in un elegante profilo di dama del Quattrocento; volti femminili di varie età, attorno alla ‘Muta’ di Raffaello: muta per caso? Muta per isolamento?

Del corpo si seleziona, nella composizione, la testa; della testa, il volto; i volti ci hanno sopraffatto negli ultimi tempi, bombardati da selfie in ogni dove, dai diversi luoghi frequentati: passato recente, poco distante dall’oggi eppure così lontano dal nostro odierno e isolato e statico vivere quotidiano.

C4. UNA VENERE CONTEMPORANEA

Da un lattiginoso fondo reso tridimensionale e decorativo dalle forme circolari della carta dello scottex emerge una figura femminile che assomma contemporaneamente evocazioni classiche, nel nudo proporzionato del corpo, il racconto di un momento di vita quotidiana, nel pensiero assorto e nel gesto di spontanea raccolta dei capelli, e la resa della sacralità di un’icona per l’essenzialità delle linee e l’evocazione di un fondo dorato, col tempo, perso.

C5. INTORNO A LEONARDO

Celebrazione del genio leonardesco e iniziative a lui dedicate: la pagina di giornale è sfondo per una elegante figura femminile, da magazine di moda, che avanza incontro a noi decisa e sicura.

Ci attraggono il suo portamento, i tacchi a spillo e le gambe snelle, il tubino nero, ma le mani sono nascoste da guanti di frammenti di giornale, e il volto che ci appare tra lunghi capelli biondi è l’autoritratto anziano di Leonardo……

C6. LA DANZA DELLA VITA

Nell’epoca simbolista, a cavallo del ‘900, era frequente trovare quadri di riflessione sulle età della vita.

La danza, come allegoria di un cammino, era la figura ad esempio scelta da Munch per raccontare le tre età della donna.

Un corpo femminile in tutù, con un fisico acerbo, quasi anoressico, anche un po’ trasandato, porta un volto di donna più che matura, sorridente e sicura, il cui collo tradisce la non giovane età.

La donna gioca con il travestimento di bambina, anche per la barchetta di carta sulla testa e la pioggia di coriandoloni che la circonda.

Si cerca un sorriso creando travestimenti paradossali; forse un tentativo di esorcizzare le inquietudini dell’oggi.

C7. ASPETTANDO

Seduta, fuma: il corpo della donna si impone con una femminilità trasandata, la veste rosa e piegata in panneggi arabescati, un trucco forzato e capelli scomposti.

Un segno grafico netto e grottesco che rimanda alle opere di Otto Dix e alle atmosfere dei quadri della Nuova Oggettività del primo dopoguerra.

Avvolta da una poltrona nera la cui forma, quasi organica, evoca un pericoloso essere aggressivo: attende, in allarme.

Siamo tutti noi, in questi giorni, nelle nostre case, in attesa che una soluzione si materializzi; la pagina di giornale prefigura una via d’uscita citando i test per la ricerca degli anticorpi al Covid 19.

C8.  FLORA ALL’EPOCA DEL COVID 19

Una figura umana avanza con determinazione in un rassicurante e intenso campo blu, scrutando l’intorno con grandi occhi all’erta…

Corpo umano, bacheca con parole di pensieri e desideri, di valori, ma anche bisogni, anche una preghiera a “Cristo”.

La figura evoca una “Flora” che avanzando sparge, al posto dei fiori, caratteri tipografici che disegnano la parola SENTIMENTO, testimonianza di stati d’animo odierni sopraffatti da emozioni.

Ivetta Galli